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in archivio dal 16 feb 2011

Giorgio Genetelli

09 settembre 1960, Bellinzona - Svizzera
Segni particolari: Spirito libero, la mia libertà finisce dove comincia quella dell'altro
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  • 16 febbraio 2011 alle ore 18:23
    Sentéi (Sentiero)

    S'a voresom a naresom
    né sou né acqua né vénn
    i podreéss sacatèe l'us
    A saresom daléisc
    con l'aria in di loch
    la rosada in di péi e la viti in do sach

    A voresom nèe ma a semm resctéi
    come canicc la nécc da Danedèe
    con la néu sol piodéi
    E la minésctre da poi
    ch'la scto gnann più
    Col sentéi ca sa scmorso
    in fonn al valécc

    Se volessimo andremmo
    né sole né acqua né vento
    potrebbero scrollare l'uscio
    Saremmo lontani
    con l'aria nei capelli
    la rugiada nei piedi
    e la vita nello zaino

    Volevamo andare ma siamo rimasti
    come bambini la notte di Natale
    con la neve sul tetto
    E la minestra di fagioli
    che non scotta nemmeno più
    Col sentiero che si spegne
    in fondo al burrone

     
  • 16 febbraio 2011 alle ore 15:51
    Frecc (Freddo)

    Dasédass e videi che l'é nècc
    i'onscéi da cantèe i é mai strach
    i canicc i é indinsegn in do lécc
    e da vìu t'en g'ha pien i pirach
    el da nèe propi in mézz a scto frécc
    a laurèe o a crapèe
    con el chér in dom sach

    Svegliarsi e vedere ch'è notte
    gli uccelli di cantare non son mai stanchi
    i bambini sognano a letto
    e di vivere ne hai piene le tasche
    devo proprio andare in mezzo a questo freddo
    a lavorare o a crepare con il cuore nel sacco 

     
  • 16 febbraio 2011 alle ore 15:49
    Foglia

    galleggia e piega
    diradata compagna
    e si fa terra

     
  • 16 febbraio 2011 alle ore 14:17
    La casa* (La cassa)

    La casa

    Apréu a l'us da Cà dal Géni
    ai dui taurìt da tòlo roso
    el Vezio, el Silio e la zia Eni
    i varda el ciél con na gran coso
    el bian di nugri u vara vii
    el blò c'u ruu a scpachèe tut
    la luus la copo tucc i sctrii
    fin can ch'el dì u divénte mut
    la nébie sciasa
    la féje pasa
    e in fonn
    la casa

    La cassa
    Vicino all'uscio di Cà dal Geni
    ai due tavolini di latta rossa
    il Vezio, il Silio e la zia Anna
    guardano accorati il cielo
    il bianco delle nuvole vola via
    l'azzurro che arriva a spaccar tutto
    la luce ammazza tutte le streghe
    finché il giorno diventa muto
    la nebbia fitta
    il fogliame appassito
    e in fondo
    la cassa

    *La lingua usata è il dialetto di Preonzo, paese della Svizzera di lingua italiana

     
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  • 16 febbraio 2011 alle ore 14:22
    Il becaària*

    Come comincia: Avventura e libertà l’avevano sempre attratto, tanto da convincerlo che la sua vita si fosse svolta tutta in tempo di guerra. Ma l’unico conflitto sperimentato per davvero, forse, se lo portava dentro. Oddio, scemo del tutto Mario non era. Sapeva benissimo che nella terra dov’era nato di fragori bellici non c’era traccia. Gli bastavano i maestri della sua formazione. Grazie ad autori come Vittorini, Fenoglio o Bonelli, i compagni ideali erano ribelli e libertari, gente che non aveva alcuna intenzione di sottostare a leggi altrui. Come lui, esattamente così. Proprio. Nei momenti più duri si inerpicava chissà dove, alla faccia delle prevaricazioni inflitte da un mondo che, ne era certo, nemmeno tentava di capirlo. A partire dalla famiglia. Più che altro dal padre. L’inquietudine era diventata così soffocante che dopo l’ennesimo scontro col genitore Mario strappò dai muri della propria camera i disegni ai quali aveva dedicato più tempo, disciplina e amore. Ma pure Keegan e Neskeens finirono a brandelli. Per profanare il meticoloso universo del padre faceva del male a se stesso o almeno alla sua creatività. Roba da psicologo, forse. Non era la cura, ma nei panni del perseguitato si sentiva meglio. La mamma qualcosa più del padre capiva. Difatti si mise a piangere nel vederlo lacerare le sue icone prima di buttarle al macero. - È così nervoso… per via degli esami, di sicuro - l’aveva sentita spiegare all’amica Denise, con voce velata di tenerezza per quel figlio indecifrabile che pareva d’un tratto diventato un altro. Gli esami non c’entravano un cazzo. Erano loro due; l’ottusa severità paterna e la remissività di lei che esasperavano Mario, già arrabbiato per tutto quello che era obbligato a fare, non certo per ansia da diploma. Al ginnasio andava poi così male, che poteva fregarsene degli esami senza il minimo senso di colpa. Non era stato lui a scegliere quella scuola di città;  e si crogiolava nell’alibi di esaudire degli ordini o, in subordine, di eseguire desideri. Ed era nervoso perché le cose su cui gli era toccato chinarsi per ben tre anni non lo interessavano, gli portavano via la vita senza che ci trovasse un perché. Della scuola salvava l’italiano, un po’ di storia, si faceva piacere il francese, gli era simpatico il professore di scienze. Il resto un buco nero. Quando arrivava finalmente il sabato, in ogni caso e con qualsiasi tempo doveva sacrificarne la mattina ai passatempi del padre. Tipo piantare l’ennesimo albicocco nel giardino o falciare il maledetto prato verde. Di vita, rimaneva un giorno e mezzo. Per fortuna i suoi l’avevano finita con l’obbligo della messa la domenica. Che era un’incombenza più noiosa che dolorosa, ma che si era aggravata per via di un nuovo parroco che predicava non solo contro i vizi, ma pure contro il cattivo umore. (...) *Romanzo di Giorgio Genetelli, pubblicato da Ana Edizioni nel novembre 2010