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Autore

Giovanna Stori

in archivio dal 13 gen 2013

10 gennaio 1973, Capri (NA)

segni particolari:
Grazie

14 febbraio 2013 alle ore 19:55

Il sospetto - Seconda parte

Il racconto

5

Scene dal passato

Sono molto a disagio.
Questo “gioco” sta prendendo una pessima piega.
Amici lettori: vi sto trascinando in una storia troppo privata. Non fraintendetemi, non è per la riservatezza, no … è solo che quello che sembrava un gioco, apre adesso, davanti ai miei occhi, scenari inattesi che mi riportano a un passato dimenticato, o quasi.
Insomma i miei sospetti si sono ingigantiti e arricchiti di elementi che non so (o non voglio) incastrare tra di loro.

Ma procediamo con ordine, in modo che, anche voi, possiate provare a capirci qualcosa.
Prima cosa: le foto. Dopo che Marina è andata via dalla casetta di villeggiatura, sono sparite. Sia quelle che, l’altra scatola, quella di cui avevo solo intuito la presenza, al tatto, ma che non ho avuto il tempo di controllare.
Che cosa conteneva l’altra scatola? Mistero.
Quando sono tornato a casa, Marina era già li. Sicuro che mi avesse visto preferii non fare il furbo, sarebbe stato peggio. Ci tenevo a sembrare del tutto ignaro di ogni suo movimento.
- Sono stato alla villetta, oggi … – Silenzio!
- Ho preso la posta, niente di nuovo. – guardai verso mia moglie – E tu? –
- Ed io cosa? – rispose con naturalezza ma in modo tagliente, come fosse leggermente irritata.
- No, niente. Dicevo … e tu? Tutto a posto? – continuai con falsa innocenza.
Lei terminò la conversazione scrollando le spalle: – Normale, tutto come il solito. – Poi se ne andò di sopra, a cambiarsi. Mentre saliva le scale, aggiunse:
- Ah, guarda che l’appuntamento dall’estetista è stato spostato, se vuoi fare qualcosa, sabato … – e scomparve, senza aspettare una risposta.
Avevo circa un’ora, prima di cena. Presi una birra dal frigo e accesi la TV, intanto che sistemavo un po’ di cose tra cucina e soggiorno.
Dopo poco sentii l’acqua che scrosciava nel bagno: Marina era sotto la doccia; avevo tempo.
Rapidamente controllai la sua borsa, niente. Il cellulare era spento, come sempre. Indeciso preferii lasciarlo così; magari avrei potuto controllarlo meglio di notte.
Guardai rapidamente in casa e poi anche in garage: a prima vista non c’era niente da vedere.
Non trovai né gli scatoli né le foto; se prova c’era, era stata occultata accuratamente. Morivo dalla voglia di salire di sopra, di trascinarla fuori dalla doccia e di assalirla con le mie domande circostanziate.
Avrei tanto voluto vedere che faccia faceva: se riusciva ancora a mentire così spudoratamente.
Chi era, veramente, Marina? Che rapporti aveva con questa ragazza, o forse con entrambe, Patrizia e sua cugina, l’estetista?
Ripensai alle foto … cosa c’era che non andava? Cercai di immaginarmele …
Patrizia e Marina non facevano niente di male, però … però avevano un atteggiamento di estrema confidenza. In una, addirittura, si intuiva, nel loro sguardo, una certa complicità.
Tutto questo stonava, strideva, con quello che sapevo essere il loro rapporto.
La cosa più assurda di tutte era il periodo. Quelle foto erano state scattate una decina d’anni fa.
Oggi, che il rapporto tra le due si era un po’ intensificato, dopo che Patrizia aveva badato per anni ai nostri ragazzi, delle foto così mi sarebbero, comunque, suonate strane ma, dieci anni prima, erano del tutto fuori luogo.
All’epoca, Marina e Patrizia, nemmeno si cagavano, anzi … spolverando tra i ricordi più reconditi, devo ammettere con me stesso, che ero proprio io, a essere in maggiore confidenza con la ragazza, diciamo così.
Ma questa è un’altra storia … o no?
Ok, parlo: poca cosa, però. Allora, visto che facevo studio in casa, ero molto più spesso a contatto con Patrizia. Devo dire: non era una vamp ma era giovanissima, un seno prosperoso, enorme, e una bocca precisa, perfetta. Come resistere?
Alla fine ci provai. Quando i ragazzi riposavano, riuscivo a ottenere qualcosa da lei che, però, era sempre ritrosa.
Allora, conoscendone il bisogno, le regalavo un po’ di soldi, purchè lei mi accontentasse, rendendosi più “disponibile”.
Ma la cosa durò solo pochi mesi. Poi niente più, mai.

6

Il piacere dimenticato

Ricordai: Patrizia era molto restia … all’epoca facevo di tutto per tornare presto a casa.
Mia moglie era abbastanza tranquilla rispetto a eventuali rischi: sapeva che non mi appassionavano le ragazzine. In effetti, la baby sitter aveva appena diciotto anni ed io oltre quaranta.
Però in Patrizia, a parte le forme fisiche, c’era qualcosa di libidinoso … che mi attraeva; era come una calamita, non potevo farci nulla.
Era bassina, un corpo non bello nonostante l’età. Aveva i fianchi larghi e le gambe magre; enormi seni che, come avrei scoperto dopo averla vista nuda, erano ancora più grossi di quanto potessi immaginare. Da vestita, la poveretta, usava degli accorgimenti per schiacciarli, in effetti, sembrava grassa, ma non era così: era tutto seno.
Le areole, abbastanza pronunciate, di un bel marroncino e i capezzoli, schiacciati, si mantenevano all’interno di quelle grosse masse morbide. Una volta eccitati, spuntavano, e svettavano come grosse dita puntate.
La cosa che mi attraeva, in lei, era la falsa freddezza con cui rispondeva alle mie avances.
Tutto cominciò proprio a causa del seno. Da uomo maturo, esperto, mi finsi interessato al suo problema e lei, dopo le prime schermaglie, accettò di parlarne.
Qualche giorno dopo, con la scusa di convincerla a non farsene un problema, la stupii. Tornai a casa con un DVD porno e glielo mostrai: era recitato da tettone esagerate, come lei.
Volevo rassicurarla. Le mostrai le immagini e poi le chiesi se mi faceva vedere le sue; lei disse che si vergognava ma non fu un vero no.
Era una ragazzona di paese, magari ancora vergine, e così mi sembrò facile attirarla verso il mio desiderio. Vedere filmini divenne un’abitudine.
Ricordo che lei fissava i suoi grossi occhi azzurri sulla TV e non li staccava più, come rapita.
Cominciai a tentare i primi contatti fisici e, con mia sorpresa, non si tirò indietro. Era sul divano ed io iniziai a toccarla. Quando mi resi conto che non si ribellava, mi alzai e, preso dalla brama, le misi, di fianco al viso, la rappresentazione palpabile della mia eccitazione.
Patrizia si lasciava guidare però partecipava meccanicamente. Il suo sguardo restava fisso, il suo viso non mostrava espressione: sembrava una sfinge.
Fredda e distaccata, continuava l’opera che io le avevo indicato, procedendo con una sconcertante determinazione, fino a portarmi all’orgasmo.
I nostri rapporti iniziarono così: con la sua mano che viaggiava, decisa e precisa come uno stantuffo.
Attenta, raccolse il seme nel palmo della mano libera e, dopo, si andò a lavare.
Io, persa l’eccitazione, mi ritirai di sopra e non aggiunsi nulla. Due giorni dopo, quando le diedi il suo mensile, aggiunsi una banconota a parte, che voleva rifiutare. Con una scusa la convinsi.
Ripensandoci poi, il suo atteggiamento, che al momento mi aveva dato quasi fastidio, divenne un tarlo fisso. La sua freddezza mi eccitava e non mi faceva trovare pace. La pensavo nelle pose più sconce: lei immobile e passiva ed io che ne approfittavo, come un vecchio satiro incallito.
E la cosa, andò più o meno così. Solo a ripensarci, ancora mi si rizzano i peli della nuca. Lei faceva tutto quello che, a gesti, la portavo a fare. Come una bambola erotica; ero io a stabilire il posto e la posizione e, Patrizia, obbediva tranquilla e accondiscendente, guardando sempre la TV.
Patrizia era vergine. Non volevo ulteriori complicazioni, così rispettai quel limite. Non potevo lamentarmi: la ragazza, con mio sommo piacere, sopperiva, voltandosi senza lamentarsi e mi offriva un’alcova, ancora più anelata e proibita.

Ma bando ai ricordi. Oggi mia moglie esce: è sabato, ed io in qualche modo, la seguirò.

7

Un sospetto fondato

L’ingresso di casa mia dà su una grande sala accogliente; sulla sinistra, tramite un’ampia porta a due ante, si accede a una altrettanto ampia veranda, panoramica, e arredata con un divanetto e varie poltroncine di vimini, coperte di grandi cuscini.
Me ne sto seduto, guardando fisso l’orizzonte. Sotto la gamba, con le dita cerco, e trovo, il corpo gelido della mia Beretta.
Sabato è venuto … è passato, ma solo adesso trovo la forza di scrivere qualcosa. Onestamente, ormai non lo faccio per voi: è un automatismo, un esorcismo, forse: una fuga.
Da giovane, guidavo la moto. Sabato ho pensato di seguire Marina, con un grosso scooter, preso da un collega. Un gesto discutibile: comunque, la fortuna, se così si può dire, è stata dalla mia parte. La giornata era buona e non pioveva.
Insomma … sono riuscito nel mio intento.
Alle dieci passate, non senza sorpresa, ho intravisto le tre donne partire dalla coorte, dove, una mezz’ora prima, Marina si era recata dall’estetista.
Erano loro, alla guida: Patrizia.
Intuita la direzione, ho fatto del mio meglio per non farmi notare.
Poco più di venti minuti dopo, arriviamo allo svincolo autostradale … mi preoccupai inutilmente: non la imboccarono.
Iniziai a sentirmi un vero idiota: le tre, percorsero la breve bretella che porta al grosso Centro Commerciale alle porte di Avellino.
Ora sapete anche dove si svolgono i fatti … spero solo che domani, non possiate collegare queste mie parole a un tragico fatto di cronaca: potrebbe occupare la prima pagina dei giornali.
Le tre, però, non entrarono nel parcheggio del Market. Strano (e pericoloso, per me). Infatti, nessuno proseguiva di là, perchè la strada, poco dopo, finiva.
Mi trovai completamente spiazzato. Ero quasi certo che sarebbero tornate subito sui loro passi o che si sarebbero fermate, davanti al cancello del Bowling.
Era noto: quella parte del complesso, prendeva vita solo verso sera.
Mi fermai e feci finta di telefonare. Naturalmente non tolsi il casco.
Intanto, la macchina, si arrestò davanti al cancello. Probabilmente erano attese, infatti, dal casotto, venne fuori un uomo, forse il custode che apri, per loro, una metà dell’inferriata.
Entrarono.
Patrizia scese e contrattò con l’uomo, in atteggiamento confidenziale.
Poi, proseguirono mentre, il custode usciva, a piedi, e s’infilava in una vecchia Panda, parcheggiata poco più in là.
Dopo un minuto il piazzale era sgombro, vuoto … ed io non sapevo che pesci pigliare. Ero troppo esposto.
La macchina delle donne era sparita, avevano raggiunto, di certo, il parcheggio sotterraneo. Mentre cercavo di raccapezzarmi in quella strana situazione, una grossa auto sfrecciò, decisa, al mio fianco. Senza indugi s’infilò nel cancello e, poco dopo, sparì nel garage.
Continuavo a lambiccarmi il cervello. Che fare?
Se fossi entrato anch’io, mi avrebbero notato di certo … ero più che sicuro che, nel parcheggio, chiuso al pubblico, non ci fossero altri che loro.
Decisi di farmela a piedi … l’eventuale scusa? La moto in panne: cercavo qualcuno che potesse prestarmi un attrezzo, magari una chiave di candela.
Come sapete, questi piazzali ingannano, e mi ritrovai a percorrere un enorme spazio prima di arrivare al parcheggio. Per fortuna non vidi nessuno e nessuno mi notò.
Ricordai che esistevano vari ingressi, uno, in fondo, forse di emergenza, portava al piano sottostante tramite una doppia rampa di scale. Era tutto aperto, abbandonato, così scesi, cercando di non fare rumore.
C’erano solo due macchine. Quella di Patrizia e, a una decina di metri, più in fondo, la macchina che era entrata dopo di loro. Ma forse, tra esse, non esisteva alcun collegamento.

Ero lontano, non vedevo niente di preciso.
Mentre cercavo di avvicinarmi alla meglio, lo sportello destro dell’auto sconosciuta si è aperto … ancora niente, poi, una figura femminile, abbigliata in modo appariscente, scese e tornò verso la Mercedes.
Non era possibile sbagliare: la donna indossava un abito rosso, corto, che a stento le copriva il sedere; le cosce tonite e indisponenti, svettavano, sulle decolté, dal tacco vertiginoso, era Marina!
La parrucca biondo-cenere non m’ingannava … e il mio cuore si fermò.
Da quel momento tutta la scena diventò del tutto surreale.
L’auto si allontanò velocemente e anche le ragazze uscirono.
Sedetti sulle scale per riprendermi: mi sembrava tutto così assurdo.
Tolsi il casco che mi opprimeva il respiro. Ormai non m’interessava più di nascondermi: ero suo marito, avevo il diritto di sapere.
Quando mi ripresi, mi avviai, cercando di tenere un passo regolare, attraversando il buio, tra i pilastri di cemento.

Un rumore … l’auto di Patrizia che tornava. Istintivamente mi nascosi in un punto più buio.
Gli avvenimenti si succedettero così vertiginosamente che non riuscii più a lasciare il mio nascondiglio: ero ipnotizzato dalle scene che mi si presentavano.
Da poco prima di mezzogiorno, fino a dopo le sedici, ben sette vetture, si avvicendarono nel parcheggio sotterraneo.
Alla guida c’erano uomini, in una soltanto una coppia, molto matura.
Marina, mia moglie e, a volte, anche Carmela, l’estetista, raggiungevano le vetture e … che dire? Mi vengono i brividi solo a pensarlo … diciamo che si accoppiavano con quegli estranei. Nessun equivoco!
Era lampante: Marina non conosceva quegli uomini.
Era lampante: Marina si stava prostituendo, davanti ai miei occhi.
Metodica e perversa, iniziava sempre con un veloce rapporto orale, poi, a volte in macchina, a volte fuori, poggiandosi allo sportello, senza curarsi di offrire uno spettacolo indecente. Dopo aver innestato un profilattico sul membro del maschio, si lasciava prendere; fino a che, quell’estraneo, non scaricava il suo piacere in quella … gran puttana.

Adesso, eccomi qui. Inutile dire che, alla fine, Marina mi ha visto. Non è tornata a casa la sera e nemmeno il giorno dopo.
Oggi è stata normalmente in ufficio e come se niente fosse, mi ha detto che sarebbe rientrata al solito orario.
Eccola! Entra, mi guarda solo un secondo, poi estrae qualcosa dalla borsetta, me la tira sul divano.
E’ il telefonino. Si avvicina e ripone anche due scatole … le riconosco, sono quelle sparite dalla villetta. Va di sopra, senza più curarsi di me.Guardo il cell, premo un tasto, un messaggio, aperto, s’illumina:
“ MIA TROIA, SEI STATA BRAVISSIMA. SAI AMORE MIO, QUESTA SETTIMANA E’ IL NOSTRO ANNIVERSARIO: DIECI ANNI CHE SEI LA MIA PUTTANA, LA MIA SCHIAVA E ANCHE IL MIO AMORE. SABATO PREPARATI, STRONZA, PER PREMIO E PUNIZIONE, SARAI SODOMIZZATA … E NON DA UNO SOLO, TROIA SCHIFOSA. SEI TUTTA MIA. TI AMO. PATRIZIA, LA TUA PADRONA. ”
Mi vergogno a dirvelo, ma quelle parole e i ricordi di ciò a cui avevo assistito mi hanno eccitato, involontariamente.
Apro la scatola che non avevo preso … niente foto: foglietti, scontrini e un libretto postale al portatore, lo apro, un brivido gelido mi corre per tutta la schiena.
- Ah … però! – sbotto, incapace di controllarmi.

Marina, dall’estetista, in dieci anni ha guadagnato il doppio di me.

FINE

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