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Autore

Giorgia Spurio

in archivio dal 23 ott 2009

21 dicembre 1986, Ascoli Piceno - Italia

segni particolari:
Lettrice amante e scrittrice allucinata.
Capro espiatorio preferito di bambini e animali.
9 libri pubblicati. Persuasa dalla Poesia. Sedotta dalla Narrativa.
Sempre stata amante della letteratura, scrivo pensando in particolare ai problemi sociali da cui traggo ispirazione.
 

mi descrivo così:
Laureata in Lettere.
Insegno musica e lavoro nel sociale come educatrice.
Le mie sillogi: “Quando l’Est mi rubò gli occhi”, “Dove bussa il mare”, “Le ninne nanne degli Šar”, "L'orecchio delle dèe".
Il mio romanzo: "L'inverno in giardino".

07 aprile 2010

Follia e amore

Intro: Storie di ordinaria follia che si consumano tra le mura domestiche: frustrazione e dolore generano omertà, l’impotenza e la fragilità sfociano in drammatiche risoluzioni. Drammatico epilogo di sconvolgente attualità. Purtroppo!

Il racconto

È così poco distante la follia dall’amore.
Mio padre fu accecato dalla gelosia e il suo amore si trasformò in tragedia.
Avevo sette anni quando trovai mia madre stesa a terra e piangente con il mascara che scivolava lentamente sulle sue guance bianche.
Mi avvicinai come terrorizzato ma nello stesso tempo con il bisogno di baciarle il viso.
Mi prese, mi strinse, mi abbracciò dolcemente tra le sue mani tremanti.
Mi baciò la fronte e cercò di asciugarsi le lacrime.
Non parlavo, la guardavo solamente sperando che rispondesse ai miei occhi interrogativi.
Si alzò e sorrise per rassicurarmi: “Che stupidina la tua mamma… Sono caduta… Sono scivolata come succede nei cartoni animati…”
Io cosa potevo fare se non crederle?
La mattina dopo, senza trucco, mentre facevamo colazione mi accorsi che aveva dei segni rossi e violacei intorno al collo e la sua guancia era gonfia.
Matteo, mio fratello si svegliò e si sedette vicino a me per bere il latte.
“Buon giorno! “- dissi.
“Buon giorno…”- sbadigliò- “Uffa, oggi ho il compito in classe! Compito di latino…”
“Vedrai che andrà bene…”- rispose la mamma da dietro la cucina.
“Ma mamma, non fai colazione con noi?”- domandò Matteo.
“Io ho già fatto colazione….”- sembrava che la mamma volesse nascondersi da mio fratello che si alzò e andò da lei.
“Lo ha fatto di nuovo? Lo ha fatto di nuovo quel bastardo? Ti ha picchiato,mamma? “- Matteo urlò e diede un pugno allo sportello della credenza.
“No, tesoro… No… Tuo padre non c’entra nulla…”
Allora mi alzai e a voce bassa dissi: “La mamma ha detto che ha scivolato…”
Speravo in questo modo di calmare le acque.
Matteo, più basso dei suoi compagni di classe frequentanti il primo ginnasio, diede un altro pugno allo sportello e guardò la mamma: “E tu continui a difenderlo? Ti ostini a far sembrare nostro padre un angelo? È un farabutto, mamma! È un bastardo! Ma… ma questa volta decido io per tutti noi! Ci trasferiamo tutti dalla nonna! E quell’uomo… e quell’uomo che per me non è mai stato un padre ci deve stare lontano!”
Detto questo Matteo si vestì in fretta e andò all’officina dove lavorava il babbo.
Di quella loro discussione seppi solo che Matteo andò a scuola con un occhio nero…
Io in auto verso la mia piccola scuola stetti in silenzio vicino alla mia mamma.
“Tesoro, non parli stamattina? Sei preoccupato? Tuo padre non è cattivo… Ci vuole tanto bene…”- lo disse sperando di tranquillizzare il mio cuore, ma io sapevo che quando sarei tornato a casa sarebbe scoppiata la bomba.
All’ora di pranzo mi venne a prendere papà: mi sorrideva come sempre, mi diceva cose divertenti, mi aveva comprato le figurine... Ma appena entrammo in casa…
“Disgraziata!Maledetta sgualdrina!Cosa hai detto a Matteo?”- papà si era fiondato sulla mamma.
La mamma non fece in tempo a difendersi che iniziò a gridare perché papà le stava tirando i capelli.
Io rimasi paralizzato davanti a loro due desiderando che Matteo fosse già tornato.
La porta, sentii la porta aprirsi: era tornato!
Matteo corse in sala, e separò nostro padre da nostra madre.
“Tu sei un pazzo! Esci da questa casa!”-gridò Matteo.
“Vuoi che vada via? E chi vi sfamerà? Senza i miei soldi morirete di fame! Vai tu a lavorare?”- papà parlò a Matteo con strafottenza e iniziò a schiaffeggiarlo-“Sei una femminuccia, neanche riesce a difenderti!”
“Smettila,Mauro, smettila,lascia in pace il ragazzo!”-la mamma piangeva…
“E vuoi difendere tua madre? Femminuccia, vuoi difendere la tua mamma? Ma lo sai che la tua mamma è una sgualdrina?”-papà continuava…
Ed io… io volevo correre via… ma ero bloccato…
Mio padre guardò tutti con stizza, Matteo non disse nulla e scappò via.
“E' pronto il pranzo?”-fu l’unica cosa che disse mio padre sedendosi al tavolo.
Poi mi guardò: “Marco, che fai lì contro il muro?Vieni qui da papà, fammi compagnia.”
Mi sorrideva e seguii i suoi ordini.
Papà tornò poi alla sua cara officina. La mamma lavò i piatti piangendo e rannicchiandosi per terra.
Io la guardai seduto immobile…
Il giorno passò pian piano: feci i compiti, la mamma cercò di indossare la maschera della felicità per vedermi sorridere.
Arrivò la sera, il sole tramontava dietro le ali delle rondini, la mamma preparava la cena.
Papà tornò domandando se era pronto da mangiare.
“Matteo, non è ancora tornato… E non risponde al cellulare…”-disse la mamma titubante e preoccupata.
“Tranquilla, starà con gli amici…”-papà accese la televisione per vedere una partita di calcio.
“Non conosci per niente tuo figlio… Matteo non ha così tanti amici come pensi tu…”
Squillò il telefono. La mamma rispose. I suoi occhi si spalancarono.
“Cosa? Ma ne è sicuro? Ma mio figlio…” - si frammentò la sua voce, mille frammenti come il suo cuore.
“Matteo è all’ospedale, Mauro! Matteo… Matteo ha tentato il suicidio!” - piangeva ancora, piangeva la mia mamma.
Papà si voltò incredulo e mi portarono via con loro. L’auto correva veloce sulla strada verso l’ospedale.
La mamma corse rischiando di cadere. Ripeteva il nome di suo figlio fino alla pazzia.
Mio padre lentamente mi accompagnava tenendomi la mano. Guardava il pavimento cercando forse di calpestare la propria ombra.
“Mio figlio! Dov’è mio figlio?”
Sala rianimazione. Dottori in camice bianco e infermieri in camice verde.
La bloccarono: “No, signora, si calmi, non può entrare.”
“Mio figlio…” - i capelli lunghi della mamma si spostarono seguendo lo spostamento d’aria causato dalle braccia che la fermarono.
“Mio figlio come sta?”
Le infermiere cercarono parole di conforto: “Tra poco lo sapremo… venga con noi…”
La portarono in sala d’attesa.
Camomilla. Lancette d’orologio. Silenzio. Passi di infermieri, di dottori… Odore di ospedale.
Papà era impassibile: non lo avevo mai visto così.
Le dita della mamma tremavano stringendo la tazza di camomilla ancora piena.
“E' in coma farmacologico, signora…”
“Voglio vederlo…”-la mamma desiderava riabbracciare suo figlio.
Indossò il camice verde e si avvicinò a colui che sarebbe stato per sempre il suo bimbo.
Posò la sua testa sul petto del figlio singhiozzando: “Perché lo hai fatto?”
Papà si alzò: “Marco, rimani qui…”
Rimasi solo sulle sedie di legno del corridoio.
Vidi allontanarsi la figura alta e robusta di mio padre.
Guardai il soffitto bianco, le barelle in fondo e poi le mie scarpe mentre muovevo i miei piedi dall’alto verso il basso.
La mamma era dentro a baciare il suo primogenito…
Mio padre era fuori a piangere di nascosto sentendosi in colpa…
Ed io ero nella Terra di Mezzo a immaginare un mondo fatato dove il bene vince sempre…
Matteo aveva scavalcato il divieto di accesso… Era salito per quel palazzo vecchio e logoro… Era salito sul balcone più in alto…
Gli alberi lontani lo avrebbero accolto tra i suoi rami…
Cadere come un angelo senza più ali…
Aprì le sue ali senza piume… Aprì le sue braccia…
E cadde giù… all’indietro… guardando il cielo che si allontanava, facendosi accogliere dal vuoto…
Giù a picco… Verso il centro del mondo, verso la terra di cui siamo fatti…
Mandò a fanculo il mondo: a fanculo quella ragazza che lo aveva preso in giro, a fanculo i compagni di classe che lo deridevano, a fanculo il padre che lo aveva picchiato, a fanculo tutti e tutto…
Cadde giù come una piuma che si ruppe durante il suo primo volo.

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