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in archivio dal 23 nov 2001

Giovanni Boccaccio

1313, Firenze
1375, Certaldo o Firenze
Segni particolari: Il primo prosatore della tradizione letteraria italiana.
Mi descrivo così: Sono un innovatore, il "papà" degli umanisti, il mio Decameron infatti è ispirato alla nuova concezione antropocentrica dell'universo.

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  • 05 agosto 2011 alle ore 17:44
    Nascosi son gli spirti e l'ombre tolte

    Nascosi son gli spirti e l'ombre tolte
    di fronde agli albuscelli
    dal poco amico inverno e da' suo' nati:
    ma non senza cagion le 'ngiurie molte
    fatte gli son da quelli
    per dargli maggior merti e più onorati.
    Ma s'io ben seguo gli amorosi stati,
    di te è similitudo,
    che con affanno e sudo
    ha' con Amor più tempo conversato.
    Or è tolto l'usato,
    poi che la iddea Pallas t'ha promesso,
    Venus e Mars e Pallas dier concesso!

    Hanti fatto principio grazioso
    senza pigliar lunghezza
    o altro tedio sopra tua procura.
    Ben che i' degno fosse a star nascoso,
    tuo prudenza e bellezza
    a me donato fu farne figura.
    Ma ben ch'a me sia grave tal ventura,
    per non disubbidire
    all'amoroso Sire
    con riverenza acconterò gli onori
    che ciascuna di fuori,
    in disparte, ti fer le dee amiche,
    sì che onoralle possa in tuo rubriche.

    Quella vezzosa dea Venus, sorella
    ch'è del vago Piacere,
    Amor ti porse, nella prima vista,
    nel viso di colei, leggiadra e snella.
    Sempre ti pare avere
    colorata, nel cor, d'amor suo lista:
    ben ch'io conosco in cui sempre s'attrista,
    quando privasti il passo
    col petto sodo e masso,
    facendoli austrar piazinga terra,
    sì che virtù disserra,
    ché, prima ch'ogni onor fatto le sia,
    di tal donna t'ha fatto cortesia.

    Invocar dee, come fervente amico
    delle battaglie, Marte,
    sì come provvedente a più ragione:
    che comprese tuo mente, sì pudico,
    che ti rogò le carte
    di quella armata, senza far quistione:
    non facendo d'alcuno altro menzione,
    ma difinendo, spero,
    che in istato sincero
    ................................
     ................................
    verrai della tua donna per prodezza,
    tra pel suo senno e per l'altrui mattezza.

    Mostrò Pallade alla promessa grazia
    fusse fervente e tosta,
    con l'altre sue compagne, a farti onore.
    Sì come imperial suo veste spazia,
    e suo corona ha posta
    sopra la vaga donna, ch'ha 'l tuo core.
    Po' l'usate ricchezze trasse fore
    dal lor padrone antico,
    ed a te, come amico,
    ligittimolle, e tu il passo largisti
    con vaghi color misti.
    Questa beata dea nudritti a guisa
    che sempre dei portar la sua divisa.

    Dolce canzon, per cui suggetto stato
    son notti e giorni alquanti,
    vanne a colui, per cui mi ti fé servo.
    Te gli offerrai sì come il più onorato,
    e me a' prossimanti
    gli dona come amico col tuo verbo;
    e dì che mi gli serbo
    sì come amico in segreto e 'n palese,
    qual fen le dee, che preson sue difese.

     
  • 05 agosto 2011 alle ore 17:40
    Oh come son talora

    Oh come son talora
    maravigliosi in noi,
    Amor, gl'incendii tuoi!
    Con accorciato crin, succinta in gonna,
    innamorata donna
    seguì del suo fedel l'orme leggiadre
    fra bellicose squadre.
    Ma così gran valore
    nelle donne moderne or non si vede,
    che, s'han maggior bellezza, han minor fede.

     
  • 05 agosto 2011 alle ore 17:38
    Mentre virtù de' bei vostri occhi sente

    Mentre virtù de' bei vostri occhi sente,
    arde ogn'alma gentil d'onesto amore,
    tanto e sì puro è il lor vivo splendore,
    il qual basso desir mai non consente.

    Le voci poi se con l'orecchie intese
    dall'angelica bocca ode uscir fore,
    a voi sola volgendo i sensi e il core,
    tutta d'alti pensier s'empie la mente.

    Ogni vostro atto con mirabil arte
    l'anime lega e rende l'uom felice:
    oh grazia altrui non data in terra mai!

    Ma chi rimira la divina parte
    è fatto cieco al fine, e seco dice:
    "In sole ardente, lasso, m'affissai".

     
  • 05 agosto 2011 alle ore 17:37
    Cresce la fiamma mia pur ch'io vi miri

    Cresce la fiamma mia pur ch'io vi miri,
    o mio bel sol, da cui mia vita pende,
    né luce altra per me fra noi risplende
    tosto ch'avien ch'in voi questi occhi giri.

    E fiano eterni gli alti miei desiri,
    sì come eterno è il ben, ch'il cor m'incende.
    Santo Amor ch'a sì degno obietto intende
    alzar la mente e movere i sospiri.

    Come, dunque, che scemi o per nuova esca
    in me fuoco d'Amor s'accenda mai,
    nel pensier vostro sì gran dubio nacque?

    Torbidi e freddi avrà ben prima i rai
    il sol, che quell'ardor del petto m'esca,
    a cui me stesso consacrar mi piacque.

     
  • 05 agosto 2011 alle ore 17:36
    A dir che siate bella

    A dir che siate bella
    scemo le vostre lode,
    madonna, e mi riprende ognun che m'ode.
    Nome non ci è conforme a quel che sete,
    non so che cosa avete
    più dell'uman, più del divin ancora:
    li capegli d'aurora,
    gli occhi del sole e 'l volto della luna,
    e se bellezza alcuna
    imaginar si può che non si vede,
    chiar si dimostra in voi ch'ogni altra eccede:
    né più bella di voi esser potria
    Beltà s'avesse forma o Leggiadria.

     
  • 15 luglio 2011 alle ore 16:11
    Se bionde trecce, chioma crespa e d'oro

    Se bionde trecce, chioma crespa e d'oro,
    occhi ridenti, splendidi e soavi,
    atti piacevoli e costumi gravi,
    sentito motteggiare, onesto e soro

    parlar in donna, com'in suo tesoro,
    pose natura mai o finser savi:
    tutt'è 'n costei, Amor, in cui le chiavi
    delle mia pene desti e del ristoro.

    Dunque, se io sovente ne sospiro,
    non mi riprenda chi la mia speranza
    non vede posta in premio del martiro.

    Questa li mia pensier urge e avanza
    con gli occhi sua a sì alto desiro,
    che nulla più sentir have 'n possanza.

     
  • 15 luglio 2011 alle ore 16:10
    Candide perle, orientali e nuove

    Candide perle, orientali e nuove,
    sotto vivi rubin chiari e vermigli,
    da' quali un riso angelico si muove
    che sfavillar sotto due neri cigli

    sovente insieme fa Venere e Giove,
    e con vermiglie rose i bianchi gigli
    misti fa il suo colore in ogni dove,
    senza che arte alcuna s'assottigli:

    i capei d'oro e crespi un lume fanno
    sovra la lieta fronte, entr'alla quale
    Amore abbaglia della meraviglia;

    e l'altre parti tutte si confanno
    alle predette, in proporzion eguale,
    di costei ch'i ver angioli simiglia.

     
  • 15 luglio 2011 alle ore 16:08
    Quel dolce canto col qual già Orfeo

    Quel dolce canto col qual già Orfeo
    Cerbero vinse e il nocchier d'Acheronte,
    o quel con ch'Anfion dal duro monte
    tirò li sassi al bel muro dirceo;

    o qual d'intorn'al fonte pegaseo
    cantar più bel color che già la fronte
    s'ornar d'alloro, con le Muse conte
    uomo lodando, o forse alcuno deo:

    sarebbe scarso a commendar costei,
    le cui bellezze assai più che mortali
    e i costumi e le parole sono.

    E io presumo in versi diseguali
    di disegnarle in canto senza suono!
    Vedete se son folli i pensier miei!

     
  • 15 luglio 2011 alle ore 16:07
    Chi non crederrà assai agevolmente

    Chi non crederrà assai agevolmente,
    s'al canto d'Arion venne il delfino
    faccendo sé al suo legno vicino,
    al suo comando presto e ubidiente,

    che, solcando costei il mar sovente
    in breve barca, nel tempo più fino,
    alla voce del suo canto divino
    molti ne venghin desiosamente?

    E quas'a ciò da Nettunno mandati
    circondan quella, e ogni cosa sinestra
    cacciando indrieto, e onde e tempestate.

    O orecchi felici, o cuor beati,
    a' quali è la fortuna tanto destra,
    che d'ascoltarla fatti degni siate!

     
  • 15 luglio 2011 alle ore 16:05
    Su la poppa sedea d'una barchetta

    Su la poppa sedea d'una barchetta,
    che 'l mar segando presta era tirata,
    la donna mia con altre accompagnata,
    cantando or una or altra canzonetta.

    Or questo lito e or quest'isoletta,
    e ora questa e or quella brigata
    di donne visitando, era mirata
    qual discesa dal cielo una angioletta.

    Io, che seguendo lei vedeva farsi
    da tutte parti incontro a rimirarla
    gente, vedea come miracol nuovo.

    Ogni spirito mio in me destarsi
    sentiva, e con amor di commendarla
    sazio non vedea mai il ben ch'io provo.

     
  • 15 luglio 2011 alle ore 16:04
    Non credo il suon tanto soave fosse

    Non credo il suon tanto soave fosse
    che gli occhi d'Argo tutti fé dormire,
    né d'Anfion la citara a udire
    quando li monti a chiuder Tebe mosse,

    né le sirene ancor quando si scosse
    invano Ulisse provido al fuggire,
    né altro, se alcun se ne può dire
    forse più dolce, o di più alte posse:

    quant'una voce ch'io d'un'angioletta
    udi', che lieta i suoi biondi capelli
    cantand'ornava di frond'e di fiori.

    Quindi nel petto entrommi una fiammetta,
    la qual, mirando li sua occhi belli,
    m'accese il cor in più di mill'ardori.

     
  • 15 luglio 2011 alle ore 16:02
    Guidommi Amor, ardendo ancora il sole

    Guidommi Amor, ardendo ancora il sole,
    sopra l'acque di Giulio, in un mirteto,
    e era il mar tranquillo e il ciel quieto,
    quantunque alquanto zefir, come suole,

    movesse agli arbuscei le cime sole:
    quando mi parve udire un canto lieto
    tanto, che simil non fu consueto
    d'udir già mai nelle mortali scuole.

    Per ch'io: "Angela forse, o ninfa, o dea
    canta con seco in questo loco eletto",
    meco diceva, "degli antichi amori".

    Quinci madonna in assai bel ricetto
    del bosco ombroso, in su l'erbe e in su' fiori,
    vidi cantando, e con altre sedea.

     
  • 15 luglio 2011 alle ore 16:00
    Il Cancro ardea, passata la sest'ora

    Il Cancro ardea, passata la sest'ora,
    spirava zefiro e il tempo era bello,
    quieto il mar, e in su' lito di quello,
    in parte dove il sol non era ancora,

    vid'io colei, che 'l ciel di sé innamora,
    e 'n più donne far festa: e l'aureo vello
    le cingea 'l capo in guisa che capello
    del vago nodo non usciva fuora.

    Neptuno, Glauco, Forco e la gran Teti
    dal mar lei riguardavan sì contenti,
    che dir parevon: "Giove, altro non voglio".

    Io, da un ronchio, fissi agli occhi lieti
    sì adoppiati aveva e sentimenti,
    ch'un sasso paravamo io e lo scoglio.

     
  • 15 luglio 2011 alle ore 15:59
    All'ombra di mill'arbori fronzuti

    All'ombra di mill'arbori fronzuti,
    in abito leggiadro e gentilesco,
    con gli occhi vaghi e col cianciar donnesco
    lacci tendea, da lei prima tessuti

    de' suoi biondi capei crespi e soluti
    al vento lieve, in prato verde e fresco,
    una angiolella; a' quai giungeva vesco
    tenace Amor, e ami aspri e acuti.

    Da' quai, chi v'incappava lei mirando,
    invan tentava poi lo svilupparsi,
    tant'era l'artificio che i teneva.

    E io lo so, che me di me fidando
    più che 'l dovere, infra e lacciuoli sparsi
    fui preso da virtù ch'io non vedeva.

     
  • 15 luglio 2011 alle ore 15:52
    Intorn'ad una fonte, in un pratello

    Intorn'ad una fonte, in un pratello
    di verdi erbette pieno e di bei fiori,
    sedean tre angiolette, i loro amori
    forse narrando, e a ciascuna 'l bello

    viso adombrava un verde ramicello
    ch'i capei d'or cingea, al qual di fuori
    e dentro insieme i dua vaghi colori
    avolgeva un suave venticello.

    E dopo alquanto l'una alle due disse
    (com'io udi'): "Deh, se per avventura
    di ciascuna l'amante or qui venisse,

    fuggiremo noi quinci per paura?".
    A cui le due risposer: "Chi fuggisse,
    poco savia saria, con tal ventura!".

     
  • Credesi che la marina da Reggio a Gaeta sia quasi
    la più dilettevole parte d’Italia, nella quale, assai
    presso a Salerno, è una costa sopra ‘l mare
    riguardante, la quale gli abitanti chiamano costa di
    Amalfi, piena di piccole città, di giardini e di fontane
    e d’uomini ricchi e procaccianti in atto di
    mercatanzia, sì come alcuni altri: tra le quali città
    dette n’è una chiamata Ravello, nella quale, come che
    oggi v’abbia di ricchi uomini, ve n’ebbe già uno il
    quale fu ricchissimo, chiamato Landolfo Ruffolo…

     
  • Iscinta e scalza, con le trezze avvolte,
    e d'uno scoglio in altro trapassando,
    conche marine da quelli spiccando,
    giva la donna mia con le altre molte.

    E l'onde, quasi in sé tutte raccolte,
    con picciol moto i bianchi piè bagnando,
    innanzi si spingevan mormorando
    e ritraènsi iterando le volte.

    E se tal volta, forse di bagnarsi
    temendo, i vestimenti in su tirava,
    sì ch'io vedeo più della gamba schiuso,

    oh, quali avria veduto allora farsi,
    chi rimirato avesse dov'io stava,
    gli occhi mia vaghi di mirar più suso!

     
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  • 05 agosto 2011 alle ore 17:30
    Terza giornata - Novella ottava

    Come comincia: Ferondo, mangiata certa polvere, è sotterrato per morto; e dall’abate, che la moglie di lui si gode,tratto della sepoltura è messo in prigione e fattogli credere che egli è in Purgatoro; e poi risuscitato, per suo nutrica un figliuol dell’abate nella moglie di lui generato.

    Venuta la fine della lunga novella d’Emilia, non per ciò dispiaciuta a alcuno per la sua lunghezza, ma da tutti tenuto che brievemente narrata fosse stata avendo rispetto alla quantità e alla varietà de’ casi in essa raccontati, per che la reina, alla Lauretta con un sol cenno mostrato il suo disio, le diè cagione di così cominciare:
    — Carissime donne, a me si para davanti a doversi far raccontare una verità che ha, troppo più che di quello che ella fu, di menzogna sembianza; e quella nella mente m’ha ritornata l’avere udito un per un altro essere stato pianto e sepellito. Dirò adunque come un vivo per morto sepellito fosse, e come poi per risuscitato, e non per vivo, egli stesso e molti altri lui credessero essere della sepoltura uscito, colui di ciò essendo per santo adorato che come colpevole ne dovea più tosto essere condannato.
    Fu adunque in Toscana una badia, e ancora è, posta, sì come noi ne veggiam molte, in luogo non troppo frequentato dagli uomini, nella quale fu fatto abbate un monaco, il quale in ogni cosa era santissimo fuori che nell’opera delle femine: e questo sapeva sì cautamente fare, che quasi niuno, non che il sapesse, ma né suspicava; per che santissimo e giusto era tenuto in ogni cosa. Ora avvenne che, essendosi molto con l’abate dimesticato un ricchissimo villano il quale avea nome Ferondo, uomo materiale e grosso senza modo (né per altro la sua dimestichezza piaceva all’abate, se non per alcune recreazioni le quali talvolta pigliava delle sue simplicità), e in questa dimestichezza s’accorse l’abate Ferondo avere una bellissima donna per moglie, della quale esso sì ferventemente s’innamorò, che a altro non pensava né dì né notte. Ma udendo che, quantunque Ferondo fosse in ogni altra cosa semplice e dissipato, in amare questa sua moglie e guardarla bene era savissimo, quasi se ne disperava. Ma pure, come molto avveduto, recò a tanto Ferondo, che egli insieme con la sua donna a prendere alcun diporto nel giardino della badia venivano alcuna volta: e quivi con loro della beatitudine di vita eterna e di santissime opere di molti uomini e donne passate ragionava modestissimamente loro, tanto che alla donna venne disidero di confessarsi da lui e chiesene la licenzia da Ferondo e ebbela.
    Venuta adunque a confessarsi la donna all’abate con grandissimo piacere di lui e a’ piè postaglisi a sedere, anzi che a dire altro venisse, incominciò: «Messere, se Idio m’avesse dato marito o non me l’avesse dato, forse mi sarebbe agevole co’ vostri ammaestramenti d’entrare nel camino che ragionato n’avete che mena altrui a vita eterna; ma io, considerato chi è Ferondo e la sua stoltizia, mi posso dir vedova, e pur maritata sono, in quanto, vivendo esso, altro marito aver non posso; e egli, così matto come egli è, senza alcuna cagione è sì fuori d’ogni misura geloso di me, che io per questo altro che in tribulazione e in mala ventura con lui viver non posso. Per la qual cosa, prima che io a altra confession venga, quanto più posso umilmente vi priego che sopra questo vi piaccia darmi alcun consiglio, per ciò che, se quinci non comincia la cagione del mio bene potere adoperare, il confessarmi o altro ben fare poco mi gioverà.»
    Questo ragionamento con gran piacere toccò l’animo dell’abate, e parvegli che la fortuna gli avesse al suo maggior disidero aperta la via, e disse: «Figliuola mia, io credo che gran noia sia a una bella e dilicata donna, come voi siete, aver per marito un mentecatto, ma molto maggior la credo essere l’avere un geloso: per che, avendo voi e l’uno e l’altro, agevolmente ciò che della vostra tribulazion dite vi credo. Ma a questo, brievemente parlando, niuno né consiglio né rimedio veggo fuor che uno, il quale è che Ferondo di questa gelosia si guerisca. La medicina da guerillo so io troppo ben fare, pur che a voi dea il cuore di segreto tenere ciò che io vi ragionerò.»
    La donna disse: «Padre mio, di ciò non dubitate, per ciò che io mi lascerei innanzi morire che io cosa dicessi a altrui che voi mi diceste che io non dicessi: ma come si potrà far questo?»
    Rispose l’abate: «Se noi vogliamo che egli guerisca, di necessità convien che egli vada in Purgatorio.»
    «E come» disse la donna «vi potrà egli andar vivendo?»
    Disse l’abate: «Egli convien ch’è’ muoia, e così v’andrà; e quando tanta pena avrà sofferta che egli di questa sua gelosia sarà gastigato, noi con certe orazioni pregheremo Idio che in questa vita il ritorni, e Egli il farà.»
    «Adunque,» disse la donna «debbo io rimaner vedova?»
    «Sì,» rispose l’abate «per un certo tempo, nel quale vi converrà molto ben guardare che voi a alcun non vi lasciate rimaritare, per ciò che Idio l’avrebbe per male, e tornandoci Ferondo vi converrebbe a lui tornare, e sarebbe più geloso che mai.»
    La donna disse: «Pur che egli di questa mala ventura guerisca, ché egli non mi convenea sempre stare in prigione, io son contenta; fate come vi piace.»
    Disse allora l’abate: «E io il farò; ma che guiderdone debbo io aver da voi di così fatto servigio?»
    «Padre mio,» disse la donna «ciò che vi piace, pur che io possa: ma che puote una mia pari, che a un così fatto uomo, come voi siete, sia convenevole?»
    A cui l’abate disse: «Madonna, voi potete non meno adoperar per me che sia quello che io mi metto a far per voi, per ciò che, sì come io mi dispongo a far quello che vostro bene e vostra consolazion dee essere, così voi potete far quello che fia salute e scampo della vita mia.»
    Disse allora la donna: «Se così è, io sono apparecchiata.»
    «Adunque» disse l’abate «mi donerete voi il vostro amore e faretemi contento di voi, per la quale io ardo tutto e mi consumo.»
    La donna, udendo questo, tutta sbigottita rispose: «Oimè, padre mio, che è ciò che voi domandate? Io mi credeva che voi foste un santo: or conviensi egli a’ santi uomini di richieder le donne, che a lor vanno per consiglio, di così fatte cose?»
    A cui l’abate disse: «Anima mia bella, non vi maravigliate, ché per questo la santità non diventa minore, per ciò che ella dimora nell’anima e quello che io vi domando è peccato del corpo. Ma che che si sia, tanta forza ha avuta la vostra vaga bellezza, che amore mi costrigne a così fare; e dicovi che voi della vostra bellezza più che altra donna gloriar vi potete, pensando che ella piaccia a’ santi, che sono usi di vedere quelle del cielo. E oltre a questo, come che io sia abate, io sono uomo come gli altri e, come voi vedete, io non sono ancor vecchio. E non vi dee questo esser grave a dover fare, anzi il dovete disiderare, per ciò che, mentre che Ferondo starà in Purgatoro, io vi darò, faccendovi la notte compagnia, quella consolazione che vi dovrebbe dare egli; né mai di questo persona alcuna s’accorgerà, credendo ciascun di me quello, e più, che voi poco avante ne credavate. Non rifiutate la grazia che Dio vi manda, ché assai sono di quelle che quello disiderano che voi potete avere e avrete, se savia crederete al mio consiglio. Oltre a questo, io ho di belli gioielli e di cari, li quali io non intendo che d’altra persona sieno che vostra. Fate adunque, dolce speranza mia, per me quello che io fo per voi volentieri.»
    La donna teneva il viso basso, né sapeva come negarlo, e il concedergliele non le pareva far bene: per che l’abate, veggendola averlo ascoltato e dare indugio alla risposta, parendogliele avere già mezza convertita, con molte altre parole alle prime continuandosi, avanti che egli ristesse, l’ebbe nel capo messo che questo fosse ben fatto: per che essa vergognosamente disse sé essere apparecchiata a ogni suo comando, ma prima non poter che Ferondo andato fosse in Purgatoro. A cui l’abate contentissimo disse: «E noi faremo che egli v’andrà incontanente; farete pure che domane o l’altro dì egli qua con meco se ne venga a dimorare»; e detto questo, postole celatamente in mano un bellissimo anello, la licenziò. La donna, lieta del dono e attendendo d’aver degli altri, alle compagne tornata maravigliose cose cominciò a raccontare della santità dell’abate e con loro a casa se ne tornò.
    Ivi a pochi dì Ferondo se n’andò alla badia; il quale come l’abate vide, così s’avisò di mandarlo in Purgatoro. E ritrovata una polvere di maravigliosa vertù, la quale nelle parti di Levante avuta avea da un gran prencipe (il quale affermava quella solersi usare per lo Veglio della Montagna quando alcun voleva dormendo mandare nel suo Paradiso o trarlone, e che ella, più e men data, senza alcuna lesione faceva per sì fatta maniera più e men dormire colui che la prendeva, che, mentre la sua vertù durava, non avrebbe mai detto colui in sé aver vita) e di questa tanta presane che a far dormir tre giorni sufficiente fosse, e in un bicchier di vino non ben chiaro ancora nella sua cella, senza avvedersene Ferondo, gliele diè bere: e lui appresso menò nel chiostro e con più altri de’ suoi monaci di lui cominciarono e delle sue sciocchezze a pigliar diletto. Il quale non durò guari che, lavorando la polvere, a costui venne un sonno subito e fiero nella testa, tale che stando ancora in piè s’adormentò e adormentato cadde. L’abate mostrando di turbarsi dell’accidente, fattolo scignere e fatta recare acqua fredda e gittargliele nel viso e molti suoi altri argomenti fatti fare, quasi da alcuna fumosità di stomaco o d’altro che occupato l’avesse gli volesse la smarrita vita e ’l sentimento rivocare, veggendo l’abate e’ monaci che per tutto questo egli non si risentiva, toccandogli il polso e niun sentimento trovandogli, tutti per constante ebbero ch’è’ fosse morto: per che, mandatolo a dire alla moglie e a’ parenti di lui, tutti quivi prestamente vennero; e avendolo la moglie con le sue parenti alquanto pianto, così vestito come era il fece l’abate mettere in uno avello.
    La donna si tornò a casa, e da un piccol fanciullin che di lui aveva disse che non intendeva partirsi giammai; e così rimasasi nella casa il figliuolo e la ricchezza che stata era di Ferondo cominciò a governare.
    L’abate con un monaco bolognese, di cui egli molto si confidava e che quel dì quivi da Bologna era venuto, levatosi la notte, tacitamente Ferondo trassero della sepoltura e lui in una tomba, nella quale alcun lume non si vedea e che per prigione de’ monaci che fallissero era stata fatta, nel portarono; e trattigli i suoi vestimenti, a guisa di monaco vestitolo sopra un fascio di paglia il posero e lasciaronlo stare tanto che egli si risentisse. In questo mezzo il monaco bolognese, dallo abate informato di quello che avesse a fare, senza saperne alcuna altra persona niuna cosa, cominciò a attender che Ferondo si risentisse.
    L’abate il dì seguente con alcun de’ suoi monaci per modo di visitazione se n’andò a casa della donna, la quale di nero vestita e tribolata trovò: e confortatala alquanto pianamente la richiese della promessa. La donna, veggendosi libera e senza lo ’mpaccio di Ferondo o d’altrui, avendogli veduto in dito un altro bello anello, disse che era apparecchiata, e con lui compose che la seguente notte v’andasse. Per che, venuta la notte, l’abate, travestito de’ panni di Ferondo e dal suo monaco accompagnato, v’andò e con lei infino al matutino con grandissimo diletto e piacere si giacque e poi si ritornò alla badia, quel cammino per così fatto servigio faccendo assai sovente. E da alcuni e nell’andate e nel tornare alcuna volta essendo scontrato, fu creduto ch’e’ fosse Ferondo che andasse per quella contrada penitenza faccendo, e poi molte novelle tralla gente grossa della villa contatone, e alla moglie ancora, che ben sapeva ciò che era, più volte fu detto.
    Il monaco bolognese, risentito Ferondo e quivi trovandosi senza sapere dove si fosse, entrato dentro con una voce orribile, con certe verghe in mano, presolo, gli diede una gran battitura.
    Ferondo, piangendo e gridando, non faceva altro che domandare: «Dove sono io?»
    A cui il monaco rispose: «Tu se’ in Purgatoro.»
    «Come?» disse Ferondo «Dunque son io morto?»
    Disse il monaco: «Mai sì »; per che Ferondo se stesso e la sua donna e suo figliuolo cominciò a piagnere, le più nuove cose del mondo dicendo.
    Al quale il monaco portò alquanto da mangiare e da bere; il che veggendo Ferondo disse: «O mangiano i morti?»
    Disse il monaco: «Sì, e questo che io ti reco è ciò che la donna che fu tua mandò stamane alla chiesa a far dir messe per l’anima tua, il che Domenedio vuole che qui rappresentato ti sia.»
    Disse allora Ferondo: «Domine, dalle il buono anno! Io le voleva ben gran bene anzi che io morissi, tanto che io me la teneva tutta notte in braccio e non faceva altro che basciarla e anche faceva altro quando voglia me ne veniva»; e poi, gran voglia avendone, cominciò a mangiare e a bere, e non parendogli il vino troppo buono, disse: «Domine falla trista! ché ella non diede al prete del vino della botte di lungo il muro.»
    Ma poi che mangiato ebbe, il monaco da capo il riprese e con quelle medesime verghe gli diede una gran battitura.
    A cui Ferondo, avendo gridato assai, disse: «Deh, questo perché mi fai tu?»
    Disse il monaco: «Per ciò che così ha comandato Domenedio che ogni dì due volte ti sia fatto.»
    «E per che cagione?» disse Ferondo.
    Disse il monaco: «Perché tu fosti geloso, avendo la miglior donna che fosse nelle tue contrade per moglie.»
    «Oimè» disse Ferondo «tu di’ vero, e la più dolce: ella era più melata che ’l confetto, ma io non sapeva che Domenedio avesse per male che l’uomo fosse geloso, ché io non sarei stato.»
    Disse il monaco: «Di questo ti dovevi tu avvedere mentre eri di là e ammendartene; e se egli avvien che tu mai vi torni, fa che tu abbi sì a mente quello che io ti fo ora, che tu non sii mai più geloso.»
    Disse Ferondo: «O ritornavi mai chi muore?»
    Disse il monaco: «Sì, chi Dio vuole.»
    «Oh!» disse Ferondo «se io vi torno mai, io sarò il migliore marito del mondo; mai non la batterò, mai non le dirò villania, se non del vino che ella ci ha mandato stamane; e anche non ci ha mandato candela niuna, e èmmi convenuto mangiare al buio.»
    Disse il monaco: «Sì fece bene, ma elle arsero alle messe.»
    «Oh!» disse Ferondo «tu dirai vero: e per certo, se io vi torno, io le lascerò fare ciò che ella vorrà. Ma dimmi, chi se’ tu che questo mi fai?»
    Disse il monaco: «Io sono anche morto, e fui di Sardigna; e perché io lodai già molto a un mio signore l’esser geloso, sono stato dannato da Dio a questa pena, che io ti debba dare mangiare e bere e queste battiture infino a tanto che Idio dilibererà altro di te e di me.»
    Disse Ferondo: «Non c’è egli più persona che noi due?»
    Disse il monaco: «Sì, a migliaia, ma tu non gli puoi né vedere né udire se non come essi te.»
    Disse allora Ferondo: «O quanto siam noi di lungi dalle nostre contrade?»
    «Ohioh!» disse il monaco «sèvi di lungi delle miglia più di be’ la cacheremo.»
    «Gnaffé! cotesto è bene assai!» disse Ferondo «e per quello che mi paia, noi dovremmo esser fuor del mondo, tanto ci ha.»
    Ora in così fatti ragionamenti e in simili, con mangiare e con battiture, fu tenuto Ferondo da diece mesi, infra li quali assai sovente l’abate bene avventurosamente visitò la bella donna e con lei si diede il più bel tempo del mondo. Ma, come avvengono le sventure, la donna ingravidò e, prestamente accortasene, il disse all’abate: per che a ammenduni parve che senza alcuno indugio Ferondo fosse da dovere essere di Purgatorio rivocato a vita e che a lei si tornasse, e ella di lui dicesse che gravida fosse.
    L’abate adunque la seguente notte fece con una voce contrafatta chiamar Ferondo nella prigione e dirgli: «Ferondo, confortati, ché a Dio piace che tu torni al mondo; dove tornato, tu avrai un figliuolo della tua donna, il quale farai che tu nomini Benedetto, per ciò che per gli prieghi del tuo santo abate e della tua donna e per amor di san Benedetto ti fa questa grazia.»
    Ferondo, udendo questo, fu forte lieto e disse: «Ben mi piace: Dio gli dea il buono anno a messer Domenedio e all’abate e a san Benedetto e alla moglie mia casciata, melata, dolciata.»
    L’abate, fattogli dare nel vino che egli gli mandava di quella polvere tanta che forse quatro ore il facesse dormire, rimessigli i panni suoi, insieme col monaco suo tacitamente il tornarono nello avello nel quale era stato sepellito. La mattina in sul far del giorno Ferondo si risentì e vide per alcun pertugio dell’avello lume, il quale egli veduto non avea ben diece mesi; per che, parendogli esser vivo, cominciò a gridare «Apritemi, apritemi!» e egli stesso a pontar col capo nel coperchio dello avello sì forte, che ismossolo, per ciò che poca ismovitura aveva, lo ’ncominciava a mandar via, quando i monaci, che detto avean matutino, corson colà e conobbero la voce di Ferondo e viderlo già del monimento uscir fuori: di che spaventati tutti per la novità del fatto cominciarono a fuggire e all’abate n’andarono.
    Il quale, sembianti faccendo di levarsi d’orazione, disse: «Figliuoli, non abbiate paura; prendete la croce e l’acqua santa e appresso di me venite, e veggiam ciò che la potenza di Dio ne vuol mostrare»; e così fece.
    Era Ferondo tutto pallido, come colui che tanto tempo era stato senza vedere il cielo, fuori dello avello uscito; il quale, come vide l’abate, così gli corse a’ piedi e disse: «Padre mio, le vostre orazioni, secondo che revelato mi fu, e quelle di san Benedetto e della mia donna m’hanno delle pene del Purgatoro tratto e tornato in vita; di che io priego Idio che vi dea il buono anno e le buone calendi, oggi e tuttavia.»
    L’abate disse: «Lodata sia la potenza di Dio! Va dunque, figliuolo, poscia che Idio t’ha qui rimandato, e consola la tua donna, la quale sempre, poi che tu di questa vita passasti, è stata in lagrime, e sii da quinci innanzi amico e servidor di Dio.»
    Disse Ferondo: «Messere, egli m’è ben detto così; lasciate far pur me, ché, come io la troverò, così la bascerò, tanto ben le voglio.»
    L’abate, rimase co’ monaci suoi, mostrò d’avere di questa cosa una grande ammirazione e fecene divotamente cantare il Miserere. Ferondo tornò nella sua villa, dove chiunque il vedeva fuggiva, come far si suole delle orribili cose, ma egli richiamandogli affermava sé essere risuscitato. La moglie similmente aveva di lui paura.
    Ma poi che la gente alquanto si fu rassicurata con lui e videro che egli era vivo, domandandolo di molte cose, quasi savio ritornato, a tutti rispondeva e diceva loro novelle dell’anime de’ parenti loro e faceva da se medesimo le più belle favole del mondo de’ fatti del Purgatoro: e in pien popolo raccontò la revelazione statagli fatta per la bocca del Ragnolo Braghiello avanti che risuscitasse. Per la qual cosa in casa con la moglie tornatosi e in possessione rientrato de’ suoi beni, la ’ngravidò al suo parere, e per ventura venne che a convenevole tempo, secondo l’oppinion degli sciocchi che credono la femina nove mesi appunto portare i figliuoli, la donna partorì un figliuol maschio, il quale fu chiamato Benedetto Ferondi.
    La tornata di Ferondo e le sue parole, credendo quasi ogn’uom che risuscitato fosse, acrebbero senza fine la fama della santità dell’abate; e Ferondo, che per la sua gelosia molte battiture ricevute avea, sì come di quella guerito, secondo la promessa dell’abate fatta alla donna, più geloso non fu per innanzi: di che la donna contenta, onestamente, come soleva, con lui si visse, sì veramente che, quando acconciamente poteva, volentieri col santo abate si ritrovava, il quale bene e diligentemente ne’ suoi maggior bisogni servita l’avea. —

     
  • 05 agosto 2011 alle ore 17:25
    Terza giornata - Novella terza

    Come comincia: Sotto spezie di confessione e di purissima conscienza una donna innamorata d’un giovane induce un solenne frate, senza avvedersene egli, a dar modo che il piacer di lei avesse intero effetto.

    Taceva già Pampinea, e l’ardire e la cautela del pallafreniere era da’ più di loro stata lodata e similmente il senno del re, quando la reina, a Filomena voltatasi, le ’mpose il seguitare: per la qual cosa Filomena vezzosamente così incominciò a parlare:
    — Io intendo di raccontarvi una beffa che fu da dovero fatta da una bella donna a uno solenne religioso, tanto più a ogni secolar da piacere, quanto essi, il più stoltissimi e uomini di nuove maniere e costumi, si credono più che gli altri in ogni cosa valere e sapere, dove essi di gran lunga sono da molto meno, sì come quegli che, per viltà d’animo non avendo argomento come gli altri uomini di civanzarsi, si rifuggono dove aver possano da mangiar, come porco. La quale, o piacevoli donne, io racconterò non solamente per seguire l’ordine imposto, ma ancora per farvi accorte che eziandio che i religiosi, a’ quali noi oltre modo credule troppa fede prestiamo, possono essere e sono alcuna volta, non che dagli uomini, ma da alcuna di noi cautamente beffati.
    Nella nostra città, più d’inganni piena che d’amore o di fede, non sono ancora molti anni passati, fu una gentil donna di bellezze ornata e di costumi, d’altezza d’animo e di sottili avvedimenti quanto alcuna altra dalla natura dotata, il cui nome, né ancora alcuno altro che alla presente novella appartenga come che io gli sappia, non intendo di palesare, per ciò che ancora vivon di quegli che per questo si caricherebber di sdegno, dove di ciò sarebbe con risa da trapassare.
    Costei adunque, d’alto legnaggio veggendosi nata e maritata a uno artefice lanaiuolo, per ciò che artefice era non potendo lo sdegno dell’animo porre in terra, per lo quale stimava niuno uomo di bassa condizione, quantunque ricchissimo fosse, esser di gentil donna degno, e veggendo lui ancora con tutte le sue ricchezze da niuna altra cosa essere più avanti che da sapere divisare un mescolato o fare ordire una tela o con una filatrice disputar del filato, propose di non voler de’ suoi abbracciamenti in alcuna maniera se non in quanto negare non gli potesse, ma di volere a sodisfazione di se medesima trovare alcuno il quale più di ciò che il lanaiuolo le paresse che fosse degno. E innamorossi d’uno assai valoroso uomo e di mezza età, tanto che, qual dì nol vedea, non potea la seguente notte senza noia passare; ma il valente uomo, di ciò non accorgendosi, niente ne curava, e ella, che molto cauta era, né per ambasciata di femina né per lettera ardiva di fargliele sentire, temendo de’ pericoli possibili a avvenire.
    E essendosi accorta che costui usava molto con un religioso, il quale, quantunque fosse tondo e grosso uomo, nondimeno per ciò che di santissima vita era quasi da tutti avea di valentissimo frate fama, estimò costui dovere essere ottimo mezzano tra lei e ’l suo amante. E avendo seco pensato che modo tener dovesse, se n’andò a convenevole ora alla chiesa dove egli dimorava e fattosel chiamare disse, quando gli piacesse, da lui si volea confessare.
    Il frate, vedendola e estimandola gentil donna, l’ascoltò volentieri; e essa dopo la confession disse: «Padre mio, a me conviene ricorrere a voi per aiuto e per conseglio di ciò che voi udirete. Io so, come colei che detto ve l’ho, che voi conoscete i miei parenti e ’l mio marito, dal quale io sono più che la vita sua amata, né alcuna cosa disidero che da lui, sì come da ricchissimo uomo e che il può ben fare, io non l’abbia incontanente; per le quali cose io più che me stessa l’amo: e lasciamo stare che io facessi, ma se io pur pensassi cosa niuna che contro al suo onore o piacer fosse, niuna rea femina fu mai del fuoco degna come sare’ io. Ora uno (del quale nel vero io non so il nome ma persona da bene mi pare e, se io non ne sono ingannata, usa molto con voi) bello e grande della persona, vestito di panni bruni assai onesti, forse non avvisandosi che io così fatta intenzione abbia come io ho, pare che m’abbia posto l’assedio; né posso farmi né a uscio né a finestra, né uscir di casa, che egli incontanente non mi si pari innanzi, e maravigliomi io come egli non è ora qui: di che io mi dolgo forte, per ciò che questi così fatti modi fanno sovente senza colpa alle oneste donne acquistar biasimo. Hommi posto in cuore di fargliele alcuna volta dire a’ miei fratelli, ma poscia m’ho pensato che gli uomini fanno alcuna volta l’ambasciate per modo che le risposte seguitan cattive, di che nascon parole e dalle parole si perviene a’ fatti; per che, acciò che male e scandalo non ne nascesse, me ne son taciuta, e dilibera’mi di dirlo più tosto a voi che a altrui, sì perché pare che suo amico siate sì ancora perché a voi sta bene di così fatte cose non che gli amici ma gli strani ripigliare. Per che io vi priego per solo Idio che voi di ciò il dobbiate riprendere e pregare che più questi modi non tenga. Egli ci sono dell’altre donne assai le quali per avventura son disposte a queste cose, e piacerà loro d’esser guatate e vagheggiate da lui, là dove a me è gravissima noia, sì come a colei che in niuno atto ho l’animo disposto a tal materia.» E detto questo, quasi lagrimar volesse, bassò la testa.
    Il santo frate comprese incontanente che di colui dicesse di cui veramente diceva, e commendata molto la donna di questa sua disposizion buona, fermamente credendo quello esser vero che ella diceva, le promise d’operar sì e per tal modo che più da quel cotale non le sarebbe dato noia; e conoscendola ricca molto le lodò l’opera della carità e della limosina, il suo bisogno raccontandole.
    A cui la donna disse: «Io ve ne priego per Dio; e s’egli questo negasse, sicuramente gli dite che io sia stata quella che questo v’abbia detto e siamivene doluta.»
    E quinci, fatta la confessione e presa la penitenza, ricordandosi de’ conforti datile dal frate dell’opera della limosina, empiutagli nascosamente la man di denari, il pregò che messe dicesse per l’anima de’ morti suoi; e dai piè di lui levatasi a casa se ne tornò.
    Al santo frate non dopo molto, sì come usato era, venne il valente uomo; col quale poi che d’una cosa e d’altra ebbero insieme alquanto ragionato, tiratol da parte, per assai cortese modo il riprese dello intendere e del guardare che egli credeva che esso facesse a quella donna, sì come ella gli avea dato a intendere. Il valente uomo si maravigliò, sì come colui che mai guatata non l’avea e radissime volte era usato di passare davanti a casa sua, e cominciò a volersi scusare; ma il frate non lo lasciò dire, ma disse egli: «Or non far vista di maravigliarti né perder parole in negarlo, per ciò che tu non puoi. Io non ho queste cose sapute da’ vicini: ella medesima, forte di te dolendosi, me l’ha dette. E quantunque a te queste ciance omai non ti stean bene, ti dico io di lei cotanto, che, se mai io ne trovai alcuna di queste sciocchezze schifa, ella è dessa; e per ciò, per onor di te e per consolazion di lei, ti priego te ne rimanghi e lascila stare in pace.»
    Il valente uomo, più accorto che santo frate, senza troppo indugio la sagacità della donna comprese, e mostrando alquanto di vergognarsi disse di più non intramettersenea per innanzi; e dal frate partitosi, dalla casa n’andò della donna, la quale sempre attenta stava a una picciola finestretta per doverlo vedere se vi passasse. E vedendol venire, tanto lieta e tanto graziosa gli si mostrò, che egli assai ben poté comprendere sé avere il vero compreso dalle parole del frate; e da quel dì innanzi assai cautamente, con suo piacere e con grandissimo diletto e consolazion della donna, faccendo sembianti che altra faccenda ne fosse cagione, continuò di passar per quella contrada.
    Ma la donna dopo alquanto, già accortasi che ella a costui così piacea come egli a lei, disiderosa di volerlo più accendere e certificare dell’amore che ella gli portava, preso luogo e tempo, al santo frate se ne tornò, e postaglisi nella chiesa a sedere a’ piedi a piagnere incominciò. Il frate, questo vedendo, la domandò pietosamente che novella ella avesse.
    La donna rispose: «Padre mio, le novelle che io ho non sono altre che di quello maladetto da Dio vostro amico, di cui io mi vi ramaricai l’altrieri, per ciò che io credo che egli sia nato per mio grandissimo stimolo e per farmi far cosa, che io non sarò mai lieta né mai ardirò poi di più pormivi a’ piedi.»
    «Come!» disse il frate «non s’è egli rimaso di darti più noia?»
    «Certo no,» disse la donna «anzi, poi che io mi ve ne dolfi, quasi come per un dispetto, avendo forse avuto per male che io mi ve ne sia doluta, per ogni volta che passar vi solea credo poscia vi sia passato sette. E or volesse Idio che il passarvi e il guatarmi gli fosse bastato; ma egli è stato sì ardito e sì sfacciato, che pure ieri mi mandò una femina in casa con sue novelle e con sue frasche, e quasi come se io non avessi delle borse e delle cintole mi mandò una borsa e una cintola: il che io ho avuta e ho sì forte per male, che io credo, se io non avessi guardato al peccato, e poscia per vostro amore, io avrei fatto il diavolo; ma pure mi son rattemperata, né ho voluto fare né dire cosa alcuna che io non vel faccia prima assapere. E oltre a questo, avendo io già renduto indietro la borsa e la cintola alla feminetta che recata l’avea, ché gliele riportasse, e brutto commiato datole, temendo che essa per sé non la tenesse e a lui dicesse che io l’avessi ricevuta, sì come io intendo che elle fanno alcuna volta, la richiamai indietro e piena di stizza gliele tolsi di mano e holla recata a voi, acciò che voi gliele rendiate e gli diciate che io non ho bisogno di sue cose, per ciò che, la mercé di Dio e del marito mio, io ho tante borse e tante cintole che io ve l’afogherei entro. E appresso questo, sì come a padre mi vi scuso che, s’egli di questo non si rimane, io il dirò al marito mio e a’ fratei miei, e avvegnane che può; ché io ho molto più caro che egli riceva villania, se ricevere ne la dee, che io abbia biasimo per lui: frate, bene sta!»
    E detto questo, tuttavia piagnendo forte, si trasse di sotto alla guarnacca una bellissima e ricca borsa con una leggiadra e cara cinturetta e gittolle in grembo al frate; il quale, pienamente credendo ciò che la donna dicea, turbato oltre misura le prese e disse: «Figliuola, se tu di queste cose ti crucci, io non me ne maraviglio né te ne so ripigliare, ma lodo molto che tu in questo seguiti il mio consiglio. Io il ripresi l’altrieri, e egli m’ha male attenuto quello che egli mi promise: per che, tra per quello e per questo che nuovamente fatto ha, io gli credo per sì fatta maniera riscaldar gli orecchi, che egli più briga non ti darà: e tu, con la benedizion di Dio, non ti lasciassi vincere tanto all’ira, che tu a alcun de tuoi il dicessi, ché gli ne potrebbe troppo di mal seguire. Né dubitar che mai, di questo, biasimo ti segua, ché io sarò sempre e dinanzi a Dio e dinanzi agli uomini fermissimo testimonio della tua onestà.»
    La donna fece sembiante di riconfortarsi alquanto e lasciate queste parole, come colei che l’avarizia sua e degli altri conoscea, disse: «Messere, a queste notti mi sono appariti più miei parenti, e parmi che egli sieno in grandissime pene e non dimandino altro che limosina, e spezialmente la mamma mia, la qual mi par sì afflitta e cattivella, che è una pietà a vedere. Credo che ella porti grandissime pene di vedermi in questa tribulazione di questo nemico di Dio; e per ciò vorrei che voi mi diceste per l’anime loro le quaranta messe di san Grigoro e delle vostre orazioni, acciò che Idio gli tragga di quel fuoco pennace»; e così detto gli pose in mano un fiorino.
    Il santo frate lietamente il prese e con buone parole e con molti essempli confermò la divozion di costei: e datale la sua benedizione la lasciò andare. E partita la donna, non accorgendosi che egli era uccellato, mandò per l’amico suo: il quale venuto, e vedendol turbato, incontanente s’avisò che egli avrebbe novelle dalla donna, e aspettò che dir volesse il frate. Il quale, ripetendogli le parole altre volte dettegli e di nuovo ingiuriosamente e crucciato parlandogli, il riprese molto di ciò che detto gli avea la donna che egli doveva aver fatto. Il valente uomo, che ancor non vedea a che il frate riuscir volesse, assai tiepidamente negava sé aver mandata la borsa e la cintura, acciò che al frate non togliesse fede di ciò, se forse data gliele avesse la donna.
    Ma il frate, acceso forte, disse: «Come il puoi tu negare, malvagio uomo? Eccole, ché ella medesima piangendo me l’ha recate: vedi se tu le conosci!»
    Il valente uomo, mostrando di vergognarsi forte, disse: «Mai sì che io le conosco, e confessovi che io feci male e giurovi che, poi che io così la veggio disposta, che mai di questo voi non sentirete più parola.»
    Ora le parole fur molte: alla fine il frate montone diede la borsa e la cintura all’amico suo, e ’l dopo molto averlo ammaestrato e pregato che più a queste cose non attendesse e egli avendogliele promesso, il licenziò. Il valente uomo, lietissimo e della certezza che aver gli parea dell’amor della donna e del bel dono, come dal frate partito fu, in parte n’andò dove cautamente fece alla sua donna vedere che egli avea e l’una e l’altra cosa: di che la donna fu molto contenta e più ancora per ciò che le parea che ’l suo avviso andasse di bene in meglio. E niuna altra cosa aspettando se non che il marito andasse in alcuna parte per dare all’opera compimento, avvenne che per alcuna cagione non molto dopo a questo convenne al marito andare infino a Genova.
    E come egli fu la mattina montato a cavallo e andato via, così la donna n’andò al santo frate e dopo molte querimonie piagnendo gli disse: «Padre mio, or vi dich’io bene che io non posso più sofferire: ma per ciò che l’altrieri io vi promisi di niuna cosa farne che io prima nol vi dicessi, son venuta a iscusarmivi. E acciò che voi crediate che io abbia ragione e di piagnere e di ramaricarmi, io vi voglio dire ciò che il vostro amico, anzi diavolo del Ninferno, mi fece stamane poco innanzi matutino. Io non so qual mala ventura gli si facesse assapere che il marito mio andasse ier mattina a Genova: se non che stamane, all’ora che io v’ho detta, egli entrò in un mio giardino e vennesene su per uno albero alla finestra della camera mia, la qual è sopra ’l giardino. E già aveva la finestra aperta e voleva nella camera entrare, quando io destatami subito mi levai, e aveva cominciato a gridare e avrei gridato, se non che egli, che ancora dentro non era, mi chiese mercé per Dio e per voi, dicendomi chi egli era; laonde io udendolo per amor di voi tacqui, e ignuda come io nacqui corsi e serra’gli la finestra nel viso, e egli nella sua malora credo che se ne andasse, per ciò che poi più nol sentii. Ora, se questa è bella cosa e è da sofferire, vedetelvi voi: io per me non intendo di più comportargliene, anzi ne gli ho io bene per amor di voi sofferte troppe.»
    Il frate, udendo questo, fu il più turbato uomo del mondo e non sapeva che dirsi, se non che più volte la domandò se ella aveva ben conosciuto che egli non fosse stato altri.
    A cui la donna rispose: «Lodato sia Idio, se io non conosco ancor lui da un altro! Io vi dico che fu egli, e perché egli il negasse non gliele credete.»
    Disse allora il frate: «Figliuola, qui non ha altro da dire se non che questo è stato troppo grande ardire e troppo mal fatta cosa, e tu facesti quello che far dovevi di mandarnelo come facesti. Ma io ti voglio pregare, poscia che Idio ti guardò di vergogna, che, come due volte seguito hai il mio consiglio, così ancora questa volta facci, cioè che senza dolertene a alcun tuo parente lasci fare a me, a veder se io posso raffrenare questo diavolo scatenato, che io credeva che fosse un santo: e se io posso tanto fare che io il tolga da questa bestialità, bene sta; e se io non potrò, infino a ora con la mia benedizione ti do la parola che tu ne facci quello che l’animo ti giudica che ben sia fatto.»
    «Ora ecco» disse la donna «per questa volta io non vi voglio turbare né disubidire, ma sì adoperate che egli si guardi di più noiarmi, ché io vi prometto di non tornar più per questa cagione a voi»; e senza più dire, quasi turbata, dal frate si partì.
    Né era appena ancor fuor della chiesa la donna, che il valente uom sopravenne e fu chiamato dal frate; al quale, da parte tiratolo, esso disse la maggior villania che mai a uomo fosse detta, disleale e spergiuro e traditore chiamandolo. Costui, che già due altre volte conosciuto avea che montavano i mordimenti di questo frate, stando attento e con risposte perplesse ingegnandosi di farlo parlare, primieramente disse: «Perché questo cruccio, messere? ho io crocifisso Cristo?»
    A cui il frate rispose: «Vedi svergognato! odi ciò ch’è’ dice! Egli parla né più né meno come se uno anno o due fosser passati e per la lunghezza del tempo avesse le sue tristizie e disonestà dimenticate. Ètti egli da stamane a matutino in qua uscito di mente l’avere altrui ingiuriato? ove fostù stamane poco avanti al giorno?»
    Rispose il valente uomo: «Non so io ove io mi fui: molto tosto ve n’è giunto il messo.»
    «Egli è il vero» disse il frate «che il messo me ne è giunto: io m’aviso che tu ti credesti, per ciò che il marito non c’era che la gentil donna ti dovesse incontanente ricevere in braccio. Hi, meccere: ecco onesto uomo! è divenuto andator di notte, apritor di giardini e salitor d’alberi! Credi tu per improntitudine vincere la santità di questa donna, che le vai alle finestre su per gli alberi la notte? Niuna cosa è al mondo che a lei dispiaccia come fai tu: e tu pur ti vai riprovando! In verità, lasciamo stare che ella te l’abbia in molte cose mostrato, ma tu ti se’ molto bene ammendato per li miei gastigamenti! Ma così ti vo’ dire: ella ha infino a qui, non per amore che ella ti porti ma a instanzia de’ prieghi miei, taciuto di ciò che fatto hai; ma essa non tacerà più: conceduta l’ho la licenzia che, se tu più in cosa alcuna le spiaci, che ella faccia il parer suo. Che farai tu se ella il dice a’ fratelli?»
    Il valente uomo, avendo assai compreso di quello che gli bisognava, come meglio seppe e poté con molte ampie promesse racchetò il frate; e da lui partitosi, come il matutino della seguente notte fu, così egli nel giardino entrato e su per l’albero salito e trovata la finestra aperta se n’entrò nella camera, e come più tosto poté nelle braccia della sua bella donna si mise. La quale, con grandissimo disidero avendolo aspettato, lietamente il ricevette dicendo: «Gran mercé a messer lo frate, che così bene t’insegnò la via da venirci.» E appresso, prendendo l’un dell’altro piacere, ragionando e ridendo molto della semplicità di frate bestia, biasimando i lucignoli e’ pettini e gli scardassi, insieme con gran diletto si sollazzarono.
    E dato ordine a’ lor fatti, sì fecero, che senza aver più a tornare a messer lo frate, molte altre notti con pari letizia insieme si ritrovarono: alle quali io priego Idio per la sua santa misericordia che tosto conduca me e tutte l’anime cristiane che voglia n’hanno. —

     
  • 05 agosto 2011 alle ore 17:15
    Seconda giornata - Novella seconda

    Come comincia: Tre giovani male il loro avere spendono, impoveriscono;de’ quali un nepote con uno abate accontatosi,tornandosi a casa per disperato,lui truova essere la figliuola del re d’Inghilterra,la quale lui per marito prende e de’ suoi zii ogni danno ristora,tornandogli in buono stato.

    Furono con ammirazione ascoltati i casi di Rinaldo d’Asti dalle donne e da’ giovani e la sua divozion commendata e Idio e san Giuliano ringraziati che al suo bisogno maggiore gli avevano prestato soccorso; né fu per ciò, quantunque cotal mezzo di nascoso si dicesse, la donna reputata sciocca che saputo aveva pigliare il bene che Idio a casa l’aveva mandato. E mentre che della buona notte che colei ebbe soghignando si ragionava, Pampinea, che sé allato allato a Filostrato vedea, avvisando, sì come avvenne, che a lei la volta dovesse toccare, in se stessa recatasi quel che dovesse dire cominciò a pensare; e, dopo il comandamento della reina, non meno ardita che lieta così cominciò a parlare:
    — Valorose donne, quanto più si parla de’ fatti della fortuna, tanto più, a chi vuole le sue cose ben riguardare, ne resta a poter dire: e di ciò niuno dee aver maraviglia, se discretamente pensa che tutte le cose, le quali noi scioccamente nostre chiamiamo, sieno nelle sue mani, e per conseguente da lei, secondo il suo occulto giudicio, senza alcuna posa d’uno in altro e d’altro in uno successivamente, senza alcuno conosciuto ordine da noi, esser da lei permutate. Il che, quantunque con piena fede in ogni cosa e tutto il giorno si mostri e ancora in alcune novelle di sopra mostrato sia, nondimeno, piacendo alla nostra reina che sopra ciò si favelli, forse non senza utilità degli ascoltanti aggiugnerò alle dette una mia novella, la quale avviso dovrà piacere.
    Fu già nella nostra città un cavaliere il cui nome fu messer Tebaldo, il quale, secondo che alcuni vogliono, fu de’ Lamberti, e altri affermano lui essere stato degli Agolanti, forse più dal mestier de’ figliuoli di lui poscia fatto, conforme a quello che sempre gli Agolanti hanno fatto e fanno, prendendo argomento che da altro. Ma lasciando stare di quale delle due case si fosse, dico che esso fu ne’ suoi tempi ricchissimo cavaliere, e ebbe tre figliuoli, de’ quali il primo ebbe nome Lamberto, il secondo Tedaldo e il terzo Agolante, già belli e leggiadri giovani, quantunque il maggiore a diciotto anni non aggiugnesse, quando esso messer Tebaldo ricchissimo venne a morte e loro, sì come a legittimi suoi eredi, ogni suo bene e mobile e stabile lasciò. Li quali, veggendosi rimasi ricchissimi e di contanti e di possessioni, senza alcuno altro governo che del loro medesimo piacere, senza alcuno freno o ritegno cominciarono a spendere, tenendo grandissima famiglia e molti e buoni cavalli e cani e uccelli e continuamente corte, donando e armeggiando e faccendo ciò non solamente che a gentili uomini s’appartiene ma ancor quello che nello appetito loro giovanile cadeva di voler fare. Né lungamente fecero cotal vita, che il tesoro lasciato loro dal padre venne meno; e non bastando alle cominciate spese solamente le loro rendite, cominciarono a impegnare e a vendere le possessioni: e oggi l’una e doman l’altra vendendo, appena s’avvidero che quasi al niente venuti furono e aperse loro gli occhi la povertà, li quali la ricchezza aveva tenuti chiusi.
    Per la qual cosa Lamberto, chiamati un giorno gli altri due, disse loro qual fosse l’orrevolezza del padre stata e quanta la loro e quale la loro ricchezza e chente la povertà nella quale per lo disordinato loro spendere eran venuti; e come seppe il meglio, avanti che più della loro miseria apparisse, gli confortò con lui insieme a vendere quel poco che rimaso era loro e andarsene via: e così fecero. E senza commiato chiedere o fare alcuna pompa di Firenze usciti, non si ritennero sì furono in Inghilterra; e quivi, presa in Londra una casetta, faccendo sottilissime spese, agramente cominciarono a prestare a usura; e sì fu in questo loro favorevole la fortuna, che in pochi anni grandissima quantità di denari avanzarono.
    Per la qual cosa con quelli, successivamente or l’uno or l’altro a Firenze tornandosi, gran parte delle loro possessioni ricomperarono e molte dell’altre comperar sopra quelle, e presero moglie; e continuamente in Inghilterra prestando, a attendere a’ fatti loro un giovane lor nepote, che avea nome Allessandro, mandarono, e essi tutti e tre a Firenze, avendo dimenticato a qual partito gli avesse lo sconcio spendere altra volta recati, non obstante che in famiglia tutti venuti fossero, più che mai strabocchevolmente spendeano e erano sommamente creduti da ogni mercatante, e d’ogni gran quantità di denari. Le quali spese alquanti anni aiutò lor sostenere la moneta da Alessandro lor mandata, il quale messo s’era in prestare a baroni sopra castella e altre loro entrate, le quali da gran vantaggio bene gli rispondeano.
    E mentre così i tre fratelli largamente spendeano e mancando denari accattavano, avendo sempre la speranza ferma in Inghilterra, avvenne che, contra l’oppinion d’ogni uomo, nacque in Inghilterra una guerra tra il re e un suo figliuolo; per la quale tutta l’isola si divise, e chi tenea con l’uno e chi con l’altro; per la qual cosa furono tutte le castella de’ baroni tolte a Alessandro, né alcuna altra rendita era che di niente gli rispondesse. E sperandosi che di giorno in giorno tra ’l figliuolo e ’l padre dovesse esser pace, e per conseguente ogni cosa restituita a Alessandro, e merito e capitale, Alessandro dell’isola non si partiva, e i tre fratelli che in Firenze erano in niuna cosa le loro spese grandissime limitavano, ogni giorno più accattando. Ma poi che in più anni niuno effetto seguir si vide alla speranza avuta, li tre fratelli non solamente la credenza perderono ma, volendo coloro che aver doveano esser pagati, furono subitamente presi; e non bastando al pagamento le lor possessioni, per lo rimanente rimasono in prigione, e le lor donne e i figliuoli piccioletti qual se ne andò in contado e qual qua e qual là assai poveramente in arnese, più non sappiendo che aspettar si dovessono se non misera vita sempre.
    Alessandro, il quale in Inghilterra la pace più anni aspettata avea, veggendo che ella non venia e parendogli quivi non meno in dubbio della vita sua che invano dimorare, diliberato di tornarsi in Italia, tutto soletto si mise in cammino. E per ventura di Bruggia uscendo, vide n’usciva similmente uno abate bianco con molti monaci accompagnato e con molta famiglia e con gran salmeria avanti; al quale appresso venieno due cavalieri antichi e parenti del re, co’ quali, sì come con conoscenti, Alessandro accontatosi, da loro in compagnia fu volentieri ricevuto.
    Camminando adunque Alessandro con costoro, dolcemente gli domandò chi fossero i monaci che con tanta famiglia cavalcavano avanti e dove andassono. Al quale l’uno de’ cavalieri rispose: «Questi che avanti cavalca è un giovinetto nostro parente, nuovamente eletto abate d’una delle maggiori badie d’Inghilterra; e per ciò che egli è più giovane che per le leggi non è conceduto a sì fatta dignità, andiam noi con essolui a Roma a impetrare dal Santo Padre che nel difetto della troppo giovane età dispensi con lui, e appresso nella dignità il confermi: ma ciò non si vuol con altrui ragionare.»
    Camminando adunque il novello abate ora avanti e ora appresso alla sua famiglia, sì come noi tutto il giorno veggiamo per cammino avvenir de’ signori, gli venne nel cammino presso di sé veduto Alessandro, il quale era giovane assai, di persona e di viso bellissimo, e, quanto alcuno altro esser potesse, costumato e piacevole e di bella maniera: il quale maravigliosamente nella prima vista gli piacque quanto mai alcuna altra cosa gli fosse piaciuta; e chiamatolo a sé, con lui cominciò piacevolmente a ragionare e domandare chi fosse, donde venisse e dove andasse. Al quale Alessandro ogni suo stato liberamente aperse e sodisfece alla sua domanda, e sé a ogni suo servigio, quantunque poco potesse, offerse. L’abate, udendo il suo ragionare bello e ordinato e più partitamente i suoi costumi considerando, e lui seco estimando, come che il suo mestiere fosse stato servile, esser gentile uomo, più del piacere di lui s’accese; e già pieno di compassion divenuto delle sue sciagure, assai familiarmente il confortò e gli disse che a buona speranza stesse, per ciò che, se valente uom fosse, ancora Idio il riporrebbe là onde la fortuna l’aveva gittato e più a alto: e pregollo che, poi verso Toscana andava, gli piacesse d’essere in sua compagnia, con ciò fosse cosa che esso là similmente andasse. Alessandro gli rendé grazie del conforto e sé a ogni suo comandamento disse esser presto.
    Camminando adunque l’abate, al quale nuove cose si volgean per lo petto del veduto Alessandro, avvenne che dopo più giorni essi pervennero a una villa la quale non era troppo riccamente fornita d’alberghi. E volendo quivi l’abate albergare, Alessandro in casa d’uno oste, il quale assai suo dimestico era, il fece smontare, e fecegli la sua camera fare nel meno disagiato luogo della casa. E quasi già divenuto un siniscalco dell’abate, sì come colui che molto era pratico, come il meglio si poté per la villa allogata tutta la sua famiglia, chi qua e chi là, avendo l’abate cenato e già essendo buona pezza di notte e ogni uomo andato a dormire, Alessandro domandò l’oste là dove esso potesse dormire.
    Al quale l’oste rispose: «In verità io non so: tu vedi che ogni cosa è pieno e puoi veder me e la mia famiglia dormire su per le panche; tuttavia nella camera dell’abate son certi granai a’ quali io ti posso menare e porovvi suso alcun letticello, e quivi, se ti piace, come meglio puoi questa notte ti giaci.»
    A cui Alessandro disse: «Come andrò io nella camera dell’abate, che sai che è piccola e per istrettezza non v’è potuto giacere alcuno de’ suoi monaci? Se io mi fossi di ciò accorto quando le cortine si tesero, io avrei fatto dormire sopra i granai i monaci suoi, e io mi sarei stato dove i monaci dormono.»
    Al quale l’oste disse: «L’opera sta pur così, e tu puoi, se tu vuogli, quivi stare il meglio del mondo. L’abate dorme e se’ cortine son dinanzi: io vi ti porrò chetamente una coltricetta, e dormiviti.»
    Alessandro, veggendo che questo si potea fare senza dare alcuna noia all’abate, vi s’accordò, e quanto più chetamente poté vi s’acconciò. L’abate, il quale non dormiva anzi alli suoi nuovi disii fieramente pensava, udiva ciò che l’oste e Allessandro parlavano e similmente avea sentito dove Allessandro s’era a giacer messo; per che, seco stesso forte contento, cominciò a dire: «Idio ha mandato tempo a’ miei disiri: se io nol prendo, per avventura simile a pezza non mi tornerà.»
    E diliberatosi del tutto di prenderlo, parendogli ogni cosa cheta per l’albergo, con sommessa voce chiamò Alessandro e gli disse che appresso lui si coricasse: il quale, dopo molte disdette spogliatosi, vi si coricò. L’abate, postagli la mano sopra il petto, lo ’ncominciò a toccare non altramenti che sogliano fare le vaghe giovani i loro amanti: di che Alessandro si maravigliò forte e dubitò non forse l’abate, da disonesto amor preso, si movesse a così fattamente toccarlo. La qual dubitazione, o per presunzione o per alcuno atto che Alessandro facesse, subitamente l’abate conobbe e sorrise; e prestamente di dosso una camiscia, ch’avea, cacciatasi, presa la mano d’Allessandro, e quella sopra il petto si pose dicendo: «Alessandro, caccia via il tuo sciocco pensiero, e, cercando qui, conosci quello che io nascondo.» Alessandro, posta la mano sopra il petto dell’abate, trovò due poppelline tonde e sode e dilicate, non altramenti che se d’avorio fosseno state; le quali egli trovate e conosciuto tantosto costei esser femina, senza altro invito aspettare, prestamente abbracciatala la voleva basciare: quando ella gli disse: «Avanti che tu più mi t’avicini, attendi quello che io ti voglio dire. Come tu puoi conoscere, io son femina e non uomo; e pulcella partitami da casa mia, al Papa andava che mi maritasse: o tua ventura o mia sciagura che sia, come l’altro dì ti vidi, sì di te m’accese Amore, che donna non fu mai che tanto amasse uomo. E per questo io ho diliberato di volere te avanti che alcuno altro per marito: dove tu me per moglie non vogli, tantosto di qui ti diparti e nel tuo luogo ritorna.»
    Alessandro, quantunque non la conoscesse, avendo riguardo alla compagnia che ella avea, lei stimò dovere essere nobile e ricca, e bellissima la vedea: per che senza troppo lungo pensiero rispose che, se questo a lei piacea, a lui era molto a grado. Essa allora levatasi a sedere in su il letto, davanti a una tavoletta dove Nostro Signore era effigiato postogli in mano uno anello, gli si fece sposare; e appresso insieme abbracciatisi, con gran piacer di ciascuna delle parti quanto di quella notte restava si sollazzarono. E preso tra loro modo e ordine alli lor fatti, come il giorno venne, Alessandro levatosi e per quindi della camera uscendo donde era entrato, senza sapere alcuno ove la notte dormito si fosse, lieto oltre misura con l’abate e con sua compagnia rientrò in cammino; e dopo molte giornate pervennero a Roma.
    E quivi, poi che alcun dì dimorati furono, l’abate con li due cavalieri e con Alessandro senza più entrarono al Papa; e fatta la debita reverenza così cominciò l’abate a favellare: «Santo Padre, sì come voi meglio che alcuno altro dovete sapere, ciascun che bene e onestamente vuol vivere dee, in quanto può, fuggire ogni cagione la quale a altramenti fare il potesse conducere; il che acciò che io, che onestamente viver disidero, potessi compiutamente fare, nell’abito nel qual mi vedete fuggita segretamente con grandissima parte de’ tesori del re d’Inghilterra mio padre (il quale al re di Scozia vecchissimo signore, essendo io giovane come voi mi vedete, mi voleva per moglie dare), per qui venire, acciò che la vostra Santità mi maritasse, mi misi in via. Né mi fece tanto la vecchiezza del re di Scozia fuggire, quanto la paura di non fare per la fragilità della mia giovanezza, se a lui maritata fossi, cosa che fosse contra le divine leggi e contra l’onore del real sangue del padre mio. E così disposta venendo, Idio, il quale solo ottimamente conosce ciò che fa mestiere a ciascuno, credo per la sua misericordia colui che a Lui piacea che mio marito fosse mi pose avanti agli occhi: e quel fu questo giovane» e mostrò Allessandro «il quale voi qui appresso di me vedete, li cui costumi e il cui valore son degni di qualunque gran donna, quantunque forse la nobiltà del suo sangue non sia così chiara come è la reale. Lui ho adunque preso e lui voglio, né mai alcuno altro n’avrò, che che se ne debba parere al padre mio o a altrui; per che la principal cagione per la quale mi mossi è tolta via, ma piacquemi di fornire il mio cammino sì per visitare li santi luoghi e reverendi, de’ quali questa città è piena, e la vostra Santità, e sì acciò che per voi il contratto matrimonio tra Alessandro e me solamente nella presenza di Dio io facessi aperto nella vostra e per conseguente degli altri uomini. Per che umilmente vi priego che quello che a Dio e a me è piaciuto sia a grado a voi, e la vostra benedizion ne doniate, acciò che con quella, sì come con più certezza del piacere di Colui del quale voi sete vicario, noi possiamo insieme all’onore di Dio e del vostro vivere e ultimamente morire.»
    Maravigliossi Alessandro udendo la moglie esser figliuola del re d’Inghilterra e di mirabile allegrezza occulta fu ripieno: ma più si maravigliarono li due cavalieri e sì si turbarono, che, se in altra parte che davanti al Papa stati fossero, avrebbono a Alessandro e forse alla donna fatta villania. D’altra parte il Papa si maravigliò assai e dello abito della donna e della sua elezione: ma conoscendo che indietro tornare non si potea, le volle del suo priego sodisfare. E primieramente racconsolati i cavalieri li quali turbati conoscea e in buona pace con la donna e con Alessandro rimessigli, diede ordine a quello che da far fosse. E il giorno posto da lui essendo venuto, davanti a tutti i cardinali e dimolti altri gran valenti uomini, li quali invitati a una grandissima festa da lui apparecchiata eran venuti, fece venire la donna realmente vestita, la quale tanto bella e sì piacevol parea che meritamente da tutti era commendata, e simigliantemente Alessandro splendidamente vestito, in apparenza e in costumi non miga giovane che a usura avesse prestato ma più tosto reale, e da’ due cavalieri molto onorato; e quivi da capo fece solennemente le sponsalizie celebrare, e appresso, le nozze belle e magnifiche fatte, con la sua benedizione gli licenziò.
    Piacque a Alessandro e similmente alla donna, di Roma partendosi, di venire a Firenze, dove già la fama aveva la novella recata; e quivi da’ cittadini con sommo onore ricevuti, fece la donna li tre fratelli liberare, avendo prima fatto ogn’uom pagare, e loro e le lor donne rimise nelle loro possessioni. Per la qual cosa con buona grazia di tutti Alessandro con la sua donna, menandone seco Agolante, si partì di Firenze, e a Parigi venuti onorevolmente dal re ricevuti furono.
    Quindi andarono i due cavalieri in Inghilterra e tanto col re adoperarono, che egli le rendé la grazia sua e con grandissima festa lei e ’l suo genero ricevette; il quale egli poco appresso con grandissimo onore fé cavaliere e donogli la contea di Cornovaglia. Il quale fu da tanto e tanto seppe fare, che egli paceficò il figliulo col padre: di che seguì gran bene all’isola, e egli n’acquistò l’amore e la grazia di tutti i paesani, e Agolante ricoverò tutto ciò che aver vi doveano interamente e ricco oltre modo si tornò a Firenze, avendol prima il conte Alessandro cavalier fatto. Il conte poi con la sua donna gloriosamente visse; e, secondo che alcuni voglion dire, tra col suo senno e valore e l’aiuto del suocero egli conquistò poi la Scozia e fiume re coronato. —

     
  • 18 luglio 2011 alle ore 18:33
    Sesta giornata - Novella quarta

    Come comincia: Chichibio, cuoco di Currado Gianfigliazzi, con una presta parola a sua salute l'ira di Currado volge in riso, e sé campa dalla mala ventura minacciatagli da Currado.

    Tacevasi già la Lauretta, e da tutti era stata sommamente commendata la Nonna, quando la reina a Neifile impose che seguitasse; la qual disse.

    Quantunque il pronto ingegno, amorose donne, spesso parole presti e utili e belle, secondo gli accidenti, à dicitori, la fortuna ancora, alcuna volta aiutatrice de' paurosi, sopra la lor lingua subitamente di quelle pone, che mai ad animo riposato per lo dicitor si sarebber sapute trovare; il che io per la mia novella intendo di dimostrarvi.

    Currado Gianfiglia sì come ciascuna di voi e udito e veduto puote avere, sempre della nostra città è stato nobile cittadino, liberale e magnifico, e vita cavalleresca tenendo, continuamente in cani e in uccelli s'è dilettato, le sue opere maggiori al presente lasciando stare. Il quale con un suo falcone avendo un dì presso a Peretola una gru ammazata, trovandola grassa e giovane, quella mandò ad un suo buon cuoco, il quale era chiamato Chichibio, ed era viniziano, e sì gli mandò dicendo che a cena l'arrostisse e governassela bene.

    Chichibio, il quale come riuovo bergolo era così pareva, acconcia la gru, la mise a fuoco e con sollicitudine a cuocerla cominciò. La quale essendo già presso che cotta grandissimo odor venendone, avvenne che una feminetta della contrada, la qual Brunetta era chiamata e di cui Chichibio era forte innamorato, entrò nella cucina; e sentendo l'odor della gru e veggendola, pregò caramente Chichibio che ne le desse una coscia.

    Chichibio le rispose cantando e disse:

    - "Voi non l'avrì da mi, donna Brunetta, voi non l'avrì da mi".

    Di che donna Brunetta essendo un poco turbata, gli disse:

    - In fè di Dio, se tu non la mi dai, tu non avrai mai da me cosa che ti piaccia; - e in brieve le parole furon molte. Alla fine Chichibio, per non crucciar la sua donna, spiccata l'una delle cosce alla gru, gliele diede.

    Essendo poi davanti a Currado e ad alcun suo forestiere messa la gru senza coscia, e Currado maravigliandosene, fece chiamare Chichibio e domandollo che fosse divenuta l'altra coscia della gru. Al quale il vinizian bugiardo subitamente rispose:

    - Signor mio, le gru non hanno se non una coscia e una gamba.

    Currado allora turbato disse:

    - Come diavol non hanno che una coscia e una gamba? Non vid'io mai più gru che questa?

    Chichibio seguitò:

    - Egli è, messer, com'io vi dico; e quando vi piaccia, io il vi farò veder né vivi.

    Currado, per amor dei forestieri che seco aveva, non volle dietro alle parole andare, ma disse:

    - Poi che tu dì di farmelo vedere né vivi, cosa che io mai più non vidi né udii dir che fosse, e io il voglio veder domattina e sarò contento; ma io ti giuro in sul corpo di Cristo, che, se altramenti sarà, che io ti farò conciare in maniera che tu con tuo danno ti ricorderai, sempre che tu ci viverai, del nome mio.

    Finite adunque per quella sera le parole, la mattina seguente come il giorno apparve, Currado, a cui non era per lo dormire l'ira cessata, tutto ancor gonfiato si levò e comandò che i cavalli gli fosser menati; e fatto montar Chichibio sopra un ronzino, verso una fiumana, alla riva della quale sempre soleva in sul far del dì vedersi delle gru, nel menò dicendo:

    - Tosto vedremo chi avrà iersera mentito, o tu o io.

    Chichibio, veggendo che ancora durava l'ira di Currado e che far gli convenia pruova della sua bugia, non sappiendo come poterlasi fare, cavalcava appresso a Currado con la maggior paura del mondo, e volentieri, se potuto avesse, si sarebbe fuggito; ma non potendo, ora innanzi e ora addietro e da lato si riguardava, e ciò che vedeva credeva che gru fossero che stessero in due piedi.

    Ma già vicini al fiume pervenuti, gli venner prima che ad alcun vedute sopra la riva di quello ben dodici gru, le quali tutte in un piè dimoravano, si come quando dormono soglion fare. Per che egli prestamente mostratele a Currado, disse:

    - Assai bene potete, messer, vedere che iersera vi dissi il vero, che le gru non hanno se non una coscia e un piè, se voi riguardate a quelle che colà stanno.

    Currado vedendole disse:

    - Aspettati, che io ti mosterrò che elle n'hanno due; - e fattosi alquanto più a quelle vicino gridò: - Ho ho; - per lo qual grido le gru, mandato l'altro piè giù, tutte dopo alquanti passi cominciarono a fuggire. Laonde Currado rivolto a Chichibio disse:

    - Che ti par, ghiottone? Parti ch'elle n'abbian due?

    Chichibio quasi sbigottito, non sappiendo egli stesso donde si venisse, rispose:

    - Messer sì, ma voi non gridaste - ho ho - a quella di iersera; ché se così gridato aveste, ella avrebbe così l'altra coscia e l'altro piè fuor mandata, come hanno fatto queste.

    A Currado piacque tanto questa risposta, che tutta la sua ira si convertì in festa e riso, e disse:

    - Chichibio, tu hai ragione, ben lo dovea fare.

    Così adunque con la sua pronta e sollazzevol risposta Chichibio cessò la mala ventura e paceficossi col suo signore.

     
  • 18 luglio 2011 alle ore 18:27
    Prima giornata - Novella Seconda

    Come comincia: Abraam giudeo, da Giannotto di Civignì stimolato, va in corte di Roma; e veduta la malvagità de' cherici, torna a Parigi e fassi cristiano.

    La novella di Panfilo fu in parte risa e tutta commendata dalle donne; la quale diligentemente ascoltata e al suo fine essendo venuta, sedendo appresso di lui Neifile, le comandò la reina che, una dicendone, l'ordine dello incominciato sollazzo seguisse. La quale, sì come colei che non meno era di cortesi costumi che di bellezza ornata, lietamente rispose che volentieri, e cominciò in questa guisa.

    Mostrato n'ha Panfilo nel suo novellare la benignità di Dio non guardare a' nostri errori, quando da cosa che per noi veder non si possa procedano; e io nel mio intendo di dimostrarvi quanto questa medesima benignità, sostenendo pazientemente i difetti di coloro li quali d'essa ne deono dare e colle opere e colle parole vera testimonianza, il contrario operando, di se' argomento d'infallibile verità ne dimostri, acciò che quello che noi crediamo con più fermezza d'animo seguitiamo.

    Sì come io, graziose donne, già udii ragionare, in Parigi fu un gran mercatante e buono uomo, il quale fu chiamato Giannotto di Civignì, lealissimo e diritto e di gran traffico d'opera di drapperia; e avea singulare amistà con uno ricchissimo uomo giudeo, chiamato Abraam, il qual similmente mercatante era e diritto e leale uomo assai. La cui dirittura e la cui lealtà veggendo Giannotto, gl'incominciò forte ad increscere che l'anima d'un così valente e savio e buono uomo per difetto di fede andasse a perdizione. E per ciò amichevolmente lo cominciò a pregare che egli lasciasse gli errori della fede giudaica e ritornasse alla verità cristiana, la quale egli poteva vedere, sì come santa e buona, sempre prosperare e aumentarsi; dove la sua, in contrario, diminuirsi e venire al niente poteva discernere.

    Il giudeo rispondeva che niuna ne credeva né santa né buona fuor che la giudaica, e che egli in quella era nato e in quella intendeva e vivere e morire; né cosa sarebbe che mai da ciò il facesse rimuovere. Giannotto non stette per questo che egli, passati alquanti dì, non gli rimovesse simiglianti parole, mostrandogli, così grossamente come il più i mercatanti sanno fare, per quali ragioni la nostra era migliore che la giudaica. E come che il giudeo fosse nella giudaica legge un gran maestro, tuttavia, o l'amicizia grande che con Giannotto avea che il movesse, o forse parole le quali lo Spirito Santo sopra la lingua dell'uomo idiota poneva che sel facessero, al giudeo cominciarono forte a piacere le dimostrazioni di Giannotto; ma pure, ostinato in su la sua credenza, volger non si lasciava.

    Così come egli pertinace dimorava, così Giannotto di sollecitarlo non finava giammai, tanto che il giudeo, da così continua instanzia vinto, disse:

    - Ecco, Giannotto, a te piace che io divenga cristiano, e io sono disposto a farlo, sì veramente che io voglio in prima andare a Roma, e quivi vedere colui il quale tu dì che è vicario di Dio in terra, e considerare i suoi modi e i suoi costumi e similmente dei suoi fratelli cardinali; e se essi mi parranno tali che io possa tra per le tue parole e per quelli comprendere che la vostra fede sia migliore che la mia, come tu ti se' ingegnato di dimostrarmi, io farò quello che detto t'ho; ove così non fosse, io mi rimarrò giudeo come io mi sono.

    Quando Giannotto intese questo, fu in se' stesso oltremodo dolente, tacitamente dicendo:

    - Perduta ho la fatica, la quale ottimamente mi parea avere impiegata, credendomi costui aver convertito; per ciò che, se egli va in corte di Roma e vede la vita scelerata e lorda de' cherici, non che egli di giudeo si faccia cristiano, ma, se egli fosse cristiano fatto, senza fallo giudeo si ritornerebbe. -

    E ad Abraam rivolto disse:

    - Deh, amico mio, perché vuoi tu entrare in questa fatica e così grande spesa, come a te sarà d'andare di qui a Roma? senza che, e per mare e per terra, ad un ricco uomo come tu se', ci è tutto pien di pericoli. Non credi tu trovar qui chi il battesimo ti dea? E, se forse alcuni dubbi hai intorno alla fede che io ti dimostro, dove ha maggiori maestri e più savi uomini in quella, che son qui, da poterti di ciò che tu vorrai o domanderai dichiarire? Per le quali cose al mio parere questa tua andata è di soperchio. Pensa che tali sono là i prelati quali tu gli hai qui potuti vedere e puoi, e tanto ancor migliori quanto essi son più vicini al pastor principale. E perciò questa fatica, per mio consiglio, ti serberai in altra volta ad alcuno perdono, al quale io per avventura ti farò compagnia.

    A cui il giudeo rispose:

    - Io mi credo, Giannotto, che così sia come tu mi favelli, ma, recandoti le molte parole in una, io son del tutto (se tu vuogli che io faccia quello di che tu m'hai cotanto pregato) disposto ad andarvi, e altramenti mai non ne farò nulla.

    Giannotto, vedendo il voler suo, disse:

    - E tu va con buona ventura; - e seco avvisò lui mai non doversi far cristiano, come la corte di Roma veduta avesse; ma pur, niente perdendovi, si stette.

    Il giudeo montò a cavallo e, come più tosto potè, se n'andò in corte di Roma, là dove pervenuto dà suoi giudei fu onorevolmente ricevuto. E quivi dimorando, senza dire ad alcuno per che andato vi fosse, cautamente cominciò a riguardare alle maniere del papa e de' cardinali e degli altri prelati e di tutti i cortigiani; e tra che egli s'accorse, sì come uomo che molto avveduto era, e che egli ancora da alcuno fu informato, egli trovò dal maggiore infino al minore generalmente tutti disonestissimamente peccare in lussuria, e non solo nella naturale, ma ancora nella soddomitica, senza freno alcuno di rimordimento o di vergogna, in tanto che la potenzia delle meretrici e de' garzoni in impetrare qualunque gran cosa non v'era di picciol potere. Oltre a questo, universalmente gulosi, bevitori, ebriachi e più al ventre serventi a guisa d'animali bruti, appresso alla lussuria, che ad altro, gli conobbe apertamente.

    E più avanti guardando, in tanto tutti avari e cupidi di denari gli vide, che parimente l'uman sangue, anzi il cristiano, e le divine cose, chenti che elle si fossero, o a' sacrifici o a' benefici appartenenti, a denari e vendevano e comperavano, maggior mercatantia faccendone e più sensali avendone che a Parigi di drappi o di alcun'altra cosa non erano, avendo alla manifesta simonia " procureria " posto nome, e alla gulosità "sustentazioni ", quasi Iddio, lasciamo stare il significato de' vocaboli, ma la 'ntenzione de' pessimi animi non conoscesse, e a guisa degli uomini a' nomi delle cose si debba lasciare ingannare. Le quali cose, insieme con molte altre le quali da tacer sono, sommamente spiacendo al giudeo, sì come a colui che sobrio e modesto uomo era, parendogli assai aver veduto, propose di tornare a Parigi, e così fece. Al quale, come Giannotto seppe che venuto se n'era, niuna cosa meno sperando che del suo farsi cristiano, se ne venne, e gran festa insieme si fecero; e, poi che riposato si fu alcun giorno, Giannotto il domandò quello che del santo padre e de' cardinali e degli altri cortigiani gli parea.

    Al quale il giudeo prestamente rispose:

    - Parmene male, che Iddio dea a quanti sono; e di coti così che, se io ben seppi considerare, quivi niuna santità, niuna divozione, niuna buona opera o essemplo di vita o d'altro in alcuno che cherico fosse veder mi parve; ma lussuria, avarizia e gulosità, fraude, invidia e superbia e simili cose e piggiori (se piggiori essere possono in alcuno) mi vi parve in tanta grazia di tutti vedere, che io ho più tosto quella per una fucina di diaboliche operazioni che di divine. E per quello che io estimi, con ogni sollecitudine e con ogni ingegno e con ogni arte mi pare che il vostro pastore, e per consequente tutti gli altri, si procaccino di riducere a nulla e di cacciare del mondo la cristiana religione, là dove essi fondamento e sostegno esser dovrebber di quella.

    E per ciò che io veggio non quello avvenire che essi procacciano, ma continuamente la vostra religione aumentarsi e più lucida e più chiara divenire, meritamente mi par di scerner io Spirito Santo esser d'essa, sì come di vera e di santa più che alcun'altra, fondamento e sostegno. Per la qual cosa, dove io rigido e duro stava a' tuoi conforti e non mi volea far cristiano, ora tutto aperto ti dico che io per niuna cosa lascerei di cristian farmi. Andiamo adunque alla chiesa: e quivi, secondo il debito costume della vostra santa fede, mi fa battezzare.

    Giannotto, il quale aspettava dirittamente contraria conclusione a questa, come lui così udì dire fu il più contento uomo che giammai fosse. E a Nostra Dama di Parigi con lui insieme andatosene, richiese i cherici di là entro che ad Abraam dovessero dare il battesimo.

    Li quali, udendo che esso l'addomandava, prestamente il fecero: e Giannotto il levò del sacro fonte e nominollo Giovanni; e appresso a gran valenti uomini il fece compiutamente ammaestrare nella nostra fede la quale egli prestamente apprese, e fu, poi buono e valente uomo e di santa vita.