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Recensioni di Gino Centofante

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  • La favola bella di Synthesis e Calypso di Giovanna Albi è un romanzo-saggio che parla del percorso sentimentale di un fanciulla.
     
    “[…] Ragazza, tu sei rimasta fanciulla, tu non vedi il mondo cambiare; le persone non sono a nostra disposizione. L’amore di qualcuno abbiamo avuto, ma questo non è per sempre”.

    Synthesis è la fanciulla che affronterà questo percorso di formazione, che sarà accompagnato da rimandi filosofici-psicologici, che entrano nella mente del lettore per porgli degli interrogativi, delle domande, per smuoverlo dalla nullità, e dall’aridità del quotidiano, dal certo di un’esistenza lineare. Quando un amore può veramente definirsi giusto? Quando una persona può realmente definirsi nostra? Quando in realtà non c’è più bisogno di chiedersi e porsi domande sulle verità e dubbi in un rapporto?
    Forse mai, forse sempre. L’autrice rende vivo e discorre il percorso evolutivo di un’amicizia, come quella con Amìthas, che funge da propulsore, da oracolo, e diviene dispensatore di pillole, di riflessioni sulla vita, sulle difficoltà, sull’amore. Tutto diviene un ricordo, un miraggio, una questione passata, niente deve essere più di quello che si dona; questa amicizia cerca di risvegliare il senso di sé, e l’importanza della propria forma, della propria intimità.
    Tra le pagine ci si inebria di parole che hanno e mostrano un’attualità disarmante:
    “Oggi una generale impotenza ci affligge, la miseria ci accora, la disparità sociale ci spinge a una novella rivoluzione. Resistere e poi resistere è il messaggio di Delfi; io ho perso il lavoro, ma non la volontà di guarire il mio popolo dalla stolta ignoranza. Sento un imperativo cocente a prendere una posizione netta in questo nuovo Medioevo; vedo pochezza intellettuale ovunque, ma soprattutto analfabetismo e deserto emotivo. L’uomo ha perso il senso del suo andare. Guerre ovunque, nuove tirannidi, false o mediocri democrazie […]”.
    Quanto ogni giorno siamo costretti a vedere il mercimonio che svende ogni valore? La purezza sta diventando una questione di rara bellezza, come dice l’autrice dobbiamo resistere, non mollare, per noi stessi, per l’altro, per il mondo che ormai sembra andare a rotoli.
    Si entra nel profondo della vita di Synthesis, ricordando gli amori passati, le sofferenze, facendo riaffiorare i dubbi, le incertezze, interrogandosi sulle proprie azioni, sulle dinamiche di avvicinamento, e di evoluzione. Si legge della bellezza del creato, dei suoi figli rigorosi: come il mare, le onde, il profumo della salsedine, il padre Sole, la cugina abbronzatura, la vita, e le sue eterogenee rappresentazioni. Sì arriva e si procede verso un viaggio, verso una scoperta, verso un affronto all’intimità che nell’animo di Synthesis è precaria, è vacua. Come l’esperienza del Cammino di Santiago de Compostela che è più di un viaggio, è un percorso dell’anima, è una collana che pian piano si forma e si plasma a seconda dei propri stati d’animo, è una partenza, è un viaggio senza ritorno, se non con una nuova ritrovata consapevolezza.
    Così come scrive meglio l’autrice: “Pensava che non avrebbe più rimesso piede nel suo paese, che avesse tagliato il cordone ombelicale che la teneva legata ai suoi ricordi, ma un uomo senza ricordi è come Atlante senza mondo; noi siamo i nostri ricordi e, anche se ci sprofondassimo nell’abisso più profondo del mare, continueremo a ricordare, perché la vita è in gran parte memoria di chi ci ha preceduto o di quello che siamo stati o che abbiamo pensato di essere. […] Così Synthesis va a elaborare il proprio passato e il significato del Cammino di Santiago proprio in quel borgo di Parnìs nel quale ha trascorso gran parte della sua esistenza”. Questo viaggio però è solo un anticipo, di quello che sarà la riscoperta della propria identità che toccherà le vette del Tibet, e si immergerà nel mondo dello spiritualismo buddhista. Sarà un viaggio attraverso anche la propria identità sessuale, di genere, come il rapporto di odio et amo con Belèn. Successivamente si racconta di Atene, e della sua discesa sociale, dando uno sguardo anche sul mondo, e sul senso della sua modernità, ormai decadente.
    Verso le pagine finali si legge di nuovo dell’attaccamento di Synthesis con la natura, quasi come a configurarsi ad una donna chiamata dal dio Pan, quasi una donna che è deliberatamente stata scelta per fondersi con essa, quasi un ninfa che sta per aspettare e rendere merito alla tanto agognata trasformazione. La stessa trasformazione che smuove tutto il libro, attraverso vecchie comparse, nuove figure, amori, che sono il senso dell’esistenza e la sua stessa negazione. Come la verità di Calypso e il loro amore vivace, assurdo, bestiale: “T’amo come si amano le cose oscure, segretamente, dentro l’ombra e l’anima…”. Che ora sembra echeggiare nel Pantheon e ricordare ed essere prova che solo in due si può raggiunge l’immenso.

    [... continua]
    recensione di Gino Centofante

  • L'opera al nero è un romanzo storico di Marguerite Yourcenar del 1968, le cui vicende ruotano attorno alla figura di Zenone, un filosofo, scienziato e alchimista che l'autrice immagina essere nato in Belgio nel XVI secolo. Dal libro è stato tratto nel 1988 il film "L'opera al nero", con Gian Maria Volonté nel ruolo di Zenone.
    L’autrice ci narra della vita del medico e alchimista, dal Medioevo al Rinascimento. Un uomo troppo avanti per il tempo in cui ha vissuto. Ha condotto una vita al “nero” come dal titolo, una vita, cioè ai margini, nascosto, segnata dalla clandestinità e dalla paura incessante. Per costruire questo complesso personaggio l’autrice si è ispirata alla storia reali di persone vissute in quei secoli come il chimico Paracelso, Michele Serveto, Leonardo dei Quaderni, Erasmo da Rotterdam e il filosofo Tommaso Campanella. Come tutti queste grandi personalità anche Zenone ha dovuto patire il fatto di anticipare il pensiero del tempo. La sua figura di martire si spiega durante il suo processo quando si accorge, discutendo con i teologi, «che non esiste accomodamento durevole tra coloro che cercano, pensano, analizzano e si onorano di essere capaci di pensare domani diversamente da oggi, e coloro che credono o affermano di credere, e obbligano con la pena di morte i loro simili a fare altrettanto».
    L’autrice sapientemente non si sofferma a ricrearci semplicemente un quadro storico, ma anzi, crea una sorta di dialogo interiore fra l’essere e l’anima, fra le idee, e l’azione, fra la verità, e la finzione. Zenone è un animo libero, e perciò diverso, contro ogni materia dello scibile umano: dalla vita quotidiana, alla religione, dalla sessualità, alla cultura. Un animo coraggioso che decide di schierarsi anche contro la più feroce e spietata arma di censura: L’Inquisizione, che inserirà un suo libro filosofico tra la lista dei Libri Proibiti. Straniero in ogni terra, malfattore in ogni luogo, solo dopo aver scoperto e combattute le sue verità, si spoglierà di ogni suo avere per tornare a Bruges, sua terra natale, sotto il nome di Sebastiano Theus. Siamo nel momento della Controriforma, e la libertà di Zenone sarà un duro prezzo da pagare, basti ricordare altri uomini di grande lungimiranza che hanno come lui percorso la via della verità come Galilei, o Giordano Bruno. Nulla è lasciato al caso, e l’autrice correda il tutto con uno storicismo davvero puntuale, quasi maniacale. Zenone se prima verrà aiutato da un priore che lo lascerà lavorare come medico in un monastero, dopo dallo stesso e dai suoi confratelli verrà accusato, e così la decadenza e l’uscire fuori allo scoperto,  l’essere riconosciuto, e quindi marchiato. Un’anima che vola, che si inabissa nelle tragicità del vero, che non si lascia intimorire, e stempera la sua vita, prima che la condanna riesca a portargli il suo conto.

    [... continua]
    recensione di Gino Centofante

  • Finito di leggere la seconda opera di Filippo Gigante dal titolo suggestivo “La piscina della mamme”. Un titolo che si lascia scoprire pagina dopo pagina, che acquista un senso solo con l’evolversi della storia.
    Questo libro parla di due donne, Olga e Berta, e della loro storia, del loro viaggio, della loro fuga dalla terra natia. Due donne originarie di Praga, una terra affascinante, deliziosa, ma anche spietata, brutale, nonché belligerante.
    La fuga dalla loro terra d’origine non è una capriccio, o una superfluità, è invece difesa alla vita, alla loro storia, alla memoria che come un labirinto intrecciato ogni tanto lascia schiudere e intravedere oggetti segreti.
    La Cecoslovacchia è sotto assedio dell’Unione Sovietica, si respira nell’aria un clima di forte tensione, di guerra, di lotte intestine, che solo col sangue e col ferro vedranno la loro risoluzione. Tutto ciò porterà una forte concentrazione migratoria verso l’Italia, una terra tutta da scoprire, straniera per stranieri, dai modi diversi, dalle abitudini differenti, dal temperamento di difficile ripetizione.

    Il libro si compone di vari tuffi, che scandiscono l’evoluzione della storia; nella mente del lettore ci si configura quasi un tuffatore che è li sul trampolino, conosce la sua storia, il suo passato, i modi di vivere, conosce però anche l’evoluzioni, che sottoforma di slanci arriveranno a diventare maturità, e a staccarsi da un cordone imprescindibile.
    La stessa maturità che Olga e Berta nel corso della storia acquisteranno. Nella prima parte viene pian piano introdotta la loro storia, con rimandi a particolari di guerra, subito dopo si conosceranno meglio le due protagoniste, due donne legate da una profonda amicizia, dai modi affabili, l’una appassionata di letteratura, e grande cultrice di Shakespeare, l’altra specializzata nella cucina.
    Attorno alla vita di queste due donne girano anche altri personaggi, come il signor Spaccaprimo, un omaccione dai modi strani, burbero, e alquanto meticoloso. Poi c’è la famiglia Scarafoni, dal carattere tutto esuberante, composta dalla moglie Marilda con la passione per il canto, dal marito Ubaldo che è proprietario di un maneggio in cui si pratica ippoterapia, ovvero l’equitazione usata a scopo terapeutico, qui viene aiutato dal figlio Raffaele e dalla fidanzata Lucia, una giovane dottoressa veterinaria.
    Dentro questo quadro familiare le due donne impareranno ad acquistare fiducia, a conoscersi e a conoscere gli altri, ad apprezzare la loro terra di adozione e a non rimpiangere nulla che ormai è diventato passato.
    Del resto del libro non sto qui a raccontarvelo, altrimenti non c’è gusto, dovete assaggiare voi stessi con i vostri occhi la storia delle due donne e di questo piccolo circolo familiare, arrivando a scoprire e a comporre tutto il puzzle fino alla fine.
    Un pregio dell’autore è la forza delle descrizioni, è il rendere particolare anche ciò che all’apparenza di primo impatto può sembrare una pura banalità. Sublimi le descrizioni di Praga, tra le tante apprezzate c’è sicuramente la descrizione dell’Orologio Astronomico del Municipio sito nella Città Vecchia.

    Leggete il libro per immergervi anche voi nella vostra piscina personale, a scegliere da che punto partire sarete solo voi, che sia: preparazione al via, sbilanciamento, spinta, fase del volo, ingresso in acqua, fase subacquea, uscita, poco importa, l’importante è tuffarvi, tuffarvi sempre nelle bellezze del creato.

    [... continua]
    recensione di Gino Centofante

  • I sommersi e i salvati è un saggio di Primo Levi. Scritto nel 1986, ultimo lavoro dell'autore, è un'analisi dell'universo concentrazionario che l'autore compie partendo dalla personale esperienza di prigioniero del campo di sterminio nazista di Auschwitz, allargando il confronto ad esperienze analoghe della storia recente, tra i cui i gulag sovietici.
    Questo libro viene alla luce dopo tanta consapevolezza che l’autore acquista, dopo aver passato e osservato gli uomini attorno a sé, dopo aver dispensato memorie, pensieri, sensazioni, storie, vita che si dimentica del suo stesso corso, ma che deve essere riportata alla luce.
    Già il titolo fa capire chi sono i Sommersi, e chi sono i Salvati, che sentono il peso dello scorrere dell’esistenza, quasi vissuta come una colpevolezza: “Noi sopravvissuti siamo una minoranza anomala oltre che esigua: siamo quelli che, per loro prevaricazione o abilità o fortuna, non hanno toccato il fondo. Chi lo ha fatto, chi ha visto la Gorgone, non è tornato per raccontare, o è tornato muto; ma sono loro, i «mussulmani», i sommersi, i testimoni integrali, coloro la cui deposizione avrebbe avuto significato generale. Loro sono la regola, noi l’eccezione”.
    Un filo conduttore di tutto il saggio di Levi che dopo questa opera si suiciderà, è il tema della verità/menzogna.
    Quanto di quel mondo è morto e non ritornerà più e quanto invece può tornare? E che cosa ciascuno può fare perché non vi sia questa possibilità?
    Quanto è giusto che la memoria continui a ricordare? Le dicotomie giusto/sbaglio – vero/falso – lealtà/slealtà possono essere mai sufficienti a spiegare quanto accaduto?
    Levi ci presenta il mondo dei lager in modo che variegato è dir poco, inserendoci anche i cosiddetti uomini della “zona grigia” che essendo delle vittime diventano carnefici a loro volta. Nel saggio si pone attenzione anche all’aspetto della comunicazione, che è deviata, quasi inesistente, ubbidire ad ordini che non si comprendono, è mai possibile? La negazione della parola, l’incomprensione, il malinteso, la lotta vana non hanno fatto altro che amplificare il male che ancora oggi non ha trovato un suo senso, e mai può trovarlo.
    Quanto gli uomini sono instupiditi, ignoranti, impotenti, davanti al potere che finge di educare? Educazione al male, all’annullamento, allo sputarsi addosso essi stessi, al controllo, tutto per seguire una stupidità umana.
    Un testo di fondamentale importanza, che andrebbe fatto leggere per tenere vivi i ricordi di ciò che è stato, e di ciò che sempre sarà; ricordare vuol dire portare rispetto, ricordiamocelo di tanto in tanto.

    [... continua]
    recensione di Gino Centofante

  • Questo è uno di quei libri che vorresti aver letto da secoli, ma che poi per un motivo o per un altro ne rimandi la lettura, stupidamente.
    “Alexis o il trattato della lotta vana” è l’opera prima di una giovanissima Yourcenar, pubblicato per la prima volta nel ’29, è un romanzo epistolare scritto in prima persona che tratta il tema della sessualità, o meglio della propria identità.
    Alexis, è un giovane che è stremato dalla continua lotta contro la sua sessualità, ritenuta  come una malattia, come qualcosa da nascondere, qualcosa da cui star alla larga, qualcosa che non andava detto, qualcosa di inconfessabile.
    Il libro, è una sorta di confessione nei confronti della moglie Monique, che dopo lunghi periodi di colpevolezza decide di abbandonare.
    E’ un racconto davvero intimo, che ci fa entrate nei pensieri di Alexis, nei suoi stati d’animo, nelle colpe, nelle paure, nella voglia d’evadere, cosa che riuscirà a fare in parte attraverso la musica, le note, gli spartiti. Quasi a mettere ordine in mezzo a tutto quel caos interiore.
    Si legge anche di Monique, del suo animo accondiscendente, delle sue pene, del suo soffrire, che non è meno, e forse è più amplificato di quello dello stesso Alexis. La felicità non ha tante spiegazioni, deve bastare a noi stessi. Una lotta quindi che diventa difficile sia per chi l’ha dentro, che per chi la subisce. La lotta più difficile sicuramente è quella contro i propri istinti, le proprie passioni, il proprio essere al mondo; negandosi non si fa altro che far del male a noi, ma anche agli altri. Per fortuna che Alexis capisce che la propria felicità è più importante, del dispiacere degli altri.
    Così dentro così fuori: anima e corpo si congiungono.
     
    “Conoscete gli stagni […] da bambino, ne avevo paura. Capivo già che ogni cosa ha il suo segreto e gli stagni come tutto il resto; che la pace, come il silenzio, è sempre solo una superficie, e che la peggior menzogna è la menzogna della calma”.
     
    “Ho notato qualcosa, Monique: si dice che le vecchie case racchiudano sempre dei fantasmi; non ne ho mai visti, eppure ero un bambino pieno di paure. Può darsi che mi fossi già reso conto che i fantasmi sono invisibili, perché ce li portiamo dentro”.
     
    “Ma i libri non contengono la vita; ne contengono solo la cenere; è quella, suppongo, che vien chiamata l’esperienza umana”.

    [... continua]
    recensione di Gino Centofante

  • A fare da sfondo a queste vicende narrate da Manfredi sono le Guerre Persiane avvenute tra la Grecia e il regno del “Gran re” Dario di Persia. Al centro della storia c’è la famosa famiglia dei Kleomenidi, a cui le dure leggi di Sparta impongono di abbandonare il secondogenito poiché nato con un piede deforme. Ma il destino, a volte più generoso delle leggi umane, fa trovare il bambino non dai lupi del Taigeto ma da un pastore Ilota di nome Kritolaos. Così mentre il fratello maggiore cresce e diviene un guerriero spartiate, Talos cresce fra i pastori senza sapere ancora niente della sua origine. Divisi, visto che uno faceva parte degli oppressori e l’altro degli oppressi, i due fratelli sono destinati ad incontrarsi e a vivere insieme molte avventure. Sarà proprio il pastore zoppo ad aiutare lo spartiate e a dimostrare il suo valore, scoprendo la sua nobile origine. La storia di Talos diventa sempre più appassionante man mano che passano le pagine. L’autore non solo riesce ad appassionare il lettore con l’infittirsi del mistero legato alla famiglia di Talos, ma riesce a esporre, senza stufare come farebbe un libro di storia, i caratteri della società spartana, l’organizzazione sociale, militare e religiosa.
    Un romanzo avvincente, nel quale l’intelligente narrativa si unisce alla fermezza della documentazione storica. Valerio Massimo Manfredi i suoi due mestieri li sa fare benissimo. Lo storico e il narratore si fondono insieme dandoci così un racconto che si legge d’un fiato, una storia che ci trasporta in un’epoca profondamente diversa, un’epoca lontana che ci sembra vicina solo grazie alla fluidità della ricostruzione storica.

    "La brace cova a lungo sotto la cenere e gli stolti credono che sia spenta ma quando il vento riprende a soffiare la fiamma si risveglia”.

    [... continua]
    recensione di Gino Centofante

  • “Sofia si veste sempre di nero” è un romanzo composto da racconti, che narra della vita di Sofia all’apparenza donna strana, solitaria, enigmatica, un pesce fuor d’acqua dalla vita. Nel leggere i dieci racconti conosciamo le persone care a Sofia, dai genitori: lui ingegnere all’Alfa Romeo solo preso dal suo lavoro, lei ex pittrice ora casalinga depressa che passa le giornate al buio. Conosciamo la zia Marta, sorella del padre che sarà la vera amica e salvezza di Sofia, disoscurando quel nero ormai pervasivo. Un titolo che non si svela e che si lascia scoprire, titolo di uno dei racconti; il vestirsi di nero è una forma di protesta, un'ossessione vivente, un malattia dell’anima, un pertubanza del corpo, riassume un’unica, sola e vera paura quella della morte. Morte però non intesa come morte esplicitamente fisica, ma morte delle situazioni, delle relazioni, del rimanere soli, del vedere che tutto svanisce effimeramente. Il suo unico talento è quello di capire la fine, il capolinea di ogni cosa, essere oltre all’avvenire.

    "La ragazza aveva gli occhi strabici. E questo modo di guardarti la bocca mentre parlavi, come se intorno ci fosse un rumore d'inferno e lei dovesse leggerti le labbra per distinguere le parole. Aveva l'aria di una persona in pericolo. Guardava allo stesso tempo te e dietro di te. Ecco cosa colpiva al cuore gli uomini, la prima volta che la incontravano. Tu le parlavi e lei ti fissava le labbra come se da un momento all'altro potesse saltarti al collo e morderle, e quel morso salvarle la vita".

    [... continua]
    recensione di Gino Centofante

    • Amok
    • 08 agosto 2013 alle ore 8:47

    “Amok” è una novella scritta negli anni ’20 che si concentra sulla psiche umana e su quanto questa possa influire sugli aspetti comportamentali della persona. E’ la storia di un viaggio lungo l’Oceano Indiano, su una nave che ha come destinazione Napoli. Protagonista della vicenda è un medico tedesco che, dopo aver fallito la sua carriera in Germania, si trasferisce in India, e vive tra alcol, vecchi ricordi, nostalgia per quell’Europa ormai solo passato. Ma poi, improvvisamente arriva un incontro, una persona inaspettata, una donna che cambierà tutte le carte in tavola, lei è un’affascinante aristocratica, algida e forte, rimasta incinta da un rapporto extraconiugale, che gli chiede di abortire. Il medico, gli pone un ricatto: la farà abortire solo se si concederà a lui. E proprio ora, che il rapporto tra i due cambia, diventa feroce, instabile, contro ogni tipo di razionalità, l’uomo è posseduto dalll'"amok”, parola maltese che indica una sorta di raptus e porta alla rovina chi ne è affetto: "una follia rabbiosa, una specie di idrofobia umana... un accesso di monomania omicida, insensata, non paragonabile a nessun’altra intossicazione alcolica", un malessere che porta al decadimento di ogni pensiero prima di ogni ragione: “Dunque, l'amok... sì, l'amok è così: un malese, un uomo molto semplice, assolutamente bonario, si beve il suo intruglio... se ne sta lì seduto, apatico, indifferente, spento... come me ne stavo io nella mia stanza... e all'improvviso balza in piedi, afferra il pugnale è corre in strada... corre sparato come una freccia, sempre diritto, senza deflettere... senza sapere dove... Chi gli si para davanti, essere umano o animale, viene trafitto dal suo kris, e l'orgia di sangue non fa che eccitarlo maggiormente... Mentre corre, ha la schiuma alle labbra e urla come un forsennato... ma continua a correre e correre, senza guardare né a destra né a sinistra, corre e basta, con il suo urlo acutissimo, con il suo kris insanguinato, in quella rettilineità mostruosa...”
    Il racconto è pieno di tensione, morboso, ossessivo, che spinge ad una fine che troverà ragione solo dopo aver letto e riflettuto su ogni singola pagina.

    “Le situazioni psicologiche misteriose esercitano su di me un fascino addirittura sconvolgente, mi intriga fino al midollo scoprire connessioni, e le persone singolari riescono con la loro sola presenza ad accendere in me un desiderio di conoscerle che non è di molto inferiore a quello del possesso nel caso di una donna”.

    [... continua]
    recensione di Gino Centofante

  • Ierousalem, è la seconda pubblicazione dell’autrice Alessandra Prospero, dopo “P.S. Post sisma”, il titolo per essere precisi sulla copertina è “Ἰερουσαλήμ”, proprio forse per rimarcare e mantenere lo stretto rapporto con Gerusalemme che si dice è la città di Dio fondata da Cristo. Proprio a Gerusalemme in origine c’era una fonte poderosa, una risorgiva che alla scaturigine creava un laghetto che in seguito fu scavato e ampliato per creare il serbatoio idrico per l’intera città. Ovvio pensare che in origine la gente andasse alla risorgiva non solo per attingere acqua ma anche per immergersi e curare certe malattie.
    La silloge dell’autrice potrebbe essere metaforicamente accostata a delle acque placide, ristorative: “[…] In cerca d’oblio e d’assoluzione/ Conto i superstiti e le alternative/ Nella prima cosciente missione/ Tra le rovine e le anime vive.”
    La raccolta è eterogenea, si toccano varie tematiche come la decadenza delle speranze: “[...] Nel cuore ospitiamo detriti di vite/ E camminiamo assorti nella nube/ Del più incerto vivere […]”. L’identità ritrovata, misconosciuta, estranea: “[…] Sotto la carne/ Fino alle ossa/ Trovo un derma/ Che non riconosco/ Di guerriera d’argento/ Dall’amara armatura/ Abbagliata da fuochi fatui […]”.
    La delusione, che si dipinge d’emozioni, gesti, rimorsi: “[…] Tra i tuoi occhi/ Ed occhi che non sono i miei/ Come lastra di ghiaccio tra noi/ Che ci allontana sempre di più/ Abbandonandoci orfani alla deriva/ In grovigli amari di solitudini […]”.
    I sogni dell’esistenza, come moto di ogni nostra azione: “[…] Per avere ancora un sogno da inseguire,/ Per avere ancora un credo a cui combattere. // Non voglio più stare in trincea. // Sono esausta come dopo una carestia,/ Ho i miei ori da proteggere […]”.
    In qualche poesia c’è anche la ricercatezza della rima: “Luna piena/ Languida in vena/ Pallida come un’attesa/ Gotica guglia di chiesa […]”.
    Uno degli ultimi versi dell’opera recita “Nell’aria che mi manca ti respiro” e aggiungerei proprio come quella fonte che sgorga dalle antiche rovine di Gerusalemme ognuno accostandosi e leggendo questa opera potrà ritrovare la sua acqua, la sua sete, la sua linfa, il suo ristoro, che come un vento caldo e un’acqua gelida ti ricorda la più intima essenza della vita.

    [... continua]
    recensione di Gino Centofante

  • «Allora, se volete una storia ve la racconto. Ma una sola. Non chiedetemene poi un’altra, né tu né lui. E’ tardi e poi, Pari, noi due abbiamo avanti una lunga giornata di viaggio. Bisogna che tu faccia un buon sonno. E anche tu, Abdullah. Conto su di te, figliolo, mentre tua sorella e io siamo via. Anche tua madre fa affidamento su di te. Una storia sola, dunque. Ascoltate, voi due, ascoltate bene e non interrompete».
    Se nel primo romanzo di Hosseini è la paternità al centro della storia, nel secondo è Miriam la figura protagonista della storia, in quest’ultimo, a distanza di sette anni, il romanzo è incentrato sulla famiglia, sui suoi legami, sulla sua forza.
    I due protagonisti sono i due fratelli Abdullah di dieci anni, e Pari, di soli tre. Loro sono orfani di madre, e vengono accuditi da un padre poverissimo e da una matrigna sempre triste, il legame tra i due sarà tanto forte, quasi a risultare agl’occhi del lettore più di un semplice rapporto fratello/sorella.
    Pari viene affidata a Parwana, una giovane poetessa, con l’animo privo di paura, che fuma in pubblico ed ha idee progressiste, ma tutta questa libertà presto sarà spazzata via e le due donne dovranno trasferirsi in Europa.
    Dagli anni Cinquanta ad oggi, Khaled dipinge e aggiunge alla storia Afgana nuovi particolari, storie, piccoli dettagli che divengono preziosi, la storia è costruita su diversi salti temporali che non sempre rendono agevole la lettura.
    Storia di padri, madri, fratelli, cognate, ma storie anche di ritorno in patria come Idris e Timur che ora vivono in California, e a distanza di vent’anni decidono di ritornare a Kabul per rivedere la loro terra, le loro origini, il cambiamento, quel segno del tempo che muta il paesaggio, con la speranza di rivedere quegli aquiloni ad alta quota in cielo.
    Idris è diventato medico, Timur un immobiliarista; vedono la vita in maniera diversa, sono lì per cercare cose diverse, ma questo non è segno di disgregazione e distacco, la famiglia è un nodo, un nodo inestricabile, le differenze possono solo rafforzare il bene comune che dovrebbe caratterizzarla.
    In quest’ultimo libro Hosseini utilizza la famiglia per spiegare come funziona la vita, i rapporti, le coincidenze, la distanza e la vicinanza che non devono essere segni di resa. Volersi bene è un atto di coraggio, peccato che troppo spesso in giro ci troviamo accanto persone prive di personalità, di sussulto alla vita, di quell’eco che dovrebbe risuonare in ogni parte del mondo: il legame è amore puro.

    [... continua]
    recensione di Gino Centofante

  • Una storia genuina, sull’amore, sul ricorso, sul senso del troppo dovere che ti porta a scordarti delle cose veramente necessarie. Potrebbe essere definita una favola moderna, una risoluzione delle passioni, un ritrovarsi e un ritrovare le cose belle della vita. Protagonista è un sessantenne industriale della seta di Prato, ossessionato dal mondo del lavoro, e dalla continua concorrenza del mondo dei cinesi. La sua vita si snoda tra Bologna e Firenze, ma ogni tanto l’uomo si concede anche un ritorno e un rincontro con le amicizie passate, quelle all’Abetone, così vere, così genuine, così reali, infondo sempre le stesse di un tempo. Qui potrà ammirare una particolare baita dal tetto fatiscente, e dal comignolo che è sempre attivo, sia d’estate che d’inverno. Un giorno preso dalla smodata curiosità decide di avvicinarsi alla casa, e vedere chi veramente abita in quel luogo, così sperduto e solitario. Conoscerà due vecchietti che gli diranno che per sapere di più di loro, ma soprattutto della casa, dovrà percorrere un viaggio: attraverso i sette ponti, e solo poi potrà accedere a tutte le informazioni che desidera. Un viaggio che è un riappacificarsi con il proprio sé, una bobina della sua vita, un lento regredire e riscoprire quel passato da cui è fuggito, che diventerà di nuovo presente, incontro, congiunzione, e non separazione di quelle distanze che per troppo tempo avevano fatto dell’incomprensione il loro sporco gioco.

    “[…] Rimase piuttosto deluso. Erano due vecchietti sull’ottantina, un uomo e una donna, esili, vulnerabili, probabilmente marito e moglie. Scomparivano dentro pesanti maglioni, rammendati qua e là, e portavano berretti di lana in testa e muffole di panno ai piedi. Sui volti  asciugati fino all’osso fioriva il sorriso di una dolcezza mai sopita. La dolcezza dei buoni, dei vinti, degli inermi. La dolcezza della malasorte accettata senza reclami.”

    [... continua]
    recensione di Gino Centofante

  • “La scelta di Reuven” non è necessariamente il continuo di “Danny l’eletto”. Troviamo Reuven e Denny, quest’ultimo tratteggiato in modo più sfumato e meno preciso. Reuven Malter durante la formazione alla Hirsch University, conosce Rachel Gordon, nipote del famoso Abraham Gordon. Grazie a lui conoscerà Micheal, cugino di Rachel con problemi mentali. Intanto vediamo che grazie ai racconti di Reuven, Michael viene affidato nelle mani di Danny. Reuven continua a lottare per ottenere la carica di rabbino, ma trova l’ostacolo del fanatismo religioso di Rav Kalman, il suo docente di Talmud, il quale ha alle spalle un passato non invidiabile.
    In questo libro il focus narrativo è spostato, come si evince anche dal titolo, su Reuven, e vede contrapporsi due mondi: quello di Danny e il suo, largamente presentato nel corso del libro che sfociano in odio, intolleranza, rabbia.
    C’è spazio anche per l’Amore, per le persone, per gli affetti, per il mondo, per ciò in cui si crede e si persegue. Uno sguardo ravvicinato sulla letteratura yddish, sicuramente da approfondire.

    [... continua]
    recensione di Gino Centofante

  • Il protagonista, già da come si evince dal titolo, è l’amore passato, appunto l’amore quando c’era. In questo libro ci troviamo di fronte a due persone che a distanza di molti anni, dopo essersi amati, e poi lasciati, si ritrovano grazie ad uno scambio di mail e si accorgono in realtà di amarsi più di prima. Nel libro emergono diversi interrogativi: Perché non poter tornare indietro? Perché è finità? Perché solo con le distanze ci si accorge dell’importanza reale di una persona?
    “L’amore quando c’era” narra della storia di Tommaso e Amanda, di un tema che dà il via a una serie di riflessioni: "Perché la vita ha un senso o perché non ce l'ha, secondo te?", insomma un libro che ci mette davanti una dura realtà - più che mai moderna -, cioè, quella dell’incomunicabilità; in un’era in cui crediamo di aver capito tutto della comunicazione.

    “Ti eri accorto che sì, certo: l’amore è meglio quando c’è. Ma che poi, quando c’è, quando si ostina a voler durare, tira fuori il peggio di noi.”

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    recensione di Gino Centofante

  • "Sono destinato ad essere grande. Sono destinato a calpestare le loro piccole menti coi miei stivali e a frantumare i loro teschi come gusci d’uovo."

    Ci troviamo a Roma, nella città eterna, la storia gira intorno a un'antica profezia che dice che al 112° Papa il mondo sarà destinato alla rovina.
    Dietro questa storia ci sono numerosi personaggi, su tutti spicca la suora Elisabetta, vittima più volte di agguati alla sua persona, e anche la sua famiglia, Micaela sua sorella medico, Zazo suo fratello guardia vaticana, il padre Carlo matematico, e sua madre ormai scomparsa per colpa di creature che nel romanzo verranno scoperte.
    Ma protagonisti del romanzo sono anche Aniceto, sicario di fiducia di Nerone, Balbillo astrologo imperiale, Poppea moglie di Nerone, Vibio braccio destro dell’imperatore e Nerone stesso, che epurerà i suoi mali dell’anima con la condanna incognita.
    Protagonista è anche il Benet College a Canterbury, Christopher Marlowe studente universitario nonché chiave di tutto il romanzo, John Dee astrologo della regina, Maria Stuart regina di Scozia. Protagonista è anche il teatro, le rappresentazioni, gli amori che fanno battere il cuore oltre che attivare menti moleste.

    Una storia che gira intorno alla profezia di Malachia, tra Roma, Gran Bretagnia, Slovenia e Francia. Tra biblioteche, fughe, rincorse, studi su ritrovamenti archeologici che poi saranno occultati, storia che porta in luce un pericolo di cui la Chiesa da anni conosce, quelle creature oscure, con una sensibilità poco spiccata, quasi senz’anima che aspirano al potere, ad espandere il loro verbo.
    Una trama che concilia mistero, antichi segreti e risvolti poco conosciuti.

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    recensione di Gino Centofante

  • Questo libro nasce durante un soggiorno trascorso in Francia dall’autore e la figlia  per manifestare contro il progetto di legge Debré sull’ingresso e sul soggiorno degli stranieri in Francia. Il libro è scritto in maniera molto chiara, si svolge con una sorta di dialogo/comunicazione, attraverso domande, curiosità, perplessità e spiegazioni: "La parola straniero ha la stessa radice di estraneo e di strano, che indica ciò che è “di fuori, esterno, diverso”. Designa colui che non è della famiglia, che non appartiene né al clan né alla tribù. E’qualcuno che viene da un altro paese, sia esso vicino o lontano, qualche volta da un’altra città o villaggio. Da ciò è nato il concetto di xenofobia, che significa ostilità verso gli stranieri, e ciò che viene dall’estero. Oggi però la parola strano designa qualcosa di straordinario, di molto diverso da quanto si ha l’abitudine di vedere, è sinonimo di strambo".
    Un libro consigliato ai bambini, ma che servirebbe anche a tanti adulti che devono educare e trasmettere sentimenti di accettazione del diverso perché, spesso, il razzismo trova origine nell'incapacità di comprendere e saper comunicare, quindi bisogna stare in guardia: “Stammi bene a sentire, figlia mia: le razze umane non esistono. Esiste un genere umano nel quale ci sono uomini e donne, persone di colore, di alta statura o di statura bassa, con attitudini differenti e variate. E poi ci sono molte razze animali. La parola razza non ha una base scientifica, è stata usata per mettere in evidenza gli effetti di diversità apparenti, cioè di fisionomia, che non devono creare divisioni tra gli uomini. Non si ha diritto di basarsi su tali differenze fisiche - il colore della pelle, la statura, i tratti del viso - per dividere l’umanità in modo gerarchico. In altre parole, non si ha il diritto di credere che per il fatto di essere di pelle bianca uno abbia delle qualità in più rispetto a una persona di colore. Ti propongo di non utilizzare più la parola “razza”, è stata a tal punto strumentalizzata da gente malintenzionata che è meglio sostituirla con l’espressione “genere umano”.

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    recensione di Gino Centofante

  • Questo libro narra la vita di Mohamed Ahmed, scritta in un diario segreto dove ogni notte riversa le sue ossessioni, la sua ipersensibilità e le angosce che nascono dall’artificio del ruolo sociale e familiare, al quale è stato segretamente destinato dal padre. E’ la storia di una metamorfosi forzata, di un essere disgraziatamente nato femmina e allevato dal padre come un maschio. E’ la storia di una scelta per riprendersi un onore che stava svanendo, di una società - quella islamica - che del corpo delle donne ne ha fatto sempre più oggetti da esibire, suppellettili da ornamento. Tra tradizione e memoria, l’autore di nascita marocchina, dà vita ad una storia che si articola non in modo semplice, alternandosi tra narrazione donna-uomo, da bibliotecario cieco, da maestro di mistificazioni, si sdoppia nelle parole del narratore e della sua visitatrice.
    Effetti di ridondanza unica caratterizzano la scrittura di Ben Jelloun, che riesce a sovrapporre un testo-canto, costituito spesso di monologhi epistolari, sull’organizzazione di un testo-gioco costruito in un racconto nel racconto. 

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    recensione di Gino Centofante

    • Nemesi
    • 29 maggio 2013 alle ore 12:51

    “Nemesi” di Roth è il quarto e ultimo capitolo della raccolta di cui fanno parte “Everyman”, “L’indignazione” e “Umiliazione”, raccolta che prende il nome proprio da questo romanzo ambientato nella città di Newark nel 1944, anno in cui fu colpita da un’epidemia di poliomielite in cui erano minacciati soprattutto i bambini.
    Protagonista è Bucky Cantor, un atleta ventitreenne che scartato dall’esercito decide di fare l’insegnante di educazione fisica nelle scuole. Il personaggio di Cantor tratteggiato dalla penna di Roth non è sicuramente adatto a far fronte alle problematiche, alla situazione, al sistema che sta invadendo la realtà in cui si trova. La malattia pian piano toglierà ogni singola certezza, mettendolo in bilico tra due strade, da una scelta inaspettata, da un ritorno che entra in conflitto con il presente, con l’affetto, con dei ragazzi che non posso esser trattati come oggetti. Già il titolo ci fa capire quanto l’autore in questo romanzo ha voluto mettere in evidenza la questione del caso, dell’indignazione, del fatuo destino che scrive il suo futuro, a volte benevolmente a volte malamente.

    "Voleva insegnare loro quel che suo nonno aveva insegnato a lui: la durezza e la determinazione, a essere fisicamente coraggiosi e fisicamente in forma, a non lasciarsi mettere i piedi in testa o svillaneggiare da chi diceva che gli ebrei, solo perché sapevano usare il cervello, erano delle checche e dei rammolliti."

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    recensione di Gino Centofante

  • Devo dire che forse sono partito dal libro sbagliato per conoscere il caro Busi, “El specialista de Barcelona”, - sbagliato non perché è brutto, ma per la sua complessità -,  come dice lo stesso titolo ci troviamo a Barcellona, con un narratore seduto su una sedia di ferro lungo la Rambla, che si rivolge ad una foglia di platano, sul punto di cadere urtata da un elicottero giocattolo. L’interlocutore quindi diventa la foglia, portavoce di fragilità, il linguaggio si trasforma e mostra diversi espedienti linguistici, quasi arditi, che si allontanano dall’ordinarietà.
    Il protagonista è un professore di letteratura portoghese, scrittore poco fortunato, complessato per la sua bassa statura, gay con alle spalle un matrimonio con dei bambini, che sta per sposare il suo aiutante/compagno. Busi non si fa scrupolo, anzi nella narrazione inserisce anche personaggi conosciuti, disquisisce e critica e non si fa problemi ad essere perentorio: perché per essere completi bisogna per forza essere in due? Perché gli esseri umani devono essere completi solo se sono insieme?

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    recensione di Gino Centofante

  • “La mattina che si uccise anche l’ultima figlia dei Lisbon (stavolta toccava a Mary: sonniferi, come Therese) i due infermieri del pronto soccorso entrarono in casa sapendo con esattezza dove si trovavano il cassetto dei coltelli, il forno a gas e la trave del seminterrato a cui si poteva annodare una corda. Scesero dall’ambulanza, con quella che come al solito ci sembrò una lentezza esasperante, e il più grasso disse sottovoce: “Mica siamo in tivù, gente: più presto di così non si può”. Stava spingendo a fatica le apparecchiature per la rianimazione accanto ai cespugli cresciuti a dismisura, sul prato incolto che tredici mesi prima, all’inizio di quella brutta storia, era perfettamente curato.”
    Questo è l’incipit folgorante de “Le vergini suicide” di Eugenides, il romanzo racconta la storia di cinque sorelle accomunate da una sorte comune: il suicidio. La prima a suicidarsi è la sorella più piccola Cecilia, dopo questo avvenimento la famiglia si estranea da tutto e da tutti, e in una notte le restanti quattro sorelle daranno vita ad un suicidio collettivo. La vicenda viene narrata da una pluralità di voci, un gruppo di maschi adolescenti, che a distanza di venticinque anni dall’accaduto cerca di ricostruire cosa è successo. A dispetto della società, che inevitabilmente e tristemente dopo un determinato tempo si scorda dell’accaduto, questi ragazzi che hanno vissuto realmente con le sorelle Lisbon cercheranno dal di dentro di dare una spiegazione al suicidio, al gesto insensato, anche se a ciò poco c’è da dare spiegazione. Attraverso le attrattive giovanili, la curiosità, i turbamenti si assiste ad un coro che si innalza quasi divenendo un requiem di morte, che accompagnerà le ragazze verso l’unica e sola vera libertà.

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    recensione di Gino Centofante

  • Tutto accade in una notte di Maggio, in una Roma spettrale, imprevedibile, silenziosa. Degli spari, la polizia che irrompe nella palazzina, un flashback che racconta le 24 ore precedenti l’accaduto, unendo svariati personaggi diversi da loro, ma che si incontrano per un inesplicabile motivo. Nel libro scontro e incontro di tutto è l’avvicendarsi di due famiglie. Tutto inizia in via Carlo Alberto, dove conosciamo Emma Tempesta, separata dal poliziotto scelto Antonio Bonocore, e i due figli, Valentina ragazza adolescente e Kevin dall’età prematura. Per l’altra famiglia abbiamo: Elio Fioravanti cui Antonio fa da caposcorta, la seconda moglie Maja, il figlio avuto dal primo matrimonio Ari, definito anche Zero per la assenza di personalità, e Camilla. Le vite degli uni si incontrano con le vite degli altri, attraverso processi di conoscenza, di esclusione, di possessione, di vittimismo, di autocommiserazione; attraverso ritratti psicologici conosciamo più profondamente ogni singolo personaggio: Emma che incarna la donna delusa dalla vita, Maja donna delicata che prova un’inspiegabile attrazione per Ari – che rappresenta tutto ciò che il suo mondo non è -, Antonio che si mostra come un cane bastonato, ma in realtà è il carnefice e trama la sua vendetta, Fioravanti che è ormai al capolinea della sua carriera politica, sente sfumare ogni barlume di speranza e crescita sia individuale del proprio aspetto interiore, sia lavorativa.
    Tutto è corredato e presentato attraverso gli occhi di una Roma quotidiana, semplice – ma non troppo - , attraverso il disfacimento familiare, attraverso l’ignoranza e la svalutazione del concetto di appartenenza, tutto questo inevitabilmente ricadrà sulla vita dei figli che ne presentano disfunzioni, mancanze, assenze che gridano il desiderio alla vita, il supremo vivere in un giorno qualunque, possibilmente perfetto. Ma si sa il concetto di perfetto è questione solo di simmetrie...

    “Uno deve essere disposto a perdere tutto, solo così si vede quanto è profondo l’amore che c’hai per l’Idea. L’hai detto tu, eh? L’Idea viene prima di tutto… se ciò che possiedi possiede te, se hai perso tutto e sei disposto a tutto, sei un barbaro.”

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    recensione di Gino Centofante

  • E’ il secondo libro che leggo di De Carlo dopo forse il suo più famoso Due di due. La storia vede l’incrocio di due protagonisti all’estremo della diversità, uno è Leo Cernitori che dopo un matrimonio fallito evita ogni coinvolgimento emotivo. Lui è un fotografo e cerca attraverso il fermo immagine di bearsi della staticità dei momenti, lei è Emanuela, una musicista, suona l’arpa e con il suo suono riuscirà a far uscire Leo dalla neutralità affettiva. Mi è piaciuto molto il concetto dell’arco, ovvero ogni storia raggiunge il punto massimo dell’arcodamore, ma questo non può inevitabilmente durare per sempre. Leo e Emanuela vivono la loro vita in bilico tra estrema passionalità (apice dell’arco) incomprensioni (arco che si curva) e odio (arco che sta quasi per spezzarsi).

    "«Secondo te c'è un tempo fisso? C'è un termine entro cui qualunque storia si esaurisce ed è tutto finito?»
    «non so se è fisso,» ha detto lei. «ma c'è un tempo, credo. per me è sempre stato così, almeno.»
    «ma è una specie di legge fisica?» le ho chiesto, e il paesaggio di monti freddi e spogli fuori sembrava ancora più freddo e spoglio alla luce della luna. «una specie di legge naturale che non si può eludere in nessun modo? non importa quanto forte è lo slancio all'inizio?»
    «non credo che ci siano leggi nei sentimenti,» ha detto manuela. riuscivo a sentire la fatica che le costava tradurre i suoi pensieri in parole: e la perdita di colore che c'era in ogni traduzione. ha detto «ma è una specie di arco, no? può essere tondo o lungo o basso o stretto e alto come una porta, e magari prima ancora che tu incontri qualcuno hai già dentro di te l'inizio di una curva e lo senti e non capisci cosa sia. poi ci sei sopra e fino a un certo punto ti sembra di salire e salire soltanto, e ti fermi e sei in alto e ti sembra che possa durare così per sempre e non ti rendi conto che stai già cominciando a scendere verso terra di nuovo». «ma perché succede?» [...] «non lo so,» ha detto lei. «forse è solo che tutto finisce. E di quello che non finisce ci si stufa.» [...] «anch'io ho sempre pensato di trovare un arco d'amore che non finisce mai.» "

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    recensione di Gino Centofante

  • Questa è la storia di Arno e Sara, due giovani ragazzi che vivono un rapporto alquanto difficile, potremmo dire a più riprese, a spezzoni, un mordi e fuggi che lento segnerà il loro destino. Lui violoncellista alla scala di Milano, lei mamma a tempo pieno, la coppia ha tre bellissimi bambini: Maria, Elia e Carlo, e tanto lavoro c’è da fare con tre figli che crescono e che hanno esigenze diverse. Il loro rapporto sembra protetto da ogni tipo di attacco, ma Sara ogni giorno che passa sembra sempre più distaccata, non felice, non appagata dalla vita che le impone come comportarsi e agire. La loro storia ha avuto già dei precedenti, Sara è stata la prima ragazza di Arno, ai tempi delle giornate in spiaggia, della crescita individuale, del subbuglio che gli ormoni danno al corpo. Poi tutto finisce, le vite si separano e proprio quando tutto sembrava non avere più senso per Arno, Sara ritorna nella sua vita con estrema naturalezza, quasi che si fosse fermata un attimo in un bar, per poi essere ritornata; quasi come aver premuto il tasto "play", dopo aver messo in pausa la loro storia, con indifferenza, con sapienza, con disciplina Sara si è ripresa il suo amore. Ma forse non è proprio quello che in realtà voleva? Dietro alle carezze, ai baci, alla sazietà dello scontro dei corpi, ci sono tante verità celate che Sara tiene nascoste, di cui Arno è all’oscuro completamente, tante bugie, tante assenze, tutto un passato riscritto e riveduto che non combacia con ciò che è accaduto effettivamente nella realtà. Già mentendo sulla condizione di Mina, madre di Sara, sul buio degli anni passati con altri uomini, su quella parte del suo animo tenace, selvaggia, scalatrice di montagna che vedrà tutto sgretolarsi, affondare, morire in un ghiacciato mare che è il senso di colpa. In fondo Sara per questo scappa di casa improvvisamente poco prima del Natale, lasciando i figli, ma soprattutto Arno incredulo, che non riesce a spiegarsi il suo comportamento e ogni volta pensa che sia tutto frutto di uno brutto scherzo e che Sara stia per tornare: «[…] Sono sicuro che il tuo è uno scherzo, o forse un regalo: volevi farmi sperimentare un pomeriggio con i bambini, una giornata a casa… non è male, sai? Hai fatto bene a obbligarmi a provare. Magari d’ora in poi il lunedì, che non lavoro quasi mai, sto io con loro, e tu ti prendi una pausa, vai al cinema, a una mostra. Oppure pranziamo tutti insieme. Faccio per telefonarti e dirtelo, quel che ho deciso, voglio ringraziarti per avermelo fatto capire, ma preferisco non rischiare di non trovarti davanti a Carlo. Tanto sono sicurissimo che prima delle sei, quando terminerà la lezione di violino ed Elia rientrerà dalla piscina, sarai tornata anche tu. Bene gli scherzi e i regali, ma non faresti mai agitare i bambini, sono sempre stati il tuo primo pensiero, anche troppo». In fondo Sara è la versione ideale di Katrina, sua eroina di fumetti; troppo scossa dai traumi che la vita gli ha presentato. Arno attraverso le sue ricerche verrà a conoscenza del passato di Sara, e ne resterà stupito, anche sentendosi in colpa per certi suoi comportamenti, riuscirà l’amore a riaffiorare e infiammare di nuovo gli animi dei due?

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    recensione di Gino Centofante

  • "Prima del crepuscolo" è la seconda raccolta del pluripremiato Manuel Paolino. Il titolo della silloge è preso da una poesia contenuta nell’opera, che ci introduce nell’animo e nelle parole a cui l’autore dà vita: “Scorgo/ la mia vita/ tra quelle montagne/ disegnate con le loro curve/ sul tiepido abbaglio/ […] e mi vince/ in un abbraccio di luce”, il sole sembra essere l’inizio e non la fine di un incontro che riscalda il corpo. La raccolta è composta da trenta poesie, tutte hanno un elemento peculiare quale la sofferenza, che è vista però sotto molteplici aspetti come in “Le mie domande”: “Non c’è spazio/ né condanna/ non ci son suoni/ né perdono/ i sospiri tacciono/ nel tempo/ scandito/ da queste foglie/ che si sbriciolano”, tutto è in un continuo avvenire, e un lento progressivo esaurirsi, tornare alla terra. Altri versi ancora ci introducono al concetto di fine, di esaurimento di speranze: “[…] In questo/ varco/ spalancato/ le profezie/ galleggiano/ su felicità/ interrotte”. Nel percorso poetico che l’autore ci presenta si trova elogio anche alla stessa forma di scrittura, che cresce, si evolve, è spontanea, sembra rifugiarsi sotto una coltre di foglie per proteggersi da ogni possibile discrezione: “[…] Lei si ascolta crescere/ sui verdi piccoli colori/ mentre io/ la contemplo/ e scrivo/ rugiada/ di poesia”. Attraverso due percorsi il poeta ci apre i sentieri del verseggiare, uno più intimistico, che è portavoce di sogni, speranze, desideri (forse mai diventati realtà), e l’altro più arioso, aperto, conviviale per ogni possibile intimo ritrovarsi. Intimità e sofferenza diventano un tutt’uno: “Esplodono/ alle spalle/ cadono/ incessanti/ […]/ in posa/ per il finale/ Fu solo pioggia”. C’è spazio anche per sprazzi di eterea speranza, di gioiosità in scadenza: “Si mischiano/ con le pietre del fiume/ i piedi degli angeli/ […]/ Siam figli/ superstiti/ feriti/ fra cortine/ di speranza”. Ma quel guizzo di labile felicità, trova conferma anche nel più alto, onesto, gentile, ma anche strano, indecifrabile, aguzzo sentimento che da tanti anni muove la mente, il corpo, la vita: l’amore. Conferma di ciò l’abbiamo in “Un uomo”, ma non solo: “[…] Ascolta il suo grido/ madre/ perché se c’è una cosa/ che nessun vociare/ né alcuna morte/ può cambiare/ è l’amore/ che sana/ le cadute/ su quei cammini rovinosi/ di cui ancor non vedi/ i petali sommessi/ - /Non c’è più notte/ dietro lo specchio/della quale tu possa/ aver timore”.
    Versi per sognare, per decidere, per lasciarsi naufragare in un mare in tempesta, che risuona al dolce frastuono dell’ingannevole semplicità.

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    recensione di Gino Centofante

  • Questa è la storia di Jan Dite semplice apprendista di un albergo, di bassa statura oltre che di stato sociale altrettanto poco elevato. Due ambizioni lo contraddistinguono nella vita, la ricerca sfrenata dei soldi e il sesso. Visto il suo mestiere poco redditizio, decide di arrotondare lo stipendio facendo il venditore di wurstel alla stazione, truffando in modo geniale tutti i suoi clienti, soprattutto quelli in carrozza che pagano il cibo e aspettano un ipotetico resto che non arriverà, perché Jan è furbo, aspetta la ripartenza della carrozza temporeggiando. L’altro vizio poco qualificante, come detto prima è l’ossessione per il sesso, che non si fa mancare recandosi con costante incidenza al bordello locale. Grazie ai soldi guadagnati, si fa trattare come un signore e gode di ogni sorta di beneficio; dopo varie peripezie finalmente viene promosso cameriere. “Ho servito il re d’Inghilterra” è un po’ una storia che è vissuta in una campana, in una protezione, in uno stato superiore in cui solo ad alcune cose viene data importanza, sullo sfondo di una Cecoslovacchia degli anni ’30, il fondamento dell’importanza delle origini calpestato per un amore, il non avere percezione degli avvenimenti brutali, l’essenza di essere sé stessi in quanto soggetti che si determinano dalle loro pulsioni.

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    recensione di Gino Centofante

  • E’ la storia di Giulia Cantini, investigatrice privata in quel di Bologna: “L'ex maresciallo dei carabinieri Fulvio Cantini si è pensionato in un bel rustico di campagna, a Bentivoglio, e ha lasciato a me le grane di questa piccola agenzia casalinga la cui attività sopravvive perlo più grazie a infedeltà, tutela della privacy, e che regge stoicamente al proliferare di agenzie investigative provviste di strumenti tecnologicamente evoluti". Oltre che di detective dal piglio "americano”, e della sua nuova collaboratrice Genzianella Serafini; il caso contingente è quello di Oliviero Sambri, detto Oliver, picchiato a sangue in una discarica di Bologna lontano da occhi indiscreti. Dietro la vita di Oliver, oltre l’aspirazione per il teatro, c’è la sua sessualità, che è diversa, non conforme alla ‘normalità’ che ancora oggi, tanto più si cerca di portare avanti come ‘giusta’ e non immorale. Grazie alla sorella Piera, il caso si riapre, e Giulia incomincia a indagare, tra locali, scatole di piacere fatta di incontri proibiti, dark room, luoghi in cui uomini si recano con la speranza di un trovare l’amore.
    “Tutte le persone che incontra, le dicono più o meno le stesse cose: Oliver che andava a letto con tanti uomini, ma forse era innamorato solo di Simone, l'attore di cinema che lo ha ospitato, che per la droga ha avuto qualche problema nella sua carriera. Oliver che faceva ridere tutti, ma non aveva il talento e la determinazione necessaria per sfondare. […] Chi era Oliver? Forse solo uno che si fidava di tutti, che si lanciava da altezze vertiginose come un Icaro perverso attratto dai selciati più che dai grattacieli, forse era nella sua natura, nel suo broncio avido e infantile, e forse non è un caso che abbia cercato in Simone il suo lato più oscuro”.
    La voglia di un amore che diviene ossessione, attraverso Giulia e le sue ricerche, attraverso lo scandagliare un mondo, quello dei gay, che non è così semplice da presentare, che è ancora oscurato da tanto perbenismo, un romanzo sul vivere, sul rifiuto del restare soli, dell’unirsi per formare un sol corpo che è statua d’amore che canta prendimi e non lasciarmi.

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    recensione di Gino Centofante