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Gino Ragusa Di Romano

26 giugno 1943, Pietraperzia - Italia
Segni particolari: Uguagliarsi (Luigi Ragusa) i miei genitori mi diedero un nome e, come d'uso, anche un cognome. Li anagrammai e ne fui tanto fiero, essendo il termine più giusto e vero. Il mio comportamento mirò al verbo: elargii sempre amore, senza riserbo.
Nota autobiografica al mio libro "LACRIME E SORRISI"
Mi descrivo così: Il contenuto dei miei libri descrive il mio pensiero. Della mia fatica cogli, se gradita, la sostanza. Se vuoi leggere altro, visita anche il sito. 
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  • 13 giugno alle ore 13:07
    Divina sei tu, natura bella

    Divina sei tu, natura bella.
     
    Aureo mare di ondulanti spighe,
    fulgente stella, di cui m’indoro,
    mentre io miro le rose screziate
     di voi sento il profumo dell’estate
    e la melodia del fruscio sonoro
    delle reste che fan le danze gighe.
     
    Musica, spettacolo e natura
    ossigenano la mente e il cuore;
    m’ispirano la poesia più pura
    mentre miro il sito incantatore,
     
    che le affilate falci e rutilanti
    presto deporranno al suolo
    a mannelle e poi a gran covoni,
    che a breve equini ansimanti
    dall’aurora al chiù dell’assiolo,
     scalpitanti ed al villano proni,
     
    priveranno le spighe del grano
    e il contadino col favor del vento
    della pula e della fulva paglia.
    Così vien fuor il pane quotidiano
    a fatica e con qualche tormento
    di chi braccio e mente travaglia
     
    per nutrire anche i malviventi.
    Divina sei tu, bella natura,
    sei la migliore banca della terra:
    noi seminiamo con sudati stenti
    e tu poi restituisci a dismisura
    ciò che l’uomo pone sottoterra.
     
    Dal mio libro "Brio e Malinconia" 

     
  • 25 marzo 2015 alle ore 15:24
    FIAT VOLUNTAS DEI

    Fiat voluntas Dei

    Oggi non sono più il migliore amico,
    ma solo un patrigno ed un nemico.
    Così mi vedi, figlio mio, purtroppo,
    ed io piango con in gola il groppo.
    Quand'io morrò e non parlerò più,
    allora, forse, ti ricorderai di me,
    assiso dietro il tavolo sudato,
    su cui la mente mia in gioventù
    coi pensieri e con gli affanni, ahimè,
    ho per tant'anni con lena logorato.
    Or tu non comprendi, ma bontà
    c'è in me e tanto affetto,
    che mi spinge con difficoltà
    a renderti uomo e non abietto.
    Or stanco mi sento ed anche affranto,
    di tutto mi rimane un gran rimpianto.
    In me ho solo te ed un affanno
    di lasciarti in eredità un grave danno.
    Nel mio cuore c'è tanta amarezza,
    in te freddezza e tanta indifferenza,
    perché non t'offro della vita una certezza,
    la cui assenza produce delinquenza.
    Nel mio cuore c'è tanta amarezza,
    con cui convivo insieme con tristezza,
    perché non t'offro un posto di lavoro,
    che per l'uomo è vita e pur decoro;
    perché vien meno il soldo giornaliero,
    perché ti educo al benfar sincero,
    perché non sono compare dei compari,
    ovvero spazzola degli abiti talari;
    perché il ricatto aborro ed il compromesso,
    perché non voglio vederti genuflesso,
    perché solo il diritto pratico e t'insegno,
    che distingue l'uomo probo dall'indegno,
    dall'individuo dal fare scellerato,
    che da parassita campa indisturbato.
    Quando nascesti mi sentii più forte,
    ma poi s'affievolì questa figura,
    che non volle nuotar nel mar di fango,
    che appesta, ahimè, l'Italia a morte,
    che produce tra gli uomini frattura,
    mentr'io stanco sul mio scritto piango.
    Ricordo ancora tanti bei momenti,
    i momenti, in cui, piccolo, dormivi
    ed io nella fioca luce ti guardavo,
    vedendoti già uomo d'alti intenti.
    Un padre oggi non è più tal tra i vivi,
    se non s'ammorba nell'appestato favo,
    se non si vende ai politicanti
    ovvero al basso clero gabbasanti.

    Gino Ragusa Di Romano
    Dal mio libro - ACCENTI D'AMORE E DI SDEGNO -
    Pellegrini Editore - Cosenza 2004
     

     
  • 30 novembre 2014 alle ore 13:17
    SICILIA

    SICILIA

    Sì un triangulu di peni e d’amuri,

    sì ’na matri di tanti beddi figli

    masculi e fimmini comu gigli,

    ma una ie tinta e ie lu to duluri.

    Di ’na matri cu lu cori d’oru

    nascì na figlia laira e vilinusa,

    sangisuca ca attacca la vintusa

    e nun canusci né frati né soru.

    Ssu cancaru t’avissitu a livari:

    ssa to figlia crudeli e tantu brutta

    tutta la to dignità si vo mangiari;

    ’nchiudila si pua dintra ’na grutta.

    Tu sì ’na signura nobili e fina,

    ma siccomu cumanna ssa patruna,

    ca a lu pedi t’attacca la catina,

    ’nguttuta tu ti chiangi la sfurtuna.

    La mafia di la sugiità ie lu riiettu,

    ie ’na lupa allupata senza cori

    e a mia m’abbruscia lu pettu,

    datu ca campa si lu statu mori.

    Pri la Sicilia ie sulu disprazioni,

    ie lu scunfurtu di tanti siciliani

    ca non vonnu la strema unzioni,

    ma travagliari sireni oj e dumani.

    Sicilia mia bedda comu la luna,

    pri tia scrivu versi notti e jornu

    pri tia iju cantu amuri a serenata;

    sì ’na rigina cu ’n testa la curuna,

    di la to biddizza lu me cori adornu,

    accussì senza feli passu la jurnata.

    Gino Ragusa Di Romano
    Dal mio libro "LACRIME E SORRISI"  - Pellegrini Editore
    Cosenza 2014

     
  • 30 novembre 2014 alle ore 13:12
    L'ILLUSIONE E' VITA

    L’illusione è vita

    Un albero non produsse frutto,

    ma io lo vidi carico di pomi.

    Vissi di fiabe e pur di gnomi,

    mirando il bello e non il brutto.

    Dello sterco non sentii fetore,

    ma il bene che alla terra dona.

    Vale la sostanza e non l’odore,

    di cui poi l’uomo si corona.

    L’illusione fu per me la guida,

    che mi portò all’ultima mèta

    con un fardello meno faticoso.

    Elogiai l’amore e non la sfida,

    nel ruvido sentii ognor la seta

    ed il sentiero lo vidi luminoso.

    Vissi così, come vive il poeta,

    che dalla mestizia trae la letizia

    o come la gestante, partorita,

    che nel dolore sente la delizia.

    Chi non ha gioia e gioia grida

    nella vita vince la disfida,

    che il Fato ogni dì impone

    all’uomo a singolar tenzone.

    Vissi così la vita e fui grato

    a chi allor mi mise al mondo

    e mi diede un gran precetto:

    “Respingi chi ti fa male al petto,

    pensa che tutto sia giocondo,

    vivi del dì l’aroma con afflato.

    La vita, seppure ardua e breve,

    non è come l’urna così greve”.

    Gino Ragusa Di romano
    La poesia è inserita nel mio libro "LACRIME E SORRISI"
    Pellegrini Editore - Cosenza 2014

     
  • 05 agosto 2013 alle ore 11:47
    A Jorge Mario Bergoglio

    A Jorge Mario Bergoglio
     
    Sei giunto tardi, papa Bergoglio,
    ma non rendere il tuo ruolo vano;
    pulisci presto l’indegno vaticano,
    pregno d’onta e sporco orgoglio.
     
    Il messaggio di Cristo redentore
    ti darà sempre tanta forza e lena;
    sii suo foriero, non aver timore,
    annienta mercanti e cantilena.
     
    Il tuo nome, scelto per missione,
    onori il grand'uomo poverello;
    sii di lui l’emblema e suo modello,
    porta al mondo l'anelata redenzione.
     
    Dona tutto intero il patrimonio,
    nei secoli accumulato con inganno
    al completo servizio del demonio,
    che al mondo porta solo danno.
     
    Io non credo in nessun dio,
    ma tanto nelle buone istituzioni;
    quindi, ascolta il mio forte desio
    ed annienta le cattive intenzioni.
     
    Preti, vescovi e prelati delinquenti
    sono sciacalli, iene ed avvoltoi,
    che da secoli falsano il Messaggio;
    con mafie e politicanti conniventi,
    ben pasciuti, come grossi buoi,
    divorano il prossimo a loro agio.
     
    La discordia sulla terra incombe
    e il bene spesso al mal soccombe.
     
    Spero che tu sia un uomo vero
    e che gli atti ne diano la prova;
    però, Francesco, io sono sincero:
    penso che il marciume si rinnova.

    Dal mio libro " LACRIME E SORRISI "
    Pellegrini Editore - Cosenza 2014
     

     
  • 13 maggio 2013 alle ore 11:40
    CANTO

    Canto

    Canto la donna ed il suo olezzo,
    canto l’amore con gran fervore,
    canto col cuore, come sono avvezzo,
    canto la luna ed il suo chiarore.

    Canto le stelle, il mare, il tramonto,
    l’alba, l’aurora, la pioggia e il vento,
    che il poeta in qualsiasi momento
    con le emozioni mette a confronto.

    Canto ancora la fauna e la flora,
    la natura canto e la sua amenità,
    che ha i pregi della bella Pandora
    e i mali, che Giove con crudeltà
    mise nel vaso, che Epìmeteo aprì;
    indi si sparsero su tutta la Terra
    e l’uomo per ciò soffre ed erra,
    ma la Speme lo sorregge ogni dì.

    Canto forte l’ira e lo sdegno,
    assistendo ai disastri sociali,
    che scellerati di sottile ingegno
    diffondono di Pandora tutti i mali
    e, uccidendo anche la Speranza,
    che sola rimase in fondo al vaso,
    ricavano salute dalla doglianza,
    che i deboli al suolo ha spesso raso.

    Così la vita non è una favola bella:
    veni, crevi, deinde sudavi et alsi;
    ebbi il vento a prua e la procella,
    saepe bibi fel liquoresque salsi.

    Gino Ragusa Di Romano
    Dal mio libro "LACRIME E SORRISI"
    Pellegrini Editore - Cosenza 2014

     
  • 13 maggio 2013 alle ore 11:35
    AHIME'

    Ahimè!

    Come l’uccello aspetta nutrimento
    nel suo caldo nido e, sempre attento,
    mira la madre, che lo mise al mondo,
    volare spesso qua e là sul latifondo
    in cerca di cibo e, ai falchi sfuggita,
    tornare lì, dove, implume, freme,
    perché sa che il lombrico gli dà vita,
    essendo per esso l’unica sua speme;

    così io attendo, ansioso, il tuo ritorno,
    che m’impregna la mente di fervore,
    che colma i miei vuoti d’ogni giorno,
    che al mio cuore dona gran fulgore,
    perché è desso che mi dà salute e lena
    quando il greve sconforto m’avvelena.

    Con tanta gioia un dì ci unì l’amore,
    che avvolse i corpi e le nostre menti,
    che fu per noi luce vivida e sapore
    della natura, madre di soavi sentimenti.

    Io ti chiamo, ma l’eco non ti arriva,
    navigo in un mare che è in tempesta;
    la mia speranza, ahimè, è alla deriva,
    io naufrago, ché il fato non s’arresta.

    Gino Ragusa Di Romano
    Dal mio libro "LACRIME E SORRISI" 
    Pellegrini Editore - Cosenza 2014

     
  • 06 maggio 2013 alle ore 15:28
    A MIA NIPOTE

    A mia nipote

    Bambina, tu oggi compi due anni.
    Il nove dicembre del duemilasette
    venisti alla luce e non desti affanni,
    ma sol vagiti, placati dalle tette.

    Io ti chiamo con diversi nomi
    di uccelli, di gatti e pur di gnomi,
    ma il tuo nome ha un suono bello:
    Eléna è splendido come Maria Stella;
    il tuo viso sembra un acquerello,
    ma, se piangi, scateni una procella.

    Bimba, sei giunta tardi sulla terra;
    infatti, la mia vita è già passata
    e la mia gioia è quasi cancellata
    dalla sofferenza, che il mio cuore serra.

    Sei un essere tenero e spigliato,
    la tua vivacità mi ha conquistato.
    I vecchi facilmente danno il cuore
    a chi dimostra loro un po’ d’amore.

    Ahimè! Il faro della notte è quasi spento
    e il dolce giorno mi porta sol tormento.

    Oggi, però, Eléna, son felice alquanto,
    poiché la notte all’alba cede il passo;
    questo ricambio è per me un incanto,
    che mi dà lena e non mi rende lasso.

    Ti auguro salute, letizia e gran fortuna,
    nonché romantici momenti al chiar di luna.

    La poesia è tratta dal mio libro "LACRIME E SORRISI"
    Pellegrini Editore - Cosenza 2014
     

     
  • 06 maggio 2013 alle ore 15:21
    L'ALBERELLO

    L’alberello

    Un alberello, misto ad altri fiori,
    spuntò tra i vasi del suo verone.
    Una donna bella di viso e di cuore
    innaffiava il suo giardino con amore
    ed esso le donava spesso l’emozione,
    che danno i profumi e i bei colori.

    La solinga donna era mia mamma,
    che nei dì di mia quiete vesperale
    incontravo nella sua dimora antica.
    Fu sempre solidale come una formica,
    visse santamente, pur se fu mortale,
    ricordando della croce il dramma.

    Con ella piacevolmente dissertavo,
    rimembrando mio padre e la “pipina”,
    per la quale il bene fu la sua dottrina ,
    ch’io facevo mia quando l’ascoltavo;
    per quel che m’insegnò e che mi disse
    “la pipina” fu terrena sol perché visse.

    L’alberello, che io prima mentovai,
    è un nespolo, che divenuto adulto,
    dello stesso mia madre attese il frutto,
    ma non ebbe sorte e per me fur lai.
    Morì!
    La sua casa dei ricordi fu venduta
    e gli oggetti ebbero altra dimora,
    ma il nespolo a “Mattè” trovò il sito.
    La pianta con tanto zelo fu cresciuta,
    io ne ho premura ancor tuttora
    ed essa produce il frutto saporito.

    Sfiorando le sue foglie, io m’illudo
    di sentire viva la mia dolce mamma
    e teneramente di carezzarla ancora.
    La sua effigie nel mio cuor racchiudo,
    la mia mente al suo pensier s’infiamma
    ed io la vedo, mista alla sua flora.

    La poesia è tratta dal mio libro "LACRIME E SORRISI"
    Pellegrini Edirore - Cosenza 2014

    La “pipina” fu mia zia Marietta, sorella di mia madre, Giuseppina Di Romano. Mattè è la contrada Portella di Matteo in agro di Pietraperzia, dove avevamo la nostra campagna.

     
  • 07 aprile 2013 alle ore 10:31
    Lu Cunclavi

    Li purci ca currinu a lu scifu,

    chiamati cardinala e monsignura,

    nni stu munnu sunu lu schifu,

    lu fangu cchiù fitenti di lurdura.

    Ma tanta genti asina e anchi sperta

    ci va apprissu senza cugnizioni,

    adurannu la munnizza a vucca aperta

    e facinnuci ossequi e uvazioni.

    Pupulu curnutu senza campani,

    ca, ntamatu, ladi pulitici e parrini

    ca sunu sempri affamati comu cani

    e ca sempri ti stoccanu li rini,

    chi minghia ci va apprissu si ti mbroglianu

    e ti la ficcanu, ridinnu, nni lu culu,

    mentri li so burdella tutti ammoglianu

    e tu ti carrichi di li so pisa comu un mulu.

    Talia giustu e vidi tuttu lu tiatru

    pri scegliri tra li purci un purcu,

    ca poi addetta li liggi di lu latru

    e simìna grana arrubbati nni lu surcu.

    A Diu e a Gesù Cristu li tradiru

    e di dumila anni fannu lu mircatu

    nni li chijsi, unni la fidi si vinniru,

    sbraitannu di lu purpitu cu ciatu.

    Sti surgiazzi ngrassati nni la fugna

    portanu dannu a lu munnu interu;

    sunu lu culera, la pesti e la rugna,

    sangisuchi ca nun dicinu lu veru.

    Arraggiunati tanticchiedda genti:

    cridiri e aviri fidi a Diu e a Cristu

    ie daveru lu sulu valuri di la menti,

    l’antri minghiati sunu l’anticristu.

    Si propriu nun vuliti arraggiunari,

    comu fissa ca s’abbattinu lu pettu,

    pirditi la fidi, la saluti e li dinari,

    mentri chiddi mangianu caprettu.

    Gino Ragusa Di Romano
    La puisìa in dialettu sicilianu si trova nni lu me libru, ca s'intitula " LACRIME E SORRISI " Pellegrini Editore - Cosenza 2014

     
  • 27 novembre 2012 alle ore 13:12
    Quannu t'incuntravu

    Quannu t'incuntravu parravi cu alligria,
    e iju, mutu, filici, ascutava vicinu a tia.
    Ti pinzu e la vita mi pari tutta un ciuri;
    ora, luntanu, sintu la musica e l’amuri.

    Taliju Mungibiddu e lu mari sirenu,
    ma lu cori l’haju vicinu a lu to senu.

    Quannu mi salutasti, mi disti la manu
    e lu to ciauru mi lu purtavu apprissu;
    ora ca nun ci sì mi resta sulu chissu
    e ddi jurnati ca nun passavu ’nvanu.

    Lu distinu nni lu munnu ioca l’omu,
    ca, dispratu, senza pirchì né comu,
    doppu ca di li beddi cosi s’innamura
    tanti voti resta affrittu e a la marmura.

    Dal mio libro " LACRIME E SORRISI "
    Pellegrini Editore - Cosenza 2014

     
  • 18 novembre 2011 alle ore 12:19
    A mio figlio

    A mio figlio

    La mamma ti addormenta teneramente
    e con cura ti adagia sulla soffice culla.
    Tu dormi ed io ti guardo;
    sembra che mi voglia sorridere
    e invece tu sogni.
    Tu sogni la rosa
    profumata e senza spine.
    Schiudi la tua piccola bocca
    come per dirmi qualcosa,
    ma no,
    non a me, ché non puoi.
    Tu parli con gli angeli,
    divini cantori di ninnenanne divine.
    Io ti guardo, figlio mio,
    ed i miei occhi non vedono
    così volentieri spettacolo migliore.
    Io ti guardo ed il mio cuore
    si colma di gioia e di speranza.
    Dormi, piccolino mio,
    dormi ignorante ogni cosa.
    Felice te, che vedi, senti
    e non capisci nulla!
    Dormi, pargoletto, dormi!
    Parla e sorridi ai tuoi angeli.
    Il linguaggio dell’uomo è crudele;
    imparata questa funerea canzone,
    non sentirai più degli angeli il bel canto
    e pur la rosa fragrante di un tempo
    ti sarà spinosa e inodore.

    Dal mio libro " Patema "
    Gabrieli Editore - Roma 1971
    Albatros Editrice - Roma 1976
    Ursini Editore - Catanzaro 1978

     
  • 18 novembre 2011 alle ore 12:13
    A mio padre

    A mio padre

    Oggi io canto, o padre, il tuo valore,
    che mi è di esemplare insegnamento
    per fronteggiare il viver d’ogni giorno.
    La vita piegar voleami con furore,
    ma il mio pensiero prese nutrimento
    dalla tua lena, di cui la mente orno.

    Modesto e di cuor nobile nel fare,
    fosti apprezzato entro e fuori casa,
    ma il tristo Fato ebbe solo invidia,
    perfido tessitor, ti tese insidia;
    gioì della tua vita di dolor pervasa
    e, come Tantalo, ti fu vano il desiare.

    Guardo la tua foto e me ne onoro
    d’esser figlio d’un onesto cittadino,
    che si sentì pari agli esser della terra,
    che visse con dignità e con decoro,
    che, credente, ebbe fede nel divino,
    che ancor mi è maestro, pur sotterra.

    La mia senilità, o padre mio,
    trasforma il mio corpo ed il sorriso;
    passa il tempo e più a te somiglio.
    Portammo una croce pesante tu ed io,
    ma fosti da noi amato ed io deriso
    proprio da chi amai con puntiglio.

    Dal mio libro "Speranze e delusioni "
    Pellegrini Editore - Cosenza 2007

     
  • 18 novembre 2011 alle ore 12:09
    In morte della zia Marietta

    Addio!
    Hai spiccato il volo
    come colomba che va
    verso il suo nido.
    Per l'aere infinito
    te ne andavi
    lieta di adorar
    Colui che amavi.
    Io ti ringrazio
    per averti amata
    ed or piango
    per averti perduta.
    Il tempo passa
    e tanto cancella,
    ma tu sei tra noi,
    umile ancella.
    Sei tra noi
    come lampada vivente
    per rischiarare sempre
    il focolar silente.

    Dal mio libro " Miele e fiele"
    Ursini Editore - Catanzaro - 1993

     
  • 16 novembre 2011 alle ore 9:54
    Patria mia!

    Patria mia,come sei ridotta.
    Il popolo non vuol seguir la rotta,
    la gente è sempre più corrotta
    e tutto questo per un po' di torta.
    L'Italia è una bancarotta,
    dove tutto s'insabbia e si complotta
    per avere più grossa la pagnotta.
    S'affilano le armi della lotta,
    tutto è una deplorevole condotta,
    ognuno teme che l'altro l'inghiotta,
    per cui si delinque a frotta.
    Meglio tacere,perchè parlare scotta.
    Questo ai governanti piace
    e il popolo soggiace.
    Dov'è l'amore antico di patria e libertà?
    Dov'è il vigor dell'uomo e la sua abilità?
    Questa democrazia è tutta falsità,
    che porta solo in auge la bestialità
    ed ai politicanti tutta l'immunità
    per vivere senza tema e con impunità.
    Svegliati,o popol, tosto,
    non restare sottoposto,
    è troppo alto il costo,
    che ti è stato imposto.
    Sii fiero del tuo nome,
    non fare il prestanome.
    Tu,da buon italiano,
    non prenderla nell'ano,
    non passare per finocchio,
    non restare più in ginocchio,
    non morire da pidocchio,
    ma da uomo,sopra un cocchio.

    Dal mio libro: ACCENTI D'AMORE E DI SDEGNO
    Pellegrini Editore - Cosenza 2004

     
  • 13 novembre 2011 alle ore 10:32
    PAESE MIO

    Paese mio

    Qui sento sempre suonar
    campane a morto.
    I toni non sono mai gioiosi,
    i cuori dei giovani son mesti;
    la gente sorride spesso a forza,
    celando ciò che sente veramente.
    Paese mio,
    qui il passaggio é rapido,
    sperare é vano ed anche poco saggio.
    Tanti del tutto un po' non hanno,
    così a malincuore se ne vanno;
    un po' del tutto ad ognuno toccherebbe,
    magari sol perché qui nacque e crebbe.
    Qui i leoni fan la loro parte,
    tenendo i più deboli in disparte.
    Paese mio,
    ma chi sono i leoni,così forti,
    e i deboli dai cervelli corti?
    Come colui che sa che dire nuoce,
    mesto mi rispose a bassa voce:
    "I primi son politicanti e mafiosi,
    nonché furbi clericali verniciati,
    che insieme han gli ordini corrosi,
    i secondi sono onesti cittadini,
    che vengono dai primi raggirati
    con false promesse ed occhiolini".
    Inchinatevi,o falsi re,ai vostri servi,
    implorate,pentiti,il lor perdono,
    ridate tutto quanto a lor sottratto,
    perché possano lenire i loro stenti
    e rendere lieti i lor pensieri foschi.
    Un uomo muore,perché così vuol l'altro,
    credendosi più uomo,perché scaltro.
    Un uomo piange e se non ha speranza
    sarà assoldato dalla delinquenza,
    arrecando così un grave danno
    anche a chi siede nello scanno.
    Paese mio,
    di nero parata vedo la tua piazza,
    camera ardente,
    in cui s'attende il morto,
    circondata da vecchi ceri spenti,
    perché le giovani candele
    sono ai venti.

    Gino Ragusa Di Romano
    Da " Accenti d'amore e di sdegno " 
    Pellegrini Editore - Cosenza 2004

     
  • 17 marzo 2011 alle ore 14:49
    Visione, guardando un quadro.

      Visione,guardando un quadro

    Mi spinsero a trattar quest'episodio
    cartucce cariche di profondo odio,
    che d'un orologio erano le ore,
    segno di necrologio e disonore.
    Le sfere, un bel rasoio aperto
    dal manico d'avorio ricoperto
    e dalla lama d'acciaio rutilante,
    con incedere lento ed incessante
    segnavano le ore notte e dì,
    foriere di morte a chi soffrì.
    Repentine vidi scoppiar le ore
    e le aquile cadere lentamente;
    si estinse nell'aere il clangore,
    a brandelli i vessilli immantinente.
    In sbandate schiere sconfitti
    tornarono i soldati ai casolari,
    in silenzio, feriti e derelitti,
    ansimanti di ritrovare i cari;
    ignudi e macilenti, da pezzenti
    entrarono nelle città fumanti,
    ignoti, sporchi e sanguinanti
    cercaron di ricucir le loro menti;
    arrancarono tra le vie sconvolte,
    dove le folle erano insepolte.
    Negli ospedali solo il color di morte.
    Fu dura la guerra e così fu la sorte.
    Le cicatrici son testi, le ferite guarirono,
    si costruirono strade, palazzi, fontane,
    nell'aere musiche e canti si sentirono,
    festosamente suonaron le campane
    e sorsero parchi e città più belle,
    l'argentea luna sorrise alle stelle.
    Benessere ci fu tra i cittadini,
    olezzarono le rose dei giardini,
    montagne e colline verdeggianti,
    notti sfavillanti, ma pochissimi santi.
    Riapparvero un dì le aquile repenti,
    impazzirono degli uomini le menti,
    rullarono i tamburi, s'udirono le trombe,
    marciarono gli eserciti, crebbero le tombe.
    Consumarono i rapaci il vile pasto,
    tra gli uomini dilagò il contrasto,
    di sabbia distese il vento il gran lenzuolo
    sulle dune dei morti, per cui fu duolo
    combattere a forza e non saper perchè,
    uccidere il fratello per poi dire: ahimè!
    Mentre l'odio con affannata lena,
    felice di suppurare la cancrena
    caricando le cartucce, mai satollo,
    attendeva che avvenisse il crollo
    per poi salire, fiero, sul suo podio
    e cantare del dramma il triste esodio.

    Gino Ragusa Di Romano
    Da "Accenti d'amore e di sdegno"
    Pellegrini Editore - Cosenza 2004

     
  • 17 marzo 2011 alle ore 14:38
    O bella Italia

    O bella Italia

    Straniero mi sento nel tuo grembo,
    sono sempre in procinto di salpare
    per respirare la libertà e la luce.
    Il vento,però,non spira in poppa
    ed io attendo,mirando l'orizzonte.
    Come l'uccello,cui fur tagliate l'ali,
    non può spiccare il suo leggero volo,
    nell'azzurro cielo,dove quiete regna;
    così io resto nella vecchia tana,
    dove l'ombra è sempre più profonda,
    dove politica è demagogia immonda,
    dove a mortorio suona la campana.
    Qui mi sento un verme,che si nutre
    del frutto marcio,nel qual fu generato,
    dentro il quale vive ed a forza alberga.

     Gino Ragusa Di Romano
    Da "Accenti d'amore e di sdegno"
    Pellegrini Editore - Cosenza  2004
     

     
  • 17 marzo 2011 alle ore 14:30
    Ai profughi

    Ai profughi

    I mali obliare non posso
    e le immagini che la guerra produce,
    anche quando su un letto d'amore
    una donna mi culla i pensieri.
    La tragedia mi turba la mente,
    quei volti mi fissano gli occhi
    e nel silenzio gridano forte
    la sofferenza taciuta ogni dì.
    Le mie labbra non dicono niente,
    ma il mio cuore soffre per voi.
    Io veglio in un letto di spine,
    o fratelli senza patria e calor.
    Da piccolo avevo un pulcino,
    che morì per l'errore d'un uomo,
    tra le braccia e nel cuore lo cullo,
    ancor oggi non è un vecchio ricordo;
    il suo sguardo mi è sempre presente,
    lì io lessi la pura tristezza
    di chi muore e parole non ha.
    I vostri visi blandire vorrei,
    o fratelli,che il focolare lasciate,
    reietti a forza dall'esser bestiale,
    che nell'insana sua mente sol pensa
    d'asservir la gente che lena non ha
    e su di essa poi far piedistallo
    per sostenere il potere da infame.
    Nel mio cuore trovate l'asilo
    per placare la sete e la fame,
    dove c'è un giaciglio sicuro
    per sentire,benchè desolati,
    il calore di chi rispetta il fratello,
    di chi soccorre l'ignaro viandante,
    che del sentiero la traccia smarrì.
    La vostra croce è anche la mia,
    pur se vivo nella terra natìa.
    Quando il vinto soccomberà al vincitore,
    il vincitore avrà la croce del vinto
    e la campana avrà sempre a mortorio
    il rintocco,che fine non ha.
    O signori della stupida guerra,
    che guardate il dito e non la luna,
    anche ai deboli appartiene la terra
    e vivere in pace vi accomuna.

    Gino Ragusa Di Romano
    Dal mio libro "Accenti d'amore e di sdegno"
    Pellegrini Editore - Cosenza 2004
     

     
  • 17 marzo 2011 alle ore 14:25
    La guerra

    La guerra
     
    Non è una calamità naturale,
    per essa un sol rumore anale
    sia al vinto che al vincitore.
    Dire di più sarebbe un errore.
    Sento solo di starmene muto
    ed ogni tanto emettere uno sputo.
    La mia stima vada a quelle genti,
    che subiscono angherie negli stenti;
    mentre i potenti servi,senza offese,
    seduti "impotenti" su un divano,
    sia politici o ministri di chiese,
    si ficchino un cazzo nel lor ano.
    Già il sommo stilista della guerra,
    fa,lieto,sfilare i suoi modelli,
    progettati dai cervelli insani
    dei migliori intelletti della terra,
    che per la stessa sono sol flagelli
    di ieri,di oggi e di domani.
    I ricordi crudeli della storia
    non sono esempi d'aborrire
    o sinistri pensieri da bandire,
    ma precetti d'antica memoria
    per asservire un popolo smarrito,
    che poi preparerà la sua riscossa,
    non obliando mai d'aver patito
    la fame,l'onta e la percossa.
    La storia di questi fatti è pregna
    e più che bene,forse male insegna.
    I tempi non son cambiati affatto:
    il sole sorge,ma brilla sul misfatto.
    La fratellanza è forse un inganno,
    si dà amore e si riceve affanno;
    ma,pensando a quel supplizio atroce,
    ch'ebbe a subire un Uomo sulla croce,
    amo tanto coltivar la pace,
    bene prezioso e non fugace,
    detestando ogni forma di violenza,
    perchè produce solo sofferenza.
    O uomini potenti della terra
    ai vostri piedi,dimesso,mi prostro
    e,supplicandovi d'aborrir la guerra,
    vi prego di pregare il Padre nostro.
    Gino Ragusa Di Romano

    Da "Accenti d'amore e di sdegno"
    Pellegrini Editore  - Cosenza 2004
     

     
  • 04 novembre 2010
    Cedat odium amori

    L'odio soccomba all'amore.

    Come può l'uomo desiar la pace,
    se del prossimo suo è uccel rapace.
    Come può l'improbo diventare probo,
    se ovunque si gira trova il morbo
    e il puzzo di tanti delinquenti,
    che con idee sovversive e prepotenti
    manderanno al macello tutti quanti,
    noncuranti di Dio, nonchè dei santi.
    Quante basi missilistiche ci sono!
    Quanto denaro l'uomo butta al vento!
    Sembra proprio non sentir tormento,
    anzi la felicità di sì gran dono,
    che la scienza oggi mette in mano
    al bruto detentor e di vil talento,
    che in un momento di pensiero insano
    non avrà tregua per il pentimento.
    Microbo sei tu in questo mondo,
    pur detenendo un assurdo primato
    di potenza, eretto solo sul terrore,
    sul timore e mai sull'amore
    mutuo e leale del prossimo prostrato
    al tuo volere inutile ed immondo.
    Il denaro, che serve per la morte,
    potrebbe alleviare molte pene,
    potrebbe tanto migliorar la sorte
    dell'uomo, che per fame sviene.
    Hai la pancia piena, uomo stolto,
    e, non potendo più digerire molto,
    anche il tuo pensier diviene fosco,
    da farti diventar sempre più losco.
    Libera da pensier funesti la tua mente,
    non seminare più terrore in questo mondo,
    poichè si è già toccato il fondo
    dell'odio e dell'orrore, suo cliente.
    Ascolta, o uomo, ciò che io ti dico,
    anche se il verbo può sembrarti antico:
    se vuoi che in terra regni sempre pace,
    butta l'odio e l'orgoglio nella brace.

     
    Dal mio libro "Miele e fiele"
    Ursini Editore -  Catanzaro 1993 

     

     
  • 07 giugno 2010
    Inno alla pace

    Fratelli d'Italia,
    l'Italia è un tassello
    del grande mosaico,
    che Terra chiamiam.

    Fratelli d'Italia,
    non siamo italiani,
    ma cittadini del mondo,
    che si vogliono amare.

    Fratelli lontani,
    vi abbiamo nel cuore,
    vi adottiamo a distanza
    e così fate voi.

    I color della pelle
    pingano un solo vessillo,
    che unico sventoli
    sul globo d'amore.

    Noi siamo la linfa,
    che nutre la terra,
    che, poi, madre grata,
    la vita ci dà.

    Fratelli del mondo
    per sentirci vicini
    impariamo una lingua
    e parliamola ognor.

    Il lavoro nel mondo
    è per tutti i viventi,
    chi emigra o immigra
    ne ha libertà.

    Abbattiam le frontiere,
    ospitiamoci ovunque;
    il globo terrestre
    sia la nostra magione.

    Imitiamo gli uccelli,
    che dipingono il cielo
    quando passano a stormo
    e vanno qua e là.

    Ci crediam degli eletti,
    ma, forse, tali non siamo:
    il nostro operato
    sappiamo il danno che fa.

    Viviam da fratelli,
    amiamoci ognor,
    ognuno di noi
    sprizzi pace dal cor.

    Questo canto, fratelli,
    è una prece al Signore,
    che, speriamo, l'ascolti
    ed alle parole dia eco ed ardore.

    Spero che un giorno questo mio inno alla pace possa essere cantato da tutti i cittadini del mondo.

    Dal mio libro: SPERANZE E DELUSIONI
    Pellegrini Editore - Cosenza 2007

     
  • 07 giugno 2010
    Ho paura

    I giorni passati
    mi stanno dietro
    come ceri spenti
    e innanzi
    intravedo fioca
    la luce dei ceri liquefatti.
    Ho paura di voltarmi,
    così guardo avanti,
    pur se i lucignoli
    brucian repentini.

    Dal mio libro: ACCENTI D'AMORE E DI SDEGNO  
    Pellegrini Editore - Cosenza 2004

     
  • 07 giugno 2010
    Penso ed esorto

    Il lavoro, il risparmio e la concordia
    assicurano la pace e la ricchezza;
    con essi l'uomo acquista nitidezza,
    viceversa solamente la discordia.
    Il lavoro è fonte di guadagno,
    rende la vita operosa e bella;
    chi sceglie l'ozio per compagno
    alla noia succhia la mammella.
    Però non basta solo guadagnare,
    bisogna far buon uso dei denari;
    spender si deve, ma anche serbare,
    senza fare la fine degli avari.
    Ma lavoro e risparmio da soli
    non bastano, concordia ci vuole
    tra gli uomini, se no son duoli
    dall'alba al tramontar del sole.
    Per avere le tre cose ci vuol poco:
    basta dare a tutti il tutto;
    ogni cosa avrebbe il giusto loco
    e lo Stato godrebbe sì gran frutto.
    Se i governanti di questa società
    saranno sempre falsi e disonesti,
    gli italiani non avran prosperità,
    ma vivranno solo dì funesti.
    A chi giova questo malcostume?
    Forse a chi non usa la ragione,
    al folle, all'onorevole lordume.
    Aborrite la prevaricazione!
    Demolite finalmente i piedistalli,
    su cui si regge il vostro falso regno.
    Date ai cittadini un vero segno
    di mea culpa per i vostri falli!
    Potessi, perdinci, farvi capire
    che l'uomo ha il diritto quaggiù
    di nascere, crescere e campare
    con stenti naturali e poi finire
    di vecchiaia e non di schiavitù,
    da uomo e non come giullare.
    Entri nella vostra mente aperta
    quel che oggi io ho inteso dire.
    Viver la vita sempre più incerta
    spinge al delitto ed al suo fiorire.

    Dal mio libro: MIELE E FIELE
    Ursini Editore - Catanzaro 1993

     
  • 31 maggio 2010
    All'emigrato

    Sei vero italiano,
    o fratello lontano.
    Tu combatti da prode,
    non pensando alla frode
    di chi resta a godere,
    pur restando a sedere,
    sole e frescura
    della bella natura.
    Tu hai reso un servigio
    per evitare un litigio.
    Ma i ladri che fanno?
    All'estero vanno...
    non per lavoro,
    ma a celare il tesoro,
    che tu hai sudato
    per volere del fato.
    La delinquenza dilaga,
    la droga è una maga,
    che uccide da anni
    sul fiore degli anni.
    La giustizia è morta,
    l'Italia è una torta
    divisi in partiti,
    che son disuniti.
    Il giovane suda,
    chiedendo un lavoro,
    suo sol rincoro
    il bacio di Giuda.
    La corruzione è onnipresente,
    i valori sono morti e sepolti,
    l'indegnità è la virtù emergente
    in questa società piena di stolti.
    Irresponsabili siamo
    ed, incoscienti, insozziamo
    con luride gesta
    dell'Italia la vesta.
    Ti erigo una statua,
    fratello e signore,
    mio segno di mutua
    ricompensa d'amore.

    Dal mio libro: MIELE E FIELE
    Ursini Editore -  Catanzaro 1993

     
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  • 21 novembre 2014 alle ore 12:55
    RIFLESSIONI

    Come comincia: Un sorriso cordiale abbellisce il viso di chi lo dona e per un attimo tace anche la sofferenza di chi lo gradisce.

    La libertà è un’insegnante virtuosa, mentre la coercizione paralizza la mente e genera violenza. La libertà è figlia dell’aria.

    Vivi da libero pensatore e da libero cittadino del mondo, ricordandoti sempre del fondamentale pensiero socratico: “Il vero sapere è sapere di non sapere”, nonché dell’esortazione “Conosci te stesso – Γνῶθι σεαυτόν –”, che può riassumere l’insegnamento di Socrate.

    Quando i politicanti litigano, il popolo è il capro espiatorio dei predetti scellerati.

    L’anarchia è la migliore forma di governo, ma gli uomini non sono ancora preparati a poter convivere in pace, condividendo in maniera sublime i tre sentimenti: la solidarietà, la libertà e la giustizia sociale.

    Un buon libro è come un fiore profumato: orna ed olezza la casa, ma, soprattutto, l’animo di chi vi abita.

    È facile senza riflettere impugnar la penna e scrivere o muovere le labbra e proferir parole a vanvera; far tutto questo, però, significa sparare senza mira e non colpire il segno.

    Le ombre, talvolta, non sono meno importanti della luce.

    Il mio pensiero, forse, non è gemello al tuo, ma della mia fatica cogli, se gradita, la sostanza.

    Essere poveri non dipende da noi, ma dipende da noi far rispettare la nostra povertà.

    Il lavoro allontana da noi tre grandi mali: la noia, il vizio e il bisogno.

    La persona bene educata si distingue dalla maleducata in salotto, in camera da pranzo ed al tavolo da giuoco.

    Vivere sulla terra è tanto pesante, che sembra paradiso l’inferno di Dante.

    Io sono vivo perché scrivo. Poesia animi medicina. Ποίησις ψυχής φάρμακον.

    Ho conosciuto la sofferenza, ma, invece di vendicarmi, ho aiutato i deboli.

    Un forte desiderio diviene sogno, che poi il tempo traduce in realtà.

    Non dire mai è troppo tardi, per questo è stata creata la morte.

    Prenome, nome e titoli qui valgono niente, se ai posteri non lasci il bene della mente. (Da scrivere sul muro, sopra il cancello dei cimiteri.)

    Gli elogi scritti sulle lapidi in ogni cimitero son per tre quarti falsi, forse un quarto è vero.

    Un libro sa parlare bene al suo lettore, se lo stesso lettore vi si riconosce alla fine della lettura.

    È meglio per l’uomo un nemico intelligente, che un amico stolto.

    Renditi utile ai tuoi simili e così prolungherai la tua vita.

    La storia potrebbe essere una grande maestra di vita, se noi non mettessimo più in pratica tutte le negatività dei nostri predecessori, ma non è così. Quindi, io credo che, se nelle scuole di ogni ordine e grado non si insegnasse più la storia (non magistra vitae, sed magistra bellorum sanctorum et non sanctorum, vinte da nessuno, nonché magistra di tante altre porcate politiche ed ecclesiali) e si requisissero anche films giornali e quant’altro di nocivo, eroganti rispettivamente scene e notizie violente e pornografiche, in un tempo non lontano, forse, le future generazioni ne trarrebbero
    grande beneficio educativo. Se poi al predetto marciume si opponessero costruttive rappresentazioni ed azioni stimolanti, i semi positivi che sono già dentro di noi, come la fratellanza, la libertà, l’uguaglianza et cetera, germoglierebbero e noi, dimenticando
    e non tramandando più il nostro orrendo passato, forse potremmo davvero costruire una nuova società su solide fondamenta di pace, dove vivere e non a forza sopravvivere, come ancoraoggi avviene. Avremmo reso così un ottimo servigio alle future generazioni.

    La povertà causa la fame, ma, talvolta, anche la fama.

    L’ideale politico dell’uomo non dovrebbe stare né a destra, né a sinistra. L’ideale politico è unico, è solo quello di amare e rispettare la collettività. Il contrario di quanto sopra scritto è dell’uomo ignorante ovvero del delinquente, che da parassita vive a discapito
    degli uomini onesti. L’uomo, che ha un ideale politico, è colui che si adopera con diligenza, come fa il buon padre di famiglia, ad attuare i programmi più idonei e confacenti alla piccola collettività, cioè alla sua famiglia, con mezzi buoni e dignitosi per
    raggiungere ottimi fini. Chi stimola la predetta virtù, poiché già la possiede, è veramente un uomo politico.

    Chi sono i cosiddetti politicanti moderati? Mi viene in mente il “Brindisi di Girella” di Giuseppe Giusti. Sono esseri ambigui e parassiti, che fanno finta di stare nel mezzo, in modo di poter dare all’occasione, da veri girella, per interessi personali una mano a
    destra e l’altra a sinistra e ricevere favori dall’uno capo e dall’altro. Ho sempre ammirato chi, invece, nel bene o nel male, negativamente o positivamente agisce senza “falsa moderazione e con schiettezza”, concludendo poi a costo di qualsiasi sacrificio personale grandi azioni virtuose per la collettività (Gesù, Gandhi, Francesco d’Assisi, Martin Luther King etc.) ovvero commettendo atti dissoluti, depravati e delinquenziali nei confronti della società civile (la mafia etc.).

    L’individuo deve essere assorbito dalla collettività, ma la collettività deve amarlo e rispettarlo.

    La poesia è l’arte di dire più cose in meno spazio, la poesia scatena la fantasia, la poesia è pathos (πάθος), ma è anche anelito.

    Il poeta deve proporsi l’utile per scopo, deve rappresentare le passioni attraverso un processo psicologico, ricavandone un insegnamento morale. Il poeta deve proporsi il vero per soggetto, deve, quindi, rappresentare l’uomo nel suo interiore più vero, scrutare l’intimo delle coscienze. Il poeta, infine, deve prefiggersi l’interessante per mezzo per rendere più facili e più estesi gli effetti della poesia, di guisa che interessino tutte le classi sociali, esercitando così una larga efficacia sulla coscienza collettiva. L’arte deve avere, infatti, una funzione educativa; se così non è, avrà fallito il suo nobile scopo e quindi arte non è.

    Gli asili nido a volte sono tristi luoghi di penitenza infantile ed anche i ricoveri per gli anziani, talvolta, sono le anticamere dei cimiteri. Nei suddetti luoghi, come negli ospedali, con strutture idonee, dovrebbero operare veri e seri professionisti di spiccata umanità.

    Sulla mia strada ho trovato spesso alunni svogliati ed io ho dovuto essere un modestissimo maestro. Avrei desiderato tanto incontrare grandi maestri per essere io un alunno. Sono stato comunque un piccolo allievo delle Muse e ne sono soddisfatto.

    Le dita della mano sono tutte diverse; ma, quando agiscono, l’uno aiuta l’altro ed insieme portano a termine qualsiasi lavoro.

    La grande felicità nella vita di un uomo consiste nel perdonare gli ingrati e donare un sorriso al viso dei suoi simili.

    Le buone azioni purificano i cuori, la cattiveria li sporca.

    Le ricchezze terrene non ci preservano dalla morte, né si possono portare all’altro mondo; perciò in terra possiamo accumulare altri tesori e poi depositarli nei cuori dei nostri simili.

    Il racconto del sacrificio di Cristo sulla croce ci dà un precetto sublime, gli amministratori della sua chiesa, invece, per le loro falsità sono dei farisei; tali individui per me valgono quanto un fiammifero già acceso e consumato, ma, purtroppo, sono la zavorra, il danno più grande dell’intera umanità.

    L’uomo porta la croce dalla nascita al morire ed il suo sembiante lo dimostra quando distende le braccia in posizione orizzontale.

    La croce dell’uomo è l’uomo stesso, per sé e per gli altri.

    Non chiedere al bambino cosa vorrà fare da grande, perché se sarà un politico, un prete, un magistrato, uno spazzino o altro poco importa, se non avrà imparato prima di tutto a vivere ed a far vivere; quindi, a comportarsi da uomo solidale, libero e giusto. A questo dovrebbe tendere l’educazione dei genitori, questo dovrebbe prefiggersi la scuola attraverso l’insegnamento delle varie discipline, a questo dovrebbe mirare la società civile, agendo bene con i fatti e con le parole.

    Ammiro Gesù Cristo, ma detesto il Dio, se esiste, che lo fece crocifiggere. Dio, ripeto, se esiste, protegge i delinquenti e tutti coloro che operano nel male. Gli amministratori della chiesa e i politicanti, infatti, ne sono un esempio eclatante. Fa soffrire, invece, coloro che amano il prossimo e vogliono lavorare e vivere onestamente da uomini semplici una semplice vita.

    Molta gente quando parla non comunica, fa solo rumore; questa gente dovrebbe, prima di parlare, imparare ad ascoltare e poi, dopo aver pensato, esprimere a bassa voce la sua opinione.

    I figli sono figli del tempo, non nostri. Noi possiamo amare i figli del tempo, che la natura per rinnovarsi mette gli stessi al mondo attraverso di noi, ma noi non possiamo mai possederli. Noi abbiamo il dovere di allevarli, di educarli e di istruirli, ma il loro tempo sarà il loro maestro; infatti, il nostro tempo non è il loro tempo. Se così non fosse, non ci sarebbe mai stata in terra l’evoluzione della vita in meglio o in peggio a seconda del tempo, dello spazio e degli accidenti.

    Le istituzioni e gli uomini che le rappresentano sono caduti così in basso, ma tanto in basso, quanto sono alte dalla terra le stelle nell’universo.

    L’orologio segna l’ora sbagliata, se il pendolo non funziona; così, il corpo umano perde il suo equilibrio, se il suo pendolo perde il giusto ritmo, che è, infatti, indice di buona salute.

    I buoni libri sono concepiti da pensatori e si evolvono pian piano nella mente dello scrittore, che poi li partorisce e restano vivi nel tempo, dando degli insegnamenti. I cattivi libri sono sfornati da cattivi fornai, non da pensatori, in breve tempo e del loro pane si nutrono gli stupidi, che sono tanti; infatti, pagano per buono un alimento avariato, intossicando così la loro mente. Tali libri entrano facilmente da porta a porta nelle case e i loro scribacchini fanno soldi, perché questo è il loro unico scopo, ma la loro fine è quella dei giornali. I giornali, infatti, rifiuto di notizie impresse nella carta, dopo una sommaria lettura si buttano nell’immondizia, perché sono irritanti anche per pulirsi il culo. Ahimè! Quanta carta, che potrebbe essere igienica, si perde inutilmente. Che spreco! Io non ho letto giornali quotidianamente, ma quelle poche volte che l’ho fatto, mi è servito solo per potere criticare gli stessi per dire ed affermare oggi quello che già ho sopra scritto. I miei giornali quotidiani sono stati i cittadini di varie estrazioni sociali, con i quali sono venuto a contatto; così ho conosciuto attraverso le loro parole, qual era la loro vita, le difficoltà delle loro famiglie, perché sotto la lingua è nascosto l’uomo e prima o poi, dialogando, si apre a chi sa ascoltarlo. Sono stato un attento ascoltatore dei bisogni altrui e, svolgendo il mio quotidiano lavoro, mi sono adoperato, in silenzio, per quanto ho potuto, ad alleviarli.

    La salute del corpo è direttamente proporzionale al silenzio dei suoi organi, come l’educazione civica e l’educazione politica sono direttamente proporzionali al silenzio delle istituzioni e del popolo.

    La scala che sale sul Parnaso contiene moltissimi gradini ed io ho sollevato a stento il piede destro, che poggia appena sul suo primo gradino.

    Chi sa leggere i libri, lasciatici dai buoni scrittori, impara tutto ciò che occorre per saper vivere bene e in buona armonia col prossimo. Si dice che i morti aprano gli occhi ai vivi; è vero, infatti, l’esperienza di quelli che ci hanno preceduto dovrebbe essere guida
    al vivere civile e solidale.

    Come può un maestro chiamarsi tale, se attraverso l’insegnamento delle varie discipline le sue parole e i suoi atti non generano anche lezioni di vita. Maestro è colui che sollecita la mente dei discenti alla conoscenza senza che questi se ne rendano conto così, come fa il vento quando muove degli alberi le foglie.

    L’uomo, degno di tale appellativo, non è altezzoso con gli inferiori e non striscia mai ai piedi dei superiori. Questo è stato il mio comportamento durante tutte le mie attività lavorative.

    Gli uomini politici dicono sempre di avere ereditato tante cose guaste da chi ha prima governato, ma, poi, venuti al potere, non si adoperano di emendarle; credo, infatti, che siano altrettanto o più colpevoli dei loro predecessori, che le hanno provocato. Che
    delinquenti! Siamo governati da delinquenti professionisti! “Otempora, o mores!”gridava, esasperato, Cicerone nella sua prima Catilinaria.

    La natura è madre e matrigna: ossigena e ossida nello stesso tempo.

    L’istruzione innaffia i semi che sono in te, l’educazione li fa crescere bene.

    Il fallimento, talvolta, stimola la maturità.

    La parità tra gli uomini, forse, è impossibile da raggiungere; le differenze tra gli stessi esistono e credo che esisteranno sempre, ma vanno rispettate. Procedendo in questo modo, credo che si può vivere lo stesso in armonia.

    Ho respinto ogni atto che ho ritenuto ignobile per me e per i miei simili. Sono stato, pertanto, isolato e biasimato dalla massa. Credo, comunque, che era necessario non infangarsi e, così agendo, penso di aver dato anch’ io un onesto contributo alla società.

    La più grande sventura che possa subire l’uomo è l’inesistenza di Dio, in cui ha fede in tutti i sensi. Pertanto, oltre che una grande sciagura di per sé, è un tradimento, perpetrato ai danni delle popolazioni ignoranti e deboli, nonché una truffa commessa dagli amministratori della chiesa cattolica, ma anche dalle chiese delle altre religioni, che hanno da secoli inculcato questo assurdo convincimento non basato su prove o dimostrazioni, traendone credito, potere e benessere economico a discapito delle predette popolazioni. Ma siccome nessuno dall’aldilà ci ha mai rivelato la verità, i predetti amministratori non sono condannabili per i reati, cui ho sopra fatto cenno. Come il sacrificio dell’uomo sulla croce potrebbe essere un racconto vero o non vero, ma di messaggio forte ed umano si tratta, degno di essere veramente applicato
    dall’uomo per vivere in pace sulla terra; così, la fede in Dio, a prescindere dalla sua esistenza o inesistenza, sulla terra porta un filo di speranza, un’illusione, all’uomo disperato, rendendolo, talvolta, più docile e tollerante verso di sé e verso gli altri. Quindi credere in un essere superiore a noi non fa male; fanno male all’uomo, invece, come ho scritto in altre parti, gli esempi deleteri, che gli amministratori della chiesa diedero, hanno dato e danno quotidianamente.

    L’amore è il motivo dominante che più di ogni altro muove e commuove la vita dell’uomo. Chi non ama, seppur vivo, è morto. Per percepire la bellezza del mondo naturale e viverla pienamente bisogna amare con tutte le proprie forze. L’amore, infatti, è il tema precipuo dei miei scritti.

    Tutti gli esseri animati producono letame, ma l’uomo spicca tra tutti i predetti esseri perché, oltre che dai consueti canali escretori, lo produce spesso in abbondanza anche dalla bocca.

    L’uomo si conosce dalle azioni compiute, come l’albero dai frutti che produce.

    Il denaro dovrebbe essere il servo dell’uomo, ma spesso da servo diventa il suo padrone. Lo stesso di può dire del popolo italiano, che, eleggendo i feticci di qualsiasi partito, da sovrano, secondo la Costituzione, diviene servo.

    La Morte incalza l’uomo appena nasce, ma se non riesce ad afferrarlo con la sua falce, la Vita alla germana rende un gran servigio, dando sofferenza all’inseguito, finché, stanco e disperato, poi si ferma, anelando ad essere al più presto avvolto nel nero manto della smunta donna.

    Dal mio libro "LACRIME E SORRISI" - Pellegrini Editore - Cosenza 2014

     
  • 30 maggio 2013 alle ore 11:00
    Lettera a mia figlia Vega

    Come comincia: Mia piccola Vega,
    hai già compiuto dieci anni e mi sembra giusto che tu cominci a conoscere qualche regola di buona creanza per poter vivere civilmente con i tuoi simili e per essere considerata, come si dice, una brava ragazza.
    Durante questi dieci anni hai avuto più contatti con l’ambiente in cui vivi; ma fino ad oggi non ti avevo spiegato cos’è l’educazione, che non è una disciplina da imparare, ma un sentimento. Un sentimento che si fonda sul rispetto della personalità degli altri, mentre dallo stesso rispetto l’uomo ne trae dignità.
    Il concetto, forse, potrebbe esserti poco chiaro ed allora ti dico di non fare agli altri ciò che non vorresti fosse fatto a te. In presenza di altri fai in modo che il tuo comportamento sia quello stesso che tu vorresti fosse assunto dagli altri davanti a te ed, infine, quando sei sola, pensa di comportarti allo stesso modo come se fossi in presenza di altri.
    Se sentirai forte questi sensi, alla vita e alla società avrai reso un gran servigio.
    Ricordati che tu potrai essere istruita, ma non molto educata. L’istruzione sollecita, comunque, l’educazione, ma le stesse sono indipendenti. Oggi vi sono molte persone istruite o intese come tali, ma il loro alto grado di cultura non sempre è in simbiosi con l’educazione.
    Ovunque, nel mondo, l’uomo studia e tende sempre ad arricchire la sua mente, usando libri o mezzi di diversa sorta, però l’obiettivo è uno: l’istruzione. Così in ogni parte del mondo vi sono abitudini diverse e particolari modi di vivere, però ogni popolo tende al vivere civile, quindi all’educazione. Oggi vi sono tanti nuovi ricchi, anche istruiti, ma di educazione non vogliono saperne; anzi, talvolta, per la stessa hanno un gran rigetto. Certamente non hanno senso civico ed è meglio lasciarli nell’ambito, in cui stanno, avendo solo compassione di questa loro carenza.
    Adesso, mia piccola Vega, ti darò alcuni consigli: il tuo vestito sia pur rattoppato, ma non sudicio; dopo qualsiasi lavoro o giuoco provvedi a pulirti ed a mettere in ordine le cose e te stessa; durante tutti i tuoi contatti con la gente, parla con moderazione, evitando frasi scurrili o vocaboli triviali o, peggio ancora, imprecazioni; mentre parli, il tuo sia un dialogo bilaterale, improntato sul rispetto delle idee altrui, nonché sulla discrezione; se vuoi vivere e costruire sempre meglio una società civile, agisci con sincerità e con disciplina, rispettando tutti; la cortesia sia il tuo bell’abito, che insieme con la generosità sarà ammirato ed apprezzato anche da chi conosce poche regole di educazione; impara molte lingue, ma non dimenticare mai il tuo dialetto, non tutti hanno la possibilità d’imparare un’altra lingua e forse anche la sola lingua italiana ( sarebbe un vero miracolo se tutti potessimo parlare una sola lingua ).
    Mia graziosa figliuola, ti ho detto, forse, molte cose, ma tu potrai dilazionarle nel tempo; se qualche vocabolo ti fosse un po’ ostico, usa il vocabolario, il solo amico del tuo intelletto, ovvero dialoga con me, come fai.
    Tuo padre

    Dal mio libro "ACCENTI D'AMORE E DI SDEGNO" - Pellegrini Editore - Cosenza 2004

     
  • 17 aprile 2013 alle ore 11:20
    BIOGRAFIA di Gino Ragusa Di Romano

    Come comincia: Nacqui il 26 giugno 1943 a Pietraperzia, dove vivo. La mia famiglia m’impartì un’educazione spartana ed io ne condivisi gli insegnamenti, facendo degli stessi la mia norma di vita. Padre di quattro figli, col valido e costante aiuto della mia consorte, signora Maristella Calabrese, insegnante nelle scuole elementari, essendo lei la lanterna del mio sentiero, ho potuto guidare con amore la mia famiglia. Ho lavorato alle dipendenze del Ministero del lavoro prima e poi dell’Assessorato del lavoro della Regione Sicilia. Ho diretto vari Uffici : l’Emigrazione, La Conciliazione delle controversie di lavoro, il Collocamento et cetera; infine, trasferitomi all’Ispettorato provinciale del lavoro, ho svolto le funzioni di ispettore, capo della sezione vigilanza. Le diverse esperienze ed altre nei diversi settori delle attività lavorative e sociali mi hanno aiutato a crescere, mi hanno educato a rispettare il prossimo, ad agire da uomo, a credere nello Stato di diritto ed a lottare con i miei poveri mezzi a divulgare ciò che sento. Durante tutto il periodo lavorativo il mio lavoro è stato fonte di onesto guadagno, ma anche missione; infatti, quando si amministra la fame e non si può dare un posto di lavoro, anche un buon consiglio, una parola di conforto, talvolta, rinfranca. Ho servito la gente, disprezzando l’iniquo clientelismo. Ho applicato ed ho fatto applicare le molteplici leggi sul lavoro, svolgendo nei confronti degli utenti opera di consulenza e non di immediata repressione, tenendo sempre presente che dall’altra parte ci sono uomini e non santi; uomini che, talvolta, sono inadempienti per la farragine delle leggi italiane ovvero per motivi di forza maggiore. Ho ripulsione per i politicanti, servi di partito, e per gli ipocriti, ma ho sempre creduto nella politica, intesa come arte di governo della collettività e non come artifizio o delinquenza a discapito del prossimo. Amo Dio ed ho grande fede in Lui, ma non ho molta stima degli amministratori della Chiesa, dello sfarzo della stessa e degli annessi commerci ho gran rigetto. La Chiesa non dovrebbe avere diritto di voto, dovrebbe essere aliena dalla politica e, soprattutto, dai politicanti; i preti, infatti, sono già degli eletti, vocati a servire Dio e non dei conniventi servi-padroni dei vari partiti. Apprezzo qualche uomo politico onesto, che si sente fortemente vicino alla gente onesta, che si sente tassello della collettività, che ha virtù auree, che brilla di luce propria e vale di per sè; così stimo anche quei sacerdoti che hanno il contenuto del loro appellativo nel sangue e che per missione curano solo anime con l’esempio e con le opere. Più volte mi sono sentito stanco e sconfitto, ma con più lena ho ripreso più volte la mia lotta, combattuta con la parola e con lo scritto, “non possedendo altre armi, se non le lettere dell’alfabeto, che in molti casi e nel tempo hanno vinto le più dure battaglie”. Spero, infatti, che i miei scritti, non per vanagloria, possano entrare dappertutto e siano letti da giovani e vecchi, da persone istruite e non istruite. Siano letti, se non oggi, domani, da altre generazioni magari, in maniera che ciò che ho detto e scritto possa trovare il suo terreno fertile, dove l’idea del bene possa a poco a poco trionfare e ciò che oggi sembra utopia possa domani essere perenne realtà, dove l’uomo senta il diritto-dovere di lavorare per il bene comune che poi è il bene del singolo. Poter vivere in questa armonia significa vivere con la pace nel cuore e con l’amore verso Dio. L’amore verso Dio,che è la forza più potente, che permette all’uomo di superare ogni difficoltà. L’amore verso Dio, che sopprime il dubbio, grave malattia che blocca la vitalità e il dinamismo. L’amore e la fede in Dio sono equilibrio psichico e di conseguenza equilibrio sociale. Perchè una società possa vivere bene, bisogna pensare agli altri; perchè si possa vivere meglio personalmente, bisogna amare gli altri e non ipnotizzarsi sui piccoli problemi personali. Così operando, in ogni uomo c’è un cittadino fedele allo Stato, nonchè un poeta che racchiude in sè tutto quanto di sublime arte esiste. I miei versi sono lo sfogo naturale di chi ha sempre avuto orrore delle armi e della violenza ed ha impugnato la penna per cercare di stigmatizzare il male; i miei versi sono lo sfogo naturale dei miei sentimenti che guardano con tanta speranza all’orizzonte del bene. I miei versi non hanno una poetica ben definita. Scrivo di getto, non curandomi spesso di seguire o di rispettare i canoni poetici. La poesia è libertà e chi scrive, per legge naturale, è un uomo libero che ascolta i moti del cuore e li descrive.

    I miei versi esprimono qualche triste nota,
    ma se la stessa intona un altro dolce suono,
    ben venga la tempesta, se poi la quiete rota.
    Più felice è l’uomo dopo il lampo e il tuono.

    Gino Ragusa Di Romano
    Da “Accenti d’amore e di sdegno” Pellegrini Editore – Cosenza 2004

    Siti: ginoragusadiromano.wordpress.com
    xoomer.virgilio.it/ginoragusadiromano

     
  • 13 novembre 2011 alle ore 10:51
    Franco, Epifanio e il cane randagio.

    Come comincia: Franco frequentava la seconda elementare e tutte le mattine percorreva la stessa strada per raggiungere la scuola.Durante il tragitto s'incontrava con altri compagni ed insieme con alcuni di loro andava a comprare il solito panino,che consumava durante la ricreazione.
    Un giorno,mentre andava a scuola,si accorse che un cane scarno lo seguiva e con gli occhi,dallo sguardo triste,già esprimeva chiaramente la sua necessità.
    Franco era buono ed educato,ma anche i suoi compagni non erano da meno;pertanto,subito ognuno di loro gli porse un po' di pane,che il cane ingoiò in un baleno.Franco gli accarezzò affettuosamente la testa ed il cane poi lentamente si allontanò.Ricevette ogni mattina un pezzo di pane e una carezza.
    Passarono i giorni ed anche i mesi,quell'amicizia si strinse sempre di più,tanto da suscitare invidia o chissà quale altro ignobile sentimento in un ragazzo di strada di nome Epifanio,che abitava vicino a quella scuola.
    I genitori di Epifanio erano due  maleducati ed al figlio insegnavano ciò che avevano appreso;anzi,facendo propri quegli insegnamenti  ricevuti,li trasmettevano meglio al proprio figlio,che era un perfetto delinquente.
    Un giorno,infatti,senza alcun motivo aggredì Franco,imponendogli di non toccare il cane e di non dargli da mangiare.Con parole convincenti Franco cercò di fargli capire che anche il cane era una creatura di Dio e che aveva anch'esso il diritto di vivere;anzi sollecitò Epifanio a dargli anche lui del cibo,magari i resti,soprattutto perchè il cane stava quasi sempre di fronte alla sua abitazione. Epifanio non comprese ciò che Franco disse e repentinamente gli sferrò un pugno, che lo colpì fortemente al viso.
    Il cane,di solito seduto o sdraiato vicino al muretto che circondava la scuola, senza mai dare fastidio a nessuno,sentì il pianto di un bambino,di cui la voce gli era familiare.Di scatto si levò e,digrignando,con rabbia si scagliò contro Epifanio che,impaurito,corse subito a ripararsi a casa sua. Epifanio incise nel suo cuore la vendetta,mentre Franco accarezzò il suo cane.
    L'indomani Franco ritornò a scuola,ma il cane non si presentò.Passarono i giorni,ma il cane non si vide più.
    Pianse il bambino l'amico e la pena fu così forte che si ammalò.
    Epifanio,non vedendo più Franco,che ogni mattina passava davanti alla porta della sua casa,chiese di lui ai suoi compagni di scuola; appresa la triste notizia e resosi conto del valore dell'amicizia,nonchè del grande male che aveva causato a Franco,corse subito a casa dello stesso,dove trovò la madre mesta seduta accanto al figlio e,visto il bambino dormiente,molto malato,disteso nel suo letto,a mani giunte con singhiozzi e pianto,rivolgendosi al cielo pregò,pregò così:"Io non so preghiere,perchè mai nessuno me ne insegnò;io sono un ragazzo cresciuto qua e là. I miei genitori sono sempre in guerra con tutti ed anche tra di loro.Io non ho colpa di sì gran misfatto.Or ti prego Dio,perchè tu mi perdoni e faccia che Franco viva ed io possa morir per lui". Poi,accanto a Franco così gli disse:"Mi pento di ciò che ho fatto ed amico io ti sono.Sarò come quel cane,io ti aiuterò".Quelle parole scossero il bambino malato,che sentì e tese la debole mano ad Epifanio,a cui con voce fioca così rispose:"Hai ucciso il mio vecchio cane,ma nello stesso tempo è morto con esso anche il suo assassino. Epifanio,amico mio,oggi tu sei rinato;non disperarti,il sacrificio del cane ti ha redento.Adesso io so che vivrò e,come il mio povero cane,tu mi resterai nel cuore,perchè anche tu ora sei figlio del Signore".
    Così i due fanciulli si abbracciarono e l'amicizia li legò per sempre.

    Riflessione: L'odio solca l'odio, finchè non trova l'amore.
    Tratto da"Accenti d'amore e di sdegno"
    Pellegrini Editore - Cosenza 2004

     
  • 15 giugno 2010
    Nino

    Come comincia: Nino, figlio di Turiddu e di Stella, abitava in campagna con i suoi genitori e con i suoi fratelli. Tutti lavoravano un appezzamento di terreno di proprietà di un tale, chiamato don Totò.
    Nino aveva sei anni ed, oltre a lavorare, andava a scuola, in una scuola rurale, che raggiungeva a piedi ogni mattina, attraversando campi seminati e percorrendo viottoli interpoderali limacciosi.
    In una vecchia casa di campagna, adibita a scuola, con vecchi banchi molto malandati, dove la luce entrava solo da una finestra, ogni giorno perveniva con mezzi di fortuna una povera maestra con il suo scaldino, attesa con piacere dai suoi pochi alunni.
    Tra i suoi compagni Nino era il più indigente, ma il suo corpo appariva pulito ed ordinato come i vecchi indumenti che indossava ben rattoppati; anche le scarpe, a suo malgrado sporche, mostravano una sommaria pulitura.
    Nino non aveva libri né quaderni, perché la sua famiglia molto povera e numerosa disponeva solo di quel poco per sostentarsi quotidianamente. Nino non poteva scrivere né leggere; solo ascoltava le lezioni, adoperandosi sempre ad imparare.
    Un giorno, Nino, cresciuto di due anni, dopo la bacchiatura delle mandorle, sapendo che non tutte venivano raccolte e qualcuna veniva lasciata a terra o sull'albero sol per mera svista, portando con sé un lungo bacchio, andò subito per i campi a cercarne qua e là, aguzzando sempre più la vista verso terra e verso i rami.
    Settembre fu per Nino faticoso, però in ottobre il ragazzo raccolse i frutti del suo lavoro onesto. Diede al padre la metà di quelle mandorle e lo pregò, dicendogli il motivo, di vendere la sua restante parte.
    Turiddu chiamò subito la moglie e volle che anche lei ascoltasse attentamente quanto il figliuolo gli aveva appena detto. Stella benedisse il suo fanciullo e rivoltasi al marito così disse: " Vai, Turiddu, subito in paese, il primo ottobre è fra qualche giorno ". Turiddu comprese e si affrettò a sellare il mulo, mentre Stella ritornò ai lavori usati. La scuola si riaprì il primo di ottobre e Nino si presentò di buon mattino ad aspettare lieto la maestra, che arrivò, come sempre, allora giusta.
    La scolaresca, composta di quattro alunni, le corse incontro con infantile gioia e, dopo averla salutata con affetto, Nino subito le disse:
    " Maestra, quest'anno leggerò sul mio libro ed anche scriverò ciò che tu dirai, perché ho lavorato un po' di più, dando a mio padre più dell'anno scorso e tenendo per me quanto basta per poter comprare la penna, i libri ed i quaderni. Quest'anno anch'io sarò come tutti gli altri e non molesterò più i miei compagni ".
    Così estrasse dalla tasca il suo pugnetto, che mise nella mano alla maestra, pregandola con gioia di comprargli tutto l'occorrente.
    La maestra, commossa, strinse al petto quel fanciullo, che dopo trent'anni per caso io rividi a Roma, percorrendo una strada principale, dov'era scritto a fianco di un portone - Dottor Nino Grigio - Pediatra.

    Riflessione: La gloria ed il successo costano sacrifici.

    Tratto da "Accenti d'amore e di sdegno" - Pellegrini Editore - Cosenza 2004