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Autore

Giovanna Stori

in archivio dal 13 gen 2013

10 gennaio 1973, Capri (NA)

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03 febbraio 2013 alle ore 10:04

La fata di ferro - Quarta e ultima puntata

Intro: Il destino si compie nella casetta di marzapane, miele e canditi ma non sarà quello previsto, presuntuosamente, dalla Fata di ferro ... il Caso è sempre in agguato e chi crede di gabbare, a volte, rimane gabbato.

Il racconto

9

Flora sfornò degli stuzzichini di pasta sfoglia e un’insalatona con i gamberetti, i preferiti della sua figlioccia.
Senza essersi detto nulla i due ragazzi avevano continuato ad indossare solo la parte superiore dei loro vestiti: camicia a quadroni, sportiva, per Marco, maglietta aperta davanti e senza reggiseno per Nicòle. La ragazza inoltre si era lasciato addosso le sue calze nonostante fossero rimaste sfilate, nello scontro precedente.
Aveva cambiate le mutandine, indossandone un paio nere, a perizoma, che le aveva regalato Flora.
La donna invece indossava uno dei suoi camici pieni di colore, completamente sbottonato sul davanti, cosicché si vedeva perfettamente che indossava l’intimo nero, ma senza mutandine.
Con una disinvoltura che suonava grottesca, verso le dieci di sera si ritirarono tutti nella camera da letto di Flora.
La donna adulta fece accomodare nel bagno prima l’una poi l’altro, dei ragazzi, ad entrambi fece personalmente il bidet con l’acqua tiepida, indugiando, forse pregustando, la notte d’amore che li attendeva.
Una volta a letto riposarono. Flora si sistemò in mezzo ai due, ma sotto le lenzuola, pur sonnecchiando, si toccarono.
Molte volte si baciarono in bocca, ogni tanto qualcuno scompariva alla vista sotto le lenzuola.
Dormirono nudi, abbracciati, gustandosi il rapporto, carnale e profondo.
L’atmosfera si riempiva di ora in ora di tensione sempre crescente.
Tra veglia e sonno, Nicòle, non riusciva a non togliersi dalla testa l'idea di Marco nudo, troppo presente per dimenticarsene. Nel pomeriggio, mentre Flora si era impadronita di lui, la giovane non vedeva l’ora di donare la sua verginità a quell’uomo, estraneo, ma eccitante.

Verso le cinque, Marco si svegliò completamente per andare in bagno.
Voleva la ragazza … ora!
Aveva perduto il distacco iniziale. Ora era deciso e aveva voglia di deflorare la giovane, come gli aveva prospettato la sua amante.
Quando tornò presso il lettone, Flora dormiva ancora.
Lui si accostò a Nicòle. Poi la scosse lievemente sulla spalla: - Vieni – le disse senza vergogna – ti voglio! -
Come una schiava, consenziente, che accetta il suo destino, la ragazza scese dal letto e seguì lui che la teneva per mano.
La portò nella camera di fianco, lo studiolo di Flora.
Marco accese una abat-jour coperta di damasco rosso e dorato.
La condusse al centro della stanzetta, facendole cenno di inginocchiarsi.
Volle cominciare così quel nuovo accoppiamento ... segno che ci stava pensando già da un po’.
Nicòle non lo rifiutò, anzi, fu felice di trovarlo abbastanza eccitato per poter poi provare la sensazione di portarlo all’estremo, grazie alla sua nuova abilità.
Quando il giovane cominciò ad accusare la forza del piacere si fermò.
Con le mani la prese per le spalle e cominciò a baciarla con passione:
- Ti voglio … ora! – le sussurrò semplicemente.
Ma la giovane si irrigidì: - No – disse – voglio anche Flora con me … -
- Va bene – accettò. Marco si allontanò e sicuro di quello che sarebbe accaduto chiamò: - Flora? Puoi venire? – la risposta fu immediata, dato che la donna non dormiva, anzi stava attendendo, fremente.
Flora arrivò furtiva ed eccitante come una grossa pantera nera nelle sue calze provocanti.
- La voglio, adesso! – disse Marco, con una veemenza che la donna non gli conosceva.
- E tu … mio piccolo fiore … te la senti? – disse la donna mettendosi di fronte a Nicòle e fissandola negli occhi.
- Io … io credo di si … se tu mi stai vicino. – Nicòle era pronta ed eccitata, ma un po’ tesa, per la paura e la tensione che si era prodotta nella stanza.
Non era un atto spontaneo ... non era l’evoluzione di un amore … quindi nessun coinvolgimento sentimentale e nessuna spontanea donazione di sé, ma solo una calda, potente, eccitazione.
Trovò in sé la nota giusta per far vibrare il suo diapason all’unisono con l’eccitazione mentale degli altri due.
Avrebbero proceduto alla deflorazione di Nicòle meccanicamente, come un atto dovuto e necessario, eppure, questa fredda determinazione, era talmente inebriante da far girare la testa a tutti e tre.
- Andiamo in camera – propose Flora - staremo meglio. -
Accese la luce e fece partire una piccola videocamera posta sul comò di fronte ai piedi del letto: - Vale la pena di immortalare il momento, vi pare? –
Totalmente fiduciosi, i giovani risposero affermativamente. Lo stesso Marco aveva fatto altre volte l’amore con Flora lasciandosi filmare. Ora sapeva che rivedere quelle scene aggiungeva ulteriore piacere ai rapporti successivi e l’emozione non lo inibì, anzi.
Flora fece si che Nicòle si stendesse sul letto, comoda … ginocchia alzate e gambe divaricate:
- Appaga prima me Marco. … - disse Flora, mettendosi, a sua volta a quattro zampe, come una cagnolina. Rivolgeva la faccia verso la natura di Nicòle, era un gesto ben programmato.
Un minuto dopo, Nicòle, sentiva tutte le operazioni che Marco dedicava alla donna, nonostante fosse dietro di lei, nascosto alla vista.  e tutte le bordate che lui le infliggeva. Ogni sussulto, trasmesso dal grande corpo lascivo di Flora, si trasmetteva fino a lei, facendole girare la testa.
Dopo un tempo interminabile, in cui le oscillazioni dei loro corpi avevano cambiato il ritmo più volte, Flora lo bloccò e si allontanò da lui
- Ecco vieni, Marco, Nicòle è pronta per te, adesso – disse seria. Spostandosi di lato, si mise col busto a fianco della pancia piatta dell’altra.
Marco era al settimo cielo: era stato interrotto sul più bello e ora cercava con parossismo una donna, per perpetrare il suo piacere. Fu la stessa Flora a indirizzarlo, con la giusta inclinazione, dentro quel nuovo, virginale, bersaglio.
Il giovane tenendosi con le ginocchia e con le palme delle mani, poteva gestire la discesa nella ragazza, che gli veniva offerta, quasi in sacrificio.
Flora gli impose piccole oscillazioni, e lui, estasiato la lasciò fare senza ribellarsi.
Quando i mugolii di Nicòle divennero sconnessi e parossistici e Flora, saggiandola con le dita, fu certa che fosse al giusto grado di lubrificazione, la matrona divenne un’ossessa …
Sgattaiolò agile alle spalle del maschio e si abbatté su di lui … i grossi seni si appiattirono molli e pesanti sulla sua schiena, con tutto il corpo gli premette sulle natiche virili.
Quella pressione, esercitata all’improvviso, prese Marco alla sprovvista, che cedette al peso notevole di lei. Crollò su Nicòle con violenza inaudita, invadendole il corpo sottile con il suo, di maschio maturo, trivellandola.
A poco valse la resistenza passiva dell’ imene virginale.
Cedette in un solo istante! Lasciando che Marco si impossessasse di lei.
Nicòle urlò per la sorpresa ed il dolore … non poteva credere al gesto selvaggio di Flora.
Ora annaspava in cerca di aria, ma la pressione su di lei non tendeva a diminuire.
Marco fece del suo meglio per non schiacciarle i polmoni e per permetterle di riuscire almeno a respirare … ma di certo non sarebbe mai uscito da quel paradiso di voluttà che gli era stato appena offerto.
Flora al massimo della goduria, per aggiungere parossismo al piacere già intenso, controllò con le dita che tutto fosse avvenuto.
Un attimo dopo, si alzò controvoglia da quel monte di membra avvinghiate, estraniandosi dolorosamente.
Era squassata, anima e corpo, come se fosse stata lei ad essere profanata, senza pietà.
- Approfittane pure, Marco … è tutta tua, adesso … arriva fino in fondo, senza timori. – disse con una voce strana, eccitata ma rabbiosa.
Stava soffrendo come non mai, gelosa: la sua natura di femmina, non le avrebbe mai permesso di godere di Nicòle in quel modo.
Si accasciò ai piedi del letto.
Sedette per terra e, senza enfasi, seguì da vicino tutte le fasi di quell’atto, da lei stessa reso possibile.
Vedere Marco e Nicòle, uniti, stretti in una intimità a lei proibita, la fece sentire sola e inutile.
Tre anni d’amore, di abnegazione, di servitù, distrutti dalla natura delle cose … poteva baciarla fino a farsi sanguinare le labbra … ma mai avrebbe potuto farla godere tanto intensamente come, solo un maschio, poteva fare.
Aveva gli occhi umidi e, improvvisa, in lei montò la rabbia contro quello sconosciuto che adesso stava montando la sua pupilla.
Si pasceva di lei, come un bruto profitta di una vestale.
Ogni tanto si fermava, allora era la piccola Nicòle che si agitava, scalciando lentamente e ruotando il bacino, per andare incontro al suo aguzzino.
I due ragazzi erano soli, nel piacere, lontani da lei … entrambi.
Ora Nicòle, dimentica del dolore provato da poco, si spingeva a favore dell’uomo, emettendo quei suoni che Flora tanto bene conosceva e adorava, quando era vicina al momento decisivo.
Dopo un lunga serie di spasmi incontrollati, Marco si calmò.
Flora aspettava, spiando da dietro, gli ultimi movimenti inconsulti che Marco donava a Nicòle.
Dopo parecchi minuti … tutto finì e i due si ricomposero, prendendo di nuovo consapevolezza della realtà che li circondava.
Flora ritrovò tutta la sua libidine in quell’attimo e volle tutto il piacere per sé.
- Alzati! – ordinò a Nicòle.
E mentre ancora la giovinetta cercava di raccapezzarsi, si precipitò col busto sotto le sue gambe divaricate. Voleva tutto per se ... almeno questo.

10

Quel giorno la Fata di Ferro beveva alla fonte della sua piccola Principessa: un amore liquido, fatto umori caldi.
Con grande maestria, aveva dosato gli ingredienti, nella coppa sacra della sua ancella … ora raccoglieva il frutto delle sue alchimie, bevendo dal calice, il suggello di un patto scabroso.
Incapace di amare col cuore, preferiva accontentarsi di sostituirlo con la voluttà estrema e berne l’erotico liquore.
La domenica fecero festa: più volte danzarono i balli dell’amore e il satiro, invitato alla tregenda, sparse ancora il suo seme virile nelle due sacerdotesse d’Afrodite.

Tre mesi dopo … la Fata, ritornò donna e si accorse, con raccapriccio, che le premure e i calcoli astrali, estrapolati per Alba dalle stelle, avevano agito a discapito della dovuta attenzione per se stessa …
La Fata di Ferro era incinta … suo malgrado.
Dalla sua casa nel bosco mugghiò e sbuffò disperata e infuriata … scacciò la principessa dalla sua vita, per sempre, e nessuno ne sentì mai più parlare.

Epilogo

Senza l'amore, si sa, tutte le cose stridono e alla fine producono attrito.
L' attrito ha la pessima abitudine di attirare l'attenzione, perché produce sforzo, calore e rumore.
L'unico sistema per attutire il rumore è usare il brodo di lacrime, ma produrlo non è sempre facile: spesso sono in tanti a cercare di attutire gli effetti dell'attrito, versando tante lacrime, talvolta all'insaputa l'uno dell'altra.

Sono passati tanti anni, il tempo ha cancellato e sbiadito tanti ricordi … anche il vecchio cartello sul sentiero che porta a una casa abbandonata.
Nonostante gli anni, però, ancora si può leggere l’antica scritta, all’inizio del viale:

“ Qui abita la Fata di Ferro.
Lei ama tutti e nessuno.
Lei sfida la vita, ma la teme.
Quando gioisce … fa male.
Non è una vera Fata,
ma neppure sa essere una vera Strega. ”

FINE

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