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in archivio dal 23 ott 2009

Giorgia Spurio

21 dicembre 1986, Ascoli Piceno - Italia
Segni particolari: Lettrice amante e scrittrice allucinata.
Capro espiatorio preferito di bambini e animali.
9 libri pubblicati. Persuasa dalla Poesia. Sedotta dalla Narrativa.
Sempre stata amante della letteratura, scrivo pensando in particolare ai problemi sociali da cui traggo ispirazione.
 
Mi descrivo così: Laureata in Lettere.
Insegno musica e lavoro nel sociale come educatrice.
Le mie sillogi: “Quando l’Est mi rubò gli occhi”, “Dove bussa il mare”, “Le ninne nanne degli Šar”, "L'orecchio delle dèe".
Il mio romanzo: "L'inverno in giardino".
Mi trovi anche su:

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  • 30 gennaio 2011 alle ore 16:29
    Pioggia tra le pieghe

    E mi tremeranno per sempre le labbra
    per un bacio che non so dare,
    per una bocca che violacea, pallida e rossa
    possa sfiorare di un soffio
    cavarmi gli occhi
    e accarezzarmi i riccioli.

    Hai il tocco di ciglia
    come neve sui segni dei piedi
    che la terra accoglie
    come nel ventre la madre,
    eco ingoiata nel sussulto
    di non poter dire nome,
    il tuo attorcigliato nel profondo,
    nella gola senza voce.

    E mi suderanno i palmi
    nell’umido pensiero, il tocco
    l’ultimo di un sogno
    che si scioglie… e piove
    sulle pieghe che nascondono
    tra le mani il viso.

     
  • 15 febbraio 2010
    Sottovoce chiama il mare

    Sottovoce sussurrano le conchiglie
    che partoriscono sirene alate
    promesse spose per angeli
    caduti negli abissi

     

    I bimbi raccontano storie agli anziani
    fiabe senza tempo
    e leggende senza luogo né fato

     

    Sottovoce le nuvole si aprono come nembi
    di bianca speranza in velo
    per i pescatori innamorati
    trafitti da canti fatti fulmini

     

    Non perdere l’anima
    sarà il mare a ingoiarla
    tra figlie spie che sanno come leggere
    ogni segreto chiuso nella cassaforte del cuore

     

    Sarà come bocca di tentacoli
    da baciare ora per quell’altare
    inghiottito dalle maree

     

    E la luna… amante testimone di licantropi amati
    guarderà la sposa
    avanzare sulla sabbia verso la schiuma bianca
    della voce del mare.

     
  • 02 novembre 2009
    Farfalle del Silenzio

    Angeli spiegano le loro ali
    Lacrime di rugiada e sangue
    come pioggia d’oro di silenzi
    che i cuori delle anime in pene
    racchiudono nella loro muta processione
    di dolore e sordo amore


    I cavalli corrono sulla spiaggia del risentimento
    Guardiani notturni baciano la nebbia
    e il faro fa da vedetta in questo oceano di buio pentimento


    Baciami, silenzio che tintinni
    le tue vocali senza senso
    Baciami, vergine e casto silenzio
    che ami le mie labbra del peccato


    Amami, luna che strazi il petto
    Penetrami di luce
    Entra nella casta suadente voce
    che appartiene alla carcassa del rancore


    Fate silenzio, onde che il mare trattiene
    Fate silenzio, stelle che il cielo a sé mantiene


    Baciatemi, farfalle di silenzio

     
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  • Come comincia: Davide era sulla panchina.
    Il sole lo fissava dalla sua dimora di cristallo fatta di nuvole gigantesche.
    Ed egli le fissava una ad una.
    E ad ognuna associava una figura.
    “Un drago, e quella un pulcino, e quell’altra… un cane”- il piccolo dito del bimbo le indicava mentre i suoi occhietti semichiusi sfidavano i raggi solari.
    Il nonno, un uomo alto e sicuro di sé che sapeva cosa fosse il lavoro dei campi e la sofferenza della vita, lo guardava sorridente e incuriosito dal negozio di alimentari.
    La fitta barba bianca gli copriva il mento mentre i baffi nascondevano le estremità del suo sorriso.
    Si avvicinò alla panchina e si sedette vicino al suo nipotino: “Davide, che fai?”
    “Guardo le nuvole, nonno!”- il nasino del piccolo scrutava all’insù l’odore del vento cercando altre sembianze da affidare alle nuvole.
    “Guarda, nonno, quella nuvola! Sembrano due ali… Sembra un angelo!”
    Il nonno alzò il suo viso segnato dal tempo e sospirando, come per gustare il sapore della brezza di settembre, osservò i dipinti che offriva il cielo.
    “Nonno, secondo te gli angeli vivono su quelle nuvole? La mamma mi ha detto così”- affermò il bambino senza smuovere lo sguardo da quel viso sereno di un angelo fatto di nuvola.
    “Io preferirei pensare che quella nuvola sia un angelo…Un angelo vestito di veli bianchi e vellutati, vestito di seta fatta di stelle”- rispose così il nonno, con il suo tono fermo e malinconico.
    Entrambi rimasero in silenzio fissando i ritratti che il vento si divertiva a plasmare.
    Il nonno aspettava il fischio del macellaio per comprare la carne più tenera.
    Si sentì… nel silenzio delle foglie, a scuotere il silenzio dei sogni, arrivò quel fischio.
    Il nonno allora fece cenno di alzarsi quando Davide lo chiamò: “Nonno!”
    L’uomo, alto e robusto, si voltò aspettando che l’esitazione del bimbo sparisse: “Che c’è, Davide?”
    “Nonno, ma… Ma la mamma guarirà?”- gli occhi grandi, nascosti dai piccoli occhiali da vista rotondi, fissavano ora l’asfalto del marciapiede, triste e grigio.
    “Davide…”- il nonno lo guardava, non poté far altro, lo chiamò con un altro sospiro figlio di quella malinconia- “Davide, la mamma sta combattendo. E noi dobbiamo starle vicino. Ora devi pensare solo a questo. E devi sperare, Davide, devi sperare e credere, sperare e pregare. Capito?”
    La testolina penzolante e pesante di pensieri e dubbi annuì.
    “Bravo, bravo il mio campione!”- esclamò il nonno sconvolgendo con la mano i riccioli neri di suo nipote-“Ora andiamo a comprare la carne? Stasera alla mamma faremo mangiare la bistecca di dinosauro! E gliela cuciniamo noi!”- rise, il riso dolce di un nonno che non molla mai, e anche il piccolo Davide sollevò il suo viso ridendo e ripetendo fra sé e sé “Bistecca di dinosauro”.
    Dopo aver fatto spesa nonno e nipote tornarono a casa.
    La tenera nonna Celestina stava preparando una torta di mele.
    “Nonna! Mamma! Abbiamo comprato bistecche di dinosauro!”- gridò il bimbo, appena varcata la soglia di casa e saltellando da un angolo ad un altro.
    Il profumo dolciastro che fuoriusciva dal forno si diffondeva lentamente per la casa: delizioso odore di amore e di calore, di famiglia e di serenità, che invadeva le stanze.
    Davide andò nella camera da letto della madre.
    Sofia era al letto, la sua carnagione pallida, le sue labbra vermiglie, il tenue viola sotto gli occhi e le ciglia umide di segrete lacrime.
    “Amore, sei tornato? Dove sei stato con il nonno?”- la voce fioca e delicata della madre solleticò i timpani minuti di Davide.
    “Mamma! Abbiamo comprato bistecche di dinosauro!”- corse vicino al letto il bimbo e accolse sulle sue soffici guance la carezza materna di una mano gonfia di medicinali e stanchezza.
    “Bistecche di dinosauro? E lo hai catturato tu insieme al nonno?”
    “Ma no! Mamma, che dici? Il dinosauro era al supermercato!”
    “Al supermercato vendono anche bistecche di dinosauro! E chi le cucinerà?”- Sofia sbarrava simpaticamente i suoi occhi e sorrideva, il sorriso amaro di una madre che ama il proprio figlio.
    “Noi, mamma! Io e nonno siamo dei cuochi bravissimi!”
    Ridevano, scherzavano, si baciavano, si accarezzavano.
    La piccola bocca senza i due denti incisivi davanti, schioccava affettuosa sul viso scarno della madre.
    Sofia per quanto stufa e senza forze a causa del tumore e della chemioterapia, ogni volta voleva alzarsi da quel letto che la teneva prigioniera, e voleva pranzare e cenare insieme a tutta la famiglia per far vedere a suo figlio che lei era ancora forte.
    Il nonno tagliò il pane, volle fare una preghiera a quel Dio che da lassù lo ascoltava, e poi mangiarono.
    Sorrisero, si raccontarono, Davide parlò delle sue nuvole e, finita la cena, si addormentò sul divano.
    Senza far rumore, con amore, il caro nonno lo prese in braccio e lo coprì con cura sotto le coperte.
    Il giorno dopo Sofia doveva iniziare il ciclo della chemio, ancora, ancora una volta, ancora una stremante e nauseante volta.
    Il nonno andò a prendere Davide a scuola. La mamma era in clinica. La nonna era accanto a lei.
    Mentre la pioggia quel giorno volle accarezzare e inondare ogni cosa.
    Fecero pranzo da soli.
    Mentre il nonno cercava di distrarre Davide dai suoi tristi pensieri che non dovrebbero mai intaccare, toccare, nemmeno sfiorare la mente dei bambini, Davide guardava la pioggia, la fissava insistentemente.
    La pioggia smise e il senso del dovere chiamò Davide a fare i compiti.
    E poi alla sera, eccola di nuovo, splendente sotto la luce dei lampioni, tornò la pioggia.
    Aprì la finestra, di nascosto prese un bicchiere, e Davide cercò di catturare le lacrime degli angeli.
    Lui era convinto che gli angeli di nuvola piangessero lacrime sante.
    Lui nel suo silenzio pensò che quelle lacrime potessero salvare la sua mamma.
    Con attenzione guardava ogni goccia cadere, con vero impegno spostava il bicchiere cercando di riempirlo.
    I suoi piccoli occhiali si appannarono e si bagnarono, ma lui con il suo viso rivolto al cielo cercò di non tralasciare nessuna goccia di pioggia che cadesse nel suo balcone.
    Il vento fece sbattere la finestra dietro di lui e la voce autoritaria del nonno lo chiamò: “Davide!”
    Il bicchiere gli scivolò via, cadde dalle sue mani bagnate che cercarono di riafferrarlo.
    Cadde.
    Si frantumò in tanti pezzi di vetro tra l’acqua della pioggia.
    Li guardò immobile. Non voleva girarsi, non sarebbe riuscito a sfidare lo sguardo del nonno.
    Non voleva piangere.
    La mano scura del nonno si posò sulla sua spalla: “Davide, che stai facendo?”
    Le lacrime, quelle salate che nascono dentro al petto che inizia a singhiozzare, uscirono mischiandosi alla pioggia caduta sulle guance fredde: il bimbo iniziò a piangere guardando il bicchiere rotto sulle mattonelle marrone del balcone.
    Il nonno allora lo prese in braccio e lo fece rientrare. Chiuse la finestra.
    Chiuse il freddo di quella giornata fuori dalla propria casa, lo volle esiliare dalla sua famiglia.
    Tolse gli occhiali a Davide che lo aveva fatto sedere davanti al camino.
    Asciugandogli le lenti cercò di calmarlo con la voce.
    Ma il nonno non capiva perché piangesse.
    Quando finalmente il piccolo smise, poggiando la testa sulla spalla del nonno che lo cullava, gli confessò il suo piano.
    Gli confessò il suo desiderio di rubare la pioggia, di rapire le lacrime degli occhi degli angeli, perché voleva farle bere alla sua amata mamma.
    Il nonno sorrise.
    Si alzò e prese una brocca.
    Aprì quella finestra che egli aveva odiato un attimo prima e posò la brocca sul tavolo nudo e di plastica che era fuori.
    Quando rientrò, vide l’espressione di stupore del suo nipotino felice.
    “Quando torna la mamma, bagniamo un fazzoletto di quelle lacrime del cielo, e poi le inumidiamo le labbra e le palpebre degli occhi, d’accordo?”- il nonno si era curvato, aveva sollevato il viso del bimbo mettendogli la mano sotto il mento rotondo, e lo tranquillizzò.
    La mamma, la nauseata Sofia tornò.
    Tornò tra i baci di suo figlio.
    E quando si sdraiò sul letto, Davide si sedette vicino a lei: “Mamma, ti ricordi la storia degli angeli di nuvola?”
    “Sì, tesoro.”
    “Ok, sono contento che ti ricordi! Perché mamma… Io ho voluto prendere le lacrime, le loro lacrime per te.”
    “Per me?”- meravigliata Sofia guardò il suo angelo.
    “Sì, mamma, tu stai male. E quelle lacrime sono magiche. Basta poco poco sul viso, ti bagni poco poco”- era così terribilmente dolce il piccolo Davide.
    Sofia sorrise tra le lacrime.
    Sorrise piangendo come quella pioggia di settembre.
    Sorrise baciando suo figlio.
    Sorrise tra le sue lacrime commosse, senza poter più nasconderle dietro i suoi capelli che la chemioterapia volle come ricompensa.
    Sofia sorrise… Sorrise abbracciata a suo figlio, il bimbo che voleva regalare le lacrime degli angeli alla propria mamma.

     
  • 07 aprile 2010
    Follia e amore

    Come comincia: È così poco distante la follia dall’amore.
    Mio padre fu accecato dalla gelosia e il suo amore si trasformò in tragedia.
    Avevo sette anni quando trovai mia madre stesa a terra e piangente con il mascara che scivolava lentamente sulle sue guance bianche.
    Mi avvicinai come terrorizzato ma nello stesso tempo con il bisogno di baciarle il viso.
    Mi prese, mi strinse, mi abbracciò dolcemente tra le sue mani tremanti.
    Mi baciò la fronte e cercò di asciugarsi le lacrime.
    Non parlavo, la guardavo solamente sperando che rispondesse ai miei occhi interrogativi.
    Si alzò e sorrise per rassicurarmi: “Che stupidina la tua mamma… Sono caduta… Sono scivolata come succede nei cartoni animati…”
    Io cosa potevo fare se non crederle?
    La mattina dopo, senza trucco, mentre facevamo colazione mi accorsi che aveva dei segni rossi e violacei intorno al collo e la sua guancia era gonfia.
    Matteo, mio fratello si svegliò e si sedette vicino a me per bere il latte.
    “Buon giorno! “- dissi.
    “Buon giorno…”- sbadigliò- “Uffa, oggi ho il compito in classe! Compito di latino…”
    “Vedrai che andrà bene…”- rispose la mamma da dietro la cucina.
    “Ma mamma, non fai colazione con noi?”- domandò Matteo.
    “Io ho già fatto colazione….”- sembrava che la mamma volesse nascondersi da mio fratello che si alzò e andò da lei.
    “Lo ha fatto di nuovo? Lo ha fatto di nuovo quel bastardo? Ti ha picchiato,mamma? “- Matteo urlò e diede un pugno allo sportello della credenza.
    “No, tesoro… No… Tuo padre non c’entra nulla…”
    Allora mi alzai e a voce bassa dissi: “La mamma ha detto che ha scivolato…”
    Speravo in questo modo di calmare le acque.
    Matteo, più basso dei suoi compagni di classe frequentanti il primo ginnasio, diede un altro pugno allo sportello e guardò la mamma: “E tu continui a difenderlo? Ti ostini a far sembrare nostro padre un angelo? È un farabutto, mamma! È un bastardo! Ma… ma questa volta decido io per tutti noi! Ci trasferiamo tutti dalla nonna! E quell’uomo… e quell’uomo che per me non è mai stato un padre ci deve stare lontano!”
    Detto questo Matteo si vestì in fretta e andò all’officina dove lavorava il babbo.
    Di quella loro discussione seppi solo che Matteo andò a scuola con un occhio nero…
    Io in auto verso la mia piccola scuola stetti in silenzio vicino alla mia mamma.
    “Tesoro, non parli stamattina? Sei preoccupato? Tuo padre non è cattivo… Ci vuole tanto bene…”- lo disse sperando di tranquillizzare il mio cuore, ma io sapevo che quando sarei tornato a casa sarebbe scoppiata la bomba.
    All’ora di pranzo mi venne a prendere papà: mi sorrideva come sempre, mi diceva cose divertenti, mi aveva comprato le figurine... Ma appena entrammo in casa…
    “Disgraziata!Maledetta sgualdrina!Cosa hai detto a Matteo?”- papà si era fiondato sulla mamma.
    La mamma non fece in tempo a difendersi che iniziò a gridare perché papà le stava tirando i capelli.
    Io rimasi paralizzato davanti a loro due desiderando che Matteo fosse già tornato.
    La porta, sentii la porta aprirsi: era tornato!
    Matteo corse in sala, e separò nostro padre da nostra madre.
    “Tu sei un pazzo! Esci da questa casa!”-gridò Matteo.
    “Vuoi che vada via? E chi vi sfamerà? Senza i miei soldi morirete di fame! Vai tu a lavorare?”- papà parlò a Matteo con strafottenza e iniziò a schiaffeggiarlo-“Sei una femminuccia, neanche riesce a difenderti!”
    “Smettila,Mauro, smettila,lascia in pace il ragazzo!”-la mamma piangeva…
    “E vuoi difendere tua madre? Femminuccia, vuoi difendere la tua mamma? Ma lo sai che la tua mamma è una sgualdrina?”-papà continuava…
    Ed io… io volevo correre via… ma ero bloccato…
    Mio padre guardò tutti con stizza, Matteo non disse nulla e scappò via.
    “E' pronto il pranzo?”-fu l’unica cosa che disse mio padre sedendosi al tavolo.
    Poi mi guardò: “Marco, che fai lì contro il muro?Vieni qui da papà, fammi compagnia.”
    Mi sorrideva e seguii i suoi ordini.
    Papà tornò poi alla sua cara officina. La mamma lavò i piatti piangendo e rannicchiandosi per terra.
    Io la guardai seduto immobile…
    Il giorno passò pian piano: feci i compiti, la mamma cercò di indossare la maschera della felicità per vedermi sorridere.
    Arrivò la sera, il sole tramontava dietro le ali delle rondini, la mamma preparava la cena.
    Papà tornò domandando se era pronto da mangiare.
    “Matteo, non è ancora tornato… E non risponde al cellulare…”-disse la mamma titubante e preoccupata.
    “Tranquilla, starà con gli amici…”-papà accese la televisione per vedere una partita di calcio.
    “Non conosci per niente tuo figlio… Matteo non ha così tanti amici come pensi tu…”
    Squillò il telefono. La mamma rispose. I suoi occhi si spalancarono.
    “Cosa? Ma ne è sicuro? Ma mio figlio…” - si frammentò la sua voce, mille frammenti come il suo cuore.
    “Matteo è all’ospedale, Mauro! Matteo… Matteo ha tentato il suicidio!” - piangeva ancora, piangeva la mia mamma.
    Papà si voltò incredulo e mi portarono via con loro. L’auto correva veloce sulla strada verso l’ospedale.
    La mamma corse rischiando di cadere. Ripeteva il nome di suo figlio fino alla pazzia.
    Mio padre lentamente mi accompagnava tenendomi la mano. Guardava il pavimento cercando forse di calpestare la propria ombra.
    “Mio figlio! Dov’è mio figlio?”
    Sala rianimazione. Dottori in camice bianco e infermieri in camice verde.
    La bloccarono: “No, signora, si calmi, non può entrare.”
    “Mio figlio…” - i capelli lunghi della mamma si spostarono seguendo lo spostamento d’aria causato dalle braccia che la fermarono.
    “Mio figlio come sta?”
    Le infermiere cercarono parole di conforto: “Tra poco lo sapremo… venga con noi…”
    La portarono in sala d’attesa.
    Camomilla. Lancette d’orologio. Silenzio. Passi di infermieri, di dottori… Odore di ospedale.
    Papà era impassibile: non lo avevo mai visto così.
    Le dita della mamma tremavano stringendo la tazza di camomilla ancora piena.
    “E' in coma farmacologico, signora…”
    “Voglio vederlo…”-la mamma desiderava riabbracciare suo figlio.
    Indossò il camice verde e si avvicinò a colui che sarebbe stato per sempre il suo bimbo.
    Posò la sua testa sul petto del figlio singhiozzando: “Perché lo hai fatto?”
    Papà si alzò: “Marco, rimani qui…”
    Rimasi solo sulle sedie di legno del corridoio.
    Vidi allontanarsi la figura alta e robusta di mio padre.
    Guardai il soffitto bianco, le barelle in fondo e poi le mie scarpe mentre muovevo i miei piedi dall’alto verso il basso.
    La mamma era dentro a baciare il suo primogenito…
    Mio padre era fuori a piangere di nascosto sentendosi in colpa…
    Ed io ero nella Terra di Mezzo a immaginare un mondo fatato dove il bene vince sempre…
    Matteo aveva scavalcato il divieto di accesso… Era salito per quel palazzo vecchio e logoro… Era salito sul balcone più in alto…
    Gli alberi lontani lo avrebbero accolto tra i suoi rami…
    Cadere come un angelo senza più ali…
    Aprì le sue ali senza piume… Aprì le sue braccia…
    E cadde giù… all’indietro… guardando il cielo che si allontanava, facendosi accogliere dal vuoto…
    Giù a picco… Verso il centro del mondo, verso la terra di cui siamo fatti…
    Mandò a fanculo il mondo: a fanculo quella ragazza che lo aveva preso in giro, a fanculo i compagni di classe che lo deridevano, a fanculo il padre che lo aveva picchiato, a fanculo tutti e tutto…
    Cadde giù come una piuma che si ruppe durante il suo primo volo.

     
  • 02 aprile 2010
    Esplosione

    Come comincia: Eravamo insieme, io e te, a quella festa di compleanno dove esplose la bomba…
    Ti ricordi? Ci eravamo appena dati il nostro primo bacio.
    Ti sentii urlare.
    Sì, perché anche se io ero appena andato via.
    Anche se io ero entrato in auto.
    Io sentii le tue urla.
    Il fuoco accecò le mie pupille.
    Le lacrime non fecero in tempo a scendere.
    Corsi fuori dalla macchina per cercarti.
    Corsi via per tornare da te.
    Ed ora il tuo cardiogramma è fermo. Linea retta, siamo diventate due linee rette che non si incontreranno mai.
    Ti ricordi? Eravamo insieme a quel compleanno.
    I bambini giocavano. Le mamme parlavano.
    Ed io ti dissi che ti amavo.
    Ed ora ho una pistola in mano.
    Ed ora guardo un film porno.
    Vorrei vomitare sulla televisione.
    Vorrei vomitare il pianto che ho in gola.
    Ti ricordi? Ero al tuo funerale.
    Già, ero quello alto, in fondo, vestito con i jeans.
    Mi dispiace che non mi hai visto piangere.
    Ti chiedo scusa.
    Quella sera mi chiusi in bagno con due bottiglie di vino.
    Mi erano costate un euro ognuna.
    Ho pensato fosse vino scadente.
    Le ho bevute e poi sono svenuto.
    Non mangiavo da due giorni.
    Non bevevo acqua da due giorni.
    Ed io, sai, ti ho sognato.
    Eri bella. Ti toccavo i lunghi capelli. Ti mordevo le labbra. Ti accarezzavo il collo.
    Ti baciavo tra i seni bianchi. Ti sfioravo i capezzoli rosei. Ti baciavo ancora, ti rapivo la bocca.
    Ti amo.
    Ti ricordi quando caddi dalla bicicletta?
    Facevamo l’asilo insieme.
    E quando mi ruppi la gamba perché ero andato in bicicletta senza mani lungo la strada in discesa?
    Frequentavamo le medie insieme.
    E quando l’altro giorno mi hai visto con uno spacco sul sopracciglio destro?
    Eri preoccupata per me. Dopo anni che ormai mi conosci come sono fatto, lo sai che sono uno scapestrato, eppure eri ancora preoccupata per me.
    A quel compleanno avevo avuto il coraggio di dirti ti amo.
    Quel giorno avevo avuto il coraggio di posare la mia bocca sulla tua.
    Ed ora, ora cosa mi rimane?
    Sono davanti al televisore, nudo sul divano.
    È notte e persino i pipistrelli si rifiutano di volare.
    Non si sente nemmeno il gufo.
    Sento il tessuto che fa attrito sulla mia pelle sudata.
    Vedo due uomini che si scopano una donna.
    La televisione è l’unica luce nel buio della casa.
    Si riflettono logore immagini sulle mie pupille.
    Mi è cresciuta persino la barba.
    Il bicchiere di latte è ancora pieno sul tavolino.
    Una mosca è annegata nel candido bianco…
    Ho una pistola in mano.
    La stringo.
    La alzo.
    Vorrei metterla sulla mia tempia…
    Bang!
    Uno sparo. Una pallottola. Un’altra esplosione nel cervello.
    Ho alzato la pistola. Ho focalizzato il punto centrale del televisore. E ho sparato.
    Le finestre hanno tremato.
    Il televisore è scoppiato.
    Ora c’è solo il nero che accompagna il buio.
    Rimango immobile, mentre frammenti di vetro che prima erano tre corpi nudi ripresi da una telecamera, mi fanno compagnia.
    Non si vede nulla.
    Ti penso.
    Senza te forse sono diventato cieco?
    Ti voglio.
    Senza te forse non so più cos’è ridere?
    Ti desidero qui vicino a me.
    Senza te forse sono diventato morto?
    Sale l’acido dallo stomaco.
    Sembra che all’improvviso la mia anima percorra boschi tra tempeste.
    Sale la voglia di baciarti ora.
    Sembra che all’improvviso le nuvole che soffocano il mio petto si stiano gonfiando come palloncini di mongolfiera.
    Sale la voglia di sbattere la testa contro il muro.
    Sembra che all’improvviso il grido sommerso voglia salire fino alla mia voce.
    Sto piangendo.
    Finalmente la pioggia ha deciso di bagnarmi il volto.
    Piango.
    Finalmente le lacrime hanno deciso di ungere la mia esistenza di consapevolezza.
    Mi rannicchio nudo come un feto sul fetore del divano.
    Ti stringo a me, tu, pensiero che amerò per sempre.
    E ti porto via, via con me.

     
  • Come comincia: Gli occhi delle stelle si spalancarono come ali di angeli. E tra le dita il suono delle loro piume fuggiva via come i capelli che le donne donano alle mani del vento. Fu come un velo che coprì la città, come neve sulle ciglia nere dei bimbi. E il sorriso dei bambini fu come il bacio dolce che ora la luna custodisce tra le mani. Il vento, lo chiamai, perché potesse rapire le mie labbra e perché potesse trasportarle proprio tra le dita della luna. Il cielo, gli parlai e gli domandai come stesse. E poi gli chiesi un abbraccio. E allora caddero. Caddero le piume degli angeli. Bianche come pioggia di garofani. Bianche come pioggia di estate. Volavano come petali nell’aria.
    Corsi sulla collina. Corsi tra i sassi e l’erba alta. Corsi inseguendo il sole. Arrivai in cima e guardai i tetti ricoperti delle case. Volevo baciare le nuvole tanta era la felicità e l’euforia.
    E allora le mie gambe tornarono a correre. Corsi verso mio fratello. Corsi a casa.
    “Francesco! Francesco!”- lo chiamai.
    “Giulia, finalmente sei tornata. Dove sei stata?”- mi domandò la mamma che era nella nostra piccola cucina vicino al mattatoio. Il fazzoletto nero sulla sua testa, legato dietro la nuca, le copriva i bei capelli.
    “Mamma! Dov’è Francesco?”
    “Fai silenzio, si sta riposando. Ha pianto tutta la mattina.”- disse la mamma mentre faceva il pane che Francesco ed io non avremmo mai mangiato, perché sarebbe stato venduto alle altre famiglie agiate del paese.
    Pensai alle lacrime del mio fratellino e preoccupata andai nell’altra camera.
    Sul letto c’era il piccolo Francesco che dormiva. Aveva le guance rosse e calde, la fronte sudata e il respiro affannato.
    Gli presi la mano e la strinsi nella mia. Senza dir nulla, lo guardai e lo baciai. Presi la pezza bagnata che era nella bacinella vicino al letto, la strizzai e la posai sulla sua fronte.
    C’era chi la chiamava febbre gialla, c’era chi la chiamava peste, chi la chiamava la maledizione portata dagli schiavi africani. Io non sapevo quale fosse il suo nome, sapevo solo che a causa sua mio fratello erano giorni che non usciva di casa ed erano giorni che non si muoveva dal letto.
    Persa nei miei pensieri continuai a tenere la sua piccola mano bianca e gonfia nella mia, poi vidi i suoi occhi azzurri. Aprì gli occhi e si girò verso di me sorridendomi. I suoi occhi blu somigliavano a zaffiri e sembrava che brillassero più dei diamanti.
    “Tato, come stai?”- gli domandai.
    “Bene.”-rispose con la sua voce fioca.
    “Sai, c’è una sorpresa per te.”- gli dissi aprendo la tendina della piccola finestra.
    Le piume cadevano come grandi fiocchi di neve. Leggiadre dondolavano nell’atmosfera e il sole le illuminava. Ogni piuma sembrava fatta d’argento e come se fosse stata una magia catturava i nostri occhi.
    “Tato, hai visto? Sono le piume degli angeli. Il cielo te le regala.”- gli dissi mentre attonito lui guardava la meraviglia del paesaggio.
    Francesco sorrideva. Estasiato guardava quella strana e stupenda pioggia. I suoi occhi puri sembravano gli specchi della verità.
    Non dicevamo nulla. Abbracciati sul letto guardavamo le piume cadere.
    “Guarda, Tato! Anche l’arcobaleno! Hai visto?”- gridai contenta indicandoglielo.
    Però Francesco non mi rispose.
    I suoi occhi azzurri aperti ma persi nel vuoto guardavano verso la finestra. Il suo dolce sorriso permaneva sul suo volto. E la sua fronte che ogni notte era calda come il fuoco che lo consumava fino alle ossa, era fredda, come fredda può essere solo una notte d’inverno.
    “Tato…”- lo chiamai sottovoce come per paura di svegliarlo.
    “Francesco…”- bisbigliavo il suo nome.
    “Tato…”- singhiozzavo parlandogli all’orecchio.
    Le lacrime caddero come le piume che quel giorno erano scese dal cielo. Le lacrime uscivano e bagnavano il mio viso. Stringevo il suo corpo al mio. Lo tenevo abbracciato a me.
    Le mie braccia stringevano il corpicino di mio fratello mentre il mio petto impazziva tra i singhiozzi.
    “Giulia.”- era la mamma alla porta che mi chiamava.
    Gli ultimi raggi del sole illuminavano il volto del piccolo Francesco mentre la pioggia di piume era terminata.
    La mamma si avvicinò. Staccò con pazienza le mie braccia da lui perché facevano resistenza nel loro doloroso desiderio di rimanere attaccate alla sua pelle.
    Piangevo senza dire nulla. Piangevo a testa bassa, coprendo con i capelli il mio viso e la mia tristezza, il mio vuoto e la mia solitudine.
    La mamma prese in braccio il piccolo, gli chiuse gli occhi. Gli baciò la fronte come faceva ogni sera prima di andare a dormire.
    Tratteneva le lacrime: lei forte segregava nel suo cuore i suoi pianti.
    Il braccio di Francesco scivolò dalla spalla della mamma. Giù, scivolò giù come un ramo rotto.
    “Resta qui, faccio subito”- mi disse la mamma accarezzandomi.
    La guardai dalla finestra. Portava il piccolo Francesco sul carro dove erano messi tutti gli altri malati… Gli avrebbero dato fuoco… Il mio fratellino…
    La mamma lo posò con cura…Gli baciò di nuovo la fronte e poi come se avesse delle convulsioni  iniziò a baciargli le guance. Gli uomini allora la allontanarono.
    Quei corpi su quel carro: erano tutti stretti senza ritegno come carogne.
    E tra loro c’era Francesco.
    Le sue braccine e le sue piccole gambe nude. I suoi piedi scalzi.
    Lo guardavo dalla nostra finestra e poi mi accorsi che avevo dimenticato un qualcosa di importante: non gli avevo detto che gli volevo bene.
    Allora presi un lenzuolo bianco e corsi fuori. Corsi sperando di far prima degli uomini pronti con le loro fiaccole di fuoco.
    Mi buttai su Francesco, davanti a tutti, lo coprii con cura.
    “Così non sentirai freddo”-gli sussurrai-“Fratellino, fai sogni d’oro. Buona notte. Ti voglio bene.”
    Un uomo mi allontanò delicatamente da lui: “Vieni, piccola, allontanati”.
    Mi girai, diedi le mie spalle al carro, e mi strinsi alla mia mamma tenendo la stoffa del suo vestito stretta alle mie mani.
    Il calore del fuoco, lo sentii dietro la mia schiena, mentre le mani delicate della mia mamma, le sentivo protettive sulla mia testa e le mie spalle.
    Piangevo, altro non potevo fare. Bagnavo con le mie lacrime la stoffa ruvida della gonna di mia madre. E sentivo il mio cuore che aveva bisogno di sgonfiarsi e di togliersi di dosso tutte le lacrime.
    “Andiamo a casa”- disse la mamma.
    Mi prese in braccio e andammo in quella piccola e povera dimora dove le uniche sopravvissute della nostra famiglia eravamo noi.
    Appoggiai pesantemente la mia testa sulla spalla di mia madre. I miei occhi gonfi si aprirono e videro il carro infuocato. Riconobbi un pezzo di lenzuolo bianco che presto fu anch’esso mangiato dalle fiamme.
    Sui miei occhi neri sentii il riflesso del fuoco, alzai la testa e senza piangere salutai per l’ultima volta mio fratello.

     

     

    Piccolo tributo, ispirato a Manzoni, “I Promessi Sposi”, cap.34

     
  • 23 ottobre 2009
    La voce ingoiata

    Come comincia:

    La guardai. Era davanti a me impassibile. Era davanti a sua figlia che l’amava.
    Mia madre era unta di dispiaceri e dolori. Il sangue che scorreva nelle sue vene era stufo di vivere.
    “Mamma”- la chiamai toccandole la mano inerme.
    I suoi occhi ciechi mi penetravano il corpo e l’anima. I suoi capelli arruffati e crespi erano la testimonianza della sua stanchezza. La sua bocca scura era la conferma della sua malattia.
    “Mamma”- la chiamai accarezzandole il volto.
    Il suo sguardo disorientato cercava una luce nel buio. Le sue mani bianche cercavano un muro dove posarsi. Le sue ali senza piume cercavano un ramo dove riposarsi.
    “Mamma”- la chiamai baciandole la fronte.
    Il sudore della sua pelle aveva purtroppo in sé annientato il profumo di rose che io sentivo quando da piccola mi avvicinavo a lei per ricevere un suo bacio.
    Il profumo della sua pelle aveva purtroppo assorbito l’odore di ospedali e di medicinali.
    “Mamma”- la chiamai posando le mie labbra tremanti sulla sua guancia.
    La sua mano instabile cercò il mio viso. Gli occhi sui polpastrelli delle sue dita cercarono di riconoscere l’identità che mi appartiene.
    Le lacrime in silenzio scivolarono sulle sue guance e la voce ingoiata nello stomaco cercò di risalire la gola. 
    “Mamma”- la chiamai piangendo.
    Sentii le sue mani esitanti sulla mia bocca di cui ne disegnavano i contorni. Sentii le sue mani sui miei occhi di cui ne asciugavano le lacrime.
    “Mamma”- la chiamai accoccolandomi sulle sue ginocchia.
    Sentii le sue ali aprirsi. Sentii le sue bocche baciarmi. Sentii il suo calore avvolgermi.
    “Mamma”- la chiamai per l’ultima volta.

     
  • 23 ottobre 2009
    Bulimia

    Come comincia: Ero a casa.
    Ero seduta in cucina a guardare la tv disgustosa di un Grande Fratello dove una mostra la sua sesta di seno rifatto.
    Avevo mangiato e avevo lavato i piatti, così che la cucina fosse pulita e ordinata.
    Mia sorella era uscita con il suo fidanzato.
    Mamma e papà avevano deciso di andare al cinema.
    Finalmente sarei stata a casa da sola: io e i miei 42 chili sui miei 1 e 69 centimetri.
    Ma mia sorella tornò prima del dovuto.
    Sentii la porta sbattere piano e il suo passo inconfondibile delicato. Sembrava che indossasse piume al posto delle sue scarpette con il tacco.
    Udii il tintinnio delle sue chiavi riposte nell’angolo a loro riservato e poi preoccupata lei venne subito in cucina domandandomi: “Hai mangiato?”
    Nessuno aveva capito ancora che quella domanda mi dava fastidio.
    Le davo le spalle, la luce del televisore mi invadeva il viso scarno e la smorfia delle mie labbra conteneva il mio nervosismo.
    “Sì, ho mangiato”- risposi scontrosa a tono basso.
    “Sicuro che hai mangiato?”- mia sorella volle insistere e si avvicinò.
    “Sì, ho mangiato”- ripetei cercando di stare calma ma alzando il volume della mia voce.
    “Ma cosa hai mangiato? Non si sente nessun odore.”-affermò lei annusando l’aria come un segugio pronto a mordere la preda.
    Mia sorella purtroppo continuò a infastidire quella mia mente anoressica che cercava di guarire.
    “Ho mangiato l’insalata con carote, finocchi e olive”- le dissi fissando la tv dalla quale non avevo distolto lo sguardo.
    E in una falsa postura impassibile iniziai a fremere irritata.
    “Non mi fido. Cristina, tieni, ti cucino una cotoletta e la devi mangiare davanti a me!”- disse lei autoritaria aprendo quel frigo maledetto che partoriva solo cibo.
    La sua voce, il suo modo di imporsi, l’odore del cibo che arrivò alle mie narici, tutto ciò fu come un fulmine che mi stava lacerando pian piano.
    Lei mi volle cucinare.
    E davanti a me pose il nauseante piatto con cotoletta e insalata.
    Fu inutile dirle che avevo mangiato, fu inutile ribadirlo, fu inutile giurarlo, fu inutile contestarla.
    Fu inutile convincerla: tanto lei non mi credeva, tanto lei aveva perso fiducia in me.
    Con costrizione, con il vomito che mi saliva in gola, mangiai.
    Mangiai davanti a lei.
    Con la fredda sensazione che circolava nelle mie vene, con la maledetta voglia di uccidermi e annientarmi, con la sensazione che nella mia gola l’esofago si chiudesse chiedendo pietà, con la trachea che sembrava volesse chiudersi per crudele solidarietà, mangiai ogni briciolo.
    Orgogliosa quando vide il piatto pulito, mia sorella mi lasciò in pace.
    Però non aveva capito il danno che mi aveva procurato.
    Lei non aveva capito.
    Con le lacrime agli occhi corsi in bagno.
    Alzai la tavoletta del water.
    Due dita in bocca.
    Vomitai.
    Vomitai tutto ciò che avevo mangiato quella sera.
    Forse vomitavo sul mondo le mie insicurezze.
    Forse vomitavo sulla gente la mia noia e la mia stanchezza.
    Uscii da quel bagno traballante e con le palpebre tremanti.
    Ero stata sconfitta da me stessa un’altra volta.
    Piena di ira calciai la prima cosa che mi capitò davanti e
    corsi da lei, da mia sorella.
    Arrabbiata le gridai contro: “Ho vomitato tutto! Io avevo mangiato prima che tu tornassi!”
    Lei mi guardò sbalordita. Aveva gli occhi sbarrati, le labbra socchiuse in un sentimento di stupore. Stava cercando un cd da ascoltare nel suo paradiso quando all’improvviso il mio inferno la travolse.
    Continuai ad urlare presa da una crisi isterica e iniziai a lanciare per terra tutto ciò che mi capitava tra le mani.
    Attonita e con una smorfia di compassione lei voleva abbracciarmi. Desiderava solo abbracciarmi, lei che aveva in quel momento il potere di schiaffeggiarmi.
    Venne verso di me aprendo le sue braccia.
    I suoi occhi dolci mi penetravano il cuore. Le sue mani, che avrebbero voluto stringere il mio corpo, mi soffocavano.
    Mi allontanai, rifiutai il suo abbraccio ed urlai con la rabbia che infiammava la mia gola:
    “Io avevo mangiato e stavo bene! Mi hai costretto! E io ora ho vomitato!”
    E poi… poi scappai dal mondo.
    Uscii, in auto, lontano da tutti, lontano da occhi indiscreti che avrebbero visto il mio corpo obeso.
    Sì, era questo il mio pensiero malato.
    Ed io non mi accorgevo delle lacrime di mia madre, della sofferenza di mio padre.
    Egoista pensavo solo al cibo se fosse giusto mangiare o non.
    Spaesata non sapevo più cosa fosse giusto o sbagliato.
    Disorientata avevo perso la mia stella polare.
    Lui mi aveva lasciato troppo presto.
    Lui mi aveva sfruttato troppo presto.
    Io avevo solo quattordici anni: cosa ci facevo con un trentenne?
    Lui era il mio punto di riferimento.
    E quando mi disse addio perché doveva sposarsi con la sua fidanzata, mi crollarono le ossa delle gambe e con esse tutta me stessa.
    Allora iniziò il travaglio della mia famiglia.
    Io non mangiavo più.
    Il cibo era mio nemico.
    Il mio corpo non sapeva più come essere: io non sapevo più chi ero e cosa volevo essere.
    Cominciarono le battaglie con me stessa.
    Iniziò la guerra  con il mangiare.
    La mia guerra contro il mondo, la mia guerra contro psicologi senza tatto.
    Cosa mi chiese quel dottorando in psicologia quando mi sedetti nel suo studio?
    “Perché non mangi?”- fu la sua prima domanda.
    Io probabilmente nemmeno lo ascoltai e mi chiusi nel mio silenzio.
    Non mi rendevo conto di cosa stavo diventando.
    I miei sorrisi non c’erano più.
    Il mio amore per la mia famiglia era scomparso.
    Il mio amore per la vita non c’era più.
    Dentro di me fiorivano i fiori del malessere e alla gente manifestavo solo la mia cattiveria.
    Era forse il mio modo di difendermi?
    Non riuscivo a tornare in superficie, litigavo con me stessa, litigavo con tutti.

     


    Ero in auto: la musica a tutto volume dallo stereo, i capelli neri sciolti sulle spalle, il pianto su un baratro pronto a scoppiare.
    I suoni delle canzoni mi sfioravano la pelle.
    Facevo penetrare lentamente dentro le mie costole il ritmo e la voce del cantante dei Radio Head ascoltando “Ideoteque”.
    Ricordai i primi tempi della malattia e la prima volta che litigai con mia sorella che mi diceva: “Sei anoressica! Ma ti sei vista allo specchio?”
    Io mi infuriai. Erano così seccanti le sue parole.
    Ugualmente quella volta iniziai a lanciare oggetti e iniziai a gridare.
    Mi sarei aspettata anche quel giorno il suo schiaffo quando vidi la sua mano tendersi.
    Invece lei mi accarezzò.
    Scoppiai a piangere.
    Il mio corpo tremava e piansi come una bimba.
    Mi strinsi al suo maglione e singhiozzai.
    Mi arresi alla mia debolezza e scivolai sul pavimento, bagnando le mie gote e il mio collo di lacrime.
    Farfugliai parole alla ricerca di ciò che volevo veramente dire: forse cercavo di dire “Aiutami”.


    Ho combattuto.
    Ho pianto. Ho urlato. Ho odiato. Ho cercato amore senza accorgermi che era lì vicino a me.
    Per esasperazione mia madre non volle più mangiare.
    Decise di diventare il mio specchio.
    Decise di fare digiuno pensando che io capissi ciò che stavo commettendo. Sperava che io mi rendessi conto di cosa significasse non mangiare. Sperava che io mi accorgessi del dolore che le stavo infliggendo, facendomi vedere come morivo giorno dopo giorno.
    Sono svenuta. Mi sono ritrovata in ospedale con una flebo al braccio.
    Iniziai a mangiare ma poi tutto finiva inesorabilmente nel water. Tutto veniva spazzato via dal vortice dell’acqua che poteva nascondere tracce o prove della mia colpevolezza.
    Mi guardavo attorno indispettita, mentre prima, quasi un tempo molto lontano, io sorridevo perché vedevo i bambini o perché c’erano gli uccellini sui rami degli alberi.
    In quel momento era come se il mondo fosse scomparso.
    Per me esistevano solo gli occhi di chi mi fissava giudicandomi e deridendomi.
    Durante la mia anoressia tutto ciò, che in un passato non lontano mi offriva gioia, era a me invisibile. Tutto, i sorrisi delle persone, la felicità della gente, erano a me inspiegabili e sgradevoli.


    Ma forse qualcosa in me si mosse.
    Forse la mia voglia di vivere non si era del tutto assopita.
    Forse la mia vera anima, addormentata nel petto, reagì e mi scosse.
    Ho cercato allora me stessa. Ho voluto ribellarmi. Ho voluto rialzarmi. Ho voluto dire basta al fantasma che stava prendendo il mio posto.
    Ho voluto riafferrare la mia vita.
    Ed ora… ora, dopo due anni di assoluto disorientamento, dopo quattro anni di cura e terapia.
    Ora ho riscoperto a credere, a credere in qualcosa, ma soprattutto a credere in me.
    Ora che so chi sono.
    Adesso che sono tornata me stessa.
    Ora!
    Perché finalmente sono tornata quella me stessa che nemmeno io conoscevo.