username o email
password

Ti piace Aphorism?
Segnalaci su Google

Inserisci la tua e-mail per ricevere gli aggiornamenti

in archivio dal 13 gen 2013

Giovanna Stori

10 gennaio 1973, Capri (NA)
Segni particolari: Grazie
Mi trovi anche su:

elementi per pagina
elementi per pagina
  • 04 febbraio 2013 alle ore 7:17
    Vorrei diventare... (villanella)

    Vorrei diventare...
    vorrei diventare le tue pantofoline,
    per poterti stare sempre sotto ai piedi
    ma se tu lo scoprissi, se te ne accorgeresti,
    per straziarmi, il giorno a correr passeresti.

    Vorrei diventare...
    vorrei diventare... cedrangolo
    per stare sulla tua finestra tutto il giorno
    ma se tu lo sapessi... non mi annaffieresti
    per farmi seccare: la morte mi daresti.

    Vorrei diventare...
    vorrei diventare il tuo specchio
    e rimirarti per quanto sei bella
    ma se tu lo sapessi, se te ne accorgeresti
    a qualche vecchia, laida, di certo mi daresti.

    Vorrei diventare...
    vorrei diventare di ghiaccio
    e non bruciare più per quanto t’amo
    ma se tu lo sapessi, se te ne accorgeresti
    con gli occhi ardenti tuoi, mi scioglieresti.

     
  • 29 gennaio 2013 alle ore 2:47
    Le mezze vite - Poemetto

    1

    De Pretore Vincenzo si arrangiava.
    Viveva la sua vita alla giornata.
    Figlio di padre ignoto e senza guida,
    faceva il borsaiolo per campare.

    Gli andava bene: vestiva anche alla moda:
    il mocassino al piede, su misura,
    e le camice, poi, una pittura ...
    la cravatta abbinata a “petit pois”.

    Viveva solo, ho detto, senza amici
    senza parenti e senza compagnie,
    di poca scuola, tranne che la strada.
    Però era scaltro e la Legge la sapeva.

    Un giorno, un suo “servizio” finì male,
    (lo scippo ad una vecchia) e andò in galera;
    nonostante si fosse camuffato,
    la donna lo conobbe e fu “beccato”!

    Era già conosciuto alla Questura,
    era già avvezzo alla condizionale.
    Così si fece Pasqua e anche Natale
    a meditare dentro alla prigione.

    Quando tutto passò, era deciso e certo:
    “Più non mi nomo Vincenzo De Pretore
    se anch’io non trovo un santo protettore
    e dev’essere un santo assai potente,

    che mi protegge qui e nell’al di là!”
    Così, chi cerca trova, e pensa pensa,
    si scelse un santo di grande importanza:
    uno “tosto": perfetto, all’incombenza.

    Padre del buon Gesù, marito alla Madonna,
    parente di Sant’Anna e San Gioacchino:
    “Chi meglio può proteggermi a puntino?
    chi più di San Giuseppe mi può offrire?”

    Rubava, sì, ma dopo, ne comprava immaginette!
    Accendeva candele a ogni reato:
    si sentiva protetto, felice e fortunato ...
    tanto, si sa: “Giuseppe” ci pensava!

    E come si agitava il 19, giorno di San Giuseppe,
    protettore ... era tutta una festa nel quartiere
    Nessuno lo fermava, nemmeno il Brigadiere,
    non c’era forza che lo tratteneva.

    Vivendo in questo modo, si capisce,
    anche se ti protegge il Padreterno,
    qualcuno esisterà, pure all’inferno,
    qualcosa storto pur dovrà avvenire...

    A piazza Municipio, una mattina,
    sfilava il portafoglio ad un signore,
    ma l’altro, lesto, ferma a De Pretore
    e gliele suona con abilità.

    Lo blocca tra le macchine, non molla,
    e dopo avergli rotto la mascella
    non reprime la rabbia, s’arma e spara...
    ed è finita per il malfattore,

    s’affloscia a terra, Vincenzo De Pretore!
    “E’ morto... e’ morto!”; “No, respira ancora!”
    Chi grida e chi l’aiuta ... confusione!
    Lo portano di corsa all’ospedale.

    Stordito, senza forze, De Pretore,
    la mano nella mano a un infermiera,
    il viso d’un dottor ... cattivo odore ...
    perdendo i sensi, passa all’al di là.

    2

    A piedi nudi, solo una vestaglia,
    se ne sta De Pretore, bianco bianco,
    in effetti sembrava un poco strano:
    è la prassi e le anime, si vestono così!

    Per niente spaventato, allegramente,
    si ferma sul portone di un Palazzo,
    sposta decisamente il maniglione
    poi sbatte con la forza, per chiamare.

    Da uno sportello posto sul portone
    un faccione simpatico s’affaccia,
    lo squadra e poi, solenne, gli domanda:
    nome, cognome, patria e qualità!

    “E a chi volete?” “Voglio a San Giuseppe!”
    “Ma siete atteso ... siete conosciuto?”
    “Ma certamente ... io sono benvoluto,
    ed è per Lui, che son salito quà!”

    “Allora avete già un appuntamento?”
    “Penso di si! Voi ditegli soltanto: c’è De Pretore,
    quello che vi ha incaricato protettore:
    ora che è morto, come deve agire?”

    Si chiuse lo sportello. De Pretore
    sentì lo scalpiccio che s’allontana,
    ma, poco dopo, più svelto e risoluto,
    il suono del cammino, torna la.

    Di nuovo lo sportello venne aperto
    ma l’omone, stavolta, era più mesto:
    “Mi spiace, De Pretore, sei in errore,
    San Giuseppe ha risposto: “E allora?

    Se è morto se ne stesse al cimitero!
    Chi lo conosce a questo De Pretore?”
    San Giuseppe parlava col Signore,
    che pure ha detto: “Non ci disturbare!”

    Vincenzo a sentir questo fu turbato,
    poi si riprese e disse: “E’ malafede!
    Se lo racconto la gente non ci crede:
    ma le candele ed i fiori li ha graditi!

    E’ meglio che ci torni, glielo dici:
    io di qua non mi muovo, son deciso!
    Se non entro e rimango in Paradiso
    mi sentiranno fino all’al di là!”

    Passò del tempo, poi, dopo mezz’ora,
    grave e solenne, la porta venne aperta
    e dal rumore forte che faceva,
    il cor si strinse in petto al poveretto.

    Quando fu totalmente spalancato
    lui vide San Giuseppe, che scendeva
    una scala dorata, e poi diceva:
    “Ma, questo De Pretore, chi sarà?”

    E De Pretore, fattosi coraggio,
    gli si parò d’innanzi a mano tesa:
    “Son De Pretore, figlio di Teresa!
    M’hanno sparato poco tempo fa”.

    “T’hanno sparato? Povero ragazzo!
    Chi cuore così duro ha dimostrato?”
    “Ma come, non sapete proprio niente?
    Ma in Paradiso che ci state a far?

    Eppure vi riguarda pure a voi,
    è pure colpa vostra se son morto!
    Io rubavo tranquillo, senza tema,
    fidando sulla vostra protezione...”

    “Ma allora tu sei morto: ma da ladro?”
    “Ma no, adesso che son morto sono onesto:
    quando uno è vivo e ruba, lesto lesto,
    non lo fa per morire: vuol campare!”

    “Giusto!” rispose allora San Giuseppe
    “però, vedi, quassù, il ragionamento
    non fila e non ti cambia, immantinente,
    la Legge, ormai vigente, che ci sta!

    Chi in vita ruba è ladro certamente
    e dopo morto ancora si sospetta;
    se ad ogni ladro fosse perdonato
    poi nell’Inferno chi ci vien cacciato?”

    De Pretore, confuso: “ E che ne so?
    Io non posso capir tutte le Leggi:
    se a uno San Giuseppe lo protegge,
    è San Giuseppe che deve provveder!”

    “Innanzitutto” precisava il Santo
    “se tu la protezione m’hai cercato,
    hai fatto tutto solo; hai improvvisato:
    io non posso saperlo e nulla devo!”

    “Veramente? E le mille immaginette
    con la fotografia, tutta a colori?
    A volte, lo sapete, ho chiesto aiuto
    per quanto vi spendevo di candele?

    Adesso, voi mi dite: “C’è la Legge...
    il ladro è ladro e sempre lo rimane!”
    A me, se non mi avessero sparato,
    sarei morto di fame, mio signore!

    Adesso, per favore, niente storie:
    parlate in confidenza col Signore
    ditegli: Vincenzo De Pretore
    è mio protetto e qua deve restare!”

    “E se mi dice no?” “Peggio per voi,
    perché vuol dir che non contate niente.
    Per tutto ciò che ho speso, stringo i denti,
    ma siete voi che ci perdete in dignità!”

    San Giuseppe, confuso e titubante,
    s’incamminò verso la lunga scala,
    poi si trovò, dinanzi al suo Signore,
    tenendo gli occhi bassi, vergognoso.

    “Giuseppe, cosa c’è?” “Caro Maestro,
    non so come si è svolto un certo fatto.
    Ora, però, mi sento sconcertato,
    non so nemmeno come cominciare...

    Qui fuori ci sta un ladro, appena morto,
    ha nome di Vincenzo De Pretore,
    in vita lui mi elesse a protettore
    e adesso, giustamente, vuole entrare...”

    “Senti, Giuseppe, hai perso il senno forse?
    Non solo è un ladro, e tu lo scusi pure,
    poi dici: “giustamente”... ma sei folle?
    T’ha preso la vecchiaia, amico mio...”

    “Che c’entra adesso l’età veneranda
    non siete vecchio e canuto pure Voi?
    Anzi, se proprio volessimo parlare ...
    Comunque, è una questione di prestigio!

    De Pretore rubava, questo è certo
    ed è morto ammazzato pel suo vizio.
    Era fissato lui e la “protezione”,
    m’accendeva candele ... ora che faccio?

    Vado fuori è gli dico: Non c’è niente!
    Qua dentro conta solo il Padreterno
    c’è la Legge antica e vattene all’Inferno,
    perché la protezione non ci sta?

    Se Voi ve la sentite, fatela ‘sta figura
    io proprio non ci tengo, anzi, mo ve lo dico:
    vi resto devotissimo, rimango pure amico,
    però io vi saluto e cerco dove andare.”

    Allora il Padre disse: “Quella è la porta!
    Però pensaci bene, attentamente,
    perché se poi ti penti, irriverente,
    la porta è chiusa e tale rimarrà!”

    Col bastone fiorito, lemme lemme,
    San Giuseppe, non fece neanche un cenno,
    lasciava il posto suo, nel Paradiso,
    a testa china e senza tentennare.

    Allora la Madonna, che nulla aveva detto,
    lenta, dal seggio suo, anch’ella s’alza
    e poi, con riverenza, all’uscita s’avvia:
    “Cos’altro potrei fare? Giuseppe è mio marito

    come lo lascio solo proprio adesso?
    E’ mio dover seguirlo ovunque vada,
    sono sua moglie e seguo la sua strada.
    Una moglie fedele, questo fa.”

    Allora disse Cristo: “E io cosa faccio?
    Io sono il figlio, li lascio andar via?
    Specialmente mia madre se ne muore...
    Io me ne vado con mammà e papà!”

    Allora anche Sant’Anna fe’ cenno a San Gioacchino,
    poi San Giovanni, compare del Signore,
    infine Gabriele, l’angelo annunciatore...
    anche lui, come gli altri, se ne andò.

    Allora Dio s’alzò dal grosso scanno
    e gridò: “Fermi tutti! Dove andate?
    Se veramente tutti ve ne uscite,
    il Paradiso che diventerà?”

    Restò sospesa tutta la Famiglia
    tese l’orecchio al motto del Signore:
    “Va bene, fate entrare a De Pretore,
    almeno per capir cosa pretende.”

    Lo fecero passare: “Vieni avanti,
    tu ti chiami Vincenzo?” “Sissignore!”
    “E di cognome?” “Faccio De Pretore”
    “Tuo padre?” “No, De pretore fu mammà!”

    “E questo che vuol dir?” “Di padre ignoto.”
    “Non capisco: ma ignoto di che cosa?”
    “Vedete, quando sulla Terra non ci si sposa
    i figli han solo il nome di mammà!”

    “Ma i figli sono figli!” “Niente affatto,
    Voi vi credete che son tutti uguali
    ma i figli, senza padre, so’ illegali
    e da grandi s’arrangiano a campare.”

    Iddio, che tutto vede e che conosce,
    aveva inteso bene il suo racconto:
    “Ecco perché sei stato poco onesto?”
    “Era per fame, che potevo fare?

    Non c’era un padre che ti manda a scuola;
    vivendo abbandonato per la via
    facevo tutto e sol di testa mia
    e, alla fine, si sbaglia: già si sa.

    E, sapete, son milioni quelli
    che, pure di non perdere la faccia,
    quando il bambino ancora non è nato,
    gli spengono la vita nella pancia.

    Se li uccidono in grembo, gli innocenti,
    senza pietà, tra chiacchiere e battute.
    Parenti e amici ... sanno e non sanno niente:
    così si fa sparir la verità!

    Ma, veramente, Dio, che fine fanno
    i bimbi uccisi prima d’esser nati?
    Vengono in Paradiso? Ma non sanno ...
    e Voi non gli spiegate come va?”

    Calò, pietoso, un brevissimo silenzio,
    poi Iddio s’alzò, con tutta la pazienza,
    con voce ferma disse all’assemblea:
    “Questo napoletano ... può restare!”

    Poi chiamò a se il medico, San Ciro:
    “Hai sentito il fatto dei bambini?”
    “Ebbene sì, l’ho inteso, mio Signore,
    non c’è più posto neppure in Paradiso.

    Arrivano a decine, i piccoletti,
    son tanti che io pure ero perplesso:
    “Ma il mio Signore che progetto segue?
    Di questi mezzi bimbi ... che ne fa?

    Le testoline grosse, un poco a pera,
    i ditini attaccati e gli occhi chiusi:
    sembrano dei vecchietti, pensierosi,
    che meditano sul mondo e sull’umanità.

    C’ho passato le notti appresso a loro,
    per medicar le spalle piccoline...
    Ne ho spalmato di unguento e di pomata,
    niente: le ali non gli possono spuntar.”

    Allora disse Dio: “ E non fa niente!
    Non voleranno mai questi angioletti,
    che fa? Sono talmente piccolini,
    me li porto con me a passeggiare.

    Adesso tutti a letto e poi domani
    vi sveglierete presto, alla buon’ora,
    insegnate a Vincenzo De Pretore,
    in Paradiso come ci si sta!”

    I Santi un po’ tra il serio ed il faceto
    si ritirarono, masticando amaro,
    e un po’ perplessi poi si coricarono:
    “E pur sempre un ladruncolo” pensarono.

    3

    Nostro Signore, a sera, è abituato
    a sentire cantati i più bei Salmi
    ma quella notte tutti lì tacevano,
    nemmeno una parola si sentì.

    E, con il fiuto attento, il Padreterno
    intuì fin troppo bene il malcontento,
    non chiuse l’occhio tutta la nottata
    pensando a cosa dire ai suoi compagni.

    Infatti, il giorno dopo, chiamò tutti
    e disse lor: “Capisco il malumore,
    a voi vi fa paura il De Pretore...
    perché fu ladro e potrebbe rubare!

    Suvvia, tranquilli, ne rispondo Io.
    Quassù perciò si chiama: Paradiso!
    Letto sicuro e pane ben diviso...
    perché rubare, se ti spetta già?”

    I Santi, si guardarono tra loro,
    sereni, cominciarono a cantare,
    sembrava l’atmosfera del Natale...
    per De Pretore: che felicità!

    Poi, lentamente, tutto questo coro
    e il canto celestiale inver si spense,
    Vincenzo De Pretore allora intese
    di nuovo la stanchezza ed il dolore.

    4

    Ed ecco delle voci più normali,
    che dicevano: “Fatelo dormire.”
    “Ripiglia il polso, ma non può capire!”
    “Complimenti dottore ... se ne va?”

    E, schiusi gli occhi, gli parve di vedere
    una figura adulta con un foglio,
    si informava, stringendosi una penna,
    se il poveretto poteva interrogare.

    Una voce rispose: “Con prudenza!”
    “Tu ti chiami Vincenzo?” “Sissignore!”
    “E di cognome?” “Faccio De Pretore!”
    “Tuo padre?” “Ma come... ve l’ho detto poco fa... “

    Qualcuno disse: “Su fatevi coraggio,
    cercate di rispondere al signore.”
    “Ma sì... mi ha già concesso l’alto onore,
    lui solo mi poteva perdonare.

    Gli ho detto tutto, il vizio di rubare,
    e che proprio per questo m’hanno ucciso.
    Fatemi rimanere in Paradiso,
    me l’ha promesso ... fatemi restar.”

    Credendo di parlare col Signore,
    chiuse gli occhi per sempre De Pretore.

    FINE

    Liberamente tratto da: De Pretore V. di E. de Filippo.

     
  • 28 gennaio 2013 alle ore 10:54
    Il ponte di Seiano

    Qualcuno si chiede perché
    su da un Ponte
    si lancia sovente
    la povera gente.

    E' il "Ponte" che ispira
    e il suo nome:
    un passaggio, un arco nel cielo, sospeso,
    che illude e promette ricetto e riposo.

    Un volo tra il cielo ed il mare
    che invita e ti lascia sperare...
    un passo, ed è un mondo diverso
    varcando una nuova frontiera.

    Lasciarsi alle spalle l' orrore
    sognando di un posto migliore,
    oppure, e in un attimo, il niente.

    E' questo è il fascino arcano
    che ispira quel ponte che guarda Seiano.

     
  • 13 gennaio 2013 alle ore 10:20
    Brindisi di fine anno

    La vita è di passaggio,
    e pure il vino;
    il vino è di passaggio
    come siamo tutti noi,
    e questo vino,
    che ci offrite voi,
    non resta nella pancia,
    non ci resta e passerà.
    Deve passà !

    La vita passa presto presto,
    e pure il vino passa lesto:
    Ce lo puoi dar!
    Io qui lo bevo e qui lo lascio,
    ancora un'altra botte puoi spila'.
    La puoi spilar !

     
  • 13 gennaio 2013 alle ore 10:15
    Il passato

    E adesso cosa sono?
    Aria dimenticata
    nella mente disincantata.
    Un elogio con gli amici di un corpo
    agile e perverso ...

    Un nome da nascondere a lei, la nuova,
    puoi dirle solo che non ti piacevo
    e fai fatica a ricordare che esisto, con lei.

    Che persona inutile, insignificante, sono stata:
    eppure, fino a ieri, mi hai amato.

     
elementi per pagina
  • 08 marzo 2013 alle ore 12:15
    Un pensiero per l'otto marzo

    Come comincia: Quanti sono i sorrisi negati?
    Sono tanti: sempre troppi.
    Un sorriso negato, negato per sempre, è come uno schiaffo all’umanità.
    E’ una vergogna per tutti: per i colpevoli, per i complici... per chi ha taciuto e tace.
    Ognuno di loro è carnefice, ogni giorno.
    Ogni volta che un bambino si vedrà negato il sorriso della sua mamma.
    Tutte le volte che un ragazzo, un uomo, un’amica, una mamma... si vedrà negato il sorriso della sua bambina.
    Voi, gli aguzzini... e voi i complici. e voi... gli omertosi e i vigliacchi, sarete sempre lì.
    Le luci e i riflettori, i giornalisti, che si accaniscono in quel mestiere, che loro stessi hanno reso sporco; quelli che vi pagano... quelli che vi giustificano... quelli che vi parlano.
    Tutti lo sanno. Tutti lo sappiamo, tutti sospettiamo di voi ... ogni santo giorno.
    Il giudice freddo, l’avvocato che pagate, la guardia che vi scorta, il vicino che vi conosce...
    Tutti sanno che siete voi i responsabili di quei sorrisi negati.
    Ricordatevene sempre: voi siete quelli che tolgono la gioia al mondo.

     
  • 05 marzo 2013 alle ore 2:07
    Non spargete le penne - L'onore

    Come comincia: 6

    Silvana era allibita e incredula ma fece del suo meglio per nascondere la sua trepidazione.
    Dopotutto, perchè farsi coinvolgere nell’esaltata visione di Diego?
    - Non capisco come ti è venuto in mente che questa storia possa riguardare noi? – Silvana lo guardò fredda e nervosa.
    Diego fu colto alla sprovvista e iniziò a pentirsi della confidenza che si era preso.
    - Ma, mi sembrava una cosa interessante; alcuni particolari, raccontati da tuo marito ... – cercò di riprendere terreno, ma capì di aver fatto un enorme sbaglio e che una donna come Silvana sarebbe stata intransigente, su certi punti.
    - Vedi, Diego – Silvana si addolcì, artatamente, – io mi sono accorta di questa tua ... come dire, predilezione, nei miei confronti, ma devi rassegnarti: è del tutto impossibile. Non ci sono speranze, io non sono quel tipo di donna ... non ci riuscirei mai, capisci? – lo guardava fisso negli occhi.
    - Inutile cercare mezzucci, denigrare mio marito ... non fai che darmi un grande dispiacere e so che questo tu non lo vuoi, vero? –
    Silvana cercava di calmare il giovane e, soprattutto, di spostare la sua attenzione su altri argomenti. Faceva di tutto perchè il racconto, che le aveva sottoposto, passasse in secondo piano.
    - Forse è meglio che per un po’ non vengo, allora. – disse Diego, rassegnato – io non ce la faccio ... tu, tu mi fai impazzire, non riesco ... è più forte di me. –
    - Ma è impossibile. Mi puoi volere bene, ma solo nei tuoi pensieri. Voglio che tu mi stimi proprio per come sono fatta! – incalzò Silvana – Tu non puoi saperlo ma anch’io ho amato, per tanti anni, una persona senza potere averla, mai. –
    Le brillavano gli occhi: – Nessuno lo sa! –
    Sconfitto e amareggiato Diego raccolse le sue cose e si avviò mesto alla porta.
    Silvana lo accompagnò e con grande dolcezza gli disse: - Io lo chiudo questo benedetto account, per evitare altri malintesi. –
    Diego aprì la porta ma Silvana lo trattenne e la appannò di nuovo:
    - Vieni qua – disse e gli diede un lungo bacio sulle labbra. Voleva essere il suggello di un addio.
    Il ragazzo andò via quasi di corsa, non voleva mostrare le sue emozioni.
    Non lo avrebbe mai saputo, ma per Silvana, donna molto trattenuta nel piacere, quel bacio era stato veramente tanto.
    Mentre le si rimescolava lo stomaco, per l’emozione sopita, alle sue spalle la chiave girò nella toppa in maniera del tutto inattesa.
    Silvana si raggelò: era ancora nell’ingresso e, di fronte a lei, Rosario, la scrutava, come se volesse indagare sulle sue emozioni.
    - Ch’è stato? Che hai visto un fantasma? – le disse scontroso – Che cazzo voleva il ragazzo? Per poco non mi buttava giù dalle scale ... che viene a far qua? Giuseppe c’è? –
    Silvana fece del suo meglio per riprendersi: Rosario non tornava mai prima di sera!
    - Ma tu ... che cosa ci fai qui? – disse lei, abbastanza ingenuamente.
    - Che ci faccio ... che ci faccio? Proprio non ti accorgi neppure che esisto. C’hai sempre la testa nel pallone. –
    Rosario le passò davanti e, attraversando la sala, andò spedito in camera, per cambiarsi.
    Da dentro, continuò: - Te ne sei accorta che avevo la febbre ieri, o no? Mi sento una schifezza, ecco tutto. –
    Il cuore di Silvana batteva all’impazzata, per fortuna, il marito, non aveva posto l’occhio al PC, che era aperto sul tavolo.
    Era partito il salvaschermo, ma sarebbe bastato un leggero tocco e, in primo piano, il racconto erotico di “Rossoenero” avrebbe fatto bella mostra di se sullo schermo.
    Anche se non l’avesse scritto lui, le descrizioni contenute in quelle pagine, avrebbero potuto far arrossire Silvana per i prossimi due secoli.

    7

    Antonio tamburellava con le dita sulla scrivania, mentre guardava quegli appunti scritti, grossolanamente a matita.
    Per esperienza, non salvava mai niente di compromettente, sul PC.
    Sul foglio c’erano tutti gli indizi che Silvana gli aveva voluto procurare ...
    “Rossoenero”; sito: http.piacereprofondo.bal; racconto: La femmina onesta;
    su facebook: rosario due; la sua e-mail: rosariomessina65@... e persino la password. Silvana, conoscendo bene il marito, sapeva dove frugare e l’aveva trovata

    Povera, innocente Silvana ... quanto l’aveva amata e quanto aveva sofferto per lei.
    Gli fu sradicata da dentro, come se gli strappassero il cuore: una parte fisica di lui.
    Da un giorno all’altro, lei e gli altri (ora sapeva che era stata costretta a farlo) avevano deciso del suo destino e lo avevano condannato, senza appello.
    Il suo reato? Quello di non averne commessi.
    Come un coglione, aveva rispettato Silvana e i suoi sogni. Per tre anni, aveva aspettato e desiderato che si sposassero, per poterla fare sua, finalmente.
    Tre anni di rapporti arrangiaticci, mortificanti ... infantili.
    E poi: fuori!
    Rosario Messina e quella vipera di sua madre avevano fatto tutto.
    Un pacco confezionato, al destinatario: e Silvana, si sposa con l’altro.
    Per Antonio non c’era più niente, nessuno spazio; fu la stessa Silvana a dirglielo. Aveva le lacrime agli occhi ma non disse niente, non diede spiegazioni, non accampò scuse; solo poche parole: “E’ tutto finito! Non ti voglio vedere mai più.”
    Se non glielo avesse detto lei ... se non fosse stata lei stessa a leggere il verdetto finale, forse lui avrebbe combattuto, lottato, magari fino alle estreme conseguenze. E Silvana questo non lo avrebbe sopportato, mai.
    E Antonio, condannato da lei ... non aveva speranze, non aveva più forze. Tutto era finito per sempre. Quella storia gli aveva segnato la vita.
    Ora, l’aveva ritrovata ... ma fino a pochi giorni prima era per lei un’amicizia affettuosa, niente di più.
    Non una sola parola sul passato, non una sola speranza sul futuro.
    Adesso tutto era cambiato: Silvana, la signora Silvana, era molto incazzata e chiedeva il suo aiuto ... ma lei non poteva immaginare che, queste cose non si fanno!
    Invadere la privacy di un utente non è difficile, ma è molto pericoloso. Tutte le azioni sono tracciate e si perdono, tra milioni di altri dati.
    Se nessuno li cerca ... transeat, ma se, da un qualunque evento, viene richiamata l’attenzione su qualcosa, i dati e tutto il resto, ritornano chiari e leggibili: ogni manovra può essere interpretata, riconosciuta e, lui, funzionario della Arex, nota produttrice di antivirus, avrebbe potuto passare un guaio serio.
    Dopo la fine della storia con Silvana era scappato via, lontano. Si era laureato in Inghilterra: informatica. Una carriera fulminante, ora era un pezzo grosso e abitava al centro di Milano.
    Analizzò attentamente la situazione.
    La telefonata di Silvana era stata fatta da un fisso a un centralino: era quasi impossibile tracciare la loro conversazione.
    Prese il foglietto con i dati che aveva segnato e avvisò la segretaria che, per oggi, aveva finito.
    Nell’androne aprì la cassetta della posta aziendale, poi assicurandosi che non ci fosse nessuno, aiutandosi con una graffetta, sollevò uno scomparto segreto, invisibile, e mise le mani in un vano.
    La sua cassetta poggiava sul vecchio foro del contatore Enel; adesso era stato spostato di fuori. Aveva approfittato di quell’opportunità durante i lavori di ristrutturazione. Prese una cartellina nera e uscì nella frenetica mattinata milanese.

    8

    Il bar-tavola calda, a pochi passi dalla stazione Bovisa, dopo le quattordici, si spopolò rapidamente.
    Antonio aveva fatto colazione là, poi presentò fugacemente un documento ma non fu registrato, la cassiera infreddolita e distratta gli disse il codice a voce e lui si spostò nella saletta attigua, dove c’erano solo un paio di extracomunitari, intenti probabilmente a giocare on line o a cercarsi un lavoro.
    Apri la valigetta nera, ne estrasse un iPhone e rimise a posto il documento falso, che aveva mostrato alla cassiera.
    Dopo pochi secondi, attivata la connessione, lesse il racconto erotico di rossoenero: era la storia, intima e libidinosa, di un ragazzo siculo, molto introverso che per tutta l’adolescenza ha rapporti incestuosi con la mamma. Approfittavano del fatto di essere soli in casa e si consolavano, l’un l’altra, per le rispettive solitudini.
    Ovviamente, era solo un racconto, quindi poteva essere tutto, o quasi, frutto di fantasia. Niente di speciale, tranne che ad Antonio, quel tipo di descrizioni morbose, sui rapporti incestuosi, procurava disgusto.
    Ma la parte finale , invece, lo lasciò molto impressionato.
    In realtà, poteva essere benissimo la storia dettagliata, di come, complice la madre e alcuni parenti, l’uomo si era impossessato di Silvana, costringendola, in un paesino di poche anime, a uniformarsi alle regole severe e antiquate di quei luoghi.
    Rossoenero, descriveva con dovizia di particolari come aveva concupito la ragazza, come ne aveva approfittato e con quanta determinazione aveva proceduto, senza alcun rispetto né pietà, alla sua deflorazione e, subito dopo, all’inseminazione.
    Metodico, preciso e sicuro di se, come una macchina; obbediente ai dettami di sua madre, il protagonista, aveva bloccato la vita della ragazza in pochi minuti, decidendo il suo destino futuro.
    Tutto era descritto nei minimi particolari, anche ciò che successe dopo: la reazione delle famiglie, dei paesani ... indicava persino la macchina, con cui si era appartato, per sverginare la ragazza cha aveva puntato.
    La rabbia montò nella pancia di Antonio, riportando in vita ricordi brucianti e dolorosi della gioventù.
    Lesse e rilesse quelle parole, incredulo, poi emozionato, poi incazzato come una furia.
    Fu doloroso ammettere con se stesso, che ciò che aveva scritto l’autore, sembrava troppo la sua storia, per non farlo infuriare e, allo stesso tempo, per fargli pesare tutta la vigliaccheria di allora.
    Era solo un ragazzo!
    Però oltre vent’anni di malinconia e di disincanto, l’incapacità di godersi la vita ... l’amore: probabilmente, derivavano da quel primo, tremendo, smacco.
    Erano le cinque. Chiamò la cameriera e si fece portare un caffè e un brandy. Il calore del caffè fece entrare l’alcool in circolo, donandogli vigore ed euforia ... si sgranchì le mani e partì.
    Entrò per prima cosa nella mail di Rosario, la password era corretta.
    Naturalmente non c’era niente d’interessante, l’uomo era abbastanza scaltro, ma ignorante in informatica ... una mentalità comune, che porta a commettere errori madornali.
    Ad esempio, nel cestino, aveva una mail, che lo avvisava di un cambio di password su un’altra casella, segreta.
    Dopo un’ora, Antonio aveva sciorinato tutti i rapporti che il sig. Rosario Messina aveva avuto con il web, dal primo momento in cui accese un PC.
    Era iscritto a siti con cam a pagamento, siti d’incontri hard e altre cosette.
    Da qualche mese, scommetteva pure on line e ci aveva già rimesso oltre 6.000 euro.
    Ma la notizia più importante, per lui, era che Rosario, incapace di trattenere la sua vanagloria, era, certamente, l’autore di quel racconto.
    Chiese di telefonare dalla cabina. Sempre telefoni fissi, e rischiando di sbagliare orario, chiamò a casa di Silvana.
    Per fortuna rispose lei.
    - Dobbiamo vederci! – disse.
    Dopo, prese un altro caffè; era quasi sera quando riprese la metropolitana.
    L’iPhone, spento e senza batterie, era tornato nella sua custodia all’interno della borsa.
    Quella notte, Antonio, dormì male.

    9

    Incontrare Antonio, dopo tanti anni, fu un’emozione tremenda e anche lui ne risentì.
    Rimasero in silenzio a lungo, fissandosi solo negli occhi, come per convincersi che, l’altro, fosse proprio chi diceva di essere. Guardandosi, si cercavano l’anima.
    Parlarono un po’ di loro, giusto per rompere il ghiaccio; Antonio non si era mai sposato, aveva avuto delle compagne e non aveva figli.
    - E’ tutto vero – disse lui alla fine - ho controllato: è rischioso farlo, ma ne valeva la pena ... o forse no? Alla fine ti sto dando solo un’altro, tremendo dispiacere. –
    - No, Antonio, non devi dire così! – scattò lei – ormai sapevo tutto, ti ho chiesto solo di aiutarmi, una verifica ecco ... volevo una certezza. –
    - E adesso, “amica” mia? –
    Silvana era po’ smarrita, forse pensava ad altro.
    – Adesso devo riprendermi, pensare. Sai, a parte i figli, che amo più di me stesse ... questa vita che ho fatto, pare che non appartenga più. Mi sento come una che è stata in carcere ... una cui sono stati imposti ventidue anni di una vita che era scandita da altri. –
    - Ti posso capire – disse Antonio, aveva le lacrime agli occhi e distolse veloce lo sguardo.
    - Lo so, tesoro mio, lo so! – disse Silvana, prendendogli la mano e stringendola, un gesto che, in pubblico, non avrebbe fatto mai, fino a pochi giorni prima. Ma adesso non importava più.
    Lui si confessò: in tutti quegli anni, la cosa che lo aveva devastato era stato il fatto di non aver saputo fare niente. Silvana lo redarguì, sincera: era proprio per questo che lo aveva scacciato, allora. Per evitargli di fare qualche sciocchezza ... lei si era rovinata e lei sola doveva pagare.
    Si lasciarono con un abbraccio. Poi Antonio non la sentì per quasi un mese. In un messaggio, Silvana gli aveva chiesto di darle un po’ di tempo ... poi nient’altro, sparita.

    Rosario Messere stava rientrando solito orario. Scese dal metrò due fermate prima.
    A un’edicola, comprò Famiglia Cristiana, con l’inserto sulle dimissioni del Papa, la Settimana Enigmistica e pian piano si avviò, a piedi, verso casa.
    Era molto turbato. Pochi giorni prima aveva accettato una nuova amicizia su Facebook. Una donna, sembrava ... una tipa un po’ strana.
    In pochi giorni gli aveva fatto girare la testa, che troia doveva essere.
    Si era confessata con lui, semplicemente e in maniera molto eccitante, fino a raccontargli del suo passato incestuoso, con un fratello.
    Il giovane era uno scapestrato, diceva lei. Approfittando che erano cresciuti solo con la madre, spesso la costringeva ad avere rapporti con lui, di ogni tipo. Inoltre, lei era convinta, dai rumori che a volte sentiva provenire dalla stanza da letto, che il giovane possedesse anche lei.
    - Ma a te ti piaceva o ti faceva schifo? – chiedeva Rosario, eccitato, e lei gli aveva fatto capire che, ripensarci adesso, le portava calore, la eccitava, insomma ... e giù descrizioni ad alto contenuto erotico, mentre Rosario sudava e si eccitava davanti allo schermo.
    L’uomo “arrapato” aveva perso un po’ l’autocontrollo e, per solidarietà erotica, le disse che la poteva capire benissimo.
    Le parlò di lui, le disse che aveva avuto esperienze simili, arricchì la sua storia con molti particolari ... mentre, approfittando del fatto che era solo in ufficio, si carezzava il pene, duro all’inverosimile.
    Ora, passeggiando, a mente fresca, si riprendeva dal vortice dei sensi che lo aveva portato a masturbarsi in cam, per la gioia della donna. Lei non aveva la videocamera, ma lui si fece vedere lo stesso, solo i genitali, naturalmente, per dimostrarle l’effetto che gli facevano quei discorsi.
    A ripensarci, gli sembrava di aver detto troppo e turbato, ripensò alle domande particolari, specifiche che lei faceva. Solo adesso si rendeva conto di quanto era strana tutta quella storia. ”Nefertite” si chiamava: chi poteva essere?
    Il giorno dopo, Silvana, chiamò Antonio e volle incontrarlo, subito.
    - Ricordi? – disse – ti sei rammaricato perche non avevi mai fatto niente? Bene, adesso devi fare una cosa per me: è implorante. –
    - E cosa, tesoro? – disse lui sorpreso.
    - Niente di complicato. Un viaggetto fuori programma e tu non mi dirai di no! -

    10

    Antonio aveva letto qualcosa su internet ... adesso stringeva tra le mani una copia della Gazzetta del sud.
    Si sentì gelare. Non era un vigliacco, ma leggere la notizia e sapere come c’era finita, non era cosa da poco.
    Si sentiva come un elefante in una cristalleria. Bevve un sorso di brandy, mai successo di mattina.
    “ENNESIMA TRAGEDIA FAMILIARE! – Ieri, tre persone sono rimaste coinvolte in un fatto di sangue, consumatosi, ancora una volta, tra le pareti domestiche. Hanno perso la vita, una coppia di coniugi anziani, mentre il figlio, R.M. di anni 45, ha riportato ferite al braccio. Ora è ricoverato, piantonato dai CC.
    La tragedia si sarebbe scatenata a causa di una lettera, proveniente dalla Germania, paese in cui aveva lavorato il padre, per anni. Sul testo gli inquirenti mantengono il più assoluto riserbo.
    Il figlio, che vive al nord, avrebbe raggiunto i genitori in tutta fretta, probabilmente avvertito dalla stessa madre.
    I vicini hanno sentito prima le urla di un litigio furibondo poi, dopo le 20, i colpi d’arma da fuoco.
    L’anziano avrebbe colpito la moglie a coltellate e il figlio, forse per difenderla, gli avrebbe sparato, con un fucile da caccia, regolarmente detenuto.”
    Non sapendo assolutamente che pesci pigliare, Antonio pregò solo che, il suo week end a Berlino, passasse completamente inosservato.
    Adesso non gli restava che aspettare gli eventi.

    - Le do un passaggio, se permette. – disse il dottor Canali, aprendo lo sportello della grossa Lancia scura.
    - Ho accettato tanto da lei, dottore, che adesso questa è una bazzecola ... è stato un vero angelo custode. – Silvana occupò il sedile posteriore, mentre Canali, passando dall’altro lato, aggiunse: - Le spiace se vengo dietro con lei? – poi, una volta in macchina, diede disposizioni all’autista per riportarli all’albergo di Silvana.
    Intanto, la donna, gettava un ultimo sguardo ai muri alti e grigi del vecchio carcere.
    Si allontanavano, e lei si allontanava da Rosario, per l’ultima volta ... finalmente.
    Era passato quasi un anno, molte cose erano cambiate, radicalmente, e adesso pareva che tutto fosse finito.
    - La porto in albergo, così potrà riposare. Se parte domattina, potremmo prendere il volo insieme ... – disse il funzionario: il padre di Diego era un pezzo grosso, Silvana lo aveva capito da come aveva sciolto tutti i muri burocratici che, prima, sembravano insormontabili.
    - La ringrazio tanto ma stavolta devo rifiutare la sua, ennesima cortesia. – disse lei – vorrei approfittare per passare un paio di giorni con i miei, visto che son qui ... –
    Poi, accorata, si voltò verso l’uomo, quasi commossa – Davvero non so come ce la saremmo cavata senza di lei, io mi sento veramente obbligata ... persino qui. Accompagnarmi in Sicilia è stato ... è stato veramente troppo. Io, io non so come ... –
    Canali le sorrise apertamente: - Silvana, non deve ringraziare me, ma Diego, che ha fatto il diavolo a quattro ... me l’ha stregato quel ragazzo. – poi con uno sguardo lievemente malizioso, aggiunse – Se non fosse per la differenza di età, direi che si è innamorato di lei. –
    Poi cambiò discorso: - Vedrà, suo marito in cinque o sei anni, sarà a casa. –
    - Non m’interessa – disse li fredda – ora che la bufera è passata, ho deciso di divorziare. –
    - Lo immaginavo! –
    Arrivati all’Hotel, la donna scese e Canali la seguì per salutarla ancora. Lei lo abbracciò, spontaneamente, senza dire nulle.
    Grazie a quell’uomo, aveva limitato al massimo i danni di quella terribile faccenda.
    Approfittando di esserle vicino, Canali disse piano:
    - Mi sono documentato, sa? Grande regina, quella Nefertiti ... una donna di carattere. –
    Si staccarono, Silvana rabbrividì ma fu solo per un attimo, gli occhi di lui le confermarono che era tutto finito.
    La macchina partì e si perse nel traffico della sera. Dal bar dell’Albergo, Antonio la vide: era raggiante, la aspettava.

    FINE

     
  • 05 marzo 2013 alle ore 2:00
    Non spargete le penne - La famiglia

    Come comincia: “Gli uomini hanno per natura più paura della verità che della morte”
    Kierkegaard

    1

    - Facibuk? – la signora Silvana rise, con la solita genuinità – Nooo! Nun fa pe' mia! Sono cose per voi, che siete giovani! –
    - Ma perchè, voi non siete giovane? – la apostrofò Daniela.
    La ragazza, sedeva sempre vicino a Giuseppe, il primo figlio di Silvana, e lei, lo aveva notato.
    Una sola cosa si era imposta nella sua vita e non transigeva, anzi, spesso si era scontrata col marito su questo: non sarebbe mai intervenuta sulle scelte dei figli.
    Erano bravi ragazzi, ringraziando iddio?
    Erano intelligenti e rispettosi?
    Bene!
    Lei aveva fatto il suo dovere. Educarli, dargli sempre il buon esempio, controllare che non uscissero dal “seminato” ... questo sì. Per il resto la vita era la loro e loro le scelte e le decisioni.
    - V’insegno io – disse prontamente Diego, il più malandrino della combriccola. La signora Silvana aveva spesso intercettato i suoi sguardi indiscreti mentre, furtivamente, cercava di intuirne le forme, nascoste dagli vestiti.
    “Tipico!” pensava Silvana, facendo sempre attenzione a starsene composta. Una caterva di ragazzi invadeva, periodicamente, la sua grande cucina. Con tre figli cresciuti, ne aveva dovuti domare di sguardi, procaci e curiosi.
    Con Diego, però, era stato sempre più difficile: in quel ragazzino, adesso, più che ventenne aveva sempre notato una maggior decisione, a volte una vera e propria sfida, ma non era mai successo niente.
    - Che c’entra? – intervenne Giuseppe – Non capisci mai niente ... Facebook è uno strumento: stop! E’ come la macchina, dipende da come la guidi, dall’uso che ne fai. –
    - Non offendere la tua mamma, sai! – Silvana si armò, minacciosa, della “cucchiarella” (il mestolo di legno) che, per caso, si trovava sul lavello, a portata di mano. Tutti risero, divertiti, mentre Giuseppe sbuffava, fingendosi seccato.
    - Vedete, zia – tutte le ragazze la chiamavano così, anche quelle che non le erano nipoti – Effebbì non è altro che una bacheca gigantesca ... immaginate: è come un cartellone nel bar in piazza. – Daniela era sempre dolce con lei, forse cercava di passar attraverso il suo cuore, per conquistare quello di Giuseppe. – Voi volete condividere qualcosa? Non so ... una foto, un viaggio, un pensiero, allora lo scrivete qui. E tutti, possono vedere ... –
    -  ... i fatti miei?! – la stoppò Silvana, con un sorriso.
    Silvana, era rimasta ferma alle pagine di ricette e ai siti di archeologia, la sua vecchia passione. E suo marito, Rosario, era ancora più refrattario di lei.
    - No, mica tutti, mamma. – disse Giuseppe – Solo le persone che fanno parte della tua cerchia. Che ne so ... familiari, amici ... –
    - Ah, ah, ma questi qua i fatti miei già li sanno ... telefono e glieli dico! E tuo padre si lamenta della bolletta ... –
    Quei momenti pomeridiani, quando arrivavano ondate di ragazzi, le mettevano allegria. Dipingevano di rosa la monotonia dei suoi giorni grigi e anche dei suoi pensieri, a volte più grigi dei giorni.
    Forse perché il vederli così speranzosi, così proiettati verso il futuro: pregava spesso perché ognuno di loro, non solo i suoi ragazzi, potesse perseguire i sogni che teneva nel cuore.
    - Serve pure a farsi nuove amicizie – intervenne Diego – o, per le belle signore, come voi, a ritrovare qualche vecchio spasimante ... – stavolta la “cucchiarella” partì in direzione del giovanotto, ma lui se lo aspettava e fu lesto a schivare, ridendo.
    Più tardi, mentre sistemava i piatti della cena nella lavastoviglie, Silvana pensò che forse Diego aveva ragione, forse avrebbe potuto tentare di capire come funzionava “sto’ cacchio di Facebook”.

    2

    Due mesi dopo.
    - Stai al posto tuo! – bisbigliò Silvana a Diego, che seduto al suo fianco, davanti al tavolo della cucina, come il solito ci provava.
    Inavvertitamente, la sua gamba premeva con più insistenza contro quella della donna. Lei aveva il doppio della sua età.
    Naturalmente fingeva di non farlo apposta, però arrossiva davvero, quando Silvana lo richiamava.
    Diego, nonostante avesse solo ventidue anni, era un vero galletto e, parole sue, il più “esperto” di tutti. La madre di Giuseppe riusciva a mortificarlo con due parole: nel suo tono non c’era solo il rifiuto ma la derisione.
    Approfittando del “corso” d’informatica, che si era offerto di farle a tempo perso, Diego già due o tre volte, aveva provato a fare la “mano morta” con la Silvana e, ogni volta, era stato messo a posto con un sussiego, una padronanza, che nemmeno sua madre riusciva a tenere, con lui.
    Diego, improvvisamente, si sentiva minuscolo, schiacciato, come fosse stato trovato nel bagno, a farsi una sega su un giornaletto. Non era il gesto in se, nemmeno le parole ... a ucciderlo, era il senso d’inadeguatezza che lei gli trasmetteva e lo rendeva ogni giorno più “cotto”. Innamorato di quella donna, che lo faceva impazzire fin da quando aveva quindici anni o poco più.
    In quei momenti, desiderava ardentemente che lei lo ritenesse un porco; ma che non si accorgesse mai di quanto, inutilmente, la amava.
    Pensandoci diventare ancora più rosso; allora si ricordava di essersi spacciato per play boy ... e il rossore raggiungeva limiti non più percepibili dall’occhio umano.
    Basta!
    Deciso: era l’ultima volta che metteva piede in quella maledetta casa!
    Già sapeva che domani, come il solito, avrebbe inventato qualsiasi scusa pur di tornare a casa di Giuseppe, che forse per questo, era il suo miglior amico.
    Silvana ne aveva visti tanti di ragazzi eccitati ma la sua incrollabile fedeltà alla famiglia, solenne promessa, fatta più a se stessa che al marito, la rendevano una domatrice esperta di animi infervorati.
    - Procediamo! – disse con una simpatia che stemperò totalmente i timori del povero Diego. - Quindi, se volessi, potrei aprire un altro ... come dici tu? Ah, Account, con un altro nome, diciamo di fantasia, per non far vedere a tutti i fatti miei. Giusto? –
    - Proprio così – Diego si riprese; era felice di rendersi utile e poi, la mamma di Giuseppe, non era una “vongola”, come si poteva pensare. Pochi lo sapevano ma, la donna, aveva anche frequentato la facoltà di Archeologia.
    Ormai, Silvana, era presente su FB col suo vero nome ma, entrando in quel mondo, con sorpresa, si era scontrata con suo marito. Questi sguazzava nel Social, anche con una certa maestria, come lo stesso Diego le aveva potuto dimostrare.
    La signora, dopo pochi giorni dalla sua iscrizione, mentre si scambiava le amicizie con parenti e amiche, incappò, ovviamente, nel profilo di Rosario Messina, dalla foto era proprio lui, suo marito. Ne fu colpita ma non eccessivamente e, con ingenuità, gli chiese l’amicizia.
    Altro che amicizia! Quella sera, apriti cielo!
    Rosario piantò un casino, del tutto incomprensibile per Silvana, dopo le prime battute, lei, con fermezza, lo bloccò:
    - Scusa ma tu non eri quello che non sapeva nemmeno accenderlo, un Computer? –
    - Che c’entra – si scherni Rosario – all’ufficio ce l’hanno tutti sto “Facebuk” è una stronzata! –
    - E allora, se è una stronzata, perchè ti scaldi tanto? Forse che ci fai le “acchiappanze”? – lo redarguì – Ti pensi che non ho visto che foto hai messo? E’ di dieci anni fa: il bello di facebook! Eccolo, lo tengo in casa! –
    La lite proseguì ma senza spargimento di sangue, però, suo marito, l’amicizia non la accettò mai e quando la vedeva al PC, faceva una faccia talmente brutta che, alla fine, Silvana preferì evitare di andare sul sito, quando c’era il marito.

    3

    Il signor Rosario era un uomo all’antica.
    Ormai soddisfatto della sua riuscita nella vita, si riteneva anche abbastanza fortunato: aveva raggiunto ciò che desiderava.
    La sua esistenza era migliore di quella di suo padre, operaio ed emigrante. Lui si era evoluto, aveva avuto le sue “esperienze” e alla fine aveva sposato la donna che voleva.
    Grazie ai consigli della mamma, santa donna ... insomma “santa” nel senso che era stata in gamba, lui era riuscito a incastrare e domare, la più bella del paese: un fiore.
    L’aveva presa, concupita, sverginata e, per riparare, sposata: tutto secondo i piani.
    La sua mamma, gli aveva spiegato come fare ogni passo. A pensarci bene, la madre gli aveva sempre dato tutto, ma su quest’argomento, oggi Rosario, uomo fatto con prole e famiglia onorata, si ritrovava sempre confuso e vittima di pensieri, forti e contrastanti.
    Le velleità giovanili di Silvana, i suoi sogni di ventenne (figurarsi: voleva fare l’archeologa e girare il mondo), con la nascita dei figli, i primi a raffica, uno dopo l’altro a un anno di distanza, l’avevano impegnata abbastanza da imparare ad amare la famiglia e anche suo marito, alla fine.
    Sua madre aveva visto giusto. Silvana era divenuta saggia, per forza di cose.
    Infine, un posto fisso, prezioso. Anche in questo caso era stato decisivo l’intervento di sua madre, aveva convinto un prelato a prendere a cuore la situazione di suo figlio.
    Allontanarsi dalla Sicilia e trasferirsi al nord era stato un toccasana per la sua famiglia.
    Nonostante la segretezza delle loro azioni giovanili, in un paesino siculo, i muri hanno orecchi. La gente non ha molto da fare e, spettegolare, è uno sport nazionale.
    Al nord, in una grande città, anche i figli erano cresciuti diversamente e con opportunità migliori.
    Sì: era un uomo fortunato ... e, con l’età, aveva imparato, anche a essere scaltro.
    Oggi, avere al suo fianco una moglie ancora bella, onesta e desiderata, soddisfaceva la sua libido al massimo. Un vero leone che contempla il suo dominio.
    Lei gli voleva bene, col tempo, forse, lo aveva anche amato. Questo interrogativo che, quand’era giovane lo tormentava a causa della sua “ingenuità” sentimentale, con gli anni non lo interessavano più, anzi.
    I ricordi forti, estremi, della sua incredibile gioventù, lo portavano, con la fantasia, a cercare situazioni sessuali molto più intricate, cariche di libidine e, ammettiamolo, più perverse, rispetto a quanto gli poteva offrire una donna sicula, limitata, cresciuta e vissuta, tra quattro mura, come la sua “dolce metà”.
    Silvana era bella ma non era zoccola, e così doveva essere: madre esemplare, bastava!
    Il sesso canonico e sempre più diradato, vissuto nel talamo, soddisfaceva anche Rosario, ormai. Tanto, con qualche euro in più in tasca, si poteva permettere un paio di trasgressioni al mese, in tutta segretezza.
    Ora, da quando nell’ufficio polveroso, gli avevano installato un PC collegabile a internet, stava scoprendo anche un mondo nuovo, segreto e pregno di pornografia.
    Non gli sembrava vero, dopo tanti anni, poter rivedere e riprovare situazione e sentimenti che appartenevano a un passato, che aveva voluto credere sepolto, remoto.
    Scoprì, tra l’altro che, in vari siti, molte persone affidavano a racconti erotici, spesso autobiografici, le loro esperienze più intriganti.
    Il piacere provato a sbirciare in certe storie di vita vissuta, lo invase al punto di portarlo persino a masturbarsi, mentre s’invischiava in quelle confessioni morbose e realistiche.
    Erano in molti a scrivere male ... finché un bel giorno Rosario decise:
    - Se lo fanno questi “cani” perchè non posso farlo anch’io? Certo che ne avrei di cose da raccontare ... li lascerei tutti a bocca aperta! –
    E così comincio, sotto uno pseudonimo, a scrivere le prime confessioni, le prime pagine del suo racconto.
    Caricò i capitoli sul server; poi si firmò, “rossoenero” e poi, nello spazio riservato all’identificazione del “genere del racconto”, cliccò sulla casella: Incesto.
    Premette invio e ... sparse le penne.
    “Fu vanagloria? ... ai posteri l’ardua sentenza.”

    4

    La sera, quando tutti erano impegnati a fare i fatti loro per poi, a mano a mano, crollare tra le braccia di Morfeo, Silvana non perdeva tempo alla TV, né si faceva vedere al PC ... così suo marito non rompeva le palle. Cucinava, discreta, nel suo piccolo regno.
    Con questo stratagemma si era ritagliato uno spazio tutto suo. Infatti, il giorno dopo, quando tutti erano fuori, lei aveva campo libero per lo meno fino alle due.
    Allora, prendeva il piccolo PC che le aveva procurato Diego e, nella più totale segretezza, iniziava, per qualche ora, una seconda “vita”. Niente d’illecito ma, dopo essersi fatta una nuova identità, su FB, se la spassava, fingendosi una giovane, abbastanza disponibile e disinibita.
    Aveva caricato foto false, alcune persino osé, e facendo la “gatta morta” si tirava indietro una miriade di “micioni” più o meno allupati.
    Era solo uno svago ma la divertiva e la teneva impegnata.
    Solo Diego conosceva i suoi segreti ... ma il ragazzo le era devoto: ora lei lo teneva al corrente di tutto e fingeva di non accorgersi di qualche palpatina, poco innocente.
    Nel loro rapporto, spingendosi leggermente oltre, Silvana aveva capito che la voglia di “fottersela” del ragazzo, nascondeva ben altro: il povero Diego era cotto di lei. Adesso, con la profferta di qualche piccola confidenza ben dosata, era diventato il suo paladino ... una specie di cavaliere, che pendeva “inpappagallito” dalle labbra della sua Dulcinea.
    Gironzolava tra i video e le foto, chattava con amici, amiche e illustri sconosciuti.
    “Dieguito” la contattava spesso ed era talmente entusiasta, del rapporto con l’alter ego di Silvana, Nefertite, che quasi lo preferiva a quello, regolare, che tenevano davanti a tutti.
    La donna guardava, capiva, si emancipava ma rimaneva nei limiti, sani, della sua natura semplice.
    Alla fine cercava sempre qualcosa ... un’illusione inutile che non sarebbe mai stata coronata dal successo. Ma senza un pizzico di nostalgia nel cuore, la vita non varrebbe la pena di essere vissuta.
    A volte, era talmente rapita dalle schermaglie da “Nefertite” che, per giorni, dimenticava completamente di avere un altro nick, ufficiale e realistico: Silvana Negri, 43 anni, sposata.
    Eppure, una mattina del tutto normale, fu proprio quell’account a rivelarle una sorpresa che le avrebbe cambiato la vita.

    “Toc, toc” diceva un messaggio ... solo questo e poi una sigla, forse una firma: A. S.
    Anche tra le richieste di amicizia, molto rade per la verità, c’era una notifica: A. S. ti ha inviato una richiesta.
    “A. S., uhm?” Silvana ci rimuginò e fece finta che il suo cuore non battesse all’impazzata.
    Non voleva illudersi, anche se, come Penelope aveva sempre sperato ... sognato ... mentre gli anni passavano come pagine di uno stesso, monotono, copione.
    “Prego?” rispose Silvana: solo questo.
    Poteva non essere lui, anzi, di certo non lo era. Poteva essere anche uno scherzo, o peggio, una trappola.
    Conosceva suo marito, nonostante che, negli ultimi anni, si fosse quasi completamente disinteressato a lei, era un tipo abbastanza subdolo e vendicativo ... mai trasparente riguardo a ciò che davvero gli passava per la testa.
    Intanto, le ore passavano.
    “Aesse” sembrava lo facesse apposta.
    Silvana s’inventò di tutto e lustrò la casa, nevroticamente, fino a “consumare” le superfici degli arredi ... poi, poco dopo le dodici:
    “Nuovo messaggio da A. S.”
    Lo aprì trepidante, sapeva che, dall’altro lato, sarebbe stato lampante che lo avesse letto solo un millesimo di secondo dopo la sua comparsa sul video, ma non se ne curò.

    5

    “Ciao, io mi chiamo Antonio Salzano, credo di conoscerti. Se mi sbaglio, scusami.
    Altrimenti, vorrei chiederti l’amicizia ... se lo ritieni possibile.”
    “Ho conosciuto un ragazzo ... tanti anni fa, si chiamava così. Ma come faccio a sapere se è lei?”
    Il cuore di Silvana batteva nel petto e gridava: “E’ lui ... è lui ... !” ma lei non si fidava.
    Solo in quel momento se ne rese conto: erano vent’anni che aspettava!
    “Ci vuole poco: premi quel bottoncino con una piccola telecamera e mi vedrai.”
    Sempre più certa: “Io non faccio cam!” rispose, fingendosi indignata e poi, subito, “Veramente nemmeno potrei ... ho a stento il PC: niente videocamera.”
    “Non m’interessa vederti, sarai diventata brutta e anziana:-)” poi digitò “Ma se vuoi, premi e vedrai me! ”
    Basta giocare a rimpiattino: Silvana schiacciò il piccolo pulsante e, pochi istanti dopo, nel riquadro nero, apparve un viso sconosciuto; o no?
    No! Era lui ... oh si: era lui.
    Fu travolta da un’emozione che non avrebbe mai creduto di provare.
    Era lui, Antonio. Nascosto tra le pieghe di qualche ruga, acquattato tra i capelli più radi, Antonio guardava verso di lei, senza vederla.
    Il ragazzo con cui aveva costruito i sogni più belli.
    Nascosti nei cortili, quando il sole mordeva le strade bianche; scampati negli androni, quando la pioggia scrosciava: parlavano, sognavano e si toccavano, carichi di desiderio ... si baciavano.
    Quei baci innocenti, lontani, Silvana non li avrebbe mai dimenticati.
    Suo marito, negli anni, aveva ispezionato e violato ogni suo anfratto, posseduto ogni parte del suo corpo ma, i baci ... i baci glieli aveva sempre negati o, perlomeno, li aveva venduti cari.
    Non voleva perdere il ricordo dolcissimo dei baci di Antonio. L’unico ricordo che le era concesso: relegato nel profondo dell’anima.
    “Antonio ... che piacere, ero certa che non ti avrei visto mai più” cercò di dare un tono conviviale alla conversazione ma lui tagliò corto.
    “Senti, a me  questi aggeggi mi fanno schifo, poi ti spiego perchè ... posso telefonarti?”
    Fu presa alla sprovvista, non voleva fare niente di avventato, non ebbe il coraggio di dirgli di no.
    “Va bene ... ma solo per pochi minuti, io ...” e gli diede il suo numero.
    Un attimo dopo, il telefono squillava e Silvana rispose. Parole, dolcissime, sbocciarono tra loro, come fiori impazienti che, a primavera, hanno fretta di rompere l’ultima brina dell’inverno.

    Pochi giorni dopo, “Dieguito”, più incantato che mai dalla sua “musa”, le invase la cucina, alle undici del mattino. Orario insolito: ma Silvana si sarebbe sentita ridicola a non farlo entrare.
    Il ragazzo era concitato, gli occhi un po’ esaltati, era, evidentement,e preda di qualche forte emozione. Per un attimo Silvana temette di avere sbagliato ad aprire ... chissà? Con i giovani di oggi non si sa mai ... circola tanta droga.
    Il ragazzo aveva il PC sotto un braccio e, senza parlare, lo pose sul tavolo della cucina, poi sedette: sembrava sfinito.
    - Vorrei farti vedere una cosa ... – cominciò.
    Silvana, gli aveva concesso di darle del tu, come lui anelava, ma solo quando erano soli.
    Capì che l’eccitazione del giovane non era rivolta a lei, ebbe la netta sensazione che qualcosa di grave aleggiasse nell’aria.
    Per un momento temette di essere stata scoperta ... ma, per fortuna, Antonio Salzano non c’entrava per niente.

    Continua...

     
  • 14 febbraio 2013 alle ore 19:55
    Il sospetto - Seconda parte

    Come comincia: 5

    Scene dal passato

    Sono molto a disagio.
    Questo “gioco” sta prendendo una pessima piega.
    Amici lettori: vi sto trascinando in una storia troppo privata. Non fraintendetemi, non è per la riservatezza, no … è solo che quello che sembrava un gioco, apre adesso, davanti ai miei occhi, scenari inattesi che mi riportano a un passato dimenticato, o quasi.
    Insomma i miei sospetti si sono ingigantiti e arricchiti di elementi che non so (o non voglio) incastrare tra di loro.

    Ma procediamo con ordine, in modo che, anche voi, possiate provare a capirci qualcosa.
    Prima cosa: le foto. Dopo che Marina è andata via dalla casetta di villeggiatura, sono sparite. Sia quelle che, l’altra scatola, quella di cui avevo solo intuito la presenza, al tatto, ma che non ho avuto il tempo di controllare.
    Che cosa conteneva l’altra scatola? Mistero.
    Quando sono tornato a casa, Marina era già li. Sicuro che mi avesse visto preferii non fare il furbo, sarebbe stato peggio. Ci tenevo a sembrare del tutto ignaro di ogni suo movimento.
    - Sono stato alla villetta, oggi … – Silenzio!
    - Ho preso la posta, niente di nuovo. – guardai verso mia moglie – E tu? –
    - Ed io cosa? – rispose con naturalezza ma in modo tagliente, come fosse leggermente irritata.
    - No, niente. Dicevo … e tu? Tutto a posto? – continuai con falsa innocenza.
    Lei terminò la conversazione scrollando le spalle: – Normale, tutto come il solito. – Poi se ne andò di sopra, a cambiarsi. Mentre saliva le scale, aggiunse:
    - Ah, guarda che l’appuntamento dall’estetista è stato spostato, se vuoi fare qualcosa, sabato … – e scomparve, senza aspettare una risposta.
    Avevo circa un’ora, prima di cena. Presi una birra dal frigo e accesi la TV, intanto che sistemavo un po’ di cose tra cucina e soggiorno.
    Dopo poco sentii l’acqua che scrosciava nel bagno: Marina era sotto la doccia; avevo tempo.
    Rapidamente controllai la sua borsa, niente. Il cellulare era spento, come sempre. Indeciso preferii lasciarlo così; magari avrei potuto controllarlo meglio di notte.
    Guardai rapidamente in casa e poi anche in garage: a prima vista non c’era niente da vedere.
    Non trovai né gli scatoli né le foto; se prova c’era, era stata occultata accuratamente. Morivo dalla voglia di salire di sopra, di trascinarla fuori dalla doccia e di assalirla con le mie domande circostanziate.
    Avrei tanto voluto vedere che faccia faceva: se riusciva ancora a mentire così spudoratamente.
    Chi era, veramente, Marina? Che rapporti aveva con questa ragazza, o forse con entrambe, Patrizia e sua cugina, l’estetista?
    Ripensai alle foto … cosa c’era che non andava? Cercai di immaginarmele …
    Patrizia e Marina non facevano niente di male, però … però avevano un atteggiamento di estrema confidenza. In una, addirittura, si intuiva, nel loro sguardo, una certa complicità.
    Tutto questo stonava, strideva, con quello che sapevo essere il loro rapporto.
    La cosa più assurda di tutte era il periodo. Quelle foto erano state scattate una decina d’anni fa.
    Oggi, che il rapporto tra le due si era un po’ intensificato, dopo che Patrizia aveva badato per anni ai nostri ragazzi, delle foto così mi sarebbero, comunque, suonate strane ma, dieci anni prima, erano del tutto fuori luogo.
    All’epoca, Marina e Patrizia, nemmeno si cagavano, anzi … spolverando tra i ricordi più reconditi, devo ammettere con me stesso, che ero proprio io, a essere in maggiore confidenza con la ragazza, diciamo così.
    Ma questa è un’altra storia … o no?
    Ok, parlo: poca cosa, però. Allora, visto che facevo studio in casa, ero molto più spesso a contatto con Patrizia. Devo dire: non era una vamp ma era giovanissima, un seno prosperoso, enorme, e una bocca precisa, perfetta. Come resistere?
    Alla fine ci provai. Quando i ragazzi riposavano, riuscivo a ottenere qualcosa da lei che, però, era sempre ritrosa.
    Allora, conoscendone il bisogno, le regalavo un po’ di soldi, purchè lei mi accontentasse, rendendosi più “disponibile”.
    Ma la cosa durò solo pochi mesi. Poi niente più, mai.

    6

    Il piacere dimenticato

    Ricordai: Patrizia era molto restia … all’epoca facevo di tutto per tornare presto a casa.
    Mia moglie era abbastanza tranquilla rispetto a eventuali rischi: sapeva che non mi appassionavano le ragazzine. In effetti, la baby sitter aveva appena diciotto anni ed io oltre quaranta.
    Però in Patrizia, a parte le forme fisiche, c’era qualcosa di libidinoso … che mi attraeva; era come una calamita, non potevo farci nulla.
    Era bassina, un corpo non bello nonostante l’età. Aveva i fianchi larghi e le gambe magre; enormi seni che, come avrei scoperto dopo averla vista nuda, erano ancora più grossi di quanto potessi immaginare. Da vestita, la poveretta, usava degli accorgimenti per schiacciarli, in effetti, sembrava grassa, ma non era così: era tutto seno.
    Le areole, abbastanza pronunciate, di un bel marroncino e i capezzoli, schiacciati, si mantenevano all’interno di quelle grosse masse morbide. Una volta eccitati, spuntavano, e svettavano come grosse dita puntate.
    La cosa che mi attraeva, in lei, era la falsa freddezza con cui rispondeva alle mie avances.
    Tutto cominciò proprio a causa del seno. Da uomo maturo, esperto, mi finsi interessato al suo problema e lei, dopo le prime schermaglie, accettò di parlarne.
    Qualche giorno dopo, con la scusa di convincerla a non farsene un problema, la stupii. Tornai a casa con un DVD porno e glielo mostrai: era recitato da tettone esagerate, come lei.
    Volevo rassicurarla. Le mostrai le immagini e poi le chiesi se mi faceva vedere le sue; lei disse che si vergognava ma non fu un vero no.
    Era una ragazzona di paese, magari ancora vergine, e così mi sembrò facile attirarla verso il mio desiderio. Vedere filmini divenne un’abitudine.
    Ricordo che lei fissava i suoi grossi occhi azzurri sulla TV e non li staccava più, come rapita.
    Cominciai a tentare i primi contatti fisici e, con mia sorpresa, non si tirò indietro. Era sul divano ed io iniziai a toccarla. Quando mi resi conto che non si ribellava, mi alzai e, preso dalla brama, le misi, di fianco al viso, la rappresentazione palpabile della mia eccitazione.
    Patrizia si lasciava guidare però partecipava meccanicamente. Il suo sguardo restava fisso, il suo viso non mostrava espressione: sembrava una sfinge.
    Fredda e distaccata, continuava l’opera che io le avevo indicato, procedendo con una sconcertante determinazione, fino a portarmi all’orgasmo.
    I nostri rapporti iniziarono così: con la sua mano che viaggiava, decisa e precisa come uno stantuffo.
    Attenta, raccolse il seme nel palmo della mano libera e, dopo, si andò a lavare.
    Io, persa l’eccitazione, mi ritirai di sopra e non aggiunsi nulla. Due giorni dopo, quando le diedi il suo mensile, aggiunsi una banconota a parte, che voleva rifiutare. Con una scusa la convinsi.
    Ripensandoci poi, il suo atteggiamento, che al momento mi aveva dato quasi fastidio, divenne un tarlo fisso. La sua freddezza mi eccitava e non mi faceva trovare pace. La pensavo nelle pose più sconce: lei immobile e passiva ed io che ne approfittavo, come un vecchio satiro incallito.
    E la cosa, andò più o meno così. Solo a ripensarci, ancora mi si rizzano i peli della nuca. Lei faceva tutto quello che, a gesti, la portavo a fare. Come una bambola erotica; ero io a stabilire il posto e la posizione e, Patrizia, obbediva tranquilla e accondiscendente, guardando sempre la TV.
    Patrizia era vergine. Non volevo ulteriori complicazioni, così rispettai quel limite. Non potevo lamentarmi: la ragazza, con mio sommo piacere, sopperiva, voltandosi senza lamentarsi e mi offriva un’alcova, ancora più anelata e proibita.

    Ma bando ai ricordi. Oggi mia moglie esce: è sabato, ed io in qualche modo, la seguirò.

    7

    Un sospetto fondato

    L’ingresso di casa mia dà su una grande sala accogliente; sulla sinistra, tramite un’ampia porta a due ante, si accede a una altrettanto ampia veranda, panoramica, e arredata con un divanetto e varie poltroncine di vimini, coperte di grandi cuscini.
    Me ne sto seduto, guardando fisso l’orizzonte. Sotto la gamba, con le dita cerco, e trovo, il corpo gelido della mia Beretta.
    Sabato è venuto … è passato, ma solo adesso trovo la forza di scrivere qualcosa. Onestamente, ormai non lo faccio per voi: è un automatismo, un esorcismo, forse: una fuga.
    Da giovane, guidavo la moto. Sabato ho pensato di seguire Marina, con un grosso scooter, preso da un collega. Un gesto discutibile: comunque, la fortuna, se così si può dire, è stata dalla mia parte. La giornata era buona e non pioveva.
    Insomma … sono riuscito nel mio intento.
    Alle dieci passate, non senza sorpresa, ho intravisto le tre donne partire dalla coorte, dove, una mezz’ora prima, Marina si era recata dall’estetista.
    Erano loro, alla guida: Patrizia.
    Intuita la direzione, ho fatto del mio meglio per non farmi notare.
    Poco più di venti minuti dopo, arriviamo allo svincolo autostradale … mi preoccupai inutilmente: non la imboccarono.
    Iniziai a sentirmi un vero idiota: le tre, percorsero la breve bretella che porta al grosso Centro Commerciale alle porte di Avellino.
    Ora sapete anche dove si svolgono i fatti … spero solo che domani, non possiate collegare queste mie parole a un tragico fatto di cronaca: potrebbe occupare la prima pagina dei giornali.
    Le tre, però, non entrarono nel parcheggio del Market. Strano (e pericoloso, per me). Infatti, nessuno proseguiva di là, perchè la strada, poco dopo, finiva.
    Mi trovai completamente spiazzato. Ero quasi certo che sarebbero tornate subito sui loro passi o che si sarebbero fermate, davanti al cancello del Bowling.
    Era noto: quella parte del complesso, prendeva vita solo verso sera.
    Mi fermai e feci finta di telefonare. Naturalmente non tolsi il casco.
    Intanto, la macchina, si arrestò davanti al cancello. Probabilmente erano attese, infatti, dal casotto, venne fuori un uomo, forse il custode che apri, per loro, una metà dell’inferriata.
    Entrarono.
    Patrizia scese e contrattò con l’uomo, in atteggiamento confidenziale.
    Poi, proseguirono mentre, il custode usciva, a piedi, e s’infilava in una vecchia Panda, parcheggiata poco più in là.
    Dopo un minuto il piazzale era sgombro, vuoto … ed io non sapevo che pesci pigliare. Ero troppo esposto.
    La macchina delle donne era sparita, avevano raggiunto, di certo, il parcheggio sotterraneo. Mentre cercavo di raccapezzarmi in quella strana situazione, una grossa auto sfrecciò, decisa, al mio fianco. Senza indugi s’infilò nel cancello e, poco dopo, sparì nel garage.
    Continuavo a lambiccarmi il cervello. Che fare?
    Se fossi entrato anch’io, mi avrebbero notato di certo … ero più che sicuro che, nel parcheggio, chiuso al pubblico, non ci fossero altri che loro.
    Decisi di farmela a piedi … l’eventuale scusa? La moto in panne: cercavo qualcuno che potesse prestarmi un attrezzo, magari una chiave di candela.
    Come sapete, questi piazzali ingannano, e mi ritrovai a percorrere un enorme spazio prima di arrivare al parcheggio. Per fortuna non vidi nessuno e nessuno mi notò.
    Ricordai che esistevano vari ingressi, uno, in fondo, forse di emergenza, portava al piano sottostante tramite una doppia rampa di scale. Era tutto aperto, abbandonato, così scesi, cercando di non fare rumore.
    C’erano solo due macchine. Quella di Patrizia e, a una decina di metri, più in fondo, la macchina che era entrata dopo di loro. Ma forse, tra esse, non esisteva alcun collegamento.

    Ero lontano, non vedevo niente di preciso.
    Mentre cercavo di avvicinarmi alla meglio, lo sportello destro dell’auto sconosciuta si è aperto … ancora niente, poi, una figura femminile, abbigliata in modo appariscente, scese e tornò verso la Mercedes.
    Non era possibile sbagliare: la donna indossava un abito rosso, corto, che a stento le copriva il sedere; le cosce tonite e indisponenti, svettavano, sulle decolté, dal tacco vertiginoso, era Marina!
    La parrucca biondo-cenere non m’ingannava … e il mio cuore si fermò.
    Da quel momento tutta la scena diventò del tutto surreale.
    L’auto si allontanò velocemente e anche le ragazze uscirono.
    Sedetti sulle scale per riprendermi: mi sembrava tutto così assurdo.
    Tolsi il casco che mi opprimeva il respiro. Ormai non m’interessava più di nascondermi: ero suo marito, avevo il diritto di sapere.
    Quando mi ripresi, mi avviai, cercando di tenere un passo regolare, attraversando il buio, tra i pilastri di cemento.

    Un rumore … l’auto di Patrizia che tornava. Istintivamente mi nascosi in un punto più buio.
    Gli avvenimenti si succedettero così vertiginosamente che non riuscii più a lasciare il mio nascondiglio: ero ipnotizzato dalle scene che mi si presentavano.
    Da poco prima di mezzogiorno, fino a dopo le sedici, ben sette vetture, si avvicendarono nel parcheggio sotterraneo.
    Alla guida c’erano uomini, in una soltanto una coppia, molto matura.
    Marina, mia moglie e, a volte, anche Carmela, l’estetista, raggiungevano le vetture e … che dire? Mi vengono i brividi solo a pensarlo … diciamo che si accoppiavano con quegli estranei. Nessun equivoco!
    Era lampante: Marina non conosceva quegli uomini.
    Era lampante: Marina si stava prostituendo, davanti ai miei occhi.
    Metodica e perversa, iniziava sempre con un veloce rapporto orale, poi, a volte in macchina, a volte fuori, poggiandosi allo sportello, senza curarsi di offrire uno spettacolo indecente. Dopo aver innestato un profilattico sul membro del maschio, si lasciava prendere; fino a che, quell’estraneo, non scaricava il suo piacere in quella … gran puttana.

    Adesso, eccomi qui. Inutile dire che, alla fine, Marina mi ha visto. Non è tornata a casa la sera e nemmeno il giorno dopo.
    Oggi è stata normalmente in ufficio e come se niente fosse, mi ha detto che sarebbe rientrata al solito orario.
    Eccola! Entra, mi guarda solo un secondo, poi estrae qualcosa dalla borsetta, me la tira sul divano.
    E’ il telefonino. Si avvicina e ripone anche due scatole … le riconosco, sono quelle sparite dalla villetta. Va di sopra, senza più curarsi di me.Guardo il cell, premo un tasto, un messaggio, aperto, s’illumina:
    “ MIA TROIA, SEI STATA BRAVISSIMA. SAI AMORE MIO, QUESTA SETTIMANA E’ IL NOSTRO ANNIVERSARIO: DIECI ANNI CHE SEI LA MIA PUTTANA, LA MIA SCHIAVA E ANCHE IL MIO AMORE. SABATO PREPARATI, STRONZA, PER PREMIO E PUNIZIONE, SARAI SODOMIZZATA … E NON DA UNO SOLO, TROIA SCHIFOSA. SEI TUTTA MIA. TI AMO. PATRIZIA, LA TUA PADRONA. ”
    Mi vergogno a dirvelo, ma quelle parole e i ricordi di ciò a cui avevo assistito mi hanno eccitato, involontariamente.
    Apro la scatola che non avevo preso … niente foto: foglietti, scontrini e un libretto postale al portatore, lo apro, un brivido gelido mi corre per tutta la schiena.
    - Ah … però! – sbotto, incapace di controllarmi.

    Marina, dall’estetista, in dieci anni ha guadagnato il doppio di me.

    FINE

     
  • 14 febbraio 2013 alle ore 19:51
    Il sospetto - Prima parte

    Come comincia: Il pudore delle donne lo hanno inventato gli uomini.

    (A. Panzini)

    1

    La Borsa

    Amica lettrice, amico lettore … questo non è uno incipit per “sviolinare” chi mi legge: se Ti chiamo amico è perchè voglio che Tu divenga tale, almeno in questo frangente della mia vita; perchè credo, mai come in questo momento, di aver bisogno di un amico.
    Le scelte che devo, che dovrei, operare mi trovano del tutto impreparato.
    Un aiuto, un consiglio, una mano da qualcuno più esperto o, magari, solo più lucido di me, potrebbe probabilmente cambiare drasticamente il possibile sviluppo degli eventi.
    Non chiamerei mai mio fratello, vecchio avido e mezzo rincitrullito, non mi porterebbe nessun giovamento, al massimo … godrebbe di questa mia situazione di stallo.
    Forse solo mia mamma, buon anima, mi avrebbe potuto consigliare, ma lei non c’è più.
    Ho quasi sessant’anni, alla mia età gli “amici” sono disponibili solo per cenare insieme
    o, magari, per parlare di cani e di caccia.
    Però, attento, amico sconosciuto che, per qualche motivo, mi stai leggendo: questa storia potrebbe essere, semplicemente, l’elucubrazione notturna di un vecchio sentimentale, ma potrebbe anche evolversi al peggio … credimi.
    Pensaci bene, prima di continuare a invischiarti in questa strana avventura.
    Sono originario del profondo sud e, nonostante adesso, sia un agiato ed equilibrato professionista, nel mio animo alberga pur sempre la scintilla passionale della gelosia, del possesso, dell’affermazione violenta del “maschio dominante” che, se punta nell’orgoglio, potrebbe esplodere con chissà quali, catastrofici effetti.
    Ecco tutto, adesso che sono stato completamente sincero, se sei ancora qui … ti rendo conto del mio problema, del tarlo maligno che, da alcune ore, mi sta rovinando il sonno e, forse, la vita.

    Il fatto.
    Mia moglie ha sedici anni meno di me. A vent’anni era uno splendore ed io mi gongolavo, orgoglioso, quando uscivamo insieme. La sua bellezza era il mio piacere ma il suo amore era il mio trionfo.
    Mentre il suo aspetto fisico, mi rendeva prepotente nella mia vanità, il suo amore infinito mi stupiva, sempre, e mi rendeva inerme, incantato, e schiavo di lei.
    Poi mi ha donato i bambini, adesso ragazzi, due. Belli, sani … deliziosi.
    Una nonna giovane ci è stata complice indispensabile: abitando a pochi passi, non aveva problemi a occuparsi dei ragazzi, tutte le volte in cui, per vari motivi, il suo aiuto era indispensabile.
    Questa libertà, giacché per la nonna non era un sacrificio, ci tornava utile anche di notte perchè, lo confesso, a volte, ne approfittavamo anche per stare insieme, come fidanzatini; ci godevamo in pace il piacere, qualche volta segreto, trasgressivo.
    Preferivamo farlo meno spesso, aspettando come una coppia di amanti, divisi dal quotidiano ma che, complici, si danno un appuntamento galante e vivono, eccitati, l’attesa di quell’attimo in “paradiso” per viverlo come “diavoletti”.
    Quando ci incontrammo, ero un uomo fatto, e avevo provato di tutto, lei invece, era una ragazza tranquilla, con pochissime esperienze e una libido innocente e sana.
    Il suo corpo, invece, era fatto per l’amore.
    Aveva, ed ha, un corpo proporzionato e molto femminile, dei seni prosperosi e arrendevoli, un rapporto tra il giro vita e le natiche prorompenti, che faceva andare in visibilio un uomo, anche vedendola solo da lontano.
    Per fortuna, la sua naturale raffinatezza nel vestire, la rendeva meno appariscente di quello che si sarebbe potuta permettere.
    Non amava farsi notare troppo, né esibirsi per essere guardata ma, nonostante si trattenesse, era bella, anche di viso, e alla gente, tutto questo, non sfuggiva.
    Passavano gli anni e lei, senza grilli per la testa, cresceva al mio fianco, fino a diventare una donna nel pieno del suo splendore.
    I nostri appuntamenti “galanti” erano un poco più radi; mi spiego, non è che non facessimo l’amore. Di notte, a letto, capitava spesso e volentieri ma io amavo stupirla e lei accondiscendeva volentieri ai “miei giochi” pur non essendo, sessualmente, una furia.
    Si godeva le mie performance, da vecchio satiro e, remissiva per amore, mi assecondava, godendone a sua volta.
    Rimaneva quindi un punto fisso nel nostro rapporto, incontrarci, per lo più il sabato pomeriggio, da soli a casa o da qualche parte per il week end. Ci pregustavamo quei momenti.
    Le telefonavo da fuori, le accennavo cosa l’aspettava; compravo oggetti erotici, abbigliamento osé, calze speciali: persino un frustino.
    Nell’intimità poi, spesso la fotografavo e le sue forme, esaltate da quelle pose sconce, rappresentavano un’altra fonte di eccitazione, anche solo nel rivederle.
    La stuzzicavo spesso, chiedendole dei suoi “amanti” ipotetici, segreti, ma lei era talmente innocente, che non era capace nemmeno di inventarseli, di mentire.
    Sorrideva, compiaciuta della mia fantasia perversa. Altre volte, mentre i nostri corpi erano uniti, sudati … quando le parole uscivano mozzate, rotte dal piacere intenso, le chiedevo dei suoi sogni più segreti, dei suoi desideri più reconditi.
    Io stesso, allora, le proponevo fantasie indicibili, le prospettavo rapporti osceni a tre, a quattro … allora, aiutandoci con un fallo posticcio, mimavamo il rapporto promiscuo che, in quegli attimi di estremo calore, erano ben accetti anche alla sua fantasia.
    Poiché, ormai, vi sto confessando tutto, devo anche finire il quadro della mia personalità perversa, che imponevo, sapientemente, alla mia dolce metà.
    Dopo i cinquanta, con lei trentacinquenne, fui assalito da una duplice perversione mentale: da un lato, desideravo far provare a mia moglie qualcosa di più,
    sessualmente parlando, dall’altro, io stesso, sempre più assetato di sensazioni estreme, sognavo da tempo un’incresciosa trasgressione.
    Così, la fantasia divenne realtà. Io stesso adescai un estraneo, un semplice conoscente e, dopo averlo attentamente valutato, feci in modo che quella persona avesse rapporti sessuali con noi.
    Mia moglie si fidava ciecamente di me e, razionale come nel suo carattere, mi demandava tutta la sezione “libido” del nostro menage. Pure con qualche perplessità, accettò l’incontro.
    Per fortuna andò benissimo e senza traumi. Ripetemmo l’esperienza occasionalmente, sempre su mia insistenza e poi, cambiammo anche persona. Ovviamente, i partner che scelsi erano giovani e anche ben dotati, pur non brillando in quanto a iniziativa. Dopo queste esperienze, il nostro legame divenne ancora più complice ed io mi gongolavo: non l’avevo persa, anzi, non l’avevo mai sentita così intimamente mia.

    Adesso ho cinquantotto anni.
    I rapporti occasionali si sono diradati: le cose cambiano. Stiamo insieme con meno frequenza e io mi sentivo “esorcizzato” da ogni patema.
    Quasi vent’anni insieme, mi avevano fatto ritenere di conoscere a fondo mia moglie e, in mente mia, mi piaceva convincermi che, se la donna splendida, che mi sta a fianco, avesse dovuto avere un amante, me lo avrebbe potuto dire in tutta franchezza.
    Chissà, magari trovavo la cosa anche eccitante.
    Purtroppo, la realtà ci trova sempre impreparati.
    Ed ecco cosa mi è successo: ieri pomeriggio sono passato a prendere mia moglie in uffici, poi a casa: i ragazzi erano già li.
    Parcheggio e lei si precipita fuori, esigenze tipiche … scappa in casa, deve fare la pipì.
    Raccolgo io, dal sedile di dietro la sua borsa, i miei giornali e mi avvio verso la nostra villetta illuminata.
    Esito … so che le piace la Coca e decido di prenderne una bottiglia dal garage, per cena.
    E le chiavi?
    Le mie sono in casa, allora decido di prendere le sue, sicuramente saranno nella grossa borsa, che ho tra le mani.
    Non ci metto mai le mani, per abitudine antica ma, dopotutto, tra noi non abbiamo segreti: per un attimo mi sento ridicolo.
    Ecco le chiavi, il rumore di ferraglia mi ha guidato … le mie mani sfiorano una grossa busta di carta. Che sia un libro? Magari un regalo; lei sa che amo leggere.
    Nel garage ho acceso la luce.
    Non riesco a trattenermi … un guizzo di curiosità mi attraversa il cervello: sbircio.
    Più sbigottito che altro, mi trovo davanti agli occhi una confezione di autoreggenti nere, a rete larga, di qualità e poi, un batuffolino di stoffa, leggera come seta, pure nero: un perizoma.
    Arrossisco per l’emozione improvvisa. Non penso niente. In fretta rimetto tutto al suo posto, dimentico perfino di prendere la Coca.
    Incapace di pensare in senso compiuto, entro in casa. Mia moglie quasi m’investe, aveva appena finito e stava tornando fuori. Mi guarda e, pronta, dice:
    - Ah, bene, l’hai presa tu … – e mi toglie la borsa di mano. Poi si avvia verso le scale, per salire di sopra ma cambia idea.
    - Devo bere, ho sete da quando sono uscita … – e si avvia verso il frigorifero, ho la sensazione che, sottecchi, mi guardi, ma, forse, mi sbaglio.
    - Vado a prendere la Coca, è finita! – prendo le mie chiavi e torno fuori, giusto per raccogliere le idee.

    In garage, solo, finalmente posso riflettere sull’accaduto.
    Mille pensieri mi affollano la mente: quale significato attribuire a quegli indumenti intimi?
    Mia moglie, adesso, ha poco più di quarant’anni; è una bella donna, certo, ma non indossava certa biancheria nemmeno a venti … possibile che cominci adesso?
    Ho ben presenti i suoi cassetti, in casa.
    Una sfilza di mutandine bianche, poche nere, nessun perizoma.
    E le calze? Tutti collant o calzerotti per gli stivali … mia moglie è così, e ci tiene, soprattutto adesso, che i ragazzi sono grandi e sbirciano.
    Sono io che, nascosto in uno scatolo, tengo da parte il piccolo armamentario delle nostre, bonarie, trasgressioni. Qualche paio di calze, un perizoma rosso e anche una mutandina, con due spacchi, aperta sotto. Una guepiere bianca e un’altra nera, di pizzo; un fallo in lattice e altre cosette, collezionate in vecchi momenti di passione.
    Allora ho pensato: “E se volesse farmi una sorpresa?” dopotutto, ci piace ancora “giocare”, ogni tanto. “Di sicuro sarà così!”
    A cena abbiamo parlato poco. Dopo, a letto, non è successo niente, anche perchè lei, stanchissima è andata a dormire prima di me.
    Io ero davanti alla TV, i ragazzi erano usciti e sarebbero tornati più tardi.
    Quando lei andò in bagno, come d’abitudine, prima di coricarsi, feci un’azione da “commando”: corsi di sopra, attento a non farmi sentire.
    Fui fortunato e trova subito la sua borsa, lesto, la aprii per guardarci dentro: la busta non c’era più.
    Un tonfo in petto … guardai veloce per la camera: niente, nessuna traccia della busta bianca anonima e stropicciata.
    Corsi di sotto, col cuore che batteva all’impazzata.
    Quando lei uscì dal bagno, attesi una decina di minuti e poi, pregando tra me e me che i miei timori fossero del tutto irragionevoli, salii in camera a mia volta.
    Era già successo che Marina mi facesse una sorpresina piccante.
    La trovavo sotto le coperte, come il solito, ma quando allungavo la mano per accarezzarla, invece di indossare il pigiama, la vestiva in modo succinto ed eccitante. Spesso teneva i collant che aveva usato quel giorno: sapeva che a me piaceva strapparglieli, per incontrare, sotto le dita, la sua carne tenera, che trasbordava, lascivamente dalla seta.
    Ma niente di quanto speravo si è avverato … mia moglie aveva gli occhi chiusi e sembrava dormire.
    Mentre mi lavavo i denti, con voce impastata, mi disse, come se si fosse trattenuta fino all’ultimo:
    - Ah, mi ero scordata … domani vado in trasferta a Roma. –
    - Dormi fuori? – dissi con finta ingenuità.
    - Ma no, ci mancherebbe. – aveva un tono seccato, come sempre: andare fuori la metteva di malumore … ma quella volta? Era vero o fingeva?
    – Però non so a che ora torno, può darsi che faccio tardi, che seccatura. –
    Mi sono messo a letto senza commentare. Marina era in pigiama, voltata di spalle e già dormiva … o fingeva di dormire.
    Alle tre, insonne, mi sono alzato … e adesso eccomi qui.

    2

    Tutto liscio

    Non sono un investigatore privato, però non sono neppure uno stupido.
    Ho indagato, amici miei, come voi stessi mi avete consigliato di fare.
    Allora, ecco come stanno le cose, almeno fino adesso e di certo vi deluderò.
    Con una lunga serie di scuse e di sotterfugi, attento per non farla insospettire, ho contattato con una scusa qualche collega: ebbene, Marina, è stata proprio in trasferta. Il percorso, all’andata, l’ha fatto in compagnia di due vecchi colleghi e i tempi di percorrenza sono quelli giusti … inutile sospettare di uno di questi. Si tratta di persone con cui passa la vita, e da quasi dieci anni, quindi … o ci fa l’amore esclusivamente nei bagni, cosa impossibile, o in questo caso, hanno fatto sesso sul sedile della macchina in viaggio verso la capitale: assurdo!
    Infine: Marina è andata davvero in trasferta, è stata, dove diceva di essere e, dulcis in fundo, e rientrata prima del previsto, in treno, ed io stesso l’ho aspettata alla stazione di Napoli Centrale. Alle diciotto, eravamo quasi a casa.
    Per la cronaca: appena possibile ho controllato nella sua borsa, niente da rilevare, anzi. Questo non vorrei dirlo, ma ne sento il dovere, giacché vi ho coinvolto in questo rebus maledetto: nella sua borsetta c’era sì, una bustina, ma conteneva solo le prove che Marina era alla fine del suo ciclo … e, conoscendo le fisime, posso garantire che “in questi giorni” non si lascia avvicinare a meno di un metro, neppure da me.
    Allora, stanotte, visto che ho dormito solo poche ore e in modo agitato, ho cercato il suo cellulare, per controllarne le attività.
    Ho sentito su di me tutto il peso di quelle “manovre”, perchè non avevo mai sospettato di Marina. Non ero mai stato geloso di mia moglie, solo degli altri; cioè, di quelli che, nel tempo, avevano avuto per lei degli apprezzamenti o, probabilmente, delle vere cotte, visti i maneggi per cercare di starle vicino a ogni incontro … ma non ho mai dubitato di lei.
    Le chiamate e i messaggi, pochi per la verità, erano tutte intercorse tra persone che conoscevo, mia moglie non ama i telefoni, in generale. Io stesso, mi sono dovuto rassegnare a questa sua pessima caratteristica. Abbandona il telefonino e, se non mi preoccupo io, non lo ricarica neppure. Spesso, in ufficio è costretta a elemosinare un caricatore Nokia, perchè è rimasta, per l’ennesima volta “a secco”.
    Tutto regolare, insomma.
    L’unico messaggio che ha attirato la mia attenzione è stato quello di Patrizia, cugina di Carmela.
    Patrizia e Carmela mi sono molto “note” ma il messaggio incomprensibile:
    “DOMANI APRI DOPO LE 10”
    Che cosa doveva aprire? Boh!
    Ma non ci pensai più di tanto: Patrizia, una bella ragazzona, che oggi ha circa trent’anni, credo. Ha fatto da baby sitter, per anni, ai nostri ragazzi, nati a poco più di un anno l’uno dall’altra, e i rapporti tra lei, mia moglie e i ragazzi, sono rimasti affettuosissimi e intricati. Le classiche “cose da donna” da cui mi sono sempre ben guardato dall’immischiarmi. Non ho molta pazienza riguardo agli argomenti che piacciono alle donne, sono un po’ orso, come dicono loro.
    Ho fatto il nome anche di Carmela, giusto?
    Mi spiego subito … ormai le due donne sono abbinate, nei miei archetipi mentali, sono cugine, sono entrambi di famiglia, e abitano anche vicino.
    Carmela, bellissima ragazza (ora donna) è diventata l’estetista di mia moglie, quindi, la frequentazione è costante. Un circolo vizioso, dal quale mi sono sempre tenuto alla larga.
    Poco fa mia moglie è andata a lavoro: oggi mi prendo una pausa e passo a setaccio la casa, devo sapere.
    Ah … C. V. D. Marina ha dimenticato, per l’ennesima volta il suo cellulare!
    Però, quando l’ho riposto nel cassetto dove teniamo gli ammennicoli elettronici, ho notato che …

    3

    Sembra un giorno come tanti

    E sì … manca un vecchio cellulare. Uno di quei Nokia da quattro soldi, di quelli che funzionano sempre, per quanto tu li possa maltrattare.
    Intendiamoci, non mi è sembrato un particolare importante però, in mancanza di qualsiasi altro appiglio, devo pur notare quelle cose che non sono come dovrebbero essere.
    La prima cosa cui ho pensato è che uno dei ragazzi avesse preso il telefonino per usarne due. Due, come le pistole dei killer, nei western … e, vista la velocità con cui muovono le dita sui tasti, ci poteva anche stare. Allora ho indagato, con discrezione, ma i miei figli non ne sapevano niente.
    Insomma, il vecchio cellulare mancava all’appello e non si trovava da nessuna parte. Quella sensazione, la possibilità di scoprire un segreto nella vita di Marina, mi dava alla testa. Era come se, all’improvviso mi mancasse un pezzo di realtà.
    Per me, dopo tutti gli anni passati insieme, dopo che io stesso le avevo offerto piaceri “proibiti”, era doloroso. Marina sapeva che poteva dirmi tutto … e lo aveva sempre fatto.
    Mi vantavo con me stesso e con gli altri della trasparenza dei nostri rapporti, e adesso?
    Probabilmente stavo per scoprire che Marina aveva dei segreti per me. Probabilmente aveva avuto, chissà per quanto tempo, un amante.
    Una vocina inopportuna, nella testa, ci tenne a ricordarmi che, nonostante tutto, anch’io, durante quegli anni l’avevo tradita … e non una volta sola.
    Ma che c’entra? Mi arrabbiai col mio cervello che mi sottoponeva certi appunti, del tutto insignificanti: io avevo semplicemente fatto sesso, in modo discreto, e sempre occasionalmente.
    Nessuna delle mie storie era durata più di qualche mese, massimo un anno … e poi è un paragone del tutto inopportuno: io sono un uomo, no?
    Ma torniamo alle indagini, perchè questi pensieri stupidi, mi hanno reso solo più nervoso e aggressivo.
    Il telefono squilla: è lei.
    Niente di particolare, le solite cose, sembra la mia Marina di sempre. Oggi dovrebbe essere una giornata regolare … niente cambiamenti improvvisi, nessuna nota stonata.
    Mi ha avvertito che domani, a pranzo, faranno una pizza con alcuni colleghi, che tra l’altro conosco; come sempre mi ha chiesto se voglio andarci anch’io. E’ una proposta di prassi, lo sa che non ci vado mai.
    Poi, mi ha avvertito di non preoccuparmi della spesa di sabato, perchè cenerà solamente. Ha la giornata “lunga” dall’estetista.

    Negli anni con Patrizia, Carmela e il resto del “clan di paesani”, Marina ha creato un piccolo sodalizio; anche i nostri ragazzi, per quanto culturalmente evoluti, non disdegnano di far visita, qualche volta, a quella piccola tribù, assembrata intorno a un cortile comune … sono tutti parenti e, spesso, anche serpenti, tra di loro.
    La sera, dopo la visita nelle “terre selvagge” mia moglie mi aggiorna sulle piccole faide femminili: suocere, nuore, cugine e zie si amalgamano in un indissolubile crogiuolo d’invidie e gelosie, del tutto inconsistenti, ma che le mantengono vive e battagliere.
    Non invidio i poveri mariti in quel nido di vipere.
    Anche questo … è del tutto regolare: sono per lo meno dieci anni che va così. Marina è abitudinaria e, a costo di qualche rinuncia, non ama i cambiamenti.
    Una o due volte al mese, quasi sempre di sabato, si ritira “in campagna” per lasciarsi “torturare” dalla dolce Carmela.
    Oggi ho dedicato tutta la giornata a frugare in casa, ma niente … nessun segnale, nessun indizio.
    La sera torna, è la stessa di sempre, ma io non avrò pace finché non capirò.

    4

    Le foto curiose

    Stamattina sono stato troppo impegnato ma, poi, non ho rinunciato: sono venuto in costiera per non lasciare nulla d’intentato.
    Ho frugato la casa al mare: nessun segreto.
    Ho frugato anche nello stanzino. Tutto in ordine: Marina è molto precisa.
    Dopo una veloce ricognizione, ho notato il piccolo gommone ripiegato a fisarmonica.
    Il solito viziaccio, Cazzo! Non c’è nessuno, perchè piegarlo? Passai velocemente la mano tra le anse, per controllare che ci fosse il borotalco. Urtai con le dita qualcosa di duro e spigoloso. Imprecai. Poi tiro delicatamente fuori una scatola … era larga e piatta. Forse, un tempo, conteneva dei fazzoletti.
    La apro e una certa sorpresa c’è. Vi trovo una decina di foto, delle Polaroid, senza sviluppo.
    Il soggetto, anzi, i soggetti sono due: mia moglie e la baby sitter, insieme o alternate.
    Nonostante le foto non ritraggano niente d’interessante, c’è qualcosa che non quadra…
    Non me la sento di metterle via … qualcosa mi dice che in quelle immagini c’è un che di stonato, un segnale, che mi sfugge … per vedere meglio me le porto in cucina, alla luce.
    Nelle foto le due sono sempre sorridenti ma, in quel sorriso, c’è qualcosa d’intimo ma anche di sguaiato. Sorrisi sfrontati, vincenti, complici. Marina e Patrizia, se ne stanno guancia a guancia, o si toccano, guardandosi intensamente negli occhi, fronte contro fronte.
    Mi sono estraniato, perduto, tra quelle stranezze, forse è per questo che sobbalzo, quando un rumore di ghiaia, giunge da fuori, distintamente.
    Guardo dalle doghe della finestra, riesco a vedere.
    Un’auto, sconosciuta, ha imboccato il vialetto con una certa determinazione.
    Probabilmente, l’ho sentita arrivare proprio grazie alla frenata, improvvisa e rumorosa.
    Non si vede chi c’è alla guida ma una cosa è sicura: quella macchina stava per entrare nel mio viale; ora arretrava, per poi allontanarsi rapidamente.
    Potrebbe anche trattarsi di uno che voleva fare manovra … ma era del tutto improbabile.
    Decisi di andarmene subito … mi pentii per aver lasciato la macchina in bella mostra. Come potevo immaginare quello che sarebbe capitato?
    Porca miseria! Forse ero stato a un pelo dal sorprendere Marina e i suoi segreti; adesso la situazione non sarebbe che peggiorata.
    Dovevo pensare e alla svelta.
    Rimisi rapidamente a posto le foto. Mentre armeggiavo con le dita, mi scontrai con un altro oggetto, forse un’altra scatola. Non lo presi. Avevo solo una speranza di non rovinare l’effetto sorpresa: evitare accuratamente che Marina si accorgesse dei miei sospetti.
    Uscii da casa come se niente fosse e ripartii rapidamente, senza indecisioni.
    Le mie passeggiate mattutine mi ripagavano; sapevo che da un viale adiacente, si poteva godere di una buona prospettiva su casa nostra. Pregai che l’altro non fosse andato definitivamente via, ma non potevo guardarmi intorno ne mostrarmi indeciso. Mi allontanai, deciso, verso la superstrada. Ma, poco dopo, raggiunsi la postazione che mi ero prefisso.
    Passò quasi mezz’ora. Non nutrivo speranze, ormai … ma ecco, lentamente, la macchina di prima ritorna.
    Stavolta non gira ma procede, a passo d’uomo, davanti al viale. Pochi metri dopo la macchina si arresta.
    Passano altri minuti in cui non succede nulla. Poi dal lato del passeggero, una figura femminile. Raggiunge la casa, entra e ne esce dopo pochi minuti.
    Risale in macchia e sfrecciano via. Nonostante sia quasi buio, non posso sbagliare: quella donna era mia moglie.

     
  • 03 febbraio 2013 alle ore 10:18
    Serenatella - Seconda e ultima puntata

    Come comincia: 6 - Confidenze

    Avviato alla meglio il gruppo dei tecnici, presi posizione nell’ufficio, dedicandomi, finalmente alla mia attività vera e propria.
    Maria, una volta arresasi al “boss” si era rassegnata a trasformarsi in “tabula rasa” e, efficiente come un treno, aveva assorbito tutte le nozioni per tenere in pugno una buona organizzazione del lavoro.
    La ragazza aveva recepito, inoltre, un messaggio importante e, con grande umiltà, l’aveva fatto suo: io non sarei rimasto là in eterno ma lei, una volta imparato bene il mestiere, si sarebbe ritrovata con una importante esperienza lavorativa, utilissima anche nel caso avesse cambiato azienda.
    Arrivò veloce la primavera e poi l’estate. Il tempo passava veloce, soprattutto con la simpatica complicità della ragazza.
    Avevamo imparato a fidarci molto l’uno dell’altra.
    Mi divertivo molto a seguire la sue fresche battute e la spigliatezza giovanile con cui affrontava la giornata.
    Lo stesso valeva per lei … castigata, nell’abbigliamento e nell’esistenza, da un famiglia all’antica e abbastanza ignorante, a ventitre anni, aveva il destino già segnato.
    Il suo fidanzato, un personaggio gretto, era anche il predestinato a sposarla … imparai così che una ragazza come lei, per convenzione, aspirava solo a quello: un “buon” matrimonio.
    Praticamente, il suo sogno di libertà era limitato a desiderare una festa nuziale da “principessa” e due settimane in viaggio di nozze … poi sarebbe passata dal “dominio” paterno a quello del suo ragazzo.
    Unica gioia, dopo: scegliere detersivi e imparare ricette, magari qualche bella gravidanza in successione, per diventare vecchia a trent’anni.
    Non mi permisi mai di inserirmi in queste sue “certezze”, dopotutto, nonostante mi fosse molto simpatica, non erano affari miei.
    Stavo al mio posto con lei, ma la trattavo come una sorellina minore o una nipote; intendiamoci, in quei mesi che passavano, ebbi modo di scoprire che, sotto la “divisa”, indossata, probabilmente, per ordine del suo “uomo”, si nascondeva una ragazza dal fisico notevole, con un sederino niente male e due gambe lunghe e affusolate.
    La cosa più bella era che emanava una freschezza semplice … nonostante tutto; nonostante girasse quasi senza trucco, era sempre bella da guardare.
    Cominciammo a darci del tu e, sebbene fosse sempre guardinga, come una gatta un po’ selvatica, conquistai molto la sua fiducia. Probabilmente perchè non avevo nessuna intenzione di provarci. Era troppo distante da me, ero troppo bacchettone rispetto al lavoro e alla differenza di età.
    Quindi pur restando un uomo, e anche propenso al piacere, l’avevo reclusa tra le “bellezze impossibili” dandomi subito pace ai “genitali”.
    Però le sue vicissitudini mi stuzzicavano e lei ne parlava con me con grande apertura, probabilmente, imparata la mia mentalità, aveva capito che, con me, si trovava in uno spazio “libero” che forse non aveva mai goduto nella sua esistenza semplice ma, costantemente, controllata. Nemmeno con le amiche, segregate anch’esse in una mentalità antiquata, poteva esprimere liberamente se stessa.
    Anch’io le avevo parlato un po’ di me, della vita molto più libera che si respirava al nord e dell’emancipazione delle donne europee.
    In pratica, se lei accettava tutta una serie di limitazioni era solo una sua scelta. Oggi il mondo girava diversamente.
    Alla fine, lei raggiunse tanta confidenza con me, da narrarmi anche episodi della sua vita più intima e privata.

    7 - Le ferie ci cambiano

    Maria lavorava con piacere, avevo fatto in modo che tutto filasse liscio e sembrava serena e felice. Veniva al lavoro con il gusto di uscire da un labirinto di schemi e tradizioni, per trovare, in ufficio, il piacere di sentirsi più emancipata. Discorreva alla pari coi responsabili delle aziende con cui eravamo in contatto, senza ansia da prestazione”.
    Mi ritrovava con piacere; avevamo intrecciato una complicità tutta segreta ed io, solo nel profondo sud, la coccolavo come una nipote troppo cresciuta, senza secondi fini ma, innamorato della sua gioventù.
    Era come avere attorno una capinera, che riempiva di voli e gioia l’ambiente monotono del lavoro.
    A parte il fatto che, la mattina, Maria si aspettava la colazione … perchè io la viziavo con le specialità che avevo imparato a comprare nei piccoli laboratori “di eccellenza”.
    Arrivavo presto, il mattino e durante il tragitto, recuperavo di tutto: babà, cannoli, cornetti, graffe, sfogliate … bomboloni, e, quando tutti erano usciti, guardinghi, tiravamo fuori il “cartoccio” del peccato. In quei momenti, la giovane, dimostrava appieno i suoi anni … con un metabolismo fulminante assimilava senza batter ciglio tonnellate di calorie, mentre io mi godevo il colorito suo, sazio, che aggiungeva una mano di carnicino, alle sue gote chiare.
    A ora di pranzo, poi, Maria non poteva restare con me, sola, in ufficio (ma questo lo seppi dopo) … verso le due, al sud, si rallentano tutte le attività, come se tutta la regione facesse un po’ di pennichella. Allora il suo “uomo”, preventivamente geloso, le aveva ordinato di andare a fare la pausa pranzo, nel casotto del custode … in vetrina insomma, in modo che tutti potessero vedere la sua ragazza, lavoratrice sì, ma illibata.
    Il portiere, poi, simpaticissimo personaggio locale, era alto la metà di Maria, mentre era il doppio in circonferenza. Aveva quasi sessant’anni ma, tentato dalla bellezza della ragazza, se n’era innamorato, a modo suo. La sera, quando ci salutavamo ed io andavo a prendere la macchina, mi trotterellava dietro, confessandomi le sue pene d’amore e i vili sotterfugi, che cercava di organizzare, per attirare la ragazza tra le sue braccia. Inoltre, odiava a piè fermo il ragazzo di Maria e, parlandone con me che sogghignavo divertito, lo apostrofava sempre con lo stesso, offensivo, nomignolo: “O’cornutone”!
    Questo teatrino era uno spasso, una parentesi scanzonata nella monotonia della solitudine e del lavoro.
    Naturalmente, la sera, quando parlavo con la mia amata Beatrice, le riferivo spesso gli episodi salienti del portiere innamorato e di Maria la “vergine operaia”.
    Qualche volta si erano già sentite, al telefono, ed era anche avvenuto qualche scambio di battute, tra le due, a mio danno, ovviamente.
    Quando all’inizio dell’estate, Beatrice venne a Napoli, prima di andare a casa, volli che vedesse dove lavoravo. In ufficio, oltre agli altri, le presentai anche Maria.
    Misteri femminili: Maria fu cordiale e accogliente ma, per me che la conoscevo bene, era lampante che qualcosa non andasse … era come se avesse ricevuto una doccia fredda, non capirò mai bene il perchè.
    Beatrice era una donna veramente notevole: bella, elegante, raffinata e dalla personalità palpabile, che riempiva l’ambiente, intono a se.
    La mia compagna, fu molto amichevole nei confronti della giovane, durante le poche battute che si scambiarono, ma, subito dopo, Maria fu ignorata e se ne restò al posto suo, mentre noi discutevamo allegramente con i titolari.
    Andammo via, poco dopo, ed io, preso dalla mia bella, che non vedevo da due settimane, mi scordai di tutto. Mentre viaggiavamo verso il tramonto, col sole che cercava refrigerio nel mare, sempre più blu, Beatrice disse, lapidaria:
    - Hai fatto colpo sulla sguattera! – fu tagliente – Bravo! L’Alain Delon dei poveri … –
    Restai colpito e stupito da quell’osservazione tanto assurda quanto precisa, e pensai che la sua tipica gelosia avesse ottenebrato, per un attimo, la mente lucida della mia ragazza.

    8 - Agosto, il mese dell’Amore

    La settimana dopo il Ferragosto, la città si ripopolava lentamente.
    Ritornai a lavoro più rilassato e anche un po’ abbronzato, più fresco insomma.
    Quel mattino Maria arrivò verso le nove. Non c’era molto da fare e chiacchierammo un poco.
    Capii che qualcosa non andava e glielo dissi, sincero; lei mi raccontò volentieri che era molto giù perchè il suo ragazzo era andato in vacanza da solo, con alcuni amici, mentre lei, bloccata dai genitori, aveva dovuto restarsene a casa, a conservarsi integra e obbediente per il matrimonio.
    - Dopo sposata andate dove vi pare! – le aveva detto la mamma, però la sua delusione principale era che il suo lui l’aveva lasciata, fregandosene.
    - E poi – concluse amaramente – se veramente ci sposiamo, farò la fine delle mie cognate … comunque resterò a casa a fare la sguattera e il cane da presa. A volte vorrei tanto essere come una di quelle donne emancipate che conosci tu, che fanno ciò che gli pare. –
    La ragazza era tesa e anche un po’ dimagrita. Nonostante le facesse piacere sfogarsi con me, un velo di tristezza stazionava sulle sue palpebre.
    - E per finire ho male al collo da due giorni, soffro di cervicale! –
    - Si, si – risposi seccato – e magari hai pure la gotta alle caviglie … Maria: tu hai vent’anni, capisci? – e le spiegai che le mancava solo un po’ di felicità … uno spazio suo, magari segreto, contro quel mondo gretto che, ormai, le stava troppo stretto.
    Le avevo portato delle deliziose brioche con la crema di limoni e cercai di rallegrarla con qualche battuta … le recitai persino una poesia, altro non era che le sole parole di una canzone napoletana. Ne rise, felice come una bambina.
    Poi, visto che quei pochi che erano al lavoro, sarebbero stati fuori tutto il giorno, le feci anche una proposta “indecente”: se riusciva a trovare una scusa, la invitavo fuori, per un pranzetto veloce.
    Infine, per la cervicale, le avevo più volte detto che ero bravissimo nei massaggi, mi offrii di fargliene uno, seduta stante.
    In realtà, spesso, i dolori articolari, sono dovuti alle energie traumatiche e allo stress stazionarie nei nervi e avvelenano le articolazioni.
    Non me l’aspettavo però, stavolta, lei accettò.
    Allora le proposi di spostarci in una delle stanze interne: non si sa mai, poteva entrare qualcuno ed equivocare sulla nostra posizione.
    Maria, ebbe una piccola esitazione ma poi disse che si fidava di me … e io ne risi.
    E in quell’ufficio anonimo, in penombra, iniziò una tra le storie più brevi e delicate della mia vita … una vera “serenatella”. Dolce, senza pretese, come sì confà alle cose belle della vita: semplici, immediate, spontanee.
    Cominciai, sedendomi davanti a Maria; la feci porre in piedi, voltata verso me, ad occhi chiusi. Teneva le braccia abbandonate sui fianchi; era tesa come una corda di violino e oscillava pericolosamente.
    Quando le mie mani raggiunsero le sue gambe, nonostante il jeans, sussultò, come chi si spaventa, per lo schianto di uno specchio infranto
    Usai la voce per tranquillizzarla, stemperando l’assurda tensione che si era creata, intanto salivo con le mani fino alle ginocchia, si sentivano benissimo essendo la fanciulla ulteriormente dimagrita.
    Maria aveva accelerato il suo respiro. Le dissi che, se la prendeva così, era meglio smettere; non facevamo nulla di male. Se le piaceva restare nella sua condizione di soggezione a tutto e a tutti, io non potevo farci niente.
    Con uno sforzo sovrumano, combattendo contro ognuno dei valori e dei limiti con cui era abituata a convivere, la giovane mi disse di andare avanti: voleva!
    E si sciolse come burro al sole … sentii le sue membra rilassarsi e predisporsi ad aspettare l’indagine delle mie mani maschili.
    Allora mi misi in piedi e mi spostai alle sue spalle; le carezzai i fianchi, poi la schiena. Andavo su e giù ma mi fermavo al limite dei glutei, dove incontravo la cintura dei pantaloni.
    Quando non riuscii più a farne a meno, iniziai a baciarla sul collo, imperlato di goccioline fredde, di sudore nervoso.
    La pelle d’oca la rendeva ancora più presente ed eccitante sotto i mie polpastrelli.
    Le mille ritrosie, le barriere che mi accorsi, solo allora, di avere eretto a mia volta, caddero giù, come un castello di sabbia, mentre assetato della sua carne, la carezzavo, indagando, e indovinando le sue forme, tra gli stretti passaggi che gli indumenti concedevano.
    Con la sinistra, infilai la via della pancia, piatta e arrendevole, salii sotto la maglietta ecru e seguii il suo sudore, fino a perdermi tra i due piccoli seni, dove i capezzoli, puntuti e duri, erano due bottoncini caldi.
    L’altra mano lenta e sicura, profittò della magrezza giovanile di Maria.
    In piedi, le anche pronunciate, lasciavano aperto un largo spiraglio, subito dietro la cintola. Ancora una volta, mi servii di quella pancia, piatta e complice, foriera di delizie, per avventurarmi in basso, con la mano destra.
    Le dita scendevano e il calore del “paesaggio” aumentava, diventando tropicale … là, dove le cosce tornite si distendevano, lunghissime, verso i piccoli piedi curati. E poi, risalendo, al centro di esse, perchè, sotto la pancia, c’era lo slip, sicuramente bianco e castigato. Mi spezzava il fiato nella sua libidinosa castità, mi sfidava i sensi col profumo della sua purezza.
    Riuscii a scendere al di sotto delle mutandine, tra le due cosce, a cui, il suo fisico, quasi adolescenziale, non permetteva di toccarsi.
    Eppure, un calore umido e sublime, faceva venir voglia di tuffarsi, in quell’afrore dai profumi intimi e segreti.
    Maria era rossa in viso, incapace di ogni reazione; cercava di ribellarsi, di esprimere un disappunto che non c’era, così, deliziosamente, proferiva dei pensieri sincopati e senza senso.
    Continuai a tentarla, senza essere né aggressivo né frettoloso, le diedi il tempo di accettarsi e di arrendersi al suo stesso desiderio.
    Intanto, aprivo, toccavo, godevo … l’animo mi si spaccava per la fresca sincerità di quel momento. Non c’era appuntamento di amanti: la ragazze era là, genuina, semplice, come una rosa selvatica, tanto bella, quanto inattesa, nel suo splendore tra le forre.
    Quando, la “femmina” che era in lei, vinse la sua ingenuità e, coraggiosa, si presentò al richiamo feroce del sesso, Maria si lasciò andare nelle mani del maschio, come forse aveva desiderato ma senza saperselo figurare.
    Ora reclamava il premio, potente, per la sua sofferta trasgressione e io non aspettavo di meglio.
    Per prima cosa, e senza dolcezza, le guidai la mano sul membro, per dimostrarle quanto la volevo … e lei impazzì, aggrappandosi anima e corpo, a quel caldo segnale virile.
    Era mia e volevo stupirla, sconquassarla, segnarla come una preda: non doveva più scordarsi di me.
    La presi per mano e contrariamente alle sue aspettative, invece di inoltrarci verso il buio, la trascinai verso la luce.
    La sua postazione, oltre alla lunga scrivania, era sovrastata da un’alta ribalta, un bancone e li la feci appoggiare, con i gomiti. Era costretta a guardare fuori, come se niente fosse; io, seduto alle sue spalle, le abbassai jeans e slippini, per poi affondare, di faccia, tra le sue natiche, che, dopo un attimo di sorpresa, si inarcarono e mi aprirono la via, verso il suo sapore di giovane donna in calore.
    E poi, sempre da dietro, quando mi misi in piedi, la possedetti … mentre Maria faceva finta di nulla con se stessa e col mondo che, da fuori, la guardava senza vedere: né le sue gote rosse, né i suoi occhi azzurri, pervasi, finalmente, dal guizzo della lussuria.
    Quel bancone divenne il nostro angolino erotico. Alle sue spalle avveniva di tutto. Maria imparò presto a sedersi a sua volta: in quel caso, era lei che mi succhiava il piacere da dentro, con la bocca e con sempre maggiore sapienza.
    Per alcuni mesi diventammo amanti e le insegnai tutto, gustandomi ogni palpito del suo cuore innamorato.
    Non so dove sia adesso Maria, ma certo, nonostante gli anni, non dimenticherò mai le semplici effusioni, le note delicate, di quella deliziosa serenata napoletana.

    FINE

     
  • 03 febbraio 2013 alle ore 10:13
    Serenatella - Prima puntata

    Come comincia: 1 - Al Sud

    Quando venni contattato, per diventare il responsabile commerciale di un gruppetto di operai e tecnici, abbastanza sporchi, puzzolenti di grasso e polvere metallica, non storsi il naso.Ho sempre preferito la compagnia schietta e triviale degli “addetti” ai lavori alla levigatura “da fighetto” dei rappresentanti di commercio.I venditori sono sempre stati disgustati dai tecnici, soprattutto per invidia, ben celata: questi ultimi erano ben accetti ai clienti perchè risolvevano i problemi di guasti e manutenzione, mentre il venditore, col suo abito alla moda, che sgambettava, schizzinoso per i locali officina, era odiato e delegato al semplice ruolo di “furba macchinetta mangiasoldi”.Insomma la gente vedeva sempre nel commerciale, colui con cui si parla solo di denaro; una specie di parassita, un politico, un male indispensabile… ma la vera passione di un cliente è un bravo tecnico.Capii subito, poco più che ragazzo, che sporcarsi un po’ le mani apriva meglio le strade del “successo”.La gente vuole vedere le mani che operano, altrimenti pensa che non fai niente … puoi essere Dante, Manzoni o Pippo Baudo: quando il lavoro che svolgi è di tipo prettamente intellettuale, il volgo è convinto che non fai altro che spassartela e che, con qualche misterioso magheggio, riesci pure a sbarcare il lunario, divertendoti.Così, avendo una cultura superiore e spiccate capacità dialettiche, riuscivo a tirare fuori il meglio di me stesso, con il minimo sforzo.Da giovane non perdevo occasione per lanciarmi, trattato bonariamente come il “mozzo di bordo”, dietro agli operai, con la scusa di dare una mano.Li osservavo, imparavo un mestiere solo “raccontato”, in pratica non sapevo fare niente… e loro, specialmente i “vecchi”, cui piace parlare, si sfogavano con me riguardo alle loro abilità e alle loro intuizioni.I loro giovani assistenti non avrebbero mai saputo quei segreti, imparati a furia di errori e sacrifici, ma a me, i loro trucchi, li svelavano, beandosene.Sapevano che le mie meni erano di pastafrolla e che mai sarei potuto diventare, per loro, un pericoloso concorrente.Se devo dirla tutta, io, la materia, la studiavo di notte. Ho sempre avuto una spiccata tendenza a leggere di tutto.In fondo i principi erano abbastanza facili ma, come spesso accade, ignorati.Chissà perchè molta gente ha paura dei manuali o dei trattati, forse teme di scoprire di non capire nemmeno ciò che crede di conoscere.Comunque, adesso, passata da un po’ la quarantina ero diventato uno dei capi area più apprezzati nel mio settore.E così nacque quella particolare proposta: il centro manutenzioni e assistenza tecnica per Napoli e Campania, si era talmente evoluto, da stimolare e promuovere un fatturato talmente interessante, che l’azienda decise di coadiuvarli con una figura squisitamente commerciale, consapevole anche del settore amministrativo.Avrei dovuto aiutare il gruppo a crescere, senza troppi traumi psichici e a inserirsi nel mondo di un lavoro più metodico.Formare una segreteria degna di quel nome e capace, anche, di mettersi in riga con le nuove tecnologie fornite dall’internet, che, all’epoca, erano agli esordi.I responsabili della ditta mi conoscevano già e accettarono di buon grado il salto di qualità, dovuto alla mia presenza … non che mi considerassero “meglio” di loro, ovvio (ignoranza e presunzione vanno sempre sotto braccio), ma erano certi che, presentandomi alla clientela, come una specie di “reliquia”: il direttore commerciale che viene “dal norde”, i loro portafogli e la loro prosopopea ne avrebbero guadagnato.Ero separato da non molto, libero e felice di scendere al sud, di cui avevo sempre apprezzato il sole, i paesaggi frastagliati e il mare.Anche la gente la preferivo … una filosofia di vita diversa, che una volta capita, sembrava molto più gaudente e meno “impegnativa” della nostra.Vivendo, ormai, senza una vera famiglia, potevo accettare di pensare al domani in maniera molto relativa.Inoltre, l’unico rapporto stabile, quasi un “fidanzamento” tra adulti, lo avevo con un’avvocatessa di Roma, con cui mi frequentavo da anni e che, dopo la separazione, era diventata il mio punto di riferimento.Così, stabilite le ultime postille, mi trasferii ad Amalfi che, grazie all’autostrada, era ben collegata a Napoli; ci voleva un po’ di più per arrivare al lavoro ma, specialmente nel week end, era tutto un altro vivere.Un lunedì mattina raggiunsi l’ufficio, intonso, dei tecnici, poiché la loro esistenza si svolgeva nei capannoni dell’officina, a pochi passi, nel retro di un’enorme area industriale, vicino dalla Ferrovia.Esposito, il capoccia del gruppo, mi aspettava all’ingresso e mi accolse affettuosamente.Il tempo di entrare e di posare i miei borsoni carichi di documenti, manuali e depliant, poi avremmo raggiunto gli altri, nel capannone, per sancire la nostra alleanza con una buona sfogliatella e un ottimo caffè.Mentre ritornavo verso la porta per guadagnare l’uscita, una donna, meglio, una ragazza, uscì dal bagno con uno straccio in mano, notai allora che, fuori, c’era anche un secchio per le pulizie. Si trattava certo della sguattera, vista l’ora. E non la degnai, al momento di grande interesse, però, poiché la ragazza non si aspettava che già fossimo nell’ufficio, mi squadrò, sorpresa.Senza dare nessuna importanza all’incontro, Esposito disse: – Questa è Maria, la nipote di Cangiano … – e senza aggiungere altro mi precedette verso l’esterno.Maria aveva ventun’anni e, inaspettatamente, i miei occhi s’incrociarono con i suoi.Chiari, grandi, intensamente azzurri … di quell’azzurro che cattura.Per una frazione di secondo mi ci tuffai, come se fossi caduto da un molo … ma l’immersione durò un nulla.La ragazza abbassò gli occhi ed io uscii, dimenticandomi della sua esistenza.

    2 - Padrone della situazione e della … colazione

    Nei giorni che seguirono al mio “incipit” in quella nuova realtà, come mia abitudine, me ne stetti molto zitto ma osservai molto.Agisco sempre così. Come se “pranzassi con gli occhi” senza nemmeno fare troppo caso a ciò che divoro della realtà che mi circonda … dopo un po’, come per magia, le tesserine disordinate di quello che ho … ingurgitato, prendono il proprio posto, in una specie di “puzzle” mentale.Ecco che divento padrone della situazione e ne vedo tutti gli sviluppi, sia negativi sia positivi. Mi hanno detto che si chiama facoltà di sintesi. Ben venga! Mi aiuta nel lavoro e mi fa amare ciò di cui mi occupo.Il tempo che trascorrevo nell’ufficio era soprattutto quello pomeridiano, la mattina era dedicata a visite, incontri e valutazioni.Come tutti i “pulentun” divenni drogato dalla cucina napoletana. Per clienti, agenti e concessionari, ogni scusa era quella giusta per invitarci a pranzo.Tutti conoscevano il “loro angolino” tipico, affidabile, economico e … eccezionale!Imparai così che, al sud, esistono alcuni grandi ristoranti: una certezza per il palato, ma sono soprattutto turistici. La vera cucina tipica e deliziosa si nasconde gelosamente, in piccoli anfratti, dedicati ai locali.Non disdegnavo neppure le “colazioni” incredibili che gli operai sapevano scovare nelle salumerie, più recondite e improbabili.La “colazione” è la pietanza tipica degli addetti ai lavori … vista da lontano sembra un … sandwich (?), ma …E no, mr. McDonald, a Napoli, una colazione è un pranzo completo: in quegli enormi pezzi di pane, manca solo la frutta, ma semplicemente per mancanza di spazio.Negli sfilatini ci mettono di tutto: calamari fritti, tonno e mozzarella (insieme), pomodori all’insalata e galbanino, ciccioli ricotta e pepe, alici marinate e provolone piccante … insomma: la smetto, perchè ci vorrebbe un racconto a parte solo per le colazioni.E non tocchiamo l’argomento pizza …Ma torniamo alla parte più sentimentale della mia esperienza, il paziente lettore, vedrà poi che la colazione c’entra … sempre, anche nel vivere i sentimenti più alati o erotici: il cibo è molto presente nella napoletanità!Insomma, di pomeriggio, in genere verso le sedici, rientravo in ufficio, col mio borsone pieno di scartoffie e iniziavo la parte analitica del mio lavoro.In ufficio c’era solo Maria, la ragazza che scoprii essere una tutto fare molto eclettica.La mattina presto puliva e faceva brillare tutto l’ufficio, onestamente, compresi i bagni.Poi, durante il giorno, faceva la “segretaria” ma era solo un incarico “ad honorem” perchè mi resi subito conto che, quelle persone, non avevano la benché minima idea di come dovesse essere organizzato un ufficio che si rispetti e, nemmeno, a cosa potesse mai servire.Il lavoro principale di Maria era rispondere al telefono … ma questa sua attività “principale” merita un capitolo a se.Per il momento vi basti sapere che, la signorina Maria, parlava un italiano napoletanizzato e grossolano; che nascondeva, nel suo corpicino esile di ventenne slanciata, un vocione da scaricatore di porto (femmina, ma non per questo meno temibile) e che mi guardava con terrore, soprattutto per il mio silenzio nei suoi confronti … l’intuito femminile aveva percepito che, come un bulldozer, mi preparavo a rivoluzionare tutta l’attività di quell’organizzazione e, ovviamente, temeva per il suo “posticino”.Non era stupida, capiva perfettamente di non saper fare quasi niente e che, un tipo come me, non si poteva spaventare solo grazie a una voce stentorea.Nel mio caso, invece, la giovane Maria, era come la filodiffusione … semplicemente: non esisteva, per ora.Avevo ben altro cui pensare. Arrivavo tardi e lei, alle cinque, andava via, ci incrociavamo, si, ma nulla di più.

    3 - Arriva Beatrice, fine dell’astinenza

    Il tempo passava veloce. Gli impegni erano molti ma il modo di lavorare, al sud, è meno stressante che al nord.Iniziarono a stimarmi.Dopo un paio di mesi di lavoro duro, raggiungemmo un primo step di eccellenza, dal punto di vista operativo.Adesso potevo rilassarmi e dedicarmi al cuore di un’Azienda che si rispetti: l’amministrazione.Per ora si trattava solo di una serie di monticelli di carte e documenti, che sorgevano da tre, inutili, scrivanie.Il venerdì pomeriggio di un bell’Aprile tiepido, mi guardai introno, nelle salette vuote e pensai: “Bene, sono soddisfatto, del lavoro fatto … la settimana prossima inizierò a sistemare tutto questo casino. Povera signorina Maria.”Mi chiusi la porta alle spalle, con un sorriso cattivo e mi recai all’aeroporto di Capodichino, per ricevere Beatrice, la mia avvocatessa, finalmente.Per due lunghi mesi mi ero dedicato al sesso solitario … che ci posso fare? Non vado con le prostitute, per principio, mai.Adesso, giacché era Pasqua, la mia bella Beatrice scendeva da me, finalmente. E saremmo stati insieme fino a martedì …Lei non conosceva la costiera Amalfitana.Avevo fittato una villetta e, per l’inverno, avevo ottenuto un prezzo incredibile … a Luglio e ad Agosto potevo lasciarla, o pagare quattro volte di più; ci avrei pensato poi.Dipendeva soprattutto da Beatrice, se, come me, s’incantava di quei posti mozzafiato, avremmo potuto farci anche le vacanze, il costo non era un problema.Fu un week end romantico, meraviglioso.Sentii che un uomo si lascia veramente andare, solo quando è vicino alla donna che ama o che, almeno, gli piace. I posti che vedi sono più belli e le azioni acquistano uno scopo.Facemmo l’amore più volte, sia durante le passeggiate che a casa ma, sempre, all’aperto.Durante il giorno, baciati dal sole nell’aria ancora fresca, lo facemmo, ad esempio, su un sentiero che si inoltrava per la costa frastagliata.La gente del posto è pigra e si sposta solo in auto … così la “montagna” è per i turisti.Beatrice era una donna bella ed elegante, tonica nel fisico, che curava con palestra e massaggi; il sedere un po’ abbondante non guastava … anzi, poiché lei ne faceva una fissa, indossava comunemente la gonna. Per me questa era una grande fortuna.Da donna elegante, qual era, aveva sempre, rigorosamente, le calze.Per l’occasione, infatti, era abbigliata con una gonna nera a piccolissimi fiori, molto colorati … primaverile. Sotto portava delle parigine di filanca nere che le superavano il ginocchio, comode per le scarpette da trekking, leggere e femminili.Trovai un angolino riparato dalla macchia mediterranea, scura e rigogliosa, e, dopo pochissimi preliminari e qualche bacio molto lascivo, la feci voltare, indirizzandola, con le mie mani, verso il panorama.Non dovette fare altro che trovare un piccolo appiglio su un tronco, per appoggiarvi le mani, quasi si affacciasse a una balconata sul golfo di Salerno.Io, alle sue spalle, le alzai la veste fino ai fianchi e, natura nella natura, mi trovai di fronte le sue natiche chiare, che spiccavano tra il nero intenso delle calze e quello della gonna sollevata.Un piccolo perizoma scuro spariva tra le sue chiappe, tonde e abbondanti.Volevo essere molto materiale e svelto nel possederla, a lei piaceva essere presa più volte, in situazioni successive.Infatti avevo imparato a trattenere a lungo l’orgasmo, altrimenti rischiavo di non soddisfarla appieno.Ma non potevo penetrala se prima, non l’avessi baciata, nei modi più sconci che conoscevo.Lo spettacolo della sua natura, gonfia, tracciata da una leggera peluria castana, e la valle, solo accennata, che comunicava col suo ano, meritavano tutto il mio desiderio.Mi abbassai alle sue spalle, inginocchiandomi sull’erba umida, spostai il perizoma e iniziai a operare, rumorosamente nelle sue intimità odorose.Beatrice mugolava e roteava i fianchi, come una gatta marpiona.

    4 - Beatrice ama il sud

    Facemmo l’amore e non lo dimenticammo mai più.Eravamo quasi selvatici, in quello scenario incontaminato. Il sole irrorava di luce il mare, che rifletteva la luce con un riverbero, abbagliante, tutto d’argento.La costiera, frastagliata e scoscesa, biancheggiava ma era delineata da profonde ombre che diventavano sempre più nere, tra gli anfratti, taglienti.Qua e là, come bouquet lanciati a casaccio da spose … la macchia mediterranea anticipava la primavera con i verdi intensi e i primi fiorellini di ogni colore.Dopo più di mezz’ora, appagati e felici, sedemmo su un muretto per consumare delle caldarroste che avevo acquistato al mattino.Eravamo vicini a una fonte da cui sgorgava, cantando, una delle mille vene che traevano la loro acqua, purissima, dai monti che sovrastavano la valle delle Ferriere.Beatrice era rimasta veramente incantata dal suo soggiorno, pur se breve.Il martedì l’accompagnai in macchina fino a Roma, tanto dovevo fare un salto in azienda e dare anche una controllata a casa mia, chiusa da mesi.Riuscii in tutte le mie imprese, salvo scoprire che “qualcuno” aveva fatto visita nel mio appartamento, cercando alla meglio di nascondere i propri misfatti … di certo il mio primo figlio, non ancora diciottenne, ma già abbastanza sveglio. Dopotutto, solo lui aveva le chiavi.Non volli sgridarlo, ma era meglio sapesse che sapevo.Tornando al sud lo chiamai, per metterlo in guardia e per consigliargli di stare molto attento con le ragazze, se non voleva rovinarsi la vita alla su età.- Usa sempre il profilattico, capito! – conclusi – io non ti darò nessuna mano in caso di stronzate, ricordatelo bene. – Lui mi accontentò … sperai davvero che avesse capito: dopotutto era un ragazzo molto giudizioso.Il venerdì mattina, fresco come una rosa, alle sette ero già in ufficio e feci una sola catasta, molto pittoresca di tutte le carte, le fatture e le cartelle, sparse e confuse, in un ordine del tutto casuale che, la povera signorina Maria, aveva cercato di creare, a modo suo.Non avevo mai invaso, fino ad allora, l’amministrazione e, la ragazza, doveva essersi convinta che tutto sarebbe andato avanti come sempre … quello di cui non si accorgeva era che ogni volta che una “carta” serviva, per trovarla bisognava passare due ore, in cui gli improperi dei proprietari arrivavano alle stelle.Passata la bufera, tutto tornava nel solito caos di sempre.Alle otto e dieci, da una piccola macchina scura, spuntò Maria, accompagnata da un giovane, che la depositò nel cortile e scappò via, per i fatti suoi.L’ufficio era a piano terra, tutto lastricato di cristalli che facevano da pareti.Erano fatte in modo che, da dentro si vedesse perfettamente fuori, mentre, dall’esterno ci si trovava davanti a enormi specchi; questo effetto si invertiva, pericolosamente, la sera, col buio.Per Maria fu già abbastanza strano trovare che la porta era aperta ma, quando mi vide, scartabellare alla rinfusa nei “suoi” documenti e nel suo ufficio, dovette rasentare una crisi di nervi. Fece del suo meglio per controllarsi e con durezza, disse:- Ma … cercate qualcosa? – intanto si guardava intorno incredula, mentre toglieva il giubbino. Più si accorgeva dell’estensione dello “scempio” che avevo combinato, più annaspava, in cerca di qualche parola per mandarmi “affanculo” senza rischiare il posto … con dolcezza, diciamoIl mio semplice e allegro: -No! – di risposta, la fece infuriare ancora di più.

    5 - Professionalità, prima di tutto

    Era evidente che la giovane subiva il mio prestigio e anche la mia età: dopotutto avevo il doppio dei suoi anni; ma non voleva lasciare del tutto impunito il mio oltraggio. Iniziò a vedere il mio operato, come un’offesa diretta e personale. Quindi ritenne suo dovere difendersi e attaccare: iniziò a bersagliarmi di domande e frasi, abbastanza insensate tra di loro.Quell’effetto “doccia fredda” era stato voluto, ovviamente e un po’ mi era anche dispiaciuto. D’altro canto era importante creare una lacerazione radicale tra il vecchio e il … futuro, il nuovo.Maria doveva capire che proprio non andava e che, da oggi, tutto sarebbe cambiato, magari con un po’ di sacrifici, almeno all’inizio.- Signorina … uhm, Maria, giusto? – finsi di non ricordare nemmeno chi fosse per renderla ancora più vulnerabile.Lei annuì, sorpresa. Dopo oltre mezz’ora di invettive malcelate, forse aveva creduto che non le avrei risposto … forse non avrei fatto altro che accatastare tutto il “suo” lavoro per farne un solo, definitivo, falò.- Veda Maria … anzi, venga, sediamoci un momento – e le feci strada verso una delle scrivanie, ormai vuote; ovviamente mi sedetti dalla parte padronale e lei (credo volesse piangere) compunta e confusa … buttata quasi fuori dal suo “regno” dovette sedere dal lato degli ospiti.- Ha studiato la matematica, vero? – le domandai con falsa ingenuità e lei, impacciata rispose di si.Continuai: – Quindi, Maria, lei saprebbe dirmi quanto fa due più due? –Era completamente destabilizzata, ormai mi temeva … però fu sveglia nel rispondere.Non prese tempo inutile, né indagò sui miei motivi, con intelligenza, intuì che, tutto questo, aveva uno scopo.- Quattro, ma … –disse subito.- Molto bene – sorrisi – quindi saprebbe anche dirmi quanto fa … quaranta più nove: fa, semplicemente quarantanove, esatto? –Lei annuì ma si sentì in dovere di mostrarsi seccata.- Ma se noi ci chiedessimo quanto fa 2.370 moltiplicato 31 e diviso per 17 … nonostante lei conosca la matematica … saprebbe rispondermi … così, a caldo? –Evidentemente non era possibile, Maria annaspò, convinta di essere caduta in qualche trappola … cercò persino, a mente, di trovare la risposta, giusto per non passare da idiota.Allora iniziai la mia arringa: – Lasci perdere, ragazza mia, e solo un gioco di parole … adesso cominciamo a lavorare, va bene? – non attesi la sua risposta.- Si rilassi e mi stia a sentire: io sono molto ammirato del suo lavoro sa? – lei, stavolta, trasalì in modo evidente.- Nonostante lei è molto giovane e ha studiato ben altro … ha frequentato l’alberghiero, se non erro? Lei, in questo caos ha fatto del suo meglio. E’ da quanto sono arrivato che la seguo, Maria, lo sa? –Evidentemente non lo sapeva (tra l’altro non era del tutto vero) ma dimostrarle il mio interesse calmò un poco il suo animo, teso.- Noi abbiamo degli strumenti per fare questo tipo di calcolo, signorina, e lo stesso vale per l’organizzazione di un ufficio. Lo stesso vale per l’archiviazione di documenti e anche per l’amministrazione. – la guardai attentamente – Mi sono spiegato? Abbiamo dei mezzi ed io glieli insegnerò tutti … che ne dice? -La ragazzona cominciò a orientarsi e trovando, finalmente, il coraggio per incrociare il mio sguardo, mi sorrise con devozione. Ma io non vidi nient’altro che i suoi occhi azzurri come il mare … ci misi un attimo per tornare con i piedi per terra.Ma, Maria, questo non lo doveva sapere.

     
  • 03 febbraio 2013 alle ore 10:04
    La fata di ferro - Quarta e ultima puntata

    Come comincia: 9

    Flora sfornò degli stuzzichini di pasta sfoglia e un’insalatona con i gamberetti, i preferiti della sua figlioccia.
    Senza essersi detto nulla i due ragazzi avevano continuato ad indossare solo la parte superiore dei loro vestiti: camicia a quadroni, sportiva, per Marco, maglietta aperta davanti e senza reggiseno per Nicòle. La ragazza inoltre si era lasciato addosso le sue calze nonostante fossero rimaste sfilate, nello scontro precedente.
    Aveva cambiate le mutandine, indossandone un paio nere, a perizoma, che le aveva regalato Flora.
    La donna invece indossava uno dei suoi camici pieni di colore, completamente sbottonato sul davanti, cosicché si vedeva perfettamente che indossava l’intimo nero, ma senza mutandine.
    Con una disinvoltura che suonava grottesca, verso le dieci di sera si ritirarono tutti nella camera da letto di Flora.
    La donna adulta fece accomodare nel bagno prima l’una poi l’altro, dei ragazzi, ad entrambi fece personalmente il bidet con l’acqua tiepida, indugiando, forse pregustando, la notte d’amore che li attendeva.
    Una volta a letto riposarono. Flora si sistemò in mezzo ai due, ma sotto le lenzuola, pur sonnecchiando, si toccarono.
    Molte volte si baciarono in bocca, ogni tanto qualcuno scompariva alla vista sotto le lenzuola.
    Dormirono nudi, abbracciati, gustandosi il rapporto, carnale e profondo.
    L’atmosfera si riempiva di ora in ora di tensione sempre crescente.
    Tra veglia e sonno, Nicòle, non riusciva a non togliersi dalla testa l'idea di Marco nudo, troppo presente per dimenticarsene. Nel pomeriggio, mentre Flora si era impadronita di lui, la giovane non vedeva l’ora di donare la sua verginità a quell’uomo, estraneo, ma eccitante.

    Verso le cinque, Marco si svegliò completamente per andare in bagno.
    Voleva la ragazza … ora!
    Aveva perduto il distacco iniziale. Ora era deciso e aveva voglia di deflorare la giovane, come gli aveva prospettato la sua amante.
    Quando tornò presso il lettone, Flora dormiva ancora.
    Lui si accostò a Nicòle. Poi la scosse lievemente sulla spalla: - Vieni – le disse senza vergogna – ti voglio! -
    Come una schiava, consenziente, che accetta il suo destino, la ragazza scese dal letto e seguì lui che la teneva per mano.
    La portò nella camera di fianco, lo studiolo di Flora.
    Marco accese una abat-jour coperta di damasco rosso e dorato.
    La condusse al centro della stanzetta, facendole cenno di inginocchiarsi.
    Volle cominciare così quel nuovo accoppiamento ... segno che ci stava pensando già da un po’.
    Nicòle non lo rifiutò, anzi, fu felice di trovarlo abbastanza eccitato per poter poi provare la sensazione di portarlo all’estremo, grazie alla sua nuova abilità.
    Quando il giovane cominciò ad accusare la forza del piacere si fermò.
    Con le mani la prese per le spalle e cominciò a baciarla con passione:
    - Ti voglio … ora! – le sussurrò semplicemente.
    Ma la giovane si irrigidì: - No – disse – voglio anche Flora con me … -
    - Va bene – accettò. Marco si allontanò e sicuro di quello che sarebbe accaduto chiamò: - Flora? Puoi venire? – la risposta fu immediata, dato che la donna non dormiva, anzi stava attendendo, fremente.
    Flora arrivò furtiva ed eccitante come una grossa pantera nera nelle sue calze provocanti.
    - La voglio, adesso! – disse Marco, con una veemenza che la donna non gli conosceva.
    - E tu … mio piccolo fiore … te la senti? – disse la donna mettendosi di fronte a Nicòle e fissandola negli occhi.
    - Io … io credo di si … se tu mi stai vicino. – Nicòle era pronta ed eccitata, ma un po’ tesa, per la paura e la tensione che si era prodotta nella stanza.
    Non era un atto spontaneo ... non era l’evoluzione di un amore … quindi nessun coinvolgimento sentimentale e nessuna spontanea donazione di sé, ma solo una calda, potente, eccitazione.
    Trovò in sé la nota giusta per far vibrare il suo diapason all’unisono con l’eccitazione mentale degli altri due.
    Avrebbero proceduto alla deflorazione di Nicòle meccanicamente, come un atto dovuto e necessario, eppure, questa fredda determinazione, era talmente inebriante da far girare la testa a tutti e tre.
    - Andiamo in camera – propose Flora - staremo meglio. -
    Accese la luce e fece partire una piccola videocamera posta sul comò di fronte ai piedi del letto: - Vale la pena di immortalare il momento, vi pare? –
    Totalmente fiduciosi, i giovani risposero affermativamente. Lo stesso Marco aveva fatto altre volte l’amore con Flora lasciandosi filmare. Ora sapeva che rivedere quelle scene aggiungeva ulteriore piacere ai rapporti successivi e l’emozione non lo inibì, anzi.
    Flora fece si che Nicòle si stendesse sul letto, comoda … ginocchia alzate e gambe divaricate:
    - Appaga prima me Marco. … - disse Flora, mettendosi, a sua volta a quattro zampe, come una cagnolina. Rivolgeva la faccia verso la natura di Nicòle, era un gesto ben programmato.
    Un minuto dopo, Nicòle, sentiva tutte le operazioni che Marco dedicava alla donna, nonostante fosse dietro di lei, nascosto alla vista.  e tutte le bordate che lui le infliggeva. Ogni sussulto, trasmesso dal grande corpo lascivo di Flora, si trasmetteva fino a lei, facendole girare la testa.
    Dopo un tempo interminabile, in cui le oscillazioni dei loro corpi avevano cambiato il ritmo più volte, Flora lo bloccò e si allontanò da lui
    - Ecco vieni, Marco, Nicòle è pronta per te, adesso – disse seria. Spostandosi di lato, si mise col busto a fianco della pancia piatta dell’altra.
    Marco era al settimo cielo: era stato interrotto sul più bello e ora cercava con parossismo una donna, per perpetrare il suo piacere. Fu la stessa Flora a indirizzarlo, con la giusta inclinazione, dentro quel nuovo, virginale, bersaglio.
    Il giovane tenendosi con le ginocchia e con le palme delle mani, poteva gestire la discesa nella ragazza, che gli veniva offerta, quasi in sacrificio.
    Flora gli impose piccole oscillazioni, e lui, estasiato la lasciò fare senza ribellarsi.
    Quando i mugolii di Nicòle divennero sconnessi e parossistici e Flora, saggiandola con le dita, fu certa che fosse al giusto grado di lubrificazione, la matrona divenne un’ossessa …
    Sgattaiolò agile alle spalle del maschio e si abbatté su di lui … i grossi seni si appiattirono molli e pesanti sulla sua schiena, con tutto il corpo gli premette sulle natiche virili.
    Quella pressione, esercitata all’improvviso, prese Marco alla sprovvista, che cedette al peso notevole di lei. Crollò su Nicòle con violenza inaudita, invadendole il corpo sottile con il suo, di maschio maturo, trivellandola.
    A poco valse la resistenza passiva dell’ imene virginale.
    Cedette in un solo istante! Lasciando che Marco si impossessasse di lei.
    Nicòle urlò per la sorpresa ed il dolore … non poteva credere al gesto selvaggio di Flora.
    Ora annaspava in cerca di aria, ma la pressione su di lei non tendeva a diminuire.
    Marco fece del suo meglio per non schiacciarle i polmoni e per permetterle di riuscire almeno a respirare … ma di certo non sarebbe mai uscito da quel paradiso di voluttà che gli era stato appena offerto.
    Flora al massimo della goduria, per aggiungere parossismo al piacere già intenso, controllò con le dita che tutto fosse avvenuto.
    Un attimo dopo, si alzò controvoglia da quel monte di membra avvinghiate, estraniandosi dolorosamente.
    Era squassata, anima e corpo, come se fosse stata lei ad essere profanata, senza pietà.
    - Approfittane pure, Marco … è tutta tua, adesso … arriva fino in fondo, senza timori. – disse con una voce strana, eccitata ma rabbiosa.
    Stava soffrendo come non mai, gelosa: la sua natura di femmina, non le avrebbe mai permesso di godere di Nicòle in quel modo.
    Si accasciò ai piedi del letto.
    Sedette per terra e, senza enfasi, seguì da vicino tutte le fasi di quell’atto, da lei stessa reso possibile.
    Vedere Marco e Nicòle, uniti, stretti in una intimità a lei proibita, la fece sentire sola e inutile.
    Tre anni d’amore, di abnegazione, di servitù, distrutti dalla natura delle cose … poteva baciarla fino a farsi sanguinare le labbra … ma mai avrebbe potuto farla godere tanto intensamente come, solo un maschio, poteva fare.
    Aveva gli occhi umidi e, improvvisa, in lei montò la rabbia contro quello sconosciuto che adesso stava montando la sua pupilla.
    Si pasceva di lei, come un bruto profitta di una vestale.
    Ogni tanto si fermava, allora era la piccola Nicòle che si agitava, scalciando lentamente e ruotando il bacino, per andare incontro al suo aguzzino.
    I due ragazzi erano soli, nel piacere, lontani da lei … entrambi.
    Ora Nicòle, dimentica del dolore provato da poco, si spingeva a favore dell’uomo, emettendo quei suoni che Flora tanto bene conosceva e adorava, quando era vicina al momento decisivo.
    Dopo un lunga serie di spasmi incontrollati, Marco si calmò.
    Flora aspettava, spiando da dietro, gli ultimi movimenti inconsulti che Marco donava a Nicòle.
    Dopo parecchi minuti … tutto finì e i due si ricomposero, prendendo di nuovo consapevolezza della realtà che li circondava.
    Flora ritrovò tutta la sua libidine in quell’attimo e volle tutto il piacere per sé.
    - Alzati! – ordinò a Nicòle.
    E mentre ancora la giovinetta cercava di raccapezzarsi, si precipitò col busto sotto le sue gambe divaricate. Voleva tutto per se ... almeno questo.

    10

    Quel giorno la Fata di Ferro beveva alla fonte della sua piccola Principessa: un amore liquido, fatto umori caldi.
    Con grande maestria, aveva dosato gli ingredienti, nella coppa sacra della sua ancella … ora raccoglieva il frutto delle sue alchimie, bevendo dal calice, il suggello di un patto scabroso.
    Incapace di amare col cuore, preferiva accontentarsi di sostituirlo con la voluttà estrema e berne l’erotico liquore.
    La domenica fecero festa: più volte danzarono i balli dell’amore e il satiro, invitato alla tregenda, sparse ancora il suo seme virile nelle due sacerdotesse d’Afrodite.

    Tre mesi dopo … la Fata, ritornò donna e si accorse, con raccapriccio, che le premure e i calcoli astrali, estrapolati per Alba dalle stelle, avevano agito a discapito della dovuta attenzione per se stessa …
    La Fata di Ferro era incinta … suo malgrado.
    Dalla sua casa nel bosco mugghiò e sbuffò disperata e infuriata … scacciò la principessa dalla sua vita, per sempre, e nessuno ne sentì mai più parlare.

    Epilogo

    Senza l'amore, si sa, tutte le cose stridono e alla fine producono attrito.
    L' attrito ha la pessima abitudine di attirare l'attenzione, perché produce sforzo, calore e rumore.
    L'unico sistema per attutire il rumore è usare il brodo di lacrime, ma produrlo non è sempre facile: spesso sono in tanti a cercare di attutire gli effetti dell'attrito, versando tante lacrime, talvolta all'insaputa l'uno dell'altra.

    Sono passati tanti anni, il tempo ha cancellato e sbiadito tanti ricordi … anche il vecchio cartello sul sentiero che porta a una casa abbandonata.
    Nonostante gli anni, però, ancora si può leggere l’antica scritta, all’inizio del viale:

    “ Qui abita la Fata di Ferro.
    Lei ama tutti e nessuno.
    Lei sfida la vita, ma la teme.
    Quando gioisce … fa male.
    Non è una vera Fata,
    ma neppure sa essere una vera Strega. ”

    FINE

     
  • 03 febbraio 2013 alle ore 9:51
    La fata di ferro - Terza puntata

    Come comincia: 6

    L’estate torrida scaldava i sensi, mentre i corpi seminudi delle due amanti, la giovane principessa e la fata matura, si mostravano e si avvinghiavano, schiave dello stesso desiderio.Anche l’autunno, con la sua dolce pacatezza, invitava i loro corpi a scrutarsi e a possedersi, approfittando di ogni occasione.L’inverno freddo le teneva vicine, pelle contro pelle, sotto un’unica coperta, profumata di piacere.A primavera le loro farfalle fiorivano ed erano eccitate più che mai: il momento migliore, per affondare le bocche nell’altra, manipolandola fino a quando dalla corolla, intensamente profumato e dolce come il miele, si decideva a sgorgare l’acqua di rose dell’amore.E così, mescolandosi l’una nell’altra, in un amalgama di sesso e passione, le donne passarono le stagioni di quell’amore avvincente e perverso.Alba cresceva e imparava.La Fata di Ferro provava un intenso languore, facendole fare una parte dominante rispetto al possesso del suo corpo maturo.La principessa oltre ad amarla si divertiva a giocare con lei e a tiranneggiarla.Spesso la fata non desiderava nulla da lei, ma si accontentava di inginocchiarsi ai piedi del grosso divano, facendole da serva, da schiava.Il suo omaggio servile partiva dai piedi di Alba.Poi la massaggiava, la baciava fino all’estremo, lasciandola poi riposare sotto il suo abbraccio materno.Pian piano le faceva scoprire il piacere in tutte le sue possibili sfumature.Prima concedette tutto di sé … poi iniziò anche a cercare il gusto del possesso.Le insegnò tutti i giochi e le furbizie; le permise di usare oggetti erotici, per imparare come si faceva a dare virilmente piacere a una donna.La principessa giocava e sperimentava. Amava prendere la fata, da ogni parte, godeva a vederla ricevere le sue spinte penetranti, in ogni suo meandro.La donna godeva dell’ingenuità di Alba, ogni giorno più provata, più curiosa, più smaliziata, nella ricerca sfrenata della passione. La fata, adesso, prendeva piacere dalla sua discepola.Di notte, poi, la fata, più matura e scaltra, sola nel letto, mentre ascoltava il frinire delle cicale, si arrovellava cercando nuove perversioni per poterne godere l'indomani. Non le sembrava vero di poter coronare i suoi sogni più inconfessabili, servendosi di quel corpo, tenero e giovane, e di quella mente fertile e incantata.L’aveva tenuta vergine fino ad allora, ma un giorno decise di sferrare il suo incantesimo erotico più potente.Nel frattempo i genitori della principessa, ignari di quanto accadeva, si concentravano sulle loro vite complicate... La regina si fidava ciecamente dell'amicizia che la legava alla fata. Nonostante avesse intuito che, in quella casa di marzapane, avveniva qualcosa di più che il solo sorbire del tè con i biscotti.Ma tutto era tranquillo, grazie a quel rapporto tanto speciale. L’amica era dolce e paziente, la principessa veniva su felice e robusta e, lei, era più libera e spensierata che mai.Andava bene così. Indagare sarebbe stato inutile e anche impegnativo.

    7

    Nicole la stava accogliendo, soffrendo, ma decisa.Le braccia incrociate sotto la testa che veniva schiacciata contro la spalliera ad ogni pressione.Le ginocchia a terra, poggiate su un plaid, erano divaricate.Aveva fatto tanto per convincere Flora a farle provare la passività più segreta, dopo che lei, la piccola Nicòle, le martoriava, da anni, ogni parte.L’oggetto con cui si aiutavano era grosso, molto spesso ma non troppo lungo. E quando lo indossava, Nicòle non dava tregua alla sua amica.Flora riceveva tutto da lei, senza battere ciglio, ma diventava attenta e severa quando si trattava di usare il corpo di Nicòle per il suo piacere.Così ci aveva impiegato del tempo per permetterle di esprimersi fisicamente su di lei.Ecco perché Nicòle subiva senza lamentarsi gli attacchi, costanti e feroci, della sua matrona. Aveva chiesto e, finalmente, aveva ottenuto.La ragazza aspettava che la furia sbollisse, perchè dopo averla attaccata da dietro, Flora, come fosse pentita di avere abusato di quel forellino roseo, la curava.Si metteva alle sue spalle con una delicatezza la ristorava dopo la carica che lei stessa aveva portato a segno.Quando finirono, abbracciate sul divano e sfinite dalle emozioni, Nicòle manifestò tutto il suo disappunto:- Ma insomma … è bellissimo farlo, ma perché non posso far l’amore secondo natura? Sono una donna ormai. –Flora sogghignava, divertita, e le rimostranze della ragazza divenivano sempre più accese …- Piccola mia, ma tu ti senti pronta? Sei decisa? – le chiese inutilmente – Lo sai che la verginità è qualcosa che una volta perduta non potrà mai tornare! – continuò materna – Se la perdi non puoi più riacquistarla? Ci hai pensato bene? Lo vuoi davvero?–- Uff … ancora con queste sciocche storie? – sbottò Nicòle – io ti amo e voglio farlo con te. Cosa dici sempre? Va fatto con amore! – alzò la voce – Ecco io lo voglio fare, con amore, e con te. Punto! -Flora le accarezzò i capelli e la fissò negli occhi intensamente; in quei momenti sembrava volesse scavare dentro la giovane, per capire davvero cosa provasse.Poi con occhio scaltro disse: - E va bene, ma ci vuole un uomo … un ragazzo! Non esiste perdere la verginità con un coso artificiale. Dovrà essere un evento … un piacere indimenticabile. – poi rivolta a Nicòle – Ma pensaci bene … non ce l’hai un bel ragazzo che ti corteggia? Fallo con lui, no? – disse con malcelata furbizia. Sapeva perfettamente che la giovane dipendeva totalmente da lei, anima e corpo.- No … non mi interessano! Non li voglio. Voglio essere tua e basta! –- Vai a fare la doccia, amore … dopo ti faccio vedere una cosa. –Ma poi telefonò la madre di Nicòle per portarla con sé a fare compere e il discorso rimase in sospeso.Pochi giorni dopo, una domenica, Flora invitò Nicòle a sedersi sul divano per farle vedere qualcosa alla TV. Fece partire un filmato e poi si sedette al fianco di lei senza dire altro.Dopo poche, inutili scene, la ragazza si rese conto che quello che stava guardando era un film porno.Tutte le scene si svolgevano tra tre persone, due donne e un uomo; non sembravano attori professionisti, ma forse era solo un trucco.Flora cercò di mantenere un atteggiamento rilassato e distante, mentre cercava di attirare l’interesse della ragazza sulle varie operazioni possibili tra i partecipanti.Nicòle guardava estasiata, attratta soprattutto dalla vista del membro maschile.A un certo punto la ragazza le chiese se aveva esperienza di rapporti orali.– Ma certo – disse lei!- E com’è? – chiese Nicòle curiosa.- Com’è … com’è? E’ particolare. Non ha un sapore speciale, però è particolare. –continuò – è caldo e odoroso. Lo senti, è … piacere ... liquido. –Mentre conversavano e guardavano, ognuna per sé, iniziarono a toccarsi, come un gioco simmetrico da praticare contemporaneamente.- Il prossimo week end – disse Flora con la voce ormai provata dall’emozione – chiedi a tua madre il permesso di stare con me. Inventa una scusa. Io ti farò conoscere un mio amico. Che ne dici? -- Si ... sarebbe meraviglioso ... voglio provare … - la guardò complice e dolce – ti prego! -

    8

    Il sabato si incontrarono al centro commerciale.Non era raro che Nicòle, per un motivo o per un altro passasse qualche giorno insieme a Flora. Qualche volta erano anche state in viaggio insieme.La madre della ragazza, anzi, fu felice della proposta. Ne avrebbe approfittato per un breve viaggio al sud, per controllare la casa al mare, abbandonata da mesi.Tra le chiacchiere e i saluti, Flora già pregustava ciò che sarebbe accaduto, mentre una sensazione di calda eccitazione si impadroniva di lei… stava vivendo il periodo più entusiasmante della sua esistenza.Quella posizione di istitutrice, la totale disponibilità della giovanetta e la sua versatilità sessuale la rendevano costantemente desiderabile.La fortuna le aveva fatto incontrare in quel periodo anche un ragazzo, quasi dieci anni più giovane, leggermente tonto, però a letto era un toro instancabile.Era uno studente e abitava in una stanza presa in affitto presso una famiglia di anziani a pochi isolati dalla sua villetta.Una volta gli aveva dato un passaggio e successivamente gli aveva chiesto qualche favore: lavoretti in casa di poco conto e per questi lavori gli riconosceva una piccola paga e qualche regalo.Una sera lo aveva invitato a restare per vedere un film con lei sul divano.Da allora tra lei e Marco, così si chiamava il giovane, si era instaurato un bel clima per i rapporti  occasionali, senza coinvolgimenti sentimentali.Ogni tanto, specialmente all’inizio del lungo rapporto con Nicòle, dopo gli estenuanti pomeriggi di toccamenti e di eccitazione trattenuta nella pancia, chiamava il ragazzo non appena la fanciulla era andata via. Poi lo aggrediva, letteralmente, soffocandolo con la sua voglia e le sue esigenze di donna, trattenute nell’animo nei lunghi pomeriggi di “tortura”. Sfogava sul giovane, che certo non si tirava indietro.Dal suo canto, lui non provava particolari sentimenti per quella donna più grande e molto maliziosa, era la prima, vera, avventura, dopo le classiche esperienze da fidanzatino diciottenne.Si riteneva molto fortunato: solo e lontano da casa, aver trovato una specie di amante di quel calibro, gli permetteva una vita felice e spensierata, per pensare a studiare senza grilli per la testa.Non era un “superfigo” e le ragazze all’università non facevano la fila per lui … trovarsi una donna avrebbe richiesto molto impegno.Poi magari si sarebbe ritrovato innamorato e disarmato dinnanzi a quel sentimento, perdendo di vista la sua carriera universitaria.Invece questo rapporto, appagante e piacevole, gli permetteva di avere libertà e sesso e, magari, anche qualche soldino in più.Ecco perché Marco, a Flora, non diceva mai di no.A mezzogiorno come d’accordo il ragazzo si recò all’appuntamento, davanti al McDonald’s. Anche quello era un grande vantaggio; la donna matura era sempre generosa con lui. Ricambiava tutti i suoi favori, invitandolo spesso a colazione o a cena, altre volte al cinema e, puntualmente: pagava sempre lei.Intanto, nel parcheggio poco distante, le donne si salutavano.La madre di Nicòle partì con l’auto, mentre lei e Flora si incamminarono verso il McDonald’s.Le donne avanzavano decise senza parlare, l’una accanto all’altra. Le espressioni del loro viso non tradivano l’emozione che faceva battere il cuore di entrambe, per motivi diversi.Quando incontrarono Marco, poco dopo, la ragazza ricordò di averlo incrociato, mentre andava o veniva dalla casa di Flora. La donna le aveva detto che era uno studente che, a volte, le faceva delle commissioni.Mentre si salutava e scambiavano qualche parola, Nicòle cercò di valutare chi si trovava di fronte: chi era il prescelto di Flora, sulla cui verga immolare la propria verginità.In effetti il ragazzo non era quello che si potrebbe definire il classico principe azzurro: lievemente molle nei modi aveva un fisico tarchiato e le mani forti di chi ha anche lavorato, nella vita.Non era né simpatico, né brillante … nonostante questo una strana sensazione cominciò a farsi largo nel plesso solare di Nicòle.Mentre sceglievano il menù per sgranocchiare rapidamente qualcosa e poi andare a casa, la ragazza era completamente assente e fantasticava su quella situazione incredibile … stava parlando del più e del meno con uno sconosciuto, eppure, probabilmente, quello, di lì a qualche ora, sarebbe penetrato nel suo corpo, più intimamente di quanto lo avesse mai fatto chiunque altro.Mentre fissava Marco in modo distaccato, immaginava quello stesso viso, a pochi centimetri dal suo … gli guardò la bocca: probabilmente poco dopo avrebbe succhiato la sua lingua. Contorcendosi sulla panca, pensò a come doveva essere, da nudo, soprattutto perché, ne era certa, fra non molto, lo avrebbe conosciuto intimamente.Si erano fatte le due quando tutti insieme entrarono nell’appartamento di Flora. Si misero rapidamente in libertà.Mentre si rilassavano in salotto, Flora offrì ai ragazzi dei cioccolatini al liquore, poi sedendosi in mezzo a loro iniziò a parlare per rompere il ghiaccio.- Allora – disse – avete simpatizzato? Voi che siete giovani dovreste avere molte cose in comune … no? – poi rivolta a Nicòle – Ti va di mettere un po’ di musica? –La ragazza scelse un CD dei Queen ma, prima di inserirlo nell’apparecchio, chiese a Marco se gli piacevano. Lui approvò senza riserve: pochi istanti dopo la musica, a basso volume, invase l’atmosfera.- Vieni Nicòle – la chiamò Flora dal divano – Vuoi provare a baciare Marco? E’ molto bravo sai? –Nicòle arrossì ma, in maniera abbastanza passiva, obbedì, sedendosi vicino al ragazzo. Anche lui era abbastanza impacciato ma per non deludere Flora si avvicinò a Nicòle in modo meccanico.Si sollevò col busto di quel tanto che gli permetteva di circondare con il braccio i fianchi di lei, mentre accostava la guancia ben rasata al volto di Nicòle.La giovane intanto era tesa e rigida come uno stoccafisso. La disinvoltura erotica e sessuale raggiunta con Flora era completamente scomparsa; ora che si trovava in una situazione del tutto nuova e in presenza di un estraneo, si sentiva come una scolaretta al primo giorno di scuola.Nonostante questo, accettò che le labbra di Marco si posassero sulle sue: erano completamente nuove … diverse da quelle di una donna. Erano spesse e dure e cercavano la sua bocca con meno dolcezza e più decisione.Trascorsero pochi attimi e Marco le apriva le labbra con la lingua grossa e bagnata. Non era spiacevole, ma Nicòle si irrigidì ancora di più.A stemperare la tensione pensò la bella Flora, che andò a piazzarsi in ginocchio tra i due ragazzi, rivolta verso entrambi.Accostandosi sussurrò:- Ho capito, se non interviene la “zia” non riuscite a lasciarvi andare del tutto. –Sorrise dolcemente e li abbracciò tenendoli entrambi per le spalle. Poi con delicata sapienza accostò la sua bocca alle loro, che se ne stavano immobili, non sapendo bene come comportarsi. Con una delicatezza perversa, che mai Nicòle aveva riscontrato, Flora si abbandonò alla danza del piacere, piroettando, tra le due bocche fresche di rugiada, con delle lascive spennellate di lingua.Poggiare la sua bocca viziosa sulle tenere labbra e, con tanto vigore, le insidiava la mente come un sonetto perverso dell'Aretino.Le labbra dei due ragazzi, sopraffatte dalla confidenza che avevano con le sue, si schiusero come petali e riconobbero subito, in esse, la loro amante appassionata.Il bacio a tre durò un tempo infinitamente lungo. La loro saliva si fuse stemperando ogni tensione e facendo deporre ogni indugio.Nelle pause musicali, lo schioccare delle lingue, impazzite, si sentiva chiaramente nella stanza.Marcò si eccito, trattenuto solo dai suoi Jeans. Mentre, Nicòle, provò i primi accenni di calore e la ragazza si sciolse, nell’abbraccio delizioso della sua istitutrice.Poi Flora si spostò di lato per sedersi al fianco di Marco, mentre Nicòle guardava curiosa, la donna adulta iniziò ad armeggiare, esperta, con la cintura e la lampo del giovane amico.Le dita di Flora erano curatissime e lo smalto rosso scuro, scelto per quel giorno, spiccava sul chiarore del suo incarnato.Scavava lenta e decisa in quel pantalone, rendendo la caccia eccitante e passionale. Alla fine vinse, ed ebbe la meglio sui boxer di lui.Nicòle trattenne il fiato … aveva già visto qualcosa, nei filmini che Flora aveva proiettato a volte. Però, avere Marco, virile e presente, a portata di mano, le diede una sensazione nuova. Flora fingeva di dedicarsi all’uomo, come se ignorasse la sua amante, ma non era così: in realtà ogni mossa, ogni ostentazione di quella virilità, era volta a favore del piacere di Nicòle.Con quello stesso spirito, aiutò il giovane a mettersi in piedi.Marco era troppo eccitato per provare una qualsiasi vergogna a esibirsi anche davanti a Nicòle, al contrario, la ragazzina che poche ore prima lo aveva interessato ben poco, viste le forme acerbe e la timidezza del comportamento, adesso lo eccitava:Si sentì un maschio dominante, mentre quegli occhi di cerbiatta, grandi e profondi, non riuscivano a staccarsi dai suoi genitali.A buttare legna sul fuoco ci pensò Flora che, con voce roca e sensuale, sussurrò, rivolta alla ragazza: - Liberalo tu stessa dai pantaloni ... dai. –Nicòle non si rifiutò.Avvicinandosi a Marco, non poté fare a meno di prendersi delle confidenze e fu pervasa dall’odore umido che sprigionava dalla pelle e dai peli delle sue zone erogene.Per non perdere il controllo si dedicò, non senza impaccio, ad abbassare i jeans del giovane. Per tirarli via dovette togliergli le scarpe e poi sfilare le gambe strette del pantalone, passando con le mani sulle cosce robuste e muscolose, coperte dai peli.Lui rimase con le sole calze bianche di cotone.Intanto Flora si era sbottonata la camicetta, e si offrì senza remore alla bocca di lui.Marco, sempre più su di giri, cominciò a stringere e a baciare le sue carni bollenti.Con la mano libera Flora trascinò con volitiva decisione Nicòle sul divano, la tirava per il braccio per vincere ogni sua riluttanza. Ora si trovava con il volto a pochi millimetri dal maschio, la guancia poggiava sull’inguine bollente di Marco e le narici erano impregnate di un profumo nuovo e sconosciuto.Nicòle studiò attentamente quell’immagine prima di trovare il coraggio e la forza di saggiarne la consistenza al tatto.Ma la sua contemplazione platonica venne spezzata dalla crudezza dei gesti che seguirono.Marco, incapace di resistere oltre, aveva abbassato la mano virile dietro la nuca della povera Nicòle e, senza cerimonie, l’aveva attratta verso se.Incredibilmente, lei non obbedì all’intelligenza ma all’istinto sessuale e, senza volerlo, schiuse automaticamente le labbra.I movimenti e le scelte non erano più i suoi … si rese conto di quanto le risultasse naturale iniziarsi a quella pratica.Marco, con fermezza, premette ancora le dita tra i suoi capelli e la spinse.Poco dopo, fu lei stessa, a studiare, a tentare, fino a trovare il giusto tempo e la giusta pressione, per proseguire nell’atto.Dopo una ventina di “affondo”, per prendere confidenza e dimestichezza, la ragazza diventò più padrona della situazione.Schiuse gli occhi e si accorse che Flora si era abbassata, arrivando col viso alla sua altezza. La ragazza capì che era di nuovo affamata di maschio e cedette.Marcò era già in visibilio, distribuiva, felice, il suo piacere alle due beltà.Non aveva mai fatto sesso con due donne e cominciò a capire quanto sublime fosse stata l’offerta di Flora.Essere conteso tra due stupende creature, oltre alla sensualità del rapporto, sprigionava tutta una serie di sensazioni uniche: delicate e rare.Le donne si ritrovarono entrambe sedute al suo fianco, mentre lui, in piedi, teneva il sesso all’altezza dei loro volti.Ormai era una gara a chi lo facesse sussultare di piùcon la propria, lussuriosa, profferta.Rivoli di saliva trasparente, scorrevano sul pavimento, dalle gole provate fino alle soglie del vomito.Le mani delle donne viaggiavano sul corpo seminudo di Marco, cercandogli ogni parte per prodigarsi in carezze eccitate.Guardare la scena era da svenire, per il ragazzo. Le due bocche erano diverse, le vedeva e le sentiva. Le labbra di Flora erano grosse e carnose, quelle della ragazza sottili e delicate, così come era diverso il ben di dio che si offriva alle mani di Marco, mentre, languido, carezzava quei due corpi stupendi.Le ragazze non erano spogliate, ma discinte, e lui trovava facile, rinvenire le loro zone erogene per farle sue.- Vieni, amore mio – disse Flora prendendo Nicòle per mano – fai sentire a Marco come sei buona! – la giovinetta salì in piedi sul divano, tenendosi con le mani sulle spalle di lei.Ora aveva in dosso solo le calze, chiare.Marco si spostò in avanti col viso e si avventò sul frutto proibito dall’amore.Nicòle si sentiva esposta e profanata, nella stanza illuminata dalla luce potente del meriggio, sapeva di essere completamente in vista … scoperta.Flora intanto cercava di farla rilassare tra le sue braccia e la stringeva al petto e la baciava in bocca con passione, mentre Marco cercava di farle raggiungere il primo, intenso, piacere.Poi la donna fece un movimento che la ragazza non si aspettava, ma probabilmente in quei momenti era troppo avida per pensare a lei.Anche Flora indossava solo delle calze nere autoreggenti che le superavano di poco le ginocchia, si tirò su la gonna e con mossa decisa e rapida, quasi alla cieca, prese Marco in se in un istante.Nicòle non voleva sottrarsi a quel rito orgiastico, egoisticamente non voleva cedere, tanto facilmente, l’uomo alla sua maestra.Quindi non smontò dal divano, costringendo Marco a prodigarsi per lei con la sua bocca, nonostante fosse anche impegnato a dare piacere a Flora.Senza essere d’accordo, per simpatia alchemica, le due donne raggiunsero l’acme contemporaneamente: in quel momento si ricordarono dell’amore che le legava, allora Nicòle si affacciò su Flora, che volse il viso a lei. Si scambiarono un bacio saffico davanti a Marco. Poco dopo ritornarono, sfinite, accanto a lui sul divano.Il tempo di riprendersi e rifiatare … poi Marco fu addosso a Nicòle per baciarla tutta e tentarla nuovamente.La ragazza lo lasciò fare, mentre Flora, approfittando del fatto che il ragazzo era ancora seduto, si impossessò della sua virilità con le mani.Appena anche lui apparve sazio, si adagiò con le spalle sul divano, rilassandosi totalmente. La donna adulta voleva insegnare ancora qualcosa alla sua ancella e la chiamò a sé:- Vieni amore ... vieni a vedere come uso le mani. – Nicòle non se lo fece ripetere due volte e curiosa si avvicinò, per osservare liberamente.- Guarda bene – disse Flora – questo movimento è per farlo eccitare – e intanto con la mano andava su e giù. Per mantenere i suoi gesti lisci e scorrevoli, Flora sputava, ogni tanto sulle sue dita.La ragazza osservava attenta, mentre le dita di Flora disegnavano carezze perverse.L’altra mano armeggiava sotto il ragazzo:– Ecco con questa carezza gli dai calore … - La voce, roca e libidinosa, della donna si scontrava con la finta professionalità con cui descriveva le sue azioni.Nicòle guardava estatica e senza volerlo iniziò a lasciarsi andare di nuovo.La scena continuò finché Flora, impazzita dall’attesa del piacere,disse alla giovane:- Ecco avvicinati adesso … preparati a vedere. – la fissò complice – non ritrarti, questo il tuo battesimo del sesso … va bene? –Nicòle fece cenno di sì, e accettò tutto ciò che le veniva donato.- Toccalo tu stessa, così imparerai a dosare la pressione della mano … -La giovinetta non se lo fece ripetere.Il cambio di mano fece perdere la testa a Marco: aveva fatto di tutto per resistere.Era in gioco quasi da un’ora ma, adesso, la mano piccola e inesperta di Nicòle con i suoi movimenti stizzosi e irregolari lo trascinarono in un tunnel senza ritorno.Come un fiume in piena che, non potendo più trattenersi, straripa ed inonda tutto ciò che incontra.L’obbedienza della ragazza era incredibile. Eseguiva militarmente gli ordini della sua padrona.Con un salto e un grido inarrestabile, Marco si lasciò andare, felice, affondando le dita nel divano.Nicòle venne bloccata da Flora. Un senso di soffocamento la fece tossire forte.Lei non capì nemmeno se le piaceva o no, tanta era la sorpresa di quell’assalto.Una volta calmati, si rilassarono e si distrassero, aspettando la sera.

     
  • 22 gennaio 2013 alle ore 19:22
    La fata di ferro - Seconda puntata

    Come comincia: 3

    Ormai il ghiaccio era rotto e la Fata di Ferro non teneva più stretti per se i suoi segreti.
    Anzi, burrosa e languida, aveva deciso di darsi alla principessa Alba, anima e corpo.
    Ad Alba non sembrava vero.
    Il pomeriggio facevano una merendina e chiacchieravano del più e del meno, come due amiche del cuore. Poi si dedicavano ai compiti, perché una vera principessa deve essere in gamba, la fata glielo ricordava tutti i giorni.
    Poi arrivava il premio.
    Il premio era: la confidenza ... l'intimità...
    La fata, rassegnata, si donava completamente a lei, perché soddisfacesse la sua lussuria e i suoi sentimenti lascivi … di giovane curiosa e impertinente.
    Allora la screanzata si sedeva accanto a lei.
    Spesso si servivano di un piccolo plaid con una fantasia scozzese, in quei casi Alba gioiva ancora di più.
    Spesso guardavano la televisione, nelle lunghe serate invernali: la Fata in carne si piazzava sul divano e seguiva con finta attenzione qualsiasi programma, pur di starle vicino, altre volte la donna le leggeva delle storie oppure le parlava della sua gioventù. Le loro gambe celate sotto la coperta iniziavano a strusciarsi... il rumore del feltro che frusciava, eccitava entrambe.
    Ad Alba non mancava mai la scusa adatta: ora per lo spasso, ora per la paura … ogni pretesto era buono per stringersi a fianco della Fata di Ferro.
    Allora, specialmente se protette dal plaid di lana, le piccole mani sottili cominciavano a frugare.
    La ragazza abbracciava la donna, in cerca d’affetto e ne esplorava ogni rotondità, ogni curva.
    Le dita affusolate vagavano sul cotone del camice, a volte perdendosi tra le roselline sul fondo nero, altre, cogliendo le margherite, prepotentemente sparse; e più la Fata taceva, più quelle mani si prendevano delle confidenze.
    Dapprima voleva accarezzarla con delicatezza e disinteresse: carezze distratte, occasionali, come se nascessero spontaneamente e senza scopo.
    Ma poi l’eccitazione aumentava e con essa il parossismo, i movimenti diventavano sempre più rabbiosi, sconnessi, convulsi … quelle mani “possedevano”, letteralmente, il corpo della grossa fata.
    Alba le toccava i fianchi abbondanti, poi strisciava serpeggiando fino alla pancia di lei, che era generosa e morbida, allora di piatto si infilava sotto la carne e carezzava l’inguine.
    Poi tornava su … cercava le mammelle e tirava, e premeva, e giocava con il seno abbondante.
    I capezzoli si sentivano al tatto, gonfi e costipati sotto la veste, pressati nel reggipetto.
    Poi le dita esploravano il collo, la nuca, titillavano i lobi …
    La fata moriva lentamente di languore.
    Il cuore impazziva e piccole gocce di perla le cingevano la fronte.
    Il plaid faceva da complice.
    Allora la ragazza diceva di aver caldo. Da sotto la coltre, faceva scivolare via, dalle gambe di gazzella, la gonna, e restava solo in mutandine e calzettoni.
    La carne nuda cercava di nuovo il contatto, scostava il cotone, strusciava sulla seta e trovava infine la pelle dell’altra.
    E quando la carne delle due s’incontrava, per entrambe era il tripudio.
    Quel desiderio era tanto più grande quanto più era proibito e sofferto.
    Il silenzio falso della fata faceva fremere la giovane principessa. Ogni attimo temeva di essere scoperta e quindi allontanata, scacciata.
    Sapeva che stava approfittando di tutte le magie della Fata di Ferro, ma non riusciva a trattenersi!
    Doveva bere a quella fonte.
    Ogni sera si riprometteva di resistere a quella sete ma, il pomeriggio successivo, i suoi buoni propositi capitolavano e si rituffava in quel corpo arrendevole, morbido, materno … che gioie provava e quanto si bagnava il suo fiore nascosto!
    Tornava a casa con le mutandine in fiamme per la lussuria.

    4

    Il pomeriggio era freddo, nonostante la primavera fosse appena arrivata.
    Nicòle arrivò con le guance e le ginocchia arrossate e il piccolo naso ghiacciato.
    La sua figura slanciata emerse superbamente, tra i giochi di luce degli specchi della porta.
    Flora restò abbagliata ancora una volta dalla sua leggiadria.
    Era martedì. La ragazza era mancata due giorni, anzi quasi tre, e la donna si rese conto di quanto la amava.
    Padrona del mondo, Nicòle si spogliò del soprabito e tolse la sciarpa bianca.
    Poi tolse il cappello di lana lasciando scorrere sulle spalle i capelli d’oro.
    Inondò, poi, la casa di sorrisi e parole senza senso …
    Niente scuola per domani, niente compiti oggi … stabilì, spadroneggiando, che era il pomeriggio adatto per guardare “Il dottor Zivago”.
    Flora avrebbe voluto piangere, ma non lo fece, né si oppose alle richieste della giovane … l’attendeva da troppo, per non esaudire i desideri della sua piccola “tiranna”.
    Iniziò a sentire le farfalle nello stomaco, mentre con la mente pregustava le carezze che bramava da tanto. Le loro mani avrebbero danzato con le dita, intrecciandosi e respingendosi, come ballerine su un palco.
    Non riusciva a porre freno al suo desiderio, né a quello della ragazza.
    Ma erano in stallo … non poteva continuare così … la donna adulta decise di rompere gli indugi:
    - Vai a fare pipì allora – disse Flora – altrimenti dopo ti seccherà alzarti. – le sorrise – io intanto vado a preparare il tè. –
    - Si, Badrone! – la prese in giro Nicòle.
    Mentre Flora armeggiava in cucina, la giovane che si attardava nel bagno, gridò:
    - Ho una sorpresa, la vuoi vedere? –
    - Ho, hooo! – rilanciò Flora – difficilmente le “tue” sorprese promettono niente di buono per il mio "destino"! –
    - E invece si, guardami! – uscì dal bagno e si mise in mostra per l’amica.
    Aveva indosso solo lo spesso maglione a coste. Sotto invece dei calzettoni indossava dei collant neri e velati.
    Flora ebbe un sobbalzo, nonostante la ragazza tenesse le cosce serrate, era evidente che non indossava le mutandine.
    - E guarda, ora! – disse Nicòle, con un sorriso che sapeva di giovanile impertinenza. Divaricò i piedi allargando le gambe. Aveva squarciate grossolanamente le collant con le dita, proprio tra le gambe, così le calze facevano da cornice a quello spettacolo mozzafiato.
    - E’ una mia invenzione! – disse la sgualdrina – Ti piace? –
    Non attese risposta; tanto sapeva bene che non sarebbe arrivata.
    La bocca di Flora si era spalancata per lo stupore, ma la povera donna non riusciva a proferire una sola parola.
    - Queste sono più calde, starò comodissima … e senza le mutandine, posso fare la pipì più facilmente. – alzò gli occhi e fissò Flora con aria spavalda, gli occhi di cerbiatta la sfidarono senza pudore.
    Flora riuscì a distrarre la sua attenzione da quello spettacolo. Col respiro affannoso finse di borbottare qualcosa sui giovani, voltandosi per nascondere il rossore del suo volto, eccitata.
    La donna si dedicò tenacemente a filtrare il te e lo versò caldo nelle due tazze preferite, poi senza una parola si ritirò di sopra in camera.
    Nicòle si era già sistemata sul divano, accogliente come un'alcova.
    Il film era appena partito. Dalle scale spiò Flora che tornava in salotto. Si era cambiata: ora indossava una lunga camicia da notte stretta ai seni, in stile impero e che sotto si svasava leggermente … sul davanti aveva i bottoni.
    La ragazza notò che la donna non aveva più le calze. Avrà caldo, pensò tra sé e provò piacere a quella vista.

    Quel pomeriggio la Fata di Ferro aveva indossato una veste leggera con i bottoni sul davanti.
    Come sempre, in silenzio, si sedette accanto ad Alba. Dopo pochi minuti la principessa si raggomitolò al suo fianco; come sempre, iniziò ad assaporare l'atmosfera voluttuosa che si creava tra loro. Chiuse gli occhi ed aspirò il profumo fresco sulla sua carne delicata.
    Tirò sul divano le due gambe fasciate dalle collant, mentre abbandonava la testa sul braccio della fata; pochi istanti dopo con la mano liberà scivolò dalle sue gambe sottili, a quelle deliziosamente grosse della donna matura.
    Spingendo sul cotone leggero, sentì che scivolava facilmente sulla pelle nuda delle cosce. La principessa ebbe uno dei mille brividi, che ormai facevano parte di quella sua precoce sessualità.
    Curiosa, col cuore che batteva, la mano trasgressiva scivolò verso l’alto; scavalcò la pancia, si soffermò sull’ombelico teso, per poi risalire il lieve pendio che arrancava sotto i seni generosi.
    Avrebbe voluto lanciare un piccolo grido di vittoria, ma si trattenne mordendosi le labbra: si era appena resa conto che la donna aveva tolto anche il reggiseno. Le sue poppe deliziose e calde poggiavano solo sul corpetto della vestaglia ed erano trattenute, dal prorompere, solo dai bottoni.
    La voglia divenne violenta.
    La fata taceva ... come se nulla stesse accadendo tra loro.
    Il volto sembrava quello della Sfinge.
    Guardava senza vedere in direzione della televisione, le labbra serrate enigmaticamente, non un briciolo di emozione faceva capolino sul suo viso.
    I suoi occhi penetranti, evitavano accuratamente di incrociare quelli di Alba.
    Sembrava lievemente annoiata e del tutto indifferente alle passioni contrastanti che agitavano la giovanetta.
    Alba voleva toccare la pelle nuda di lei, ma non voleva sembrare troppo insistente. Alla fine si fece coraggio. Stavolta doveva tentare. Non poteva restare per sempre nell’insicurezza e col petto in fiamme.
    Le dita sottili della sua mano, acquistarono coraggio, e come artificieri che manipolano una bomba inesplosa ... uno dopo l’altro sbottonò i tre bottoni, che scendevano dall’alto verso il basso, dal decolté della Fata di Ferro.
    I seni tracimarono come un fiume in piena, privi oramai di ogni difesa. Non più trattenuti, si allargavano mollemente, allontanandosi l’uno dall’altro. Tra di essi apparve, allora, come una vallata rorida di sudore. Come provenisse dal sottobosco nel mese di agosto: una zaffata di profumo di donna invase le nari della principessa impertinente.
    Alba era insicura nel leggere i segnali del piacere, ma di certo non evitò di cercare la voluttà tra quelle due montagne calde e tenere. Sulla sommità, sorgendo come un tempio tibetano, i seni, turgidi e torniti, con la punta grossa come un dito, svettavano, allettando all’osare.
    Il contatto della pelle nuda con i luoghi più intimi della sua “madrina” resero la principessa euforica, come ubriaca. Abbandonò ogni freno inibitore e si avventò con le mani su quei seni e sulla pancia che li sosteneva con le mani bramose di toccare.
    Quel silenzio indifferente e annoiato della fata, che spesso era stato causa di dolori d’amore nella giovane principessa, ora, lo benediceva.
    La donna immobile si lasciava sballottare, tastare, annusare, senza dare segno di fastidio.
    Alba aveva perso la testa … adesso era quasi pronta al passo decisivo: la vicinanza del suo viso e della bocca a quel seno generoso la invitava a prenderli tra le labbra con passione.
    La voce della Fata di Ferro arrivò pacata, ma decisa ... in maniera del tutto inaspettata ... come uno schiaffo sulle mani.
    La matrona uscì, all’improvviso, dal suo torpore sibillino.
    Risorse, e voltandosi verso Alba, la fissò con gli occhi scuri, ardenti come braci:
    - Ma ti piace veramente quello che stai facendo? -
    Alba sussultò. Ritirò la mano. Si irrigidì come se fosse stata colpita da un ceffone.
    Nonostante la donna continuasse a rimanere immobile sul divano, con i seni fuori dall’abito stretto; nonostante l’orlo sottostante, sollecitato dai moti inarrestabili della ragazza, fosse salito fino a scoprire tutte le grandi cosce e perfino la mutandina bianca di cotone … fu la ragazza a sentirsi messa a nudo.
    Si sentì scoperta, in un gioco che, follemente, aveva pensato di poter occultare.
    Si vergognò di avere approfittato … esagerato … usurpato.
    Aveva invaso ogni giorno di più l’amicizia bonaria della fata, frugando sempre maggiormente il suo corpo.
    Quel giorno aveva di certo esagerato e, all’improvviso, provò su di se tutta la violenza della colpa della sua trasgressione.
    Rimase impietrita mentre, completamente sobria, dopo la sbornia di piacere, desiderava sprofondare, pur di non dover ammettere, così spudoratamente, la sua insana passione.
    Il tempo si era fermato nel soggiorno … tutto sembrava tacere.
    La Fata di Ferro, impassibile come un’aguzzina, scrutava l’anima di Alba, passandole attraverso gli occhi, chiari come l’acqua.
    Poi finalmente sul suo viso si disegnò un leggero sorriso che odorava di panna montata.
    Riprese la sua posizione comoda sul divano e lentamente cercò la mano di Alba, accogliendola sui seni cedevoli.
    Appena la ragazza si sciolse dalla morsa della paura, poggiò la testa nuovamente sul braccio della fata. Allora lei l’attirò a sé fino a quando la bocca non si poggiò sul suo seno voglioso.
    - Tu lo sai che tutto questo è proibito. Saprai mantenere il segreto? -
    Liberandosi la bocca dal bacio, Alba promise con tutta l’anima:
    - Non dirò mai niente a nessuno di quello che accade tra di noi ... qui. Te lo giuro! –
    La fata abbassò lo sguardo e le loro labbra si incontrarono. Le sue erano carnose e pronunciate e si schiusero alla curiosità della fanciulla.
    Lei non sapeva bene come fare, ma il contatto fu inebriante. Un attimo dopo si ritrovò con la lingua di fronte a un succo oleoso e trasparente ... era la saliva della sua amante. Passando da una bocca all’altra il liquido si abbassava di temperatura, portando una freschezza sconosciuta e nuova sulla sua lingua.
    Non credeva di resistere a quel sapore senza svenire, ma si fece forza.
    “Nooo!” non riusciva a credere che tutto questo stesse veramente succedendo.
    Quella penetrazione tra le labbra era la cosa più intima e segreta che le fosse mai capitata.
    Quando le due lingue si catturarono, Alba voleva piangere per l’emozione … non poteva sapere che quello era solo l’inizio.

    5

    - Sto tanto bene con te, mi piace toccarti tutta e desidero da tanto che anche tu mi accarezzi. – disse Nicòle.
    - Sei certa di volerlo? Desideri un contatto più intimo? – disse Flora, mentre erano abbracciate con le guance che si sfioravano.
    - Si … lo desidero da mesi ... voglio che mi tocchi anche tu! – poi aggiunse sussurrando – Lo so bene che mia madre non accetterebbe tutto questo, ma io non dirò mai niente. Io voglio essere solamente tua. -
    Flora sorrise e si lasciò finalmente andare, come se si fosse finalmente sciolta da un legaccio che ne inibiva le emozioni. Finalmente era ora di raccogliere i frutti dei suoi maneggi e della sua tenacia.
    La baciò ancora sulle labbra con complicità … e le sue mani iniziarono a muoversi.
    Scivolarono sotto il grosso maglione e le cercarono le spalle, e si saziarono di tutto il copro della giovane … dalle spalle scesero sui fianchi. Poi da sopra le calze scese alle natiche. Conobbe le sue gambe, per poi risalire, strisciando il polso sul pube della ragazza, ma senza soggiornarvi ... almeno per il momento.
    Al contrario le carezze proseguirono di nuovo verso l'alto, rientrando sotto la maglia e raggiungendo i piccoli seni appuntiti e durissimi. Arrivate all’aureola rosa si fermarono e Flora la fissò con un sorriso di sfida … aspettava un permesso che non le fu negato.
    Allora sapientemente seppe pressare e tirare quei seni acerbi. Li circondava e li massaggiava; dopo averla baciata ancora si diresse, con la bocca, sulla maglia, sottoponendoli alla voracità delle sue labbra.
    L’alito tiepido oltrepassava la lana, inondando la ragazza con un calore del tutto nuovo e inebriante.
    Poi l’eccitazione della fanciulla divenne sogno: quando, con movimenti voluttuosi, Flora fece scivolare verso l’alto sia la maglia che la canottiera leggera; il contatto delle sue labbra avvenne direttamente sui piccoli bottoncini rosa, diventanti duri come la madreperla.
    La ragazza aveva il ventre infuocato. Il desiderio la rimescolava tutta, non sapeva come, ma voleva da quella donna tutto ciò che l’erotismo poteva offrire.
    Nicòle non poteva sapere che, quella danza, era solo l’insieme dei preliminari.
    Infatti qualche minuto dopo Flora chiuse la porta a doppia mandata e le prese una mano … scalze, come ninfe dei boschi, salirono al piano superiore dove c’era la camera da letto.
    Flora la fece distendere, delicatamente, e poi si accovacciò sulla giovane, mettendosi a quattro zampe, mentre i seni sconfinati, precipitavano sul collo e sul petto di Nicòle.
    - Tesoro – le disse – adesso puoi guardare e toccare … tutto. Non ti devi più trattenere. E’ da tanto che lo desideravo, piccola mia. – Si scostò una ciocca con le dita della mano – Finalmente … -
    Allora Nicòle con un gesto liberatorio le aprì tutti i bottoni e lasciò che la sua veste scorresse dal suo corpo verso il pavimento, lasciandola, finalmente nuda, nell’opulenza delle sue morbide forme: si mostrava tutta davanti ai suoi occhi vogliosi.

    La ragazza cominciò a godere già con gli occhi. La possedette con lo sguardo, come un bambino che, finalmente, diventa padrone del giocattolo che desidera da tempo.
    Ora, libera, Nicòle cominciò ad accarezzare la donna, scrutandone prima i seni, poi la pancia ed i fianchi.
    Flora indossava ancora le mutandine bianche.
    Curiose di provare, le dita di Nicòle frugarono sotto l’elastico, voleva provare fin dove si poteva spingere in quella nuova frontiera della sensualità; con le dita cercò l’orlo e iniziò a sfilare l'intimo di Flora.
    La donna si abbandonò a quel piacere ... così la giovane, seguendo il suo corpo con le dita, ebbe l’occasione di esplorare tutta la sua carne, fino ai piedi, nudi e caldi, che tante volte aveva desiderato baciare.
    Ora, la grande dama, era tutta nuda e tutta sua: che piacere inatteso!
    La donna matura godeva della passione che lei metteva nello scoprirla.
    Come un dono d’amore Nicòle si offrì:
    - Prendimi anche tu, Flora, scoprimi, guardami e tocca tutto ciò che desideri di me, il mio corpo ti appartiene. -
    Lei fu bravissima: le sue mani le sfilavano i vestiti scorrendo sulla sua pelle giovanile e facendola vibrare, languidamente le tolse le calze strappate, facendole scorrere, all’infinito, sulle lunghe gambe da gazzella. Poi toccò alla maglietta: anche sfilarle quella, fu un atto delizioso, lento, eccitante.
    Le dita leggere sfioravano i piccoli seni, che reagivano, autonomamente, ad ogni sua singola carezza. Con fare materno sistemò la biancheria su di un cuscino.
    In poco tempo, anche la ragazza venne completamente spogliata.
    Per Nicòle, starle di fronte, era come volare: vedere il corpo di lei, tanto desiderato, la faceva sentire sospesa in uno stato conturbante, mai provato prima.
    Essere del tutto nude, fece si che esse si fondessero in un abbraccio totale, dove ogni centimetro di pelle veniva a contatto, combaciando.
    Distese sul letto, le mani di Flora, immediatamente seguite dalle sue labbra, iniziarono quel viaggio passionale che mai più si sarebbe cancellato dai ricordi di Nicòle.
    Le sue mani addosso, erano come scintille di lava incandescente.
    Scivolavano sulla pelle e, appena dopo le dita, arrivavano le labbra che, umide di fiato e di saliva, sembravano fumare come lava ardente che lasciava, su quel corpo acerbo, sensazioni mai provate.
    Quella scia umida, che evaporava per la febbre dell’amore, le procurava brividi eccitanti e incontrollabili.
    Nicòle era come in trance.
    Viveva tutto questo, come se si trovasse in un’altra dimensione. Le sensazioni indescrivibili erano intense, violente, eppure ovattate: come se la sua mente le vivesse sotto l’effetto della più inebriante delle droghe.
    Finalmente dopo il lungo peregrinare le dita della donna raggiunsero la piccola farfalla che, come fosse appena sorta dal bozzolo, se ne stava immobile e contrita, in attesa che la natura le insegnasse a schiudersi al piacere.
    Ciò che sembrava l’apice insostenibile della goduria, si rivelò solo l’inizio del sentiero proibito, durante quell’accoppiamento innaturale.
    La mano di Flora si dedicò al gioiellino della giovane Nicòle: la carezzava, la confortava, … l’avvisava di tenersi forte, perché l’affondo stava per giungere.
    Infatti, pochi momenti dopo, la bocca carnosa discese implacabile, affamata di quel fiore.
    La ghermì, violentandone le ali piene di rugiada, spaccandola fino al vertice con la lingua possente e dura.
    La bocca premeva.
    La lingua penetrava inarrestabile: come quella di un vampiro assetato di miele.
    Flora penetrò nel sacello bagnato e, al tempo stesso, infuocato dalla passione.
    Un suono osceno si sprigionava da quella scena erotica.
    La dolcezza aveva lasciato il posto all’ingordigia.
    Un fulmine elettrico, squarciante, luminoso, partì dal ventre di Nicòle e percorrendo ogni suo muscolo più recondito, le raggiunse il cervello, facendola sobbalzare per l’emozione.
    Un piacere mai provato, sconosciuto perfino nelle notti solitarie in cui si martoriava il sesso
    Flora le stette addosso con la stessa forza di un maschio che vuol possedere la preda conquistata. Pur senza deflorarla, la fece sua ripetutamente, forse in maniera ancora più veemente, marchiandola per sempre col suo peso e con le lettere infuocate del suo desiderio incontenibile.
    Gli orgasmi di Nicòle, iniziarono pochi minuti dopo quelle ondate di carne che si squassavano sulla sua riva, con la forza di una burrasca.
    Non fu possibile contarli, così come poi non sarebbe stato possibile contare i giorni di amore e di piacere che avrebbero vissuto in seguito. Tutte quelle ore passate insieme, le avrebbero trasformate in amanti indivisibili.
    Quando Nicòle cercò di ricambiare dirigendo la bocca verso i luoghi segreti della donna, Flora non le permise di raggiungerli.
    La ragazza si dovette accontentare di poggiarle la guancia sul ventre, cercando di aspirare, vicinissima all’intimità della donna, tutto l’odore che sprigionava.
    Poi le accarezzò la mano e, delicatamente, le permise di avventurarsi dentro di lei.
    Nicòle cominciò a scavare e a rovistare, come fosse la padrona.
    Dopo poco, anche Flora esplose,  senza più controllo.
    Appena Nicòle capì che la sua istitutrice stava raggiungendo l’acme, cercò, con l’altra mano, la sua natura e si associò a lei nel novello piacere che, liquido e sonoro, la fece sciogliere … come se svenisse in un lago peccaminoso. Godere insieme fu inconcepibile ... iniziandole subito a una comunione che mai più si sarebbe potuta sciogliere.
    Per la giovane Nicolè, questa fu la prima, vera esperienza sessuale, e fu tutta al femminile.
    Essa andava oltre il semplice sesso … sfociava nell’emozione: un'emozione che mai, nella sua vita, sarebbe stata eguagliata.
    Per quanto piacere avrebbe mai assaporato, nessuna successiva relazione avrebbe retto il paragone con quella prima, indelebile, avventura.
    Quel paio d’ore intense e travolgenti restarono impresse nei suoi ricordi ad un livello di estasi ineguagliabile.
    Spossata, si accucciò sotto il corpo della sua Fata, dopo il sesso sfrenato, adesso, cercava l’amore incondizionato.
    E si addormentò.

    Fine della seconda puntata

     
  • 15 gennaio 2013 alle ore 11:28
    La fata di ferro - Prima puntata

    Come comincia: C’era una volta una giovane principessa, il suo nome era Alba
    Un giorno il re e la regina, suoi genitori, decisero che il piccolo reame che il buon Dio aveva riservato loro, era troppo angusto e che, il denaro, per una coppia reale, non basta mai. Oltre il bosco, lontano lontano, esistevano altri reami … tutti più ricchi, più sontuosi e più alla moda.In quei luoghi, di sicuro, avrebbero potuto valorizzare la loro nobile schiatta, intrattenere rapporti e amicizie con famiglie importanti che avrebbero addotto prestigio alla propria e per finire, magari, avrebbero potuto trovare quella fonte, che tutti cerchiamo … ma che infine nessuno riesce a trovare: la Fonte dell’eterna giovinezza.
    Come si sa, dall’altra parte di un bosco tenebroso, si può trovare di tutto, forse è per questo che ognuno intraprende lo stesso viaggio. E così fecero i bagagli e partirono, insieme alle persone care e alla principessa Alba, la loro diletta figliola. Dopo un po’ il viaggio si dimostrò faticoso e pieno di insidie.
    I boschi sono sempre misteriosi ed intricati: di giorno sono pieni di illusioni, ma di notte possono essere popolati di fantasmi e spettri. Le illusioni spingono i coraggiosi viandanti a superare le ardue prove che li aspettano mentre i fantasmi li spaventano, facendogli così perdere l’orientamento e la sicurezza in se stessi.Impressionata da tante peripezie inattese, la regina si preoccupò per la giovane principessa. Allora ricordò, che tanto tempo prima, aveva conosciuto una fata, molto speciale, che abitava nel bosco della vita.Non che si fidasse ciecamente di lei ma, in fondo, si sa che le fate, come i satiri e le sirene, sono frutto delle nostre speranze e della nostra fantasia.
    Però il bosco è insidioso e confonde il viandante e la paura, spesso, fa compiere scelte frettolose.Allora la regina chiamò a se la piccola Alba e le disse:- Tesoro mio, il nostro viaggio è più complicato di quanto ci augurassimo ma, ormai, lo vedi tu stessa, tutt’intorno a noi le piante si sono trasformate n un groviglio inestricabile e i sentieri sono sempre più insidiosi. Siamo partiti dai declivi e ora siamo circondati da orridi e burroni. La luce, non filtra pi, gioiosa dalle alte fronde verdeggianti, ma lascia il posto solo al buio, umido e freddo.Non voglio che tu soffra per le nostre difficoltà; nel bosco ci sono mille sentieri, molti sono sbagliati e altri non portano da nessuna parte … uno solo conduce alla strada maestra e attraversandolo tutto rivedremo la luce del sole. -La principessa pendeva dalle labbra della sua mamma, anche perché, essendo giovane, non si rendeva conto dei pericoli e delle insidie a cui poteva andare incontro.Per la ragazza la felicità era stare insieme alla sua mamma e al suo papà … il suo mondo finiva lì. Quella era l’unica misura della sua gioia … ma i ragazzi, lo sappiamo tutti, non capiscono niente.Allora la regina continuò il suo discorso:- Faremo così! Mentre noi cerchiamo di uscire da questa situazione, tu ci attenderai a casa di una fata che ho conosciuto tanto tempo fa, una vecchia amica, insomma. Ricordo ancora dove inizia la stradina che porta a casa sua, vieni! – e prendendola per mano la condusse in una radura, non troppo lontana.- Ecco – disse la regina e indicò col dito un vialetto incantevole – guarda attentamente! Quello è il sentiero che porta alla sua casa. Non ti puoi sbagliare, perché all’ingresso c’è quell’insegna infissa sul palo, la vedi? –Alba aguzzò la vista ed effettivamente vide un paletto sul bordo della via, con un piccolo cartello fatto con la corteccia di un albero secolare.La principessina annuì e la regina continuò:- Ecco vai pure da lei e affidati alla sua ospitalità. Ogni tanto ci ritroveremo qui, fino a quando non avremo trovato la nostra strada. –Si baciarono e si abbracciarono e Alba, non senza un’ombra di paura, vide la sua mamma che si perdeva tra le fronde.Il suo sconforto durò solo un attimo … poi, con la curiosità tipica dei ragazzi, si affrettò lungo il sentiero indicato dall’antico cartello.Sul legno si leggeva a stento un epigramma che il tempo aveva scolorito:
    “ Qui abita la Fata di Ferro.
    Lei ama tutti e nessuno.
    Lei sfida la vita, ma la teme
    Quando gioisce … poi fa male
    Non è una vera Fata,ma neppure sa essere una Strega. ”
    Le lettere, sbiadite, un tempo vergate con il colore del sangue arrugginito, fecero un certo effetto sulla piccola principessa ma visto che non le poteva capire, decise di incamminarsi per quel sentiero che, ad ogni passo, si arricchiva di fiori, colori e profumi di Guerlain.

    1
    E questa è Nicòle! Visto? Te lo avevo detto che non era più una bambina … il tempo passa in fretta, accidenti! – la mamma della ragazza sorrise a Flora, la vecchia amica.– Su Nicòle, stringi la mano a Flora, presentati come si deve. Dai! – la donna incalzava la figlia, ci teneva a far bella figura, a ostentare la figliola, come un trofeo, da mostrare a tutti, per rimarcare quanto era in gamba e fortunata.Nicòle sbuffò sbarazzina e mimò un inchino teatrale, poi stemperò tutta la scena con un sorriso:- Piacere! – disse rapidamente - Scusa ma, mia mamma, mi farebbe sfilare come al circo, se potesse.- Certo! - disse sua madre prendendola in giro – Perché solo in un circo sfilano le scimmie come te! –Flora rise divertita:– Non c’è che dire – cominciò – non potevate essere più “diversamente” uguali. –Strinse la piccola mano della ragazza, squadrandola da testa a piedi:- Ha ragione tua mamma. Sei veramente bellissima … come scimmietta, intendo! – e risero di gusto tutt’e tre.Poi Nicòle e sua madre seguirono Flora all’interno della villetta, in periferia, ma collegata benissimo al centro città.- Vi preparo un bel tè: lo gradite? Oppure una cioccolata … non so, scegliete voi stesse e non fate complimenti. –La cucina faceva parte di una sala ricavata in un unico grande ambiente, che ospitava una zona divani e un grande tavolo da pranzo. Sul fondo, davanti a un ampia vetrata, una lunga banchina di legno di noce, faceva da separé alla zona cucina, che era bellissima. Tutta rivestita in tozzetti di ceramica dieci per dieci. Una sequenza infinita di sfumature di colore che andava dal giallo al marroncino e trasmettevano un senso di calore.La casa di Flora era molto accogliente ed estremamente pulita.Erano anni che le due donne non si incontravano e la madre di Nicòle si gustò quei momenti.- Se me lo avesse predetto un’indovina, non ci avrei creduto … così lontane da casa ... per poi ritrovarci qui. Sono proprio contenta! –Mentre Franca, la madre di Nicòle era vivace, a volte quasi aggressiva, Flora aveva un carattere allegro, ma parlava di meno.Era una di quelle persone che ti danno sicurezza: un sorriso quieto accompagnava ogni suo gesto e guardarla preparare il te era rilassante, così come tutto l’ambiente che si era creata intorno.
    A Nicòle piacque subito quella figura di donna matura e prosperosa … con i seni generosi che premevano sotto quel camice, solare e sottile, che indossava per la casa.- Nicòle, preferisci della cioccolata calda? – chiese Flora con la sua voce carezzevole e la ragazza non seppe resistere:- Oh, si, per favore … è molto più buona del te, la ringrazio. – rispose, mentre ispezionava la casa con lo sguardo.- Dammi pure del tu, Nicòle – disse Flora - non sono mica vecchierella come la tua mamma … ! – rise, sgranando quei suoi denti piccoli e bianchi che sembravano perline. Franca protestò, bonariamente.- Vieni Nicòle, forse ho qualcosa per te. Dovrebbe piacerti più delle nostre chiacchiere … - e le fece strada verso la zona living dove un grosso televisore, era posizionato su un tavolino, zeppo di film in DVD.- Qui dovresti trovare qualcosa di adatto a te, la figlia di mio fratello lascia in giro un sacco di questi film … sono quelli che piacciono alle ragazze. –- Uaho! – esclamò estasiata, lei, scartabellando tra le custodie di plastica – ma questo è l’ultimo di Brad Pitt … Per favore!!! - guardò Flora, cercando di fare la migliore interpretazione di “occhi da cerbiatto” mai eseguita – Posso guardarlo? -Flora dovette fare uno sforzo su se stessa, per non restare immobile e godersi quegli stupendi occhioni languidi che la fissavano.
    Sbrigativamente replicò:- Ah, cara mia, per me Brad Pitt te lo puoi anche sposare, non guardo mai film moderni, quindi … –- Nicòle! Tra breve torniamo a casa! – urlò Franca, in direzione del salotto dove la figlia si era già impossessata della TV. Con la maestria tipica dei giovani, aveva già effettuato tutte le manovre per far partire il film sul grande schermo piatto.– Dobbiamo rientrare di corsa. – poi rivolta a Flora – Sai cara non stavo nella pelle dalla voglia di rivederti, ma siamo appena arrivati … figurati che a casa ho ancora gli operai che montano i mobili, e Lunedì dobbiamo già prendere servizio.Non sto qui a raccontarti che casotto possa esserci a casa mia! -
    Intanto, Flora, incurante del tornado che scatenava sempre Franca, continuò con metodo le sue operazioni: servì un buon tè per entrambe sul tavolo della cucina e poi raggiunse Nicòle, con una tazza di cioccolata fumante e un piatto di biscotti fatti in casa ... che sparirono, rapidamente, dal vassoio.
    Franca intanto era già in piedi, scattata come una molla:- Dai, sono curiosa di vedere la tua casa! – disse la donna, mentre col mento indicava la ragazza, che, ignara, si era lasciata rapire dalle immagini del suo “bel tenebroso”.Flora capì, e con il suo tè tra le mani, fece strada all’amica per le scale che portavano al piano superiore.Di sopra c’erano due camere e un secondo bagno molto comodo e spazioso.- Ma è carinissima: che bella! – disse la signora Franca – e … queste mattonelle: deliziose … Ti spiace se approfitto? -- Ma scherzi? – disse l’ospite guardando Franca che, rapidamente, si abbassò pantaloni e collant, per urinare.– Vengono dall’Italia … - disse Flora, indicando le mattonelle - Vietri sul Mare, per la precisione … i listoni sono tutti decorati a mano, uno per uno. Piacciono tanto anche a me … hanno i colori forti che si vedono solo nei posti in cui il sole è splendente. –
    Mentre si dava una controllata davanti al grosso specchio ovale, incassato nell’intonaco e circondato da una cornice anche essa in ceramica, Franca divenne più confidenziale nei toni e raccontò rapidamente le sue ultime peripezie all'amica.Era un momento di sbandamento totale … suo marito, il padre di Nicòle, era stato trasferito in fretta da una città all'altra.La stessa Franca, per fortuna, aveva trovato impiego grazie a un collega di lui.Un lavoro da cassiera, anche se spesso le sarebbe toccato svolgere il turno serale. Ma non si lamentava, dopotutto l'importante era aver trovato un lavoro.
    Lui aveva altri due figli, frutto del primo matrimonio, ma erano grandi … anch'essi si erano trasferiti per necessità, ma presto si sarebbero organizzati per andare a vivere a Parigi, dove frequentavano l'università.
    Flora, la seguiva quieta, sorbendo il tè cercando di non perdersi in quelle descrizioni frettolose … l’amica le aveva accennato qualcosa riguardo a un certo “aiuto” su cui contava, stava ad ascoltare attentamente, per capire dove “la Franca” sarebbe andata a parare.Alla fine, la mamma di Nicòle, chiedeva che, nei pomeriggi in cui lei era al lavoro o impegnata, la ragazza potesse stare da Flora.Il suo problema non era solo pratico: tutta la famiglia stava attraversando un momento di confusione e lei cercava di fare del suo meglio per tenere tranquilla la ragazza, al sicuro.I figli maggiori erano frastornati dal trasferimento ed erano diventanti intrattabili.Il suo matrimonio si stava sgretolando per colpa di una relazione del marito con una collega di lavoro.La stessa Franca, venuta a conoscenza di ciò, da oltre un anno era depressa e cercava a sua volta qualcosa di diverso dall’amore coniugale, che ormai le veniva rifiutato.
    Vecchi problemi irrisolti si erano insinuati in seno alla famiglia ed ora stavano minando tutti i rapporto.- La piccola è agitata e nervosa – continuò la signora Franca – e la nostra famiglia è talmente scombinata che, noi stessi, siamo incerti sulle scelte da compiere … - la fissò. – ecco: vorrei affidarti Nicòle, per il doposcuola, affinché tu possa insegnarle la lingua e aiutarla a passare questo momento, piuttosto turbolento. Naturalmente sarai adeguatamente retribuita... è ovvio! Sai non me la sento di affidarla a un’estranea e in un paese che non conosce … per lei sarebbe solo un ulteriore trauma e francamente vorrei evitarle altro strapazzo. –
    Flora la interruppe, alzando decisa una mano:- Alt, tesoro mio! – intervenne – Non è una questione di soldi... figurati … ma ciò che mi chiedi è una grande responsabilità. Cosa ti fa credere, poi, che le maioliche italiane e la cucina in veranda, rappresentino il paradiso? – la squadrò quasi offesa: - Anche io ho una mia vita, sai? Il fatto che vivo da sola non vuol dire che non ho “nessuno” ma, soprattutto, anche io ho i miei problemi … purtroppo. – e il suo viso si ammantò di una delicata tristezza.I loro occhi si incrociarono … Flora sorrise, vedendo lo sguardo sparuto di Franca, sembrava lei la bambina confusa, adesso.
    - Oh, insomma – disse infine risoluta – e va bene!Facciamo una settimana di prova, ok? – Franca annuì, aveva la stessa aria di un cane che scodinzola.– Però voglio sapere con precisione i giorni in cui la ragazza verrà da me. Io posso riceverla dalle tre. Non prima. Sono impegnata col lavoro e altro … e la sera, a casa, alle venti!Domenica prossima ti farò sapere se voglio e posso prendermi l’impegno di fare da baby sitter a ... a una “bambona” più alta di me! – le sorrise, ammiccando.
    Si accordarono su un compenso forfettario per le spese, ma non era certo quello il problema che sarebbe potuto sorgere tra loro.
    Quella sera, da sola nel lettone, Flora, ad occhi chiusi, tornò con la mente alle impressioni che le aveva suscitato l’incontro con la giovane Nicòle.Le forme acerbe, i seni piccoli e, di certo duri come il marmo... e, a questo punto, i suoi pensieri si illanguidirono, immaginando il fiore acerbo, che la giovane custodiva …avrebbe pagato per poterlo almeno ammirare, proprio in quel preciso istante, ma non poteva che restare un sogno.I suoi pensieri, però, diventavano sempre più lascivi, nonostante i suoi sforzi per distogliere la mente.Allora, le immagini, che in quel momento creava con la fantasia, si confusero con i ricordi del passato.Il volto della giovane si confuse con quello della madre, quando era giovane e fresca: la rivide, mentre abbassava la testa dai capelli fluenti, mentre lei che si tuffava sul suo corpo, odoroso di puro piacere.
    La lingua di Franca la cercava, allora, insaziabile.
    Ricordò tutte le volte in cui, ella stessa, aveva ricambiato quell’esasperante frugare con la bocca, negli spazi segreti dell’altra.Il corpo, sognato, di Franca giovane, nell’eccitazione che si era impadronita di Flora, si confondeva con quella di un’altra, una donna sconosciuta, dai contorni indefiniti ... illuminata da una luce che le arrivava di spalle, occultandone i lineamenti del viso.
    Poco dopo, però, fresca, fresca come fosse rorida di rugiada, appariva l'innocente visione di Nicòle.
    Ansando e grondando la donna raggiunse un piacere languido e intenso, che invece di appagarla, la turbò e la lasciò sul letto, piena di rinnovata sete.
    2
    La Fata di Ferro aveva una casa che solo nel mondo delle fiabe, era possibile immaginare.La giovane principessa si era presentata a Lei, armata solo della sua innocenza … della sua voglia di vivere e dei suoi timori.
    Aveva vissuto tra gli echi del bosco con la forza della paura.Aveva sentito su di se, il peso dell’indifferenza: ora, tutto questo, si contrapponeva all’ambiente fiabesco che l’attendeva.Era stata accolta come la più bella delle principesse.Le miscele di cacao più esclusive, arrivavano da ogni parte del mondo per confezionare le sue cioccolate, mentre biscotti, marzapane e miele non mancavano mai, all’ora della merenda.
    La Fata di Ferro era intransigente: prima di tutto i compiti.
    Ma, come per incanto, anche quelle ore, passavano spensierate: era bello studiare se il premio era un sorriso della fata, faceva del suo meglio per collezionare buoni voti, pur di non interrompere quel connubio felice.
    La Fata di Ferro si dimostrò, per lei, la migliore delle amiche.Bellissima, grande, prosperosa … indossava sempre vestiti colorati e sgargianti: un vero e proprio inno alla gioia.Aveva mille abiti, tutti troppo corti per nascondere le sue grosse gambe, burrose; tutti troppo stretti per contenere, accuratamente, i seni gonfi o le natiche tonde, che sembravano formare il sedere di una micia, mollemente ingrossato da una gravidanza.Nella casa della Fata tutto era a sua disposizione e lei non doveva far altro che essere felice.L’aiutava nelle sue scelte, condivideva le sue idee, la consigliava di volta in volta, con l’esperienza che aveva accumulato negli anni, Alba non trovava mai da obiettare ai suoi pareri sussurrati ... anzi. Potremmo dire, piuttosto, che pendeva dalle sue labbra.Ma la cosa più importante è che la Fata del Ferro le donava tutta la sua attenzione, incondizionatamente.Nulla in quelle ore era più importante della principessa.Il centro dell’universo per la Fata di Ferro era Alba e tutto ciò che lei diceva era importante, unico e prezioso.Stava in famiglia con piacere ma il mondo delle Fiabe l’attendeva, quotidianamente, e non vedeva l'ora di poter ritornare in quella casa, alla fine del sentiero, tra le buganvillee e gli oleandri: colorati e velenosi.
    Ogni giorno la principessina si sentiva più grande e più forte, ogni giorno correva verso nuove esperienze. Celato nel suo cuore di piccola peccatrice, aveva anche un segreto, inconfessabile ma sublime: una delle cose che l’attraeva della Fata era il suo corpo; sarebbe rimasta ore a rimirarlo.Già quell’unico incantamento sarebbe bastato a rendere quelle visite improcrastinabili.Lei era bellissima e, per la gioia di Alba, molto distratta.Quando sedevano al tavolino delle ghiottonerie, spesso accavallava le lunghe e grandi gambe, senza curarsi del camice che si alzava e che, salendo … andava sempre più su ad ogni movimento della giunonica fata, mettendo in mostra le calze … sempre diverse ... sempre di nuovi colori.Quelle che le piacevano di più erano le nere.Le calze nere sembravano sempre di una misura più piccola, la seta era tesa sulla pelle, rendendola appetitosa, mentre lo sguardo, ipnotizzato da quella visione, cercava il punto dove il nero deciso dell’orlo merlettato, liberava, con uno sbuffo lievissimo, la carne rosea e chiara della Fata di Ferro.
    Anche quando lei si sedeva su un basso puff, sgranocchiando cannellini e lacrime d’amore, era facile che Alba riuscisse a carpire un’immagine delle sue mutandine, schiacciate tra le cosce.La fata si sedeva lì, poi andava e veniva per sfaccendare; lo faceva per non rubare spazio ad Alba a cui, da principessa qual’era, aveva riservato il posto d’onore sul divano.Ad Alba non dispiaceva nemmeno il suo gironzolare per casa alla ricerca di un granello di polvere vigliacco o di uno dei tanti oggetti che, in quella casa fatata, avevano la strana tendenza a cadere negli angoli più nascosti.
    Da quando aveva scoperto che la fata, per ritrovare gli oggetti, si metteva carponi mostrandole inavvertitamente il fondoschiena oppure le poppe gloriose, Alba, pur essendo affettuosa e servizievole, non si offriva mai spontaneamente come volontaria “nel cercare”, ma lasciava che la donna facesse tutto il lavoro da sola.
    La fata aveva infinita pazienza e nulla chiedeva alla sua preziosa ospite.Per fortuna, tutti i rossori e le vampate peccaminose della giovanetta passavano inosservati, tant’è che una volta, fattasi coraggio, Alba dal gabinetto chiamò la fata con una scusa e si fece trovare seduta sul vaso, con le sottili gambe dischiuse.
    Ma la Fata di Ferro non disse niente e niente notò, chiusa nella sua “casta” indifferenza.
    Al contrario la principessa, per la vergogna sopravvenuta dopo l’eccitazione, non volle tornare da lei per due giorni.Ma il terzo giorno la fata chiamò … e tutto riprese come prima.

    Flora credeva di impazzire, tanto la situazione era diventata insostenibile.Nonostante le promesse fatte a se stessa e alla madre di Nicòle, la presenza della ragazza era diventata troppo intrigante e opprimente per lei.Il piacere che provava a sentirsi osservata di nascosto da quella piccola troia le rimescolava il sangue nelle vene e appena la vedeva o la pensava, si ritrovava eccitata.Dal primo istante in cui Nicòle giungeva a casa, la parte più recondita di lei, iniziava a grondare di piacere.
    Desiderava l’orgasmo per ore, mentre le sue guance avvampavano e i suoi seni sudavano.La voleva! Voleva sfogare sul suo corpo delicato quell’infinito desiderio …Il primo giorno che Nicòle disertò le lezioni, Flora respirò e dopo settimane di stress riprese il controllo sulla sua vita e sulla sua casa.
    Era una piccola despota ... una piccola canaglia … quella sua principessa!Il secondo giorno si immalinconì. Le mancava. Voleva essere tiranneggiata ancora da quella impertinente spiona … le mancavano i suoi occhioni che le fissavano le cosce.
    E si che Nicòle aveva davvero esagerato … farsi trovare nuda sul gabinetto, ancora bagnata.
    Pensieri deliziosi l’avevano attraversata, come correnti galvaniche.Ma dooveva comportarsi da donna una adulta e responsabile. Doveva resistere!
    Quella sera si decise e chiamò un suo amico, per dare sfogo al vulcano della sua libidine. Ma l'uomo era già impegnato; il fatto che lui non potesse raggiungerla, la rese ancora più furiosa.Si frugò nell’intimo, meccanicamente, sul suo letto, ma il piacere la rese ancora più eccitata e incapace di vincere il desiderio di Nicòle.
    La sera del terzo giorno la fece finita … telefonò.- Ero certa che ti avesse avvisato – diceva Franca, perplessa – i giovani di oggi non hanno più nessun rispetto! -- No, lasciala stare, sono ragazzi, magari qui da me si annoia … purtroppo non ho vicini con ragazzi della sua età. La capisco … poverina! – la giustificò Flora.- Aspetta adesso te la chiamo, vediamo come si sente … - poi Flora trepidante e impacciata udì le voci lontane di Nicòle e della madre:“ Ma che ti salta in mente? Perché non hai avvertito Flora che stavi male?” diceva la madre alla figlia e questa di rimando “ Uffa, ma io non stavo bene, pensavo che glielo avessi detto tu …” E la mamma “Sei una gran maleducata … adesso vai al telefono e scusati …” seguirono altre parole che non fu in grado di sentire.
    Dopo poco arrivò Nicòle alla cornetta: - Scusa! – esordì.- E di cosa, tesoro mio, mi dispiace se sei stata poco bene … - disse raggiante Flora – ma adesso come stai? –- Sto bene – continuò laconica Nicòle. Poi si sentì confabulare … - dice mamma: se non disturbo, posso continuare a venire da te? –Flora non seppe dissimulare la gioia che le procurarono quelle poche parole, così con la voce rotta dalla trepidazione disse:- Lo sai, Nicòle, ormai questa è casa tua … devi decidere tu, se vuoi … vedermi ancora. –- Si. Voglio venirci ancora … - disse la giovane.Il giorno dopo, quando entrò nella casa, un profumo fragrante di torta di mele e di cannella la pervase.
    Flora le venne incontro e si abbracciarono senza parlare.
    Da allora però, la donna non si sedette più sul puff, ma sul divano … di fianco a Nicòle.

    Fine della prima puntata

     
  • 13 gennaio 2013 alle ore 10:43
    La leggenda della Befana

    Come comincia: C’era una volta una vecchia signora che viveva tutta sola nei pressi di Betlemme.
    Quella donna non era mai stata particolarmente bella, nemmeno in gioventù, e poiché aveva anche un carattere scontroso e diffidente, finì che nessuno la richiese mai in moglie. E neppure lei se ne angustiava troppo, dopotutto era molto contenta di stare da sola.
    Mentre da giovane aveva evitato accuratamente di avere bambini per casa, sia figli che nipoti, più passavano gli anni e più sentiva la mancanza di un frugoletto che le trotterellasse tra i piedi, ma ormai, era vecchia e curva, e non avrebbe neppure avuto la forza di badare a un bambino.
    La vecchietta aveva sempre lavorato e, vivendo da sola, aveva, nel tempo, accumulato una piccola fortuna, che teneva nascosto nella stalla, in un vecchio sacco di tela, per evitare che i ladri si portassero via il suo gruzzoletto.
    Una fredda notte di Dicembre la vecchia signora non riusciva a prendere sonno, si girava e si rigirava nel letto, non trovando pace.
    Alla fine si rese conto che probabilmente non riusciva ad addormentarsi perchè di fuori la notte era assai chiara ... molto più di quelle notti in cui c’è la luna piena.
    Incuriosita, la vecchina si avvolse in uno scialle e socchiuse l’uscio per guardare fuori.
    Incredibile a dirsi: nel cielo, non troppo lontano dalla sua casa, brillava una grandissima stella, anzi era una cometa, e si portava dietro una scia luccicante come una pioggia di diamanti.
    Affascinata dalla luce, la vecchia stava quasi per uscire nel cortile della casa, quando vide due figuri che attraversavano la strada, avvolti in neri mantelli.
    Subito si rintanò di nuovo nella sua casetta sapendo che la notte si possono fare tanti brutti incontri ma, mentre rientrava, non poté fare a meno di notare che i due indossavano, sotto il mantello, l’armatura dei soldati.
    Passando veloci davanti alla casa udì uno che diceva all’altro:
    - Ecco, probabilmente è quella la stella che il re ci ha detto di cercare! –
    - Presto allora – disse il suo compare – corriamo ad avvertire Erode ... e poi accada quel che accada; l’importante è che saremo ricompensati per la nostra spiata! –
    Pur non sapendo di cosa parlassero i due sicari, la vecchina ebbe un brivido che le attraversò tutte le ossa e decise subito di andarsi a rintanare sotto le coperte.
    Mentre stava per calare il pesante chiavistello della porta, la vecchia udì altre voci che provenivano dalla strada.
    “Che fossero ancora le spie del re?” si chiese, ma dalla strada una voce bonaria, con accento straniero, strillava:
    - Ehi, di casa, aprite per favore: ci siamo perduti e veniamo da lontano. –
    La vecchietta spiò, per vedere chi altri viaggiasse in quella notte così particolare e, con grande sorpresa, vide davanti al suo cortile tre signori riccamente vestiti. Avevano al seguito, tre stallieri, che si occupavano dei loro cammelli riccamente bardati.
    Guardando meglio si rese conto che i tre personaggi avevano la corona di re e la cosa la lasciò inebetita.
    Allora si fece coraggio: non capita tutti i giorni di avere ben tre re fuori di casa, aprì una finestra e si affacciò, con la lanterna tra le mani.
    - Chi è? – chiese la vecchia ai pellegrini.
    E loro riposero:
    - Noi siamo i re Magi, veniamo dall’Oriente per salutare la nascita del Re dei re! –
    disse uno che si chiamava Gaspare.
    - Portiamo doni e saggezza a questo meraviglioso bambino. - aggiunse un altro re che si chiamava Melchiorre.
    - Aiutateci a trovarlo, accompagnateci per favore, perchè abbiamo paura di confonderci e sbagliare la strada – disse poi il terzo, che si chiamava Baldassarre.
    La vecchia ci meditò sopra e si ricordò delle guardie cattive che aveva visto poco prima, poi pensò anche che le rincresceva uscire di notte col freddo ... e per cosa poi?
    Per andare a vedere un marmocchio, magari piangente, che le avrebbe rotto i timpani.
    Non aveva mai avuto bambini intorno, fino ad allora, e non avrebbe cominciato certo quella notte.
    - No, miei signori, io di casa non posso uscire, - disse - però la strada per il paese è quella, non vi potete sbagliare – e indicò ai Magi la via da seguire.
    - Là, troverete l’albergo del paese e anche una capanna, dove alloggiano i più poveri, quando le stanze sono tutte piene. Andatevene in pace per la vostra strada e buona notte! –
    E subito chiuse il chiavistello, rientrando in casa.
    Mentre si convinceva di aver fatto la cosa migliore, la donna fu presa però dallo sconforto.
    “Che cosa ho fatto” pensava “ finalmente dopo una vita arida e senza figli mi si presenta l’occasione di fare del bene a un bambino. Ed io? Io mi chiudo dentro casa, nascosta dietro il mio egoismo?”
    E mentre pensava queste cose, la vecchietta, in fretta e furia, prese dalla casa le cose più belle e più buone che aveva, i dolciumi più prelibati e qualche ninnolo dai mobili della credenza.
    Scappò fuori e gridò, con quanto fiato aveva in gola:
    - Aspettate, aspettate, gentili re dell’ Oriente, portatemi con voi ... vi servirò e vi indicherò facilmente la strada! –
    Ma fuori dalla casa tutto era silenzio.
    La vecchia, pentita e addolorata, si lanciò per la strada ma per quanto camminasse, per quanto si orientasse, quella notte sembrava che il mondo fosse cambiato e per quanta strada facessero i suoi piedi, pareva che non arrivasse mai da nessuna parte.
    All’alba, fiacca e disperata, sedette su una pietra, con le lacrime agli occhi.
    Gettò uno sguardo triste alla sua cesta piena di doni, ormai inutili, e capì che non sarebbero mai arrivati a destinazione.
    Pian piano, se ne ritornò verso casa e, quando arrivò, la osservò con la tristezza nel cuore.
    La vecchia signora posò la cesta su una panca, rendendosi conto di aver perso per sempre l’occasione, di vedere quel bambino così speciale.
    Non si era mai sentita così inutile e sola.

    Poi... e poi successe di tutto, in quella terra lontana.
    Un re cattivo fece strage di bambini, mentre un bambino buono scampò alla strage, divenne il Re dei re e cambiò il mondo, tanto profondamente che, ancora oggi, tutti lo ricordano col nome di Gesù.

    E la vecchina, direte voi?
    Beh... la vecchina ebbe una sorpresa e neppure lei fu mai più dimenticata, perchè una notte, mentre gironzolava per il suo cortile, disperata e senza niente di meglio da fare, si ricordò del suo sacco pieno di monete.
    Non che la cosa le interessasse più niente, però, per scrupolo, andò a controllare e sapete che cosa trovò?
    Il sacco era ancora là, nel buio della stalla ma al suo interno non c’erano più inutili monete ma giocattoli, dolciumi, caramelle, bamboline, sonagli e trombette.
    La vecchia per un attimo non capì e rimase del tutto sbalordita ma, quando guardò fuori dalla porta della stalla e vide la luce di una stella molto vicina, d’improvviso tutto le fu chiaro.
    Da poco era passato dicembre, era la notte del sei di gennaio; la stessa notte di quando, un anno prima, i re Magi si erano fermati davanti alla sua casa.
    Così la vecchina capì, si caricò il sacco pieno di ogni ben di dio sulle spalle e iniziò a girare per il mondo, portando da allora e per sempre, giocattoli e dolcetti ai bambini buoni.

    FINE

     
elementi per pagina
  • Non è facile recensire questo “romanzo” e l’impresa diventa ancora più ardua se, nel “pensarla”, ti sovvengono alla mente le decine di libri, le migliaia di parole che, il “dott. Kuan-suo” (altro pseudonimo di Cyril Henry Hoskin) ha scritto su esperienze dirette e circostanziate ma mai vissute, almeno in questa vita.
    Infatti, il Terzo occhio, il racconto affascinante, saggio e misterioso dell’infanzia e dell’iniziazione di un giovane Lama, non è un fenomeno a se stante (e sarebbe ben bastato, visto l’enorme, continuo successo editoriale, a livello mondiale) ma solo l’inizio di una lunga sequenza di titoli eccellenti.
    Lobsang Rampa ci trasporta nel lontano Tibet e ci svela incredibili segreti sulle sue tradizioni, sulle sua spiritualità plurimillenaria. Queste informazioni, tra l’altro, non arrivano oggi, nell’era del web, ma negli anni ’60, quando di queste impervie regioni, si sapeva ben poco e, meno ancora, dei segreti arcaici della sua civiltà.
    Con una semplicità disarmante l’autore ci porta con se in un viaggio vivido, verosimile, delizioso. Come se fosse del tutto naturale, parteciperemo alla discesa nel cuore delle montagne tibetane, sotto templi inviolabili e segreti, dove incontreremo divinità arcaiche e, probabilmente, anche le vestigia di antichissime popolazioni aliene.
    Parteciperemo a riti dimenticati, sconcertanti, fino ad arrivare alla “riapertura” del Terzo occhio... la finestra dell’anima sul mondo del paranormale.
    Leggendo queste pagine è meglio non chiedersi se è vero ciò che raccontano, forse è meglio godersi l’avventura con occhi innocenti, pronti a gustarsi le meraviglie di un mondo fantastico e, quasi certamente, perduto.

    [... continua]

  • In un'atmosfera di continuo complotto, il lettore si trova ad attraversare uno dei periodi più controversi della storia moderna.
    Gli anni sessanta visti da varie angolazioni e, tutte, a proprio modo, rivoluzionarie. Da quella dello studente, poi maestro, protagonista, allo sguardo allucinato della bella di turno che, nella sua inconsapevolezza, si ritrova messaggera di saggezza e posseduta dagli spiriti naturali, diventando più dea che donna, o forse, dea proprio in quanto donna.
    Tutto il romanzo si svolge tra scenari impalpabili e sfuggenti, nessuna verità tra mille verità, nessun risultato tra mille certezze e il lettore, a mio avviso, ha la sensazione di assistere a un continuo spettacolo di illusionismo magistrale.
    Il mago ammicca continuamente, fingendo di metterti al corrente di ogni suo segreto, mentre, sgomento hai costantemente la sensazione che ti stia prendendo in giro.
    Un capolavoro.

    [... continua]

  • Uno dei racconti più magici e poetici del grande scrittore di SF e Fantasy, scomparso recentemente.
    Lo scontro frontale tra due generazioni troppo lontane per capirsi ma troppo legate per non amarsi, fino all'estremo.
    In questo libro l'amore trionfa ma con un costo altissimo per chi cede la propria energia, per dare la vita, continuamente, al nuovo che si affaccia all'esistenza.
    L'atmosfera autunnale in cui si svolge l'avventura dei due protagonisti, Jim e Will, aggiunge una ulteriore nota nostalgica agli eventi, il profumo della pioggia ha anche l'odore delle occasioni perdute, dei sogni abbandonati.
    Una fiaba meravigliosa, per tutti.
    Il libro ha ispirato anche un film, comunque piacevole: "Qualcosa di sinistro sta per accadere" di Jack Clayton.

    [... continua]