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in archivio dal 13 mag 2012

Giovanni De Simone

06 giugno 1942, Roccarainola (NA) - Italia
Segni particolari: Nessuno
Mi descrivo così: “Io sono quello che sono, non quello che tu vuoi che io sia, e basta”  Ho insegnato Educazione Fisica in quasi tutte le scuole medie della Valtellina. I miei amori sono le "3P". Poesia, Prosa, Pittura. Ho pubblicato 6 libri di poesie e 1 di racconti. Arte: diverse mostre  in italiia e all'estero

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  • 06 marzo alle ore 15:47
    RELAX

    stormo d’uccelli sul ciliegio

    una nuvola bianca

    si posa sul terreno

    mi sdraio

    sul soffice tappeto

    e sogno ad occhi aperti

     

     
  • 04 marzo alle ore 9:42
    DECISIONE

    Anima mia
    libera il tuo volo
    sul mare del mattino
    il cielo geme spazi azzurri
    ove un gabbiano
    intreccia sentieri di solitudine
    nel suo viaggio d’amore

    Anima mia
    ascolta il richiama del vento
    sale dai flutti azzurri e bruni
    per suonare l’arpa della luce
    sul pentagramma dell’orizzonte

     

     
  • 22 novembre 2016 alle ore 11:34
    AIRONE

    un bianco airone
    con le ali distese
    nella rossa luce del tramonto
    si specchia
    nell'acqua azzurra del lago

    stanco è il suo grido
    e
    in silenzio torna al suo nido
     

     
  • 16 novembre 2016 alle ore 14:28
    Docilità

    Sotto 
    la dura scorza della parole
    petali di rosa rossa
    baciati
    da perle di rugiada
    che il vento dell'amore
    teneramente carezza

     
  • 25 aprile 2016 alle ore 9:30
    FIORI DI LUCE

    il volo degli uccelli
    nell'azzurro infinito
    ha termine e
    comincia la sera

    le stelle si smarriscono nelle nubi
    e
    con la luna piena
    sbocciano  in fiori di luce
    nel silenzio del cuore
    diventato poesia
     

     
  • 03 agosto 2015 alle ore 10:36
    IO NON SONO QUELLO CHE TU VUOI IO SIA

    su spazi di tempo

    con petali di parole

    getto ponti di emozioni

    tra luce e colore

    dove l'anima

    si dispiega come bianca vela

    e strappa il silenzio

    dalla notte dei sentimenti

    ma

    la tua storia

    assopita dall'egoismo

    si è spezzata nella bugia

    e

    l'ottemperanza è svanita:

    non sono sospeso

    in una gabbia

    a raccogliere il tuo volere

    quale pena d'amore

    nel telaio del linguaggio

    cerco un altro nome

    da udire con anima

    libera

     
  • 15 gennaio 2015 alle ore 11:44
    WAKA 65

    solitudine

    il vento accarezza

    le mie lacrime

    il sonno mi abbraccia e

    da voce al silenzio

     

     
  • 02 agosto 2014 alle ore 15:25
    TIMIDO AMORE (Alfabetare)

    Antologie di sorrisi distillati
    Bandiscono un tumulto d’amore
    Che esplode come sole
    Dentro il sole d’agosto
    E brucia l’acqua dei pensieri
    Frugo nella cenere
    Girando e rigirando scorie di parole:
    Ho dato al silenzio il mio nome
    Impaurito e nudo
    Lesinando sul rosso dei boccioli di rosa
    Mi sento ombra sciolta nel giorno
    Noleggiato per ascoltare il cuore
    Orlato di verdi promesse
    Potrei nascondere nel nulla
    Questi elastici che stringono
    Raggi tagliati di luce ma
    Sparso sulle ferite
    Timidamente offerto da pallida mano
    Un pezzo di luna
    Veste d’azzurro l’ora del gallo
    Zuppa di rugiad

     
  • 08 luglio 2014 alle ore 11:21
    MEMORIA

    Nella trama del tempo
    l'immaginazione rompe il passato
    e la passione viene travolta
    dalla pienezza del ricordo
    che
    felice del suo gioco
    circola libero
    quale esigenza di spazio -
    nelle vie tortuose del cuore
    Anche l'amore ha i suoi difetti
    ma il rischio è l'oblio
    Amore
    - maledetta parola -
    in edizione numerata
    non è da prendere sul serio
    Bisogna berlo goccia a goccia
    fino alla fine
    e riciclare la bottiglia vuota

     

     
  • 18 marzo 2014 alle ore 16:26
    EPILOGO

    strade solitarie
    auto ferme
    il verde degli alberi
    muta in rosso slavato
    un'architettura di suoni
    dentro di me
    tu sei nell'altra stanza
    apri la porta
    e prima che
    tu dica qualcosa
    la festa finisce

    uno solo è rimasto
    a leccarsi le ferite            

     
  • 21 febbraio 2014 alle ore 18:57
    Solitudine

    Dall’albero della memoria
    petali bianchi di sogni
    cadono
    in uno scrigno di cristallo.

    Il tempo scivola dall’orologio
    dietro l’ombra della nostalgia

    la pena
    – spaventata –
    accusa la luce
    di fare guerra al silenzio

    stanco
    il pensiero
    annega le parole
    nell’acqua salata della solitudine.

     
  • 30 gennaio 2014 alle ore 11:32
    VECCHIAIA

    4 pareti
    Una tavola una sedia un letto
    Un uomo
    Consuma il lavoro di 70 anni:
    una vita senza sole
    (l’ultimo raggio l’ha gelato l’inverno
    lasciando solo il profumo del pane)
    Una goccia che cade
    la tela di un ragno
    un ciocco che brucia…
    i ricordi
    rivivono nel silenzio della solitudine
    L’alba poi non cambia niente:
    i giorni seriali sono industria del tempo
    dove l’uomo rincorre il suo fantasma
    e distrugge l’uomo
    automatizzandolo x la società del consumo
    E quando non dà + di +
    2 calci ed è servito
    Allora vivere è + difficile che morire.

    (da "Numeri")

     

     
  • 14 dicembre 2013 alle ore 17:05
    FELICE NATALE

    FELICE NATALE

    Fiorisce dicembre

    E muta

    La filigrana dello spirito

    Il canto delle campane

    Così grande e dolce

    Entra nella mistica dei pensieri

    Nell'aria nevosa

    Alberi di stelle sublimano

    Tenere magie di bellezze

    Accendendo di dolcezza

    L'amore sciolto nel cuore

    Esultiamo: arriva la stella cometa

     

     
  • 26 novembre 2013 alle ore 18:04
    Amore/Amicizia

    la notte tace alla luna

    incompresi desideri

    sbiancati dall’arida malinconia

    e annaffia i fiori dei ricordi

    con l’acqua dell’amore

    brevemente.

    il dolore si risveglia

    e squassa il cuore

    profondamente

    l’alba apre la porta dell’anima

    e il vento dell’amicizia

    spazza via

    la polvere della solitudine

    ora

    posso anche sorridere.

     

     
  • 24 settembre 2013 alle ore 18:17
    UNA CANZONE PER DIRTI TUTTO

    C

     
  • 17 settembre 2013 alle ore 11:37
    IL FANTASMA DELL'AMORE

    di giorno

    giochi con i desideri

    e ti beffi dei sentimenti

    ma

    nel silenzio della notte

    quale fantasma

    vieni

    ascolti il pianto dell'anima

    mi fissi con dolci occhi

    e asciughi le mie lacrime

    con infuocate labbra

    all'alba

    il tocco delle tue mani

    e il profumo dei tuoi respiri

    svanisce

    e

    tutto torna come prima

     

     
  • 09 settembre 2013 alle ore 10:35
    ULIVO CADUTO

    impotente

    l'ulivo alza al cielo

    vuoto

    le sue braccia nodose:

    nel duro cuore

    folgorato

    il tempo

    aveva nascosto ulteriori sospiri

    a lungo trattenuti nelle fragile mani

    la luce di un solare vento

    asciuga le ultime gocce

    che indugiano sulle tremule foglie

    intorno

    il silenzio esala

    odore di parole bruciate

    perché l'amore

    cerca ancora l'amore?

     
  • 28 agosto 2013 alle ore 12:23
    AMORE NON RINUNCIARE ALL'AMORE

    Echeggia nel buio

    un triste canto d’amore:

    dietro i sorrisi

    hai creato una barriera di timori

    e hai gettato ombre

    sul prato della speranza

    Col pennello della notte

    dipingo sogni

    con ali di farfalle

    sulla tela del giorno

    ma

    l’acqua dell’amarezza li cancella

    e lascia evanescenti curve di mistero

    che nascondono la rinuncia, la tua rinuncia.

    Rinunciare? No amore, no.

    Non chiudere la porta ai sentimenti:

    la rinuncia non è liberazione

    Dai voce al tuo cuore

    e lasciagli stendere le ali come uccello felice

    che intreccia i suoi voli nell’azzurro.

    Nascerà un nuovo giorno

    e alla sua luce e alla sua gioia

    matureranno i frutti dell’amore.

    In silenzio li divideremo

    nel dolce profumo dei fiordalisi

    ascoltando il canto del fiume.

     

     
  • 10 luglio 2013 alle ore 10:28
    Memoria

    Nella trama del tempo
    l'immaginazione rompe il passato
    e la passione viene travolta
    dalla pienezza del ricordo
    che
    felice del suo gioco
    circola libero
    - quale esigenza di spazio -
    nelle vie tortuose del cuore
    Anche l'amore ha i suoi difetti
    ma il rischio è l'oblio
    Amore
    - maledetta parola -
    in edizione numerata
    non è da prendere sul serio
    Bisogna berlo goccia a goccia
    fino alla fine
    e riciclare la bottiglia vuota

     
  • 20 giugno 2013 alle ore 10:00
    WAKA 24

    dipingo sassi
    levigati dal mare
    sul cuore stanco
    una lacrima tra perle
    intona canti d'addio

     
  • 12 giugno 2013 alle ore 15:53
    Irrisolutezza

    e’ inutile patire
    ogni giorno
    coaguli di parole
    nell’orizzonte chiuso del desiderio
    il passo del tempo
    diventa più corto
    e i sospiri più lunghi

    liberare il pensiero
    dove l’acqua 
    incontra in cielo
    dunque.

     
  • 05 giugno 2013 alle ore 9:41
    E' sera

    è sera
    sazio del giorno
    solitario
    riposo
    nel silenzio del cielo
    I pensieri
    -stanchi-
    lentamente
    si staccano dai ricordi
    e giacciono inerti
    su sentieri lunari

    Una stella
    m’invita a spaziare…
    perdutamente
    - uccello impagliato-
    scivolo
    lungo il pendio dell’ombra.

     
  • 24 maggio 2013 alle ore 11:33
    C'E' SEMPRE NA VIA

    in città
    c'è sempre una via
    con
    6 case vecchie
    6 case nuove
    3 palazzi in costruzione
    26 tragedie popolari
    3 famiglie felici
    12 famiglie borghesi
    9 marocchini
    3 rumeni
    24 disoccupati
    18 in cassa integrazione
    6 pensionati
    3 prostitute
    3 bislacchi
    3 gay

    in questa via c'è  sempre
    1 pezzo da 90

    (da "Numeri")

     
  • 09 maggio 2013 alle ore 15:46
    Haiku 6

    ciliegi in fiore
    pioggia primaverile:
    piange la notte

     
  • 18 aprile 2013 alle ore 14:32
    POLITICA

    La camicia politica
    stesa la sole ad asciugare
    piange lacrime sporche
    e non basta la luce delle promesse
    a cambiare gli orli sfilacciati
    in ragnatele d’oro

     
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  • 08 luglio 2014 alle ore 11:32
    Xelenia

    Come comincia: Xelenia attendi, sempre.
    La luna, entrata dalla finestra, riscalda la sua pelle fredda sul tuo cuore che brucia.
    Xelenia duole la cicatrice del giorno vuoto che con la sua luce di solitudine segue le orme dei tuoi baci. Baci rimasti muti sulle labbra di quel rosso giacinto che mani di pietra ti portarono al calare della sera.
    E venne così la notte cieca simile ad un deserto gemente dove la tua tristezza, ancora oggi, vaga alla ricerca dell'acqua - gioia dell'arsura e specchio dell'amore -.
    La notte, quella notte, aveva un nome sulle labbra: Aifam. - un grido soffocato dietro muraglie di debolezze e di paure -. Aifam. Tu lo gridasti quel nome ma lo gridasti al contrario e come interrogativo alla terra sordomuta.
    E' la terra, la terra stessa che definisce il rapporto tra uomo e cultura. E' terra dura quella che tu hai scelto d'amare per amore. Terra dura che lacrime silenziose hanno reso fango nel quale la vita affonda i piedi e non riesce più ad alzarli. E tu, Xelenia vieni da oltre il mare e non hai capito che qui l'amore è silenzio.
    E non puoi volare con le penne di metallo per cercare la verità che si legge nei libri.
    Non t'interessa! Vuoi scagliare la tua lingua come pietre contro palazzi di cemento armato. “Avranno almeno un fragile vetro che si frantumerà”. Dici.
    Vuoi sapere e far sapere, conoscere e far conoscere.
    “Amicizia non è stringere la mano”. Dici.
    Ormai sei arido ulivo, pietra bruciata.
    “Uccidermi non possono perché sono già morta”. Dici. Sei morta con il tuo Xavier (Saverio).
    I tuoi sospiri d'amore sono brividi di vento freddo che spirano nell'inverno del tuo cuore. La tua primavera è finita, per sempre. Eppure sei ancora giovane e bella.
    “E' relativo”. Dici.
    E attendi. Attendi di veder cadere chi scala il pizzo dell'ambizione al denaro facile, della violenza e del crimine.
    La violenza è violenza, il crimine è crimine e non possono trovare giustificazioni sociologiche e psicologiche quali: diversità di cultura, diversità di valori, disagi, emarginazioni, fragilità, sradicamento, povertà … ecc. !
    Arrogarsi il diritto della vita altrui è follia e crudeltà all'infinito.
    “La ferita che lascia tale morte è palese e inguaribile”. Dici.
    Dici bene, Xelenia.

     

     
  • 18 marzo 2014 alle ore 16:17
    Fermata Fortuna

    Come comincia: Fermata Fortuna. Facoltativa. Aspetta, dimentico del tempo. Fra le labbra spente, un nome, una storia sbiadita… Non si fa vedere. Solo il dolore sale dalla porta anteriore aperta come periscopio. La solita smorfia gli s’incolla sul viso.
    La rosa rossa profumerà, come le altre, la bocca del piccolo cimitero dei rifiuti dietro l’hopital che avvolge, ormai, il suo cordone ombelicale e bagna la sua retina di nervi disseccata dall’angoscia. Il giorno chiude e riapre, sempre uguale.
    La notte si nutre di disperazione, aggrotta arrabbiata le sopracciglia raggrinzite e disdegna la misericordia della blanda luna. Sulla riva del sogno non è bene accolto nemmeno il sorriso.
    Frana il silenzio. Nel microcosmo dell’ultima goccia estremi pensieri in vitro si ingarbugliano nella spirale del vuoto dove il sentimento della speranza
    (forte da sentire), soavemente leggero, si accomuna col sospeso stupore per la vita. Dietro lo specchio insetti iniqui tendono agguati passionali in un fondo senza appigli. Federico ci cade con pesante passione. La corda di sangue che aveva legato al chiodo rovente dell’amore, si è bruciata e la comprensione ghiaccia gradualmente sotto la cenere sepolcrale dell’addio.
    Nella mestizia dei giorni la fermata Fortuna è diventata obbligatoria nonostante egli
    vede,anche di giorno, ciò che in sogno ha paura di vedere. Con mani scorticate continua ad impastare residui di felicità che ha conosciuto quando lei, metropolitana abitudinaria, salì, per la prima volta, sul vecchio tramvai alla fermata…
    La storia che il tempo scrisse con il sole, l’acqua e il vento, sono la fotocopia di tante altre.
    Di tutti i colori rimasti solo il verde non è sbiadito.

     
  • 21 febbraio 2014 alle ore 18:51
    Droga

    Come comincia: Basta. Sovente le azioni umane, dietro muri tremendi, vengono a testimoniare la loro gravezza, il loro peso, la loro leggerezza.
    E’ opportuno rilevare il profilo di un’anima che esprime il senso del tempo.
    Il tempo che passa e che non ha età.
    Ecco il giorno che segue la notte. Lui (quello che tu conosci molto bene) se ne sta in una delle sue tante case dalle quali fugge per fuggire la solitudine e la paura. Scruta dalla finestra gli altri e pensa… E l’anima saccheggia il cafarnao dei sentimenti. La capacità di meditazione cade negli spazi vuoti della fantasia dove l’indifferenza buca una nuvola creativa e spezza le dolci ali dell’amore.
    Difficile farsene poi una ragione tanto che, forse, una ragione non c’è.
    Giorni terribili. Arrivasse almeno una parola, qualcosa, qualcuno che induce a minimizzare la situazione. Niente. Nessuno. Dal torcersi le mani non se ne spreme nulla. Occasioni per sfogarsi non gli si presentano, né li cerca. La pietra diventa sempre più pesante. Sostanze euforizzanti danno un diverso coraggio. Un coraggio che sa di niente. Impotenza a fermare ciò che fugge. La mente si fa debole e la conoscenza si allontana sempre più dalla verità. Il carico di promesse diventa ansia fissata ad un’esistenza incompiuta con una catena così forte da non poter essere spezzata. Si mette a cantare un motivo popolare che nessuno ascolta. Giorno dopo giorno, ora dopo ora le parole si annodano alle note. All’improvviso… Mio Dio, che cosa ha fatto? L’azzurro degli occhi si accende di rosso… era un bravo ragazzo. Era un ragazzo sensibile. Era…

    Egli è ancora qui con noi.

    Ricordi ?… C’è poca, pochissima luce! Si fa buio. Buio profondo negli angoli della memoria.

    E’ la pura verità.

     

     
  • 28 gennaio 2014 alle ore 12:10
    Rappresentazione

    Come comincia: Cavoli. La sera del debutto il giovane, alto e magrissimo, sedeva al centro del palco. Per nulla emozionato. Incosciente ed arrogante. Guardava un punto bianco che copriva, come una pezza male tagliata, la parete grigia della sua verità.
    Uscito per tempo aveva preso il vento buono per le corna, ma non aveva potuto legarlo perché non aveva un laccio. Come re di un perduto reame aveva costeggiato tutti i fiori della strada, le case, il castello, il fiume, l’aria, la luce…
    Tutto aveva costeggiato correndo sul filo della speranza senza trovare il filo.
    Un filo, anche sottilissimo. Di qualsiasi genere.
    Corse allora sul filo dell’intelligenza, senza incespicare. Si fermò in riva al mare e abbracciò la luna dilatata in un cielo di cristallo. Si rotolò con lei sulla sabbia ascoltando una musica che non aveva mai sentito. Amò i suoi mille volti con amore, oltre l’amore.
    Finalmente si addormentò stanco fra le sue braccia. Nel buio completo vide una folla di gente sconosciuta scorrere come una fiumana.
    Si accostò a questa folla e guardò le loro facce. Bianche, nere, rosse, gialle. Allegre, tristi, sveglie, assonnate, stanche. Interessanti, insignificanti. Facce, facce, facce… ovunque facce. All’improvviso la folla si fermò e fu un continuo scambio frenetico di facce e di … parole. Sì parole, senza suono e senza significato. Lontano da questa babele, sopra uno schermo gigante, la piccola ombra di un bambino inginocchiato raccoglieva una rosa dal fango.
    Il giorno arrivò piangendo in un tassì sgangherato.

    Rappresentazione molto apprezzata. Il successo sale sulla limousine bianca per entrare nella quotidianità trasformista.
    E con ciò?

     

     
  • 26 novembre 2013 alle ore 18:24
    il grande amore

    Come comincia: Precipitava. La pietra leggera precipitava nel fuoco che bruciava l’amore che non gli apparteneva.
    Aveva visto il suo futuro in uno specchio: le avrebbe tagliato la gola per il suo continuo rinfacciargli le colpe. Era logico, naturale, che l’acqua delle sue promesse non riuscisse a trattenere i desideri latenti: libertà e amore. Il grande Amore dei suoi sogni.
    “Mi lascerà presto”. Aveva fiutato il dubbio in un universo che ormai aveva assunto un aspetto manifesto: era una pietra fredda, una pietra che cercava di riscaldare con tutta la sua ardente passione. Invano.
    Sapeva che era cambiata, e il vento che era sorto dall’indifferenza calpestava i suoi sentimenti: aveva cominciato a fare l’opposto di ciò che diceva, ignorando le leggi che regolano i rapporti umani.
    Cominciò a gridarle il dolore che gli palpava le ossa, l’aprirsi del giallo e del nero nell’intimo del cuore.
    Le regalava lacrime cucite su foglie e boccioli di rose d’oro; le regalava sospiri cesellati su onde marine, sussurri e dolci parole scritte su raggi di luce.
    Ahimè, le sue mani erano sempre vuote e senza calore. Le sue parole erano secche, indifferenti e silenziose. Di un silenzio lento, morbido e terrificante. Lui continuava generosamente a dare, a dare, sempre a dare. Speranza e disperazione, disperazione e speranza erano ormai le uniche compagne della sofferenza di Pietro.
    Il tradimento gli fu palese quando Lei incominciò a masticare le parole di scusa per le frequenti assenze. Anche i pensieri più dolci non erano immuni dal sospetto.
    Nulla e niente modificava la situazione creatasi e la corda troppo tesa cominciava a sfilacciarsi. Aveva deciso. Sicuro. Inutile aspettare il ritorno del figliol prodigo.
    Un sorriso metallico gli si stampò sulla bocca: desiderava disegnarle un fiore rosso sul petto. Meglio, forse, una collana rosso rubino. Le donava di più.
    Pietro usò un pennello da cucina mentre lei alzava le braccia alla finestra per sollevare
    le tende e salutare il suo nuovo desiderio.
    Pietro le regalò sia il fiore che la collana.

     

     
  • 06 novembre 2013 alle ore 17:35
    Attesa

    Come comincia: Il giorno dopo, Carole fu meravigliata di svegliarsi in una stanza sconosciuta.
    Il sole filtrava da dietro le tende. I vestiti in disordine sulla sedia e la valigia le ricordarono subito gli avvenimenti della sera prima.
    Aveva viaggiato per 36 ore ed era arrivata stanchissima alla stazione dov’era ad attenderla un lontano cugino che aveva visto solo in foto.
    Lui l’aveva subito riconosciuta. Lei invece ebbe qualche titubanza dovuta forse anche alla stanchezza, ma dovette riconoscere a se stessa che era un “gran figo”.
    - Ciao, sono Dario. Hai fatto un buon viaggio?
    - Ciao, sono Carole. Il viaggio? Uno schifo.
    Lui la liberò dalla valigia e le offrì una rosa dicendole: pazienta ancora un pò, mezz’ora d’auto e saremo a casa.
    Carole rimase stupita per la rosa, ma lo guardò con riconoscenza.
    - Grazie. Un gesto veramente gentile. Esistono ancora i gentiluomini.
    Il viaggio in auto si rivelò purtroppo molto più lungo del previsto: la nebbia e un incidente costrinsero Dario ad una deviazione che fece aumentare il tempo di circa 40 minuti.
    La conversazione in auto si limitò alla solita generalità e alla richiesta di Dario di fermarsi ad un ristorante per “far eseguire un po’ di ginnastica ai denti”.
    - Grazie Dario, ma preferirei continuare il viaggio. Ho assoluto bisogno di fare una doccia eandare a letto perché sono stanca morta.
    - OK Carole.
    Le palpebre di Carole erano diventate pesanti e cominciavano a chiudersi quando la voce di Dario le annunciò la fine del viaggio.
    Il cancello della villetta si aprì; entrarono in garage e da questo negli appartamenti.
    Carole accettò solo un succo di frutta. Rimandarono all’indomani la discussione sulla presenza e i sui suoi compiti. Carole ringraziò, augurò la buona notte e dopo la doccia si tuffò nelle braccia di Morfeo.
    Si alzò prontamente, procedette alla toilette che fece con più cura del consueto e, con più civetteria (perché?!). Poi scostò le tende ed aprì la porta finestra che immetteva su un piccolo terrazzo. Il sole inondò la stanza. Notò che questa era arredata con gusto. Disfece la valigia e mise in ordine la sua
    roba. Fece il letto come da abitudine. Aprì la porta e s’incamminò nel corridoio che portava in soggiorno. Dario era seduto sulla poltrona e leggeva il giornale. Non appena la vide, il suo viso s’illuminò di un sorriso.
    - Buongiorno Carole. Dormito bene?
    - Buongiorno Dario. Come un ghiro. E’ tardi vero?
    - Ma no!. Sono io che mi alzo presto. Facciamo colazione?
    - Volentieri.
    Si recarono in cucina. Dario presentò Maria, sua tata, come il deus ex machine della casa. Le due donne si piacquero a prima vista. a prima vista. Dopo un’abbondante colazione Dario e Carole si recarono nello studio per definire le competenze di questa ultima e per poi andare a conoscere la padrona di casa: la mamma ammalata di Dario.
    Il giovanotto venne subito al quid: compito principale di Carole doveva essere quello di occuparsi della mamma. Doveva farle compagnia e provvedere che ogni sua necessità fosse espletata tempestivamente dagli addetti, e nel miglior dei modi. Doveva inoltre, in sua assenza, fungere da segretaria e gestire la casa con l’aiuto di Maria. Nella gestione erano comprese le sue attività e il suo tempo libero. Oltre al vitto e l’alloggio per il salario poteva decidere lei.
    Una stretta di mano sigillò il loro accordo.
    La camera dell’ammalata era poco distante dalla stanza di Carole. Dario bussò, entrò, salutò la mamma, le diede un bacio e le presentò Carole.
    Un viso pallido dove la sofferenza aveva segnato la sua battaglia, e la ragione e la ricchezza d’animo avevano steso un dolce velo d’accettazione; fu questo che apparve alla ragazza: una situazione che aveva già conosciuto e vissuto.
    Il ricordo della mamma l’assalì con tutta la sua forza. Un nodo le serrò la gola e le parole ruzzolarono a fatica dalle sue labbra.
    Luigia, la madre di Dario, notò subito lo stato d’animo di Carole e la rasserenò con parole dolci e con una carezza affettuosa. Le chiese poi un bacio. Carole non riuscì più a trattenersi per la commozione e pianse.
    Il tenero quadretto toccò il cuore di Dario che con una scusa lasciò sole le due donne.
    Col trascorrere dei giorni l’affetto strinse sempre di più la sua corda tanto che Luigia e Carole divennero la simbiosi dell’amore familiare.
    La felicità aveva trovato finalmente dimora nel cuore di quella ragazza che la vita aveva sottoposto a durissime prove e a difficili esami. Ora era tutto OK e non chiedeva altro, ma la dea bendata volle regalarle anche la cosa più bella e più dolce della vita: l’amore.
    Il fiore sbocciò timidamente e, con lentezza e con grazia divenne frutto: Dario, quando era all’estero per il suo lavoro di giornalista, le telefonava spesso; al rientro aveva sempre un presente per lei. La portava poi a cena, a teatro, a qualsiasi manifestazione importante e la colmava di gentilezze e di attenzioni. Fra loro vi fu un’unione d’intenti e di condivisione che fece nascere un reciproco affetto tenero e sincero e li portò a prodigarsi l’uno per l’altro.
    Dubbi, incomprensioni e conflitti (cose normalissime) furono solo fugaci ombre che scomparivano al primo raggio di luce di un sorriso.
    Testimone del loro primo bacio fu la vecchia e romantica luna. Erano seduti sulla panchina del viale alberato della collina che degradava verso la piana e spogliandosi s’inoltrava verso la sabbia bianca dell’azzurro mare. Tra loro era sceso il silenzio gonfio di passione e di desiderio. I loro occhi s’incontrarono ed entrambi vi lessero la parola AMORE a caratteri cubitali. Il profumo delle rose e dei gelsomini, con tutta la loro fragranza, si posò sulle loro labbra.
    Le parole tenere, dolci, belle, vibranti di poesia, erano nel loro abbraccio, nel loro sguardo, nel silenzio e nell’ambiente che li circondava.
    La vecchia e dimenticata luna incontrò gli sguardi dei due innamorati e sorrise felice scoprendo i suoi denti gialli: “Allora c’è ancora qualche romantico” disse alle stelle con enfasi.
    La buona novella fu per Luigia un toccasana. La malattia che la costringeva a stare a letto sembrò regredire, di pochino pochino ma era regredita.
    Madre e figlia, erano oramai diventate tali, attendevano con ansia e trepidazione il ritorno di Dario, quando questi era inviato dal suo giornale nelle zone calde estere. L’attesa era lunga e angosciosa soprattutto se Dario non poteva o non riusciva a telefonare. La paura e ogni preoccupazione sparivano al solito “ciao” di Dario nella cornetta. Quel “ciao” era diventato il suono dolcissimo che apriva la porta più intima e segreta dell’amore, della felicità e della vita.
    Accadde che il “ciao” si fece attendere più del solito. I giorni divennero pesanti, troppo pesanti e l’angoscia e la paura stringevano nella loro morsa il cuore di Luigia e di Carole.
    L’estate cedeva il passo all’autunno e fu in una giornata uggiosa che arrivò la notizia: Dario era stato rapito da… (?!) supposizioni, solo supposizioni.
    I giorni trascorrevano senza tempo in un buio totale, squarciati di tanto in tanto da qualche flash di luce. Una luce costante, calda e luminosa non abbandonò mai le due donne: la fede e la speranza. E queste furono premiate dopo tre mesi

    ATTESA

    Il giorno dopo, Carole fu meravigliata di svegliarsi in una stanza sconosciuta.

    Il sole filtrava da dietro le tende. I vestiti in disordine sulla sedia e la valigia le ricordarono subito gli avvenimenti della sera prima.

    Aveva viaggiato per 36 ore ed era arrivata stanchissima alla stazione dov’era ad attenderla un lontano cugino che aveva visto solo in foto.

    Lui l’aveva subito riconosciuta. Lei invece ebbe qualche titubanza dovuta forse anche alla stanchezza, ma dovette riconoscere a se stessa che era un “gran figo”.

    - Ciao, sono Dario. Hai fatto un buon viaggio?

    - Ciao, sono Carole. Il viaggio? Uno schifo.

    Lui la liberò dalla valigia e le offrì una rosa dicendole: pazienta ancora un pò, mezz’ora d’auto e saremo a casa.

    Carole rimase stupita per la rosa, ma lo guardò con riconoscenza.

    - Grazie. Un gesto veramente gentile. Esistono ancora i gentiluomini.

    Il viaggio in auto si rivelò purtroppo molto più lungo del previsto: la nebbia e un incidente costrinsero Dario ad una deviazione che fece aumentare il tempo di circa 40 minuti.

    La conversazione in auto si limitò alla solita generalità e alla richiesta di Dario di fermarsi ad un ristorante per “far eseguire un po’ di ginnastica ai denti”.

    - Grazie Dario, ma preferirei continuare il viaggio. Ho assoluto bisogno di fare una doccia e

    andare a letto perché sono stanca morta.

    - OK Carole.

    Le palpebre di Carole erano diventate pesanti e cominciavano a chiudersi quando la voce di Dario le annunciò la fine del viaggio.

    Il cancello della villetta si aprì; entrarono in garage e da questo negli appartamenti.

    Carole accettò solo un succo di frutta. Rimandarono all’indomani la discussione sulla presenza e i sui suoi compiti. Carole ringraziò, augurò la buona notte e dopo la doccia si tuffò nelle braccia di Morfeo.

    Si alzò prontamente, procedette alla toilette che fece con più cura del consueto e, con più civetteria (perché?!). Poi scostò le tende ed aprì la porta finestra che immetteva su un piccolo terrazzo. Il sole inondò la stanza. Notò che questa era arredata con gusto. Disfece la valigia e mise in ordine la sua

    roba. Fece il letto come da abitudine. Aprì la porta e s’incamminò nel corridoio che portava in soggiorno. Dario era seduto sulla poltrona e leggeva il giornale. Non appena la vide, il suo viso s’illuminò di un sorriso.

    - Buongiorno Carole. Dormito bene?

    - Buongiorno Dario. Come un ghiro. E’ tardi vero?

    - Ma no!. Sono io che mi alzo presto. Facciamo colazione?

    - Volentieri.

    Si recarono in cucina. Dario presentò Maria, sua tata, come il deus ex machine della casa. Le due donne si piacquero a prima vista. a prima vista. Dopo un’abbondante colazione Dario e Carole si recarono nello studio per definire le competenze di questa ultima e per poi andare a conoscere la padrona di casa: la mamma ammalata di Dario.

    Il giovanotto venne subito al quid: compito principale di Carole doveva essere quello di occuparsi della mamma. Doveva farle compagnia e provvedere che ogni sua necessità fosse espletata tempestivamente dagli addetti, e nel miglior dei modi. Doveva inoltre, in sua assenza, fungere da segretaria e gestire la casa con l’aiuto di Maria. Nella gestione erano comprese le sue attività e il suo tempo libero. Oltre al vitto e l’alloggio per il salario poteva decidere lei.

    Una stretta di mano sigillò il loro accordo.

    La camera dell’ammalata era poco distante dalla stanza di Carole. Dario bussò, entrò, salutò la mamma, le diede un bacio e le presentò Carole.

    Un viso pallido dove la sofferenza aveva segnato la sua battaglia, e la ragione e la ricchezza d’animo avevano steso un dolce velo d’accettazione; fu questo che apparve alla ragazza: una situazione che aveva già conosciuto e vissuto.

    Il ricordo della mamma l’assalì con tutta la sua forza. Un nodo le serrò la gola e le parole ruzzolarono a fatica dalle sue labbra.

    Luigia, la madre di Dario, notò subito lo stato d’animo di Carole e la rasserenò con parole dolci e con una carezza affettuosa. Le chiese poi un bacio. Carole non riuscì più a trattenersi per la commozione e pianse.

    Il tenero quadretto toccò il cuore di Dario che con una scusa lasciò sole le due donne.

    Col trascorrere dei giorni l’affetto strinse sempre di più la sua corda tanto che Luigia e Carole divennero la simbiosi dell’amore familiare.

    La felicità aveva trovato finalmente dimora nel cuore di quella ragazza che la vita aveva sottoposto a durissime prove e a difficili esami. Ora era tutto OK e non chiedeva altro, ma la dea bendata volle regalarle anche la cosa più bella e più dolce della vita: l’amore.

    Il fiore sbocciò timidamente e, con lentezza e con grazia divenne frutto: Dario, quando era all’estero per il suo lavoro di giornalista, le telefonava spesso; al rientro aveva sempre un presente per lei. La portava poi a cena, a teatro, a qualsiasi manifestazione importante e la colmava di gentilezze e di attenzioni. Fra loro vi fu un’unione d’intenti e di condivisione che fece nascere un reciproco affetto tenero e sincero e li portò a prodigarsi l’uno per l’altro.

    Dubbi, incomprensioni e conflitti (cose normalissime) furono solo fugaci ombre che scomparivano al primo raggio di luce di un sorriso.

    Testimone del loro primo bacio fu la vecchia e romantica luna. Erano seduti sulla panchina del viale alberato della collina che degradava verso la piana e spogliandosi s’inoltrava verso la sabbia bianca dell’azzurro mare. Tra loro era sceso il silenzio gonfio di passione e di desiderio. I loro occhi s’incontrarono ed entrambi vi lessero la parola AMORE a caratteri cubitali. Il profumo delle rose e dei gelsomini, con tutta la loro fragranza, si posò sulle loro labbra.

    Le parole tenere, dolci, belle, vibranti di poesia, erano nel loro abbraccio, nel loro sguardo, nel silenzio e nell’ambiente che li circondava.

    La vecchia e dimenticata luna incontrò gli sguardi dei due innamorati e sorrise felice scoprendo i suoi denti gialli: “Allora c’è ancora qualche romantico” disse alle stelle con enfasi.

    La buona novella fu per Luigia un toccasana. La malattia che la costringeva a stare a letto sembrò regredire, di pochino pochino ma era regredita.

    Madre e figlia, erano oramai diventate tali, attendevano con ansia e trepidazione il ritorno di Dario, quando questi era inviato dal suo giornale nelle zone calde estere. L’attesa era lunga e angosciosa soprattutto se Dario non poteva o non riusciva a telefonare. La paura e ogni preoccupazione sparivano al solito “ciao” di Dario nella cornetta. Quel “ciao” era diventato il suono dolcissimo che apriva la porta più intima e segreta dell’amore, della felicità e della vita.

    Accadde che il “ciao” si fece attendere più del solito. I giorni divennero pesanti, troppo pesanti e l’angoscia e la paura stringevano nella loro morsa il cuore di Luigia e di Carole.

    L’estate cedeva il passo all’autunno e fu in una giornata uggiosa che arrivò la notizia: Dario era stato rapito da… (?!) supposizioni, solo supposizioni.

    I giorni trascorrevano senza tempo in un buio totale, squarciati di tanto in tanto da qualche flash di luce. Una luce costante, calda e luminosa non abbandonò mai le due donne: la fede e la speranza. E queste furono premiate dopo tre mesi

    ATTESA

    Il giorno dopo, Carole fu meravigliata di svegliarsi in una stanza sconosciuta.

    Il sole filtrava da dietro le tende. I vestiti in disordine sulla sedia e la valigia le ricordarono subito gli avvenimenti della sera prima.

    Aveva viaggiato per 36 ore ed era arrivata stanchissima alla stazione dov’era ad attenderla un lontano cugino che aveva visto solo in foto.

    Lui l’aveva subito riconosciuta. Lei invece ebbe qualche titubanza dovuta forse anche alla stanchezza, ma dovette riconoscere a se stessa che era un “gran figo”.

    - Ciao, sono Dario. Hai fatto un buon viaggio?

    - Ciao, sono Carole. Il viaggio? Uno schifo.

    Lui la liberò dalla valigia e le offrì una rosa dicendole: pazienta ancora un pò, mezz’ora d’auto e saremo a casa.

    Carole rimase stupita per la rosa, ma lo guardò con riconoscenza.

    - Grazie. Un gesto veramente gentile. Esistono ancora i gentiluomini.

    Il viaggio in auto si rivelò purtroppo molto più lungo del previsto: la nebbia e un incidente costrinsero Dario ad una deviazione che fece aumentare il tempo di circa 40 minuti.

    La conversazione in auto si limitò alla solita generalità e alla richiesta di Dario di fermarsi ad un ristorante per “far eseguire un po’ di ginnastica ai denti”.

    - Grazie Dario, ma preferirei continuare il viaggio. Ho assoluto bisogno di fare una doccia e

    andare a letto perché sono stanca morta.

    - OK Carole.

    Le palpebre di Carole erano diventate pesanti e cominciavano a chiudersi quando la voce di Dario le annunciò la fine del viaggio.

    Il cancello della villetta si aprì; entrarono in garage e da questo negli appartamenti.

    Carole accettò solo un succo di frutta. Rimandarono all’indomani la discussione sulla presenza e i sui suoi compiti. Carole ringraziò, augurò la buona notte e dopo la doccia si tuffò nelle braccia di Morfeo.

    Si alzò prontamente, procedette alla toilette che fece con più cura del consueto e, con più civetteria (perché?!). Poi scostò le tende ed aprì la porta finestra che immetteva su un piccolo terrazzo. Il sole inondò la stanza. Notò che questa era arredata con gusto. Disfece la valigia e mise in ordine la sua

    roba. Fece il letto come da abitudine. Aprì la porta e s’incamminò nel corridoio che portava in soggiorno. Dario era seduto sulla poltrona e leggeva il giornale. Non appena la vide, il suo viso s’illuminò di un sorriso.

    - Buongiorno Carole. Dormito bene?

    - Buongiorno Dario. Come un ghiro. E’ tardi vero?

    - Ma no!. Sono io che mi alzo presto. Facciamo colazione?

    - Volentieri.

    Si recarono in cucina. Dario presentò Maria, sua tata, come il deus ex machine della casa. Le due donne si piacquero a prima vista. a prima vista. Dopo un’abbondante colazione Dario e Carole si recarono nello studio per definire le competenze di questa ultima e per poi andare a conoscere la padrona di casa: la mamma ammalata di Dario.

    Il giovanotto venne subito al quid: compito principale di Carole doveva essere quello di occuparsi della mamma. Doveva farle compagnia e provvedere che ogni sua necessità fosse espletata tempestivamente dagli addetti, e nel miglior dei modi. Doveva inoltre, in sua assenza, fungere da segretaria e gestire la casa con l’aiuto di Maria. Nella gestione erano comprese le sue attività e il suo tempo libero. Oltre al vitto e l’alloggio per il salario poteva decidere lei.

    Una stretta di mano sigillò il loro accordo.

    La camera dell’ammalata era poco distante dalla stanza di Carole. Dario bussò, entrò, salutò la mamma, le diede un bacio e le presentò Carole.

    Un viso pallido dove la sofferenza aveva segnato la sua battaglia, e la ragione e la ricchezza d’animo avevano steso un dolce velo d’accettazione; fu questo che apparve alla ragazza: una situazione che aveva già conosciuto e vissuto.

    Il ricordo della mamma l’assalì con tutta la sua forza. Un nodo le serrò la gola e le parole ruzzolarono a fatica dalle sue labbra.

    Luigia, la madre di Dario, notò subito lo stato d’animo di Carole e la rasserenò con parole dolci e con una carezza affettuosa. Le chiese poi un bacio. Carole non riuscì più a trattenersi per la commozione e pianse.

    Il tenero quadretto toccò il cuore di Dario che con una scusa lasciò sole le due donne.

    Col trascorrere dei giorni l’affetto strinse sempre di più la sua corda tanto che Luigia e Carole divennero la simbiosi dell’amore familiare.

    La felicità aveva trovato finalmente dimora nel cuore di quella ragazza che la vita aveva sottoposto a durissime prove e a difficili esami. Ora era tutto OK e non chiedeva altro, ma la dea bendata volle regalarle anche la cosa più bella e più dolce della vita: l’amore.

    Il fiore sbocciò timidamente e, con lentezza e con grazia divenne frutto: Dario, quando era all’estero per il suo lavoro di giornalista, le telefonava spesso; al rientro aveva sempre un presente per lei. La portava poi a cena, a teatro, a qualsiasi manifestazione importante e la colmava di gentilezze e di attenzioni. Fra loro vi fu un’unione d’intenti e di condivisione che fece nascere un reciproco affetto tenero e sincero e li portò a prodigarsi l’uno per l’altro.

    Dubbi, incomprensioni e conflitti (cose normalissime) furono solo fugaci ombre che scomparivano al primo raggio di luce di un sorriso.

    Testimone del loro primo bacio fu la vecchia e romantica luna. Erano seduti sulla panchina del viale alberato della collina che degradava verso la piana e spogliandosi s’inoltrava verso la sabbia bianca dell’azzurro mare. Tra loro era sceso il silenzio gonfio di passione e di desiderio. I loro occhi s’incontrarono ed entrambi vi lessero la parola AMORE a caratteri cubitali. Il profumo delle rose e dei gelsomini, con tutta la loro fragranza, si posò sulle loro labbra.

    Le parole tenere, dolci, belle, vibranti di poesia, erano nel loro abbraccio, nel loro sguardo, nel silenzio e nell’ambiente che li circondava.

    La vecchia e dimenticata luna incontrò gli sguardi dei due innamorati e sorrise felice scoprendo i suoi denti gialli: “Allora c’è ancora qualche romantico” disse alle stelle con enfasi.

    La buona novella fu per Luigia un toccasana. La malattia che la costringeva a stare a letto sembrò regredire, di pochino pochino ma era regredita.

    Madre e figlia, erano oramai diventate tali, attendevano con ansia e trepidazione il ritorno di Dario, quando questi era inviato dal suo giornale nelle zone calde estere. L’attesa era lunga e angosciosa soprattutto se Dario non poteva o non riusciva a telefonare. La paura e ogni preoccupazione sparivano al solito “ciao” di Dario nella cornetta. Quel “ciao” era diventato il suono dolcissimo che apriva la porta più intima e segreta dell’amore, della felicità e della vita.

    Accadde che il “ciao” si fece attendere più del solito. I giorni divennero pesanti, troppo pesanti e l’angoscia e la paura stringevano nella loro morsa il cuore di Luigia e di Carole.

    L’estate cedeva il passo all’autunno e fu in una giornata uggiosa che arrivò la notizia: Dario era stato rapito da… (?!) supposizioni, solo supposizioni.

    I giorni trascorrevano senza tempo in un buio totale, squarciati di tanto in tanto da qualche flash di luce. Una luce costante, calda e luminosa non abbandonò mai le due donne: la fede e la speranza. E queste furono premiate dopo tre mesi

     

     
  • 04 ottobre 2013 alle ore 17:39
    Amici di sventura

    Come comincia: Notte nitida. Nick nascose il naso che, spesso, come un fanale lo guidava per le strade deserte. Le gambe spingevano il corpo come una bicicletta in salita. Ogni sera percorreva lo stesso itinerario in fotocopia. Camminava tranquillamente all’ombra delle case per evitare i raggi della luna ma non poteva evitare quelli dei lampioni. Uscì così in piena luce.
    Il cielo, la luna e le scale che portavano ai quartieri alti, gli piombarono addosso. Cominciò a salire. Piano. I suoi pensieri seguivano in silenzio i gradini, la sua ombra seguiva lui contro il muro.
    “Buonanotte Signori. Vi ho visto e vi ho salutato. Buonanotte… buonanotte… o buongiorno è lo stesso. Io non amo scendere quando voi salite, né salire quando voi scendete queste scale dell’oblio. No, non amo scendere quando voi salite e non amo salire quando voi scendete perché voi avete il volto del ricordo. Voi siete le ombre del passato e la realtà del presente ed io voglio dimenticare il passato e non vedere il presente. Voglio dimenticare e non vedere, ma… ma vi ho visto. Sì, vi ho visto e vi ho salutato. Parlo con voi. Parlo con voi Signori! Signori!"
    Nick rimase impietrito. Non riuscì a spiccicare parola.
    “Non rispondete Signori? Non rispondete? Eh già ! …già… già. Voi non siete Signori.
    Voi siete dei fottuti cafoni. Siete dei… siete dei… siete…”
    Una pausa. Una lunga pausa. Era lì, sullo spiazzo della scalinata. Zigzagava dietro le parole. Si fermò un istante sulle gambe barcollanti a pensare, ma per il troppo instabile centro di gravità cadde come una pera cotta. Il tonfo spaventò Nick che salì i gradini due a due, come un turbo.
    “Santo cielo! Si è fatto male? Dove?”
    “Eh no! No. Proprio no. Il cielo non è santo. No… no, non è santo. E cosa vuole che sia un’ammaccatura! La mia classe è la classe di ferro, ferro arrugginito che va cadendo a pezzi. Din… un pezzo. Din un altro pezzo. Din, din, din … puff! “
    Nello stesso istante la campana della chiesa rintoccava lontano tra gli alberi. Coincidenza? Dopo vari tentativi, cercò di sedersi ed assumere una posizione eretta. Nick cercò di aiutarlo.
    “Perché vuole aiutarmi? Ce la faccio da solo. Il suo amico se n’è andato? Lui non ama l’olezzo di Bacco? Bacco …è anche per Lei un miasma? Io invece amo Bacco e il tabacco ma… non amo Venere. No, no, no… non amo Venere”.
    Un rutto ruppe il silenzio come un tuono a ciel sereno.
    “Alla faccia di tre facce: quella della madre, la sua e di quello che la stringe fra le sue braccia. Lei sa di chi parlo, vero? Sa di chi parlo”.
    Un altro rutto, uguale al primo, liberò una zaffata d’aria acida che fu avvertita dalle nari di
    Nick prima che si spiaccicasse sul suo viso.
    “Alla faccia sua sporca e fetente. Sì, alla faccia sua sporca e fetente. Lei sa di chi parlo,
    vero? Ma certo che lo sa. Lo sanno tutti. Lo sanno anche le pietre delle strade”.
    “Per essere fetente è proprio fetente… ma io veramente non so di chi parla”.
    “Ma… ma… che fa l’indiano?”
    “Al massimo, col naso che mi ritrovo, potrei fare Cyrano di Bergerac e non l’indiano”
    “Ho capito! Lei è di Milano e beve cognac. Io, invece sono di qui e bevo vino. Si bevo…
    bevo… mi ubriaco, insomma, per dimenticare Lei. Sa di chi parlo, vero?”
    “Non so di chi parla ma posso immaginarmelo. Parla di sua moglie, vero? “
    “Sì. (un sospiro e una lunga pausa) Sì, parlo di mia moglie”.
    Riuscì a sedersi con le spalle appoggiate al parapetto delle scale. Piegò le gambe e si mise
    la testa fra le ginocchia.
    “Si sieda, se vuole tenermi compagnia ed andarsene poi a farsi “fottere” con le scatole rotte. Si sieda se vuole vedere l’acqua salata corrodere la pietra gialla che nascondo al sole e mostro al nero della notte. Si sieda e beva un “goccetto con me”.
    Una bottiglia d’Inferno comparve magicamente nella mano destra. Le stringeva con fermezza il collo. La porse a Nick.
    “Lasci entrare fra le sue labbra la calda lingua di Bacco. La trattenga in bocca per qualche
    attimo e la lasci poi scivolare nello stomaco. Sentirà un benefico calore invadere tutte le sue membra. La sua disponibilità all’ascolto sarà maggiore”.
    Nick rimase stupito dalle parole di quell’uomo che non sapeva se definire saggio o balzano.
    Ottemperò a quanto richiesto.
    “Dia a Bacco ancora un piccolo bacio e sarà O.K. Sì, sarà tutto O.K.”.
    Nick baciò di nuovo Bacco e passò la bottiglia. Il bacio fu lungo. Il silenzio si attardò tra le labbra umide che erano continuamente strette verso l’interno della bocca. Le parole avevano difficoltà a rompere l’ovattato silenzio e ad uscire.
    “Si può ancor voler bene ad un fantasma che è stato allontanato? Positivo per me. Purtroppo
    è così. La mia è la solita storia dell’uomo che ama e che è fatto becco. Becco lo sono per davvero, anzi… ho più corna io che un cesto di lumache, ma cosa devo fare? La devo ammazzare? La devo lasciare? Mi devo ammazzare? Cosa devo fare? L’amo. Amo lei e mio figlio. Mio figlio?! Sì, sì, sì… è mio figlio.
    Strinsi fra le braccia il tempo che si era smarrito nell’infinito di due stelle gemelle. Fu un attimo, eppure l’afferrai. Quando la musica finì Lei se n’andò con un altro. Fui proprio
    cretino ad aspettare che la musica riprendesse di nuovo. La chiamai ma non mi rispose e
    fui più cretino di prima perché la cercai. Ritornò e di nuovo se n’andò con un altro. Ogni volta che ritorna c’è sempre un altro con cui se ne va. Io con la testa fra le mani aspetto la notte e Bacco. Aspetto il giorno e Bacco che se ne va.
    E’ un continuo aspettare, venire e andare, andare e venire.
    Amo lei, amo Bacco ed amo mio figlio. Sì, mio figlio. E’ mio figlio.

    Credevo che il vento rubasse
    le lacrime per ornare di perle l’amore
    ma le lacrime sono sputi dell’anima.

    Credevo che il vento suonasse
    la chitarra d’amore con i petali dei fiori e
    cantasse con voce d’usignolo
    ma la chitarra ha corde di polvere e
    il vento canta con voce di fumo.

    Credevo che il vento
    portasse alla notte i fremiti di luce
    e i sospiri del giorno,
    ma porta fredde ombre e rifiuti.

    Credevo che il vento mischiasse
    polvere di stelle con gocce di rugiada
    per regalare uno specchio all'amore
    ma la polvere è terra la rugiada acqua piovana
    lo specchio una pozzanghera.

    Credevo che il vento…
    Lasciamo stare
    non credo più a niente.

    Non credo neanche a Bacco. È un vigliacco, un fottuto vigliacco. Di notte mi abbraccia, mi accarezza, mi bacia e mi consola, di giorno mi lascia triste e scombussolato. Ha capito ora? ”
    “Ho capito. Amico tu sei più fortunato, Lei da me non è mai tornata e… non ho figli.
    Dissanguiamo la figlia di Bacco in silenzio facendo finta di niente”.
    “ Diceva mio nonno: le cose più crudeli sono sempre quelle taciute. Eh sì! E’ proprio vero.
    Beviamo e stiamo zitti anche se ho voglia di gridare e di prendere a calci a luna. Non mi piace la luna. Si nasconde per spiarmi. A te piace la luna, amico? “
    “ …Pensandoci bene, no. No, non piace neanche a me. La sua faccia gialla mi guarda con insistenza e sembra prendersi gioco di me… Che cazzo ridi brutta stronza! Vieni amico, andiamo al bar perché Bacco ci ha lasciato e io ho sete”.
    La prima luce del giorno sbadigliava dietro i tetti e dietro i passi incerti di due amici (di sventura? ) a braccetto.

    da "Alfabeto dalla A alla Z"

     

     
  • 24 settembre 2013 alle ore 18:27
    Solitudine

    Come comincia: Basta. Sovente le azioni umane, dietro muri tremendi, vengono a testimoniare la loro gravezza, il loro peso, la loro leggerezza.
    E’ opportuno rilevare il profilo di un’anima che esprime il senso del tempo.
    Il tempo che passa e che non ha età.
    Ecco il giorno che segue la notte. Lui (quello che tu conosci molto bene) se ne sta in una delle sue tante case dalle quali fugge per fuggire la solitudine e la paura. Scruta dalla finestra gli altri e pensa… E l’anima saccheggia il cafarnao dei sentimenti. La capacità di meditazione cade negli spazi vuoti della fantasia dove l’indifferenza buca una nuvola creativa e spezza le dolci ali dell’amore.
    Difficile farsene poi una ragione tanto che, forse, una ragione non c’è.
    Giorni terribili. Arrivasse almeno una parola, qualcosa, qualcuno che induce a minimizzare la situazione. Niente. Nessuno. Dal torcersi le mani non se ne spreme nulla. Occasioni per sfogarsi non gli si presentano, né li cerca. La pietra diventa sempre più pesante. Sostanze euforizzanti danno un diverso coraggio. Un coraggio che sa di niente. Impotenza a fermare ciò che fugge. La mente si fa debole e la conoscenza si allontana sempre più dalla verità. Il carico di promesse diventa ansia fissata ad un’esistenza incompiuta con una catena così forte da non poter essere spezzata. Si mette a cantare un motivo popolare che nessuno ascolta. Giorno dopo giorno, ora dopo ora le parole si annodano alle note. All’improvviso… Mio Dio, che cosa ha fatto? L’azzurro degli occhi si accende di rosso… era un bravo ragazzo. Era un ragazzo sensibile. Era…

    Egli è ancora qui con noi.
    Ricordi ?… C’è poca, pochissima luce! Si fa buio. Buio profondo negli angoli della memoria.
    E’ la pura verità.

    (da "Alfafeto dalla A alla Z")

     

     
  • 09 settembre 2013 alle ore 10:51
    Amore con la "A" maiuscola

    Come comincia: Salire la rampa di scale fu come scalare una montagna.
    Katia era emozionata quando arrivò alla porta di Michele. Non c’era scritto nessun nome, ma lei era certa che lì abitasse il giovanotto che si era dimostrato così dolce e gentile e che forse si era innamorato di lei. Ora non sapeva cosa fare: era spaventata del suo coraggio. Ma dove andare? Aveva ascoltato il suo cuore che batteva all’impazzata quando Michele l’andava a trovare su quell’orribile strada e non solo per fare sesso. Si erano raccontate le loro storie con semplicità e senza ritrosia alcuna come due vecchi amici.
    Lui, orfano di entrambi i genitori, era arrivato giovanissimo dal profondo Sud per lavoro. Col lavoro e con sacrifici aveva acquistato la casa e poteva permettersi una vita tranquilla e senza ristrettezza. Aveva incontrato una ragazza e le aveva donato tutto se stesso, ma lei lo aveva ricambiato con egoismo e superficialità. Lo aveva poi mollato lasciandolo in uno stato di sconforto e di solitudine che aveva rasentato il suicidio.
    Lei era arrivata in Italia con la promessa di un lavoro. Il lavoro le avrebbe permesso di aiutare la sua famiglia che versava in condizioni disagiate: non sempre, anzi spesso non riuscivano a rimediare due pasti giornalieri. Per un convincimento più palese avevano dato ai suoi genitori una discreta somma quale anticipo sul suo prossimo lavoro e lei si era fidata e illusa.
    Arrivata a Milano con altre ragazze, era stata collocata in una camera di uno stabile di periferia. La stessa sera dell’arrivo, picchiata e violentata. La sera dopo costretta a battere la strada. Si era ribellata, ma la sua ribellione le aveva causato solo dolore, fame e solitudine. Aveva dovuto accettare quella vita nell’attesa di tempi migliori. L’attesa era finita con l’apparizione di Michele che l’aveva invitata a denunciare i suoi sfruttatori e di andare a vivere con lui.
    Le titubanze di Katia si sciolsero col passare dei giorni e con la certezza che l’acqua dell’amore avrebbe dissetato la sua passione, anche se ancora non osava credere che per Michele fosse la stessa cosa.
    La speranza, l’amore e/o la necessità le avevano dato la forza e l’audacia di essere, confusa, tremante e titubante, davanti a quella porta? Porta oltre la quale poteva (meglio doveva) esserci la libertà e la felicità.
    Intese un rumore che la fece decidere: cosa sarebbe successo se la porta si sarebbe aperta all’improvviso e Michele l’avrebbe trovata lì imbambolata?
    Appoggiò il dito sul campanello, il suono la fece sussultare. Ritrasse il dito dal campanello e voleva scappare, ma un rumore di passi all’interno la immobilizzò.
    E dopo, la porta si aprì.
    Michele era sull’uscio. Il suo volto era un’espressione di stupore e di gioia.
    Katia era emozionata, troppo emozionata. Lei dovette fare un grande sforzo per trattenere le lacrime.
    - Ciao Michele, eccomi qua.
    - Eh! Bene, entra, entra Katia. Speravo vivamente che arrivassi, e vedo con gioia che la mia speranza non è stata disattesa.
    La fece entrare, chiuse la porta, l’abbracciò con tenerezza e le diede un bacio sulla guancia dove si era fermata una lacrima liberatosi dalla costrizione.
    Si sedettero sul divano. Parole dolci e tenere fluirono dai loro cuori ed agirono quale melodiosa musica sul pentagramma dei loro nervi. E l’Amore, quello con la “A” maiuscola, liberò il suo volo nel cielo azzurro tenero.
    Dopo aver fatto l’amore ed essersi rifocillati si recarono alla stazione dei carabinieri dove Katia raccontò la sua storia ad un attento e gentile ufficiale.
     

     
  • 28 agosto 2013 alle ore 12:11
    Giustizia

    Come comincia: La giustizia è la gloria suprema della virtù (Cicerone)

    Giulia gemeva giorni giulivi gelati dalla grave scomparsa della persona a lei più cara.

    GIUSTIZIA. Ora cercava solamente giustizia. Questa parola le era scoppiata nella testa e le schegge si erano conficcate nella materia cerebrale come ami d'acciaio che la facevano impazzire di rabbia e di dolore. “Giustizia, voglio giustizia”, ripeteva come una cantilena. Come ottenerla? Rivolgersi agli organismi preposti.? Lo aveva fatto, ma…i colpevoli della morte della sua amatissima Giuseppina erano ancora a piede libero.
    Isolata, sentiva i disagi e il suo comportamento irrazionale, ma l’amore, che è la comunicazione delle anime, era cessato con la dipartita della luce dei suoi occhi: la sua bambina. Tutto, era finito tutto: il piacere di dare piacere, i sacrifici, le soddisfazioni, la gioia morale e fisica di una carezza e di un sorriso.
    Non ci si può liberare, senza inconvenienti, d’altronde, di queste cose. Siamo, a nostra insaputa, oggetti di certi fenomeni che ci portano ad essere e a fare ciò che non vorremmo mai. Sarà il dolore, la debolezza, la mancanza di stimoli reattivi, la mancanza di bio-elettricità, sarà quel che sarà, ma la nostra mente opera cambi di ragione secondo il bisogno. Ed è il bisogno che giustifica l’atto.
    Giulia era soggetta ormai ad atti interiori ed esteriori involontari, condizionati da forze indipendenti dalla sua volontà. Ciò accadeva soprattutto dopo aver visto morire un bambino. La sofferenza indescrivibile che si leggeva sul suo volto rasentava la follia: una scarica elettrica partiva dal cervello e raggiungeva le fibre nervose di tutto il corpo.
    Nulla potevano l’amore e le premure del marito, i farmaci poi la inebetivano e basta.
    Per fortuna, Giulia manifestava anche bisogni d’altra natura che le permetteva di passare ore abbastanza tranquille e di avere normali rapporti con i familiari ai quali chiedeva perché la GIUSTIZIA era così lenta, e cosa si poteva fare per accelerarla. Questi la rassicuravano dicendole che la GIUSTIZIA stava facendo il suo iter e che presto i colpevoli avrebbero pagato le loro colpe.
    Per moltissimo tempo la vita di Giulia fu una continua sofferenza morale e fisica, ma la sentenza del tribunale fu la causa che determinò il totale blackout di Giulia: i medici che avevano determinato con i loro errori la morte di Giuseppina furono condannati a risarcire un’irrisoria somma di denaro. Dopo qualche tempo dalla sentenza, Giulia si recò nell’ospedale, causa della sua disgrazia, e assassinò i due responsabili.
    “Giustizia è fatta”, furono le uniche parole in tutto il resto della sua vita.
    Non ci si può liberare, senza inconvenienti, d’altronde, di queste cose. Siamo, a nostra insaputa, oggetti di certi fenomeni che ci portano ad essere e a fare ciò che non vorremmo mai. Sarà il dolore, la debolezza, la mancanza di stimoli reattivi, la mancanza di bio-elettricità, sarà quel che sarà, ma la nostra mente opera cambi di ragione secondo il bisogno. Ed è il bisogno che giustifica l’atto.

     
  • 10 luglio 2013 alle ore 10:42
    Nozze

    Come comincia: E il giorno tanto atteso arrivò.
    Agatina era radiosa nel suo bellissimo vestito bianco. Era per lei una verità incantevole che allontanava il ricordo di una vita  disgraziata, che sembrava all’origine senza sbocco.
    La felicità la trasformava: la sua bellezza risplendeva e il suo sorriso aveva conquistato tutti gli invitati.
    Un  grandissimo pubblico assistette alla cerimonia; i parenti e gli amici c’erano tutti, ma c’erano anche tantissimi curiosi, soprattutto giovani.
    Il pranzo fu allegro; gli aperitivi, lo  spumante e il buon vino contribuirono a rallegrare anche i più ombrosi.
    I piatti più delicati furono serviti copiosi e il clima, gradualmente, divenne più caldo.
    Dopo il pranzo si ballò, ci si divertì, il vino girò abbondante fino all’ora di cena.
    La febbre salì e diverse giovani coppie amoreggiarono dietro gli ulivi che erano intorno alla masseria- agrituristica, nella stalla, nel magazzino e negli angoli più bui e appartati.
    Non appena il sole cominciò a scivolare dietro la linea dell’orizzonte, si riprese posto a tavola.
    Sulla bianca tovaglia risplendevano la cristalleria e l’argenteria. Le luci erano smorzate e i fiori di zagara diffondevano tutto intorno un profumo penetrante.
    L’agape ricominciò. Il vino riprese a scorrere nella gola dei convitati.
    Agatina e Turi fecero onore alla buona tavola, ma bevvero con moderazione osservando le diverse persone che erano già eccitate. Ci fu un attimo di silenzio seguito da un fragoroso battimani quando sulla tavola fu collocata una montagna di cassata a cinque strati. Come rinunciare ad un dolce che è definito il principe eccellente del gusto?  Tutti ne mangiarono, anche quelli che erano più pieni di un barile.
    Gli sposi si deliziarono con un piccolo assaggio pregustando l’avvicinarsi della paradisiaca, incommensurabile dolcezza della loro notte di nozze. Mancava solo la consegna delle bomboniere e il saluto. Pensando a ciò Agatina si sentì sciogliere in una tenerezza infinita per Turi che le aveva dimostrato un amore profondo e senza limiti. Lui le aveva ridato la vita e lei aveva imparato ad amarlo senza riserve anche se non conosceva bene in cosa consistevano le mansioni del suo lavoro di visore  della ditta “LA FAMIGLIA  s r. l.”. A tale riguardo Turi era stato sempre evasivo e lei aveva capito che non bisognava insistere nel chiedere ulteriore notizie.
    Eppoi  non era questo il momento di pensare a ciò e alle disgrazie che avevano costellato la sua vita prima d’incontrare l’amore, il vero amore.
    Ecco l’ultimo atto della festa: furono portate le bomboniere. Intorno agli sposi si strinse una massa di persona che cercava di ricevere in fretta la testimonianza di quella meravigliosa giornata e di augurare loro “figli maschi” con un bacio.
    All’improvviso si sentirono delle grida di paura che determinarono un fuggi-fuggi caotico e precipitoso. Diverse persone rimasero pietrificate per la paura: un motociclista con stivali, tuta e casco nero avanzava veloce tra i convitati. Il braccio destro era teso e nella mano una pistola mandava bagliori di fredda luce metallica. Giunto a pochi passi dagli sposi si fermò. Sei detonazioni, seguite da sei lampi giallo-rossi, furono il bacio di morte per Turi. Il motociclista scappò veloce verso una moto di grossa cilindrata alla cui guida vi era un pilota vestito come lui. La moto, in un istante, scomparve rombando nelle ombre della sera.

     
  • 20 giugno 2013 alle ore 10:09
    Ricordati Roberto, ricordati...

    Come comincia: Ricordati Roberto, ricordati…
    Il cielo si è chiuso. Gli alberi del viale non si agitano più e nessun rumore turba il silenzio. La sensazione è troppo forte e non so cosa pensare. Apro la finestra. Quello che vedo è un cielo d’uccelli che vanno verso il mare. Lontano una pausa di luce. Allora il mio pensiero tende un ponte di parole, ma una parola, una sola parola mortale, fa scoppiare le altre parole. E il ponte crolla.
    Il fumo pietrificato cade nell’amplesso taciturno dell’acqua e scompare… Due occhi, sempre gli stessi occhi, fissano l’immagine.
    Il cielo d’uccelli si allunga lento verso l’orizzonte lasciando un’ombra di tristezza e di solitudine nell’empireo del linguaggio. Verità ed errori strappano la mia anima arrugginita: sussulto ancora, ogni volta, al cigolare della porta che si apre. Lei, in silenzio, mi fissa con occhi fiammeggianti, poi con voce gelida: “Ricordati Roberto. Ricordati di ciò che mi hai fatto!”
    Io cerco di celare l’accaduto in una menzogna. È strano il lampo gelido dei suoi occhi profondi. Sbatte la porta ripetendo ancora “Ricordati…”.
    Che strane persone queste donne! Il loro modo d’amare e piangere è inimitabile. Il modo di amare della donna è dolce, brutale, mutevole, inafferrabile, quello dell’uomo è ingannevole, rozzo, forte o debole.  Fra loro non vi sono equoprobabilità. Per il modo di piangere? Quello della donna è un musicale pianto che porta in sé un brivido di un abisso misterioso che si apre molto lentamente ad intervalli irregolari; quello dell’uomo, quando c’è,  è la rovina fatale di tutto senza illusione, senza scampo, senza utopie. Forse non è così… la conoscenza è ancora lontana con l’insonnia tenace, o il sopraggiungere di colpe e d’orribili sogni che mi costano rimpianti e sofferenze.
    Le rose che l’invio vogliono esprimere non l’armistizio ma la resa del guerriero; vogliono chiedere, anzi chiedono clemenza per le ore senza forza trascorse sotto una nuvola nera. In principio non pensavo fosse così. Giorno dopo giorno nel cuore fiorivano le pene del distacco, le angosce dell’amore, la tristezza, l’impotenza, lo sconforto e…la speranza.
    Le rose mi ritornano con l’involucro intatto e il biglietto ancora chiuso. Il telefono tace, a casa si fa negare. La mia continua preghiera di perdono non trova ascolto.
    Mi ha mollato definitivamente?
    Il mio pensiero azzurro diventa prima verde e nero dopo. Proverò ancora con le rose e con SMS e poi… basta.
    Silenzio, solo silenzio.
    I miei stanchi occhi non vedranno mai più la luce del suo volto tagliare le tenebre. dell’incertezza.
    Non vedrò mai più il suo bianco sorriso consolare il mio dolore.
    Il mio amore in pena è come il vento che insonne  va nella bufera gridando pazzamente e bussa invano alla finestra chiusa. Lei, dietro i vetri,  sente la mia angoscia ma non apre; come il vento al quale l’alba rivela la sua tristezza senza pianto, il mio amore abbandona il suo angolo e ritorna al suo dramma.
    L’ultima telefonata… l’ultimo sms…”Questa volta è veramente l’ultimo”. La ragione m’invita a desistere il cuore no.
    Il cuore aveva ragione, un suo  brevissimo sms: Ciao. E’questo un  fiore nell’ombra che mi porge il suo profumo. Il mio verde s’apre in una primavera di gioie e sorrisi; la solitudine inaugura la luce nel vuoto del cuore. Il desiderio di vederla, di parlarle si batte con la paura di sbagliare. La pioggia dell’incertezza bagna i miei pensieri e il mio cuore.
    Il tempo passa. Troppo o troppo poco? Le rispondo: Grazie.
    La sera si presenta con le sue domande cui non so rispondere. La notte porterà consiglio, mi dico, ma la notte finge una calma vuota e le bianche ore, senza forza, con passo lentissimo vanno verso l’amore che torce il suo tedio offrendo loro boccioli di rose.
    Domani è sabato, le manderò… rose!
    Il buio posa petali di rose sui miei occhi. Morfeo mi porge rose bianche, rosse, gialle, blu, nere da donare a Rosa tra rose infinite e di colori cangianti.
    Il mio corpo dorme su un letto di rose nell’attesa del domani.
    L’alba mi sorprende a scrivere il primo dei tre messaggi da allegare alle rose che le invierò.

    Mattina: Rosa, le rose nascondono l’amore che non vuole morire.
    Mezzogiorno: Rosa
    le parole sono gocce di pianto
    sui tuoi petali.
    Sera: Rosa
    non so quale altro nome dare ai miei sogni.

    Il giorno corre dietro all’usuale senza emozioni. Verso sera un senso di vuoto e d’attesa m’angoscia. Una stanchezza senza nome (?!) m’invade la mente. Silenzioso, confuso salgo al buio le scale di casa. Saluto a malapena i miei, e me ne vado nello studio dicendo loro di non  voler cenare e di non disturbarmi. Qui tutto è solitudine e l’invisibile abbraccia il visibile. Le cose, tutte le cose hanno un prezzo. E’ il prezzo dell’amore forse non più corrisposto. Ma io pago un prezzo troppo alto per la leggerezza di certe azioni.
    Al buio odo la pioggia che batte contro i vetri  e contro i muri. Resuscita il mareggiare che batte
    contro la roccia; resuscitano le acque del passato che lente ritornano e mi sommergono: l’amore devia e tutto  si fa deforme. Ora vuole vendicare il tradimento per un capriccio lussurioso di una donna frivola che corruppe la mia carne, ma perché così lungamente?
    Un avviso di ricezione SMS mi fa sussultare. Dove è il cellulare? Eccolo! Leggo: Grazie.
    E’ lei. Ha accettato i miei fiori, e quel “Grazie” è la parola più dolce che abbia mai letto.
    Il cuore batte all’impazzata, ma io non voglio volare sulle ali di una farfalla perché il mio amore è ancora grave  di quel: ”Ricordati Riccardo. Ricordati!”.
    Pensieri dolci e amari mi graffiano la mente e scavano solchi profondi d’incertezza. Sto col cuore in mano e non so dove posarlo. Provo a costruire parole sull’architettura del silenzio ma non ci riesco. La notte si avvicina e mi copre con il suo sudario. Vorrei dormire e non lottare contro l’idea fissa di telefonarle e sentirmi poi dire: “Ricordati Riccardo…”. Non ho più la forza e la voglia di pesare. La chiamerò domani. Aspetto Morfeo con ansia.
    Ore sette. Mi sveglio. E’ domenica,  perché così presto! Sono intontito e spossato da un sonno agitato e impataccato da violenti colori grigio-nero, giallo e rosso. Mi trovo subito in un immenso spazio ittico dove  la lenza del pensiero non sa che pesci prendere. Decido: le invierò ancora delle rose e andrò a messa con la speranza di vederla. O. K., farò così.
    Accompagno un fascio di rose rosse con una sola rosa bianca, con questo messaggio:
    “A  te Rosa bianca, infinite rose rosse. Perdonami. Posso osare di telefonarti?”
    Alla messa del solito orario non c’è. Il mio cuore è simile ad un pezzo di latta schiacciato in una morsa d’acciaio. Tutto intorno a me è un enorme punto di domanda circondato da tantissimi punti esclamativi.
    Ritorno a casa quale cane bastonato. Attendo in solitario silenzio uno squillo che non arriva.  Il tempo sembra essere caduto in un vuoto senza dimensioni, così la mente. Il nulla mi circonda con le sue braccia e cancella anche i ricordi che timidamente  cerco di annodare con il filo del desiderio. Non ci riesco. So di dover reagire ma mi manca anche il più debole degli appigli nonostante quelli che parenti e amici mi offrono con premura e con ansia.
    Mi lascio cadere sul letto e dichiaro vittoriosa l’abulia. Solo di tanto in tanto seguo, con indifferenza, il gioco di luce riflessa sul soffitto. Cedo poi alle insistenze e alle preoccupazione materne ad attendere malvolentieri alle primarie  necessità quotidiane.
    Il tempo avanza lento e impalpabile nel bagliore del vuoto. La speranza timidamente s’affaccia a vortici azzurri ma, immediatamente, si dissolve in uno spazio che svanisce e in pensieri che non penso. Il giorno volge alla fine. Aspetto sempre una parola che non arriva: un “Sì” che può portarmi all’ingresso del sogno o un “No” che mi precipita nel vuoto più nero e profondo.
    ”Forse ha bisogno di riflettere”. Bene! Ricomincio a pensare? Un grappolo di pensieri pende nel buio e, con fatica, comincio a staccarne qualcuno ma questi non vanno da nessuna parte. Devo staccare necessariamente la “spina”. Domani mi tufferò nel lavoro e…”carpe diem”  per  ogni distrazione che la vita mi offre, ma la notte è lunga e l’alba è lontana.
    Mi sveglio alquanto riposato anche se il sonno è stato agitato. Controllo il cellulare: niente.
    La giornata corre sui binari della normalità, unica variante è il ritmo lavorativo più intenso. Nella pausa pranzo mi coglie l’impulso di inviarle una scatola dei suoi cioccolatini preferiti. Devo reprimere l’impulso. Ci provo, ma non ci riesco.
    Le scrivo: “La pausa ha il tuo volto, la tua forma ma non la tua dolcezza”.
    Sto per rincasare quando il cellulare mi avverte dell’arrivo di un messaggio.
    Leggo: “Grazie. Non voglio offendere la tua sensibilità ma ti prego di non inviarmi più profumati e dolci ricordi. Ho bisogno di tempo e silenzio per guardare a fondo nel mio cuore”.
    “Aspetterò con pazienza riscaldando il cuore al fuoco dell’amore”.
    Sui giorni piove polvere di secoli e il “quando” è nelle sue mani. Nel vortice dell’attesa
    bevo luce, mangio buio e viceversa, a sazietà. Non ingrasso perché l’una compensa l’altra. In questa giungla di sentimenti, di sensazioni, di decisioni, d’indecisioni e di tempo inchiodato sul muro di una risposta, cerco la strada quale cieco.
    Conto e riconto i giorni che sono trascorsi dal suo messaggio. La solita amletica domanda: “Sono tanti? Sono pochi?”. Un’eternità un mese. Rompo il silenzio e le invio una rosa  con uno scritto: “La Rosa è stata sempre ed è sempre una sola, ma le pene sono tante. Ti è così difficile perdonare uno sbaglio di chi t’AMA.?”
    Risposta: “Ricordati Riccardo. Ricordati…”
    Mi ricordo, mi ricordo e… torno al mio peccato nell’attesa di una nuova primavera.
    Con un petalo di rosa le invio l’ultimo scritto: “Le rose sono tutte sfiorite, i petali sono marciti sotto  l’acqua dell’attesa e il profumo lo sta disperdendo il vento della rivalsa. Peccato!”

     
  • 12 giugno 2013 alle ore 16:07
    Blocco psicologico

    Come comincia: Egidio era elettrizzato. Enciclopedico cervello, elaborava effettuabili elucubrazioni emotive. Etichettava evidenti eventualità su Eros che stavolta, sembrava, non aver prodotto piaga profonda e velenosa, ma piacere e brio nella sua anima sonnacchiosa.
    Elena gli piaceva in tutto e per tutto e non gli dava modo per lagnarsi d’Amore che gli aveva  già inferto ferite nel petto.
    Egidio, in precedenza, per stare al riparo e al sicuro da Amore, aveva chiuso il cuore in una cassaforte di convinzione di negatività d’ogni sorte, sia nei confronti di questo che nei confronti delle donne. Cupido però si era vendicato: gli aveva infilato, in profondità, una delle sue frecce nel cuore. I pregiudizi scomparvero con il sorriso, con i pudori e con la dolcezza d’Elena.
    La incontrò al  corso d’aggiornamento sulla “Elioterapia Elaborata Emergente”. Era seduta alla sua destra. I loro sguardi s’incontrarono di sfuggita diverse volte.  I capelli biondi, gli occhi azzurri e il viso d’angelo si impressero a fuoco nel cuore d’Egidio.
    La rivide quella stessa sera al ristorante dell’albergo ove alloggiava. Era al tavolo dell’angolo sinistro della sala, nell’attesa solitaria della cena. I loro sguardi s’incontrarono di nuovo e si parlarono per un tempo che durò un’eternità. Si sorrisero. Fu, allora,  per Egidio la cosa più naturale al mondo andare al tavolo d’Elena, presentarsi e chiederle se gli era permesso cenare  con lei. Elena accettò di buon grado. Il giovane le piaceva e poi… bisognava dimenticare  e ricominciare a vivere. E ricominciarono a vivere entrambi.
    La cena fu: lunghi e dolcissimi sguardi; una lunga chiacchierata sulla loro vita, sui loro sentimenti e sui loro sogni. I loro cuori si erano svuotati come una tasca rovesciata.
    A fine cena le amarezze, le ansie e le preoccupazioni si erano sciolte  nel nero del caffè.
    Uscirono per una passeggiata. Fu amore a prima vista o il bisogno d’amore: l’alba li colse teneramente abbracciati su una panchina del lungomare. Al lungo sbadiglio del sole la città  cominciò a svegliarsi con tutti i suoi profumi e i suoi rumori. Egidio ed Elena, tenendosi per mano, si avviarono lentamente verso l’albergo. Il corso richiedeva la presenza pomeridiana. L’odore penetrante di caffè e di rosticceria li condusse ad un piccolo bar e li invitò ad entrare.
    Trovarono il caffè (era crema di caffè e non caffè), il vero caffè napoletano, una vera poesia di sapore e d’aroma, e le “sfogliatelle” una delizia paradisiaca. Ne mangiarono tre ciascuno; una per ogni sorte: “riccia”, “frolla” e “santa rosa”. Bevvero un altro caffè ed uscirono dal bar, sazi e col palato deliziato. Arrivarono in albergo alle 7.30. Salirono in camera di lei, si abbracciarono come un solo corpo col fuoco che li bruciava.
    Le dolci ed ardenti parole d’Egidio scivolarono su Elena con le carezze e la stordirono. Baci appassionati, baci alla francese. I vestiti caddero sul pavimento uno dopo l’altro e sospiri rimbalzarono sul letto come palle di gommapiuma. Resistevano ancora gli indumenti intimi e quando le mani di Egidio divennero più ardite, Elena si irrigidì. Un NO forte e deciso le uscì dalle labbra serrate. Una crisi di pianto la colse mentre nascondeva il viso sotto le lenzuola. I singhiozzi le scuotevano il petto e il corpo, le toglievano il respiro.
    Egidio rimase di sasso. Vuoto. Non sapendo che “pesci pigliare” si sedette sulla sponda del letto in silenzio. Elena  non smetteva: i suoi forti singhiozzi spezzati  preoccuparono non poco Egidio che era incapace di pensare. Dopo uno spazio di tempo che sembrò un’eternità, riuscì a dire: “Ho fatto qualcosa di male? Qualcosa che ti ha offesa?”. Elena non rispose e continuò a piangere. Dopo qualche minuto Egidio con calma le disse: “Posso fare qualcosa per te? Vuoi che me ne vada? “.
    “No. Non andartene. Ti prego resta. Ti dispiace darmi un bicchiere d’acqua, per favore”, rispose Elena con voce più calma ma con residui di singhiozzi.
    Con tre sorsi bevve l’acqua contenuta nel bicchiere che Egidio le aveva dato e dopo due profondi respiri, con voce stanca e flebile, disse: “Cercherò di spiegarti il mio comportamento, anche se  mi  costa molto dolore”.
    “Avevo  quindici anni quando un amico di famiglia che avevo posto sul piedistallo della bontà, della fiducia e dell’amore, mi violentò con l’inganno e con la forza a casa  sua. Il mio shock ebbe un seguito ancora più violento: mio padre si fece giustizia da sé. Dopo aver pestato a sangue il mio violentatore e averlo stordito, lo evirò ficcandogli in bocca l’oggetto della sua colpa. Fu  rinchiuso in carcere dove, perso il lume della ragione, si ammazzò. Da allora non riesco ad avere un rapporto completo. Mi fermo ai preliminari, poi…divento di pietra e una paura tremenda mi scuote dentro, tanto da farmi morire. Il mio precedente ragazzo mi lasciò per questo e da allora (sei anni fa), sino ad oggi, non ho amato più nessuno. Tu mi sei subito piaciuto  e  ho capito di amarti quando mi hai chiesto se potevi cenare con me. Inoltre ho sentito una forte attrazione fisica verso di te ed ho creduto di poter superare il mio blocco psicologico ed essere tua, ma mi sono sbagliata. Perdonami e se vuoi puoi andartene. Non ti serberò rancore anche se taglierai ogni ponte tra noi.
    Egidio annaspò tra contorti pensieri e tra parole mangiate. Poi disse: “Dammi solo un po’ di tempo per far chiarezza nella mente e nel cuore. Ti prego! Solo qualche minuto”.
    Elena acconsentì con un cenno del capo, ma poi gli disse che poteva prendersi tutto il tempo che voleva. Con gli occhi bassi seguiva Egidio che continuava a passeggiare nei pochi mq della camera d’albergo.  Questo ogni tanto si fermava ed emetteva un mugugno indistinto che faceva alzare la testa ad Elena solo per alcuni istanti.
    “Ho deciso!”. L’esclamazione fece trasalire Elena. Vi fu una breve pausa che accentuò l’apprensione della giovane. Egidio riprese: “Capisco il tuo blocco psicologico per la brutta disavventura e le sue conseguenze avute in tenera età, ma aspetterò. Anch’io ti amo ed insieme cercheremo di superare questa difficoltà, se tu vuoi”.
    Ad Elena mancò il respiro e quale torrente in piena le lacrime le inondarono il viso. Con voce rotta  riuscì a dire: “Lo voglio”.
    Egidio la strinse forte fra le braccia e la baciò dolcemente sussurrandole: “Ce la faremo”.
    Il corso volgeva al termine: mancavano solo due giorni. Egidio ed Elena avevano trascorso i giorni evitando di affrontare  l’argomento anche se sotto il silenzio il fuoco del desiderio bruciava la carne di entrambi. Per spegnerlo usavano l’acqua fredda della distrazione culturale, ma la sera con la sua complicità era un tormento. In ogni caso resistevano: baci, carezze, buonanotte ed ognuno nella propria stanza ad aspettare in agitazione l’abbraccio di Morfeo che arrivava alle ore piccole.
    La penultima sera, dopo cena, uscirono per la solita passeggiata di cultura e di distrazione.
    Si accorsero che ormai conoscevano ogni angolo della città. Si sedettero sul bordo del muro di una  vecchia fontana in una piazzetta periferica solitaria. La luna splendeva nel cielo e un lieve zefiro portava il profumo forte di gelsomino. Nel silenzio il battito dei loro cuori e i loro profondi sospiri martellavano i loro timpani. Un bacio appassionato li fece fremere a lungo ravvivando ed ingrandendo la fiamma bruciante dei loro sensi. All’unisono dissero:  “Torniamo in albergo”.
    La strada sembrava non finire mai. Impazienti allungarono il passo. Arrivarono all’albergo.
    Bevvero due cognac con ghiaccio a testa (per farsi coraggio o per stordire i sensi? Direi per entrambe le cose). Salirono nella camera d’Elena. Si spogliarono con calma imposta. Baci, carezze e un linguaggio d’incendi unirono i loro corpi ardenti come astri. Progressivamente il desiderio d’Egidio toccò il culmine e…, ma  Elena cominciò ad irrigidirsi e un tremendo contrasto tra volere e potere s’insinuò nel suo animo e nella sua mente. Un lieve tremito la colse. Egidio se ne accorse e si fermò.
    “Non andiamo oltre. Non ti rammaricare amore mio, tenteremo un’altra volta. Abbiamo ancora tanto tempo e alla fine il nostro amore vincerà”, disse Egidio.
    “Amore sono frastornata. Una parte di me lo vuole con tutte le sue forze, l’altra l si oppone con disgusto e paura. Sarà sempre così? Aiutami amore!”, rispose Elena.
    Egidio la strinse a se e dolcemente le parlò.
    - Fu un lungo monologo, anzi un soliloquio, come se parlasse a se stesso per fissare i suoi pensieri, chiarire le sue idee e persuadere nello stesso tempo se stesso.
    “Tu vivi ancora nella memoria di quanto ti è accaduto perché hai subito la rivelazione dell’atto fisico dell’amore come brutalità, violenza e immoralità, ma tu non puoi e non devi considerarlo tale quando questo avviene tra due persone che si amano. Sai bene che l’amore è la comunione di due anime. Esso, quindi, richiede una dose comune di aspirazioni intellettuali e morali, di sentimenti di cui la bontà è la base. L’amore è fatto di stima reciproca, considerazione, ammirazione, solidarietà e sacrificio perciò, a questo punto, l’amore fisico diventa legittimo: è il piacere di fare piacere, di soddisfare col suo partner  un bisogno naturale e di unificare le gioie morali con quelle fisiche. L’amore,come vedi,  non è il contatto brutale di due epidermidi, ma un contatto dolce, fantasioso e poetico. La tua avversione è comprensibile perché l’hai sempre considerato un atto di prepotenza, di violenza, di disgusto,
    di ripugnanza, di sofferenza e di rancore. Devi pensare e convincerti che tutto ciò è sbagliato e devi dimenticare, cancellare il volto della persona che ti ha fatto male e dove e perché è avvenuto. Incidi nei tuoi occhi, nella tua mente e nel tuo cuore il volto del tuo amore e la gioia e la felicità che gli dai. Non interrompere la corrente che sale dagli organi per le fibre nervose al cervello, essa ti porterà tutto il suo benessere e la sua dolcezza. Pensa esclusivamente e intensamente a ciò e alla gioia che e alla felicità che darai a me e a te stessa. Lo so, non è facile ma volere è potere. Possiamo andare per gradi, un piccolo passo per volta”.
    “Io lo voglio. Proviamoci ora senza fretta, con pazienza e dolcezza”, disse Elena.
    E l’amore cantò la sua gioia totale.
    Solo a chi interessa l’epilogo dirò che  tre figli furono le perle che completarono l’amore di Egidio e di Elena.

     
  • 05 giugno 2013 alle ore 9:31
    Angelo

    Come comincia: Era Angelo di nome e “di fatto”: sempre pronto ad aiutare in silenzio chi era in difficoltà. Il suo motto: “Dare per dare e non dare per ricevere” lo faceva passare per “buono come il pane” ma anche per fesso. C’era chi se n’approfittava in modo palese, ma Angelo non se ne rammaricava mai, anzi lo giustificava dicendo che forse n’aveva bisogno.
    “Fa rabbia vedere dileggiare un giovane così bravo e di una bontà ormai rara ma… contento lui!”. Era questo il commento di qualche “giusto”.
    Angelo viveva del suo modesto stipendio d’impiegato statale, niente di più niente di meno. A lui bastava e avanzava. Egli però sapeva anche economizzare e il piccolo risparmio che aveva accumulato era la “mela messa da parte per quando arriva la sete” per come solea ripetergli la mamma. Non sempre riusciva a risparmiare soprattutto quando qualcuno toccava il suo cuore. Accadde, però, qualcosa che gli fece aprire gli occhi e che gli tolse per sempre l’appellativo di fesso
    Un vecchio adagio recita: “Il gioco è bello finché dura poco”, ma il gioco di tre (per fortuna solo tre) amici furbi e spiritosi di Angelo durava da molto. Essi,  saltuariamente (sempre per fortuna), il giovedì erano soliti andare a cena fuori cambiando, ogni volta, ristorante; a fine cena i furbi passavano il conto ad Angelo adducendo le scuse più impensabili per non pagare. A conto saldato intonavano questo motivetto:

    Abbiamo mangiato,
    mangiato e ben bevuto
    e sempre sia lodato
    il fesso che ha pagato

    Una volta, due volte, tre volte…quattro volte furono troppe anche per la bontà di Angelo il quale non proferì mai verbo anche se vedeva la sua piccola “mela” raggrinzirsi sempre di più. Ricordandosi del detto genovese “fesso sì ma  tabacco no” decise di “rendere pan per focaccia”.
    Preso i dovuti accordi con il ristoratore del noto locale “E’ DATO DELIZIARE”, suggerì agli amici di provare le leccornie di questo ristorante che tanto decantavano e tanto raccomandavano. Era sì un po’ fuori mano ma sicuramente valeva la pena di fare qualche Km in più per accontentare il palato.
    Figuriamoci se gli amici non accettavano di buon grado.
    La sera del giorno stabilito si ritrovarono nella piazza del paese. Saliti sull’auto di Alberto, resosi disponibile perché Angelo non poteva (non voleva) per motivi familiari,  si diressero ridendo e scherzando verso il “E’ DATO DELIZIARE”. Un posticino, questo,  veramente carino, illuminato da una luce che rifletteva il verde dei pini e il grigio di alcune nude pareti di vette,  che si slanciavano in un cielo azzurro-dorato. Anche se le ombre della sera erano ancora lontane, nel vasto piazzale  vi erano già diverse auto. Tutt’intorno aleggiava profumo indefinito ma soave di cibo che faceva pregustare la bontà e la squisitezza di pietanze favolose.
    L’ingresso del ristorante era caratterizzato da un vecchio portone borchiato a due ante che richiamava la caratteristica di forti ed intime mura di vecchia dimora padronale. Alle bianche, crespose pareti di un breve corridoio facevano mostra vecchi oggetti e vecchi dipinti di varie epoche denotanti una scelta d’ottimo gusto artistico. L’atmosfera dell’antico era tagliata da una violenta  lacerazione del moderno: una porta elettrica che immetteva in un’ampia sala arredata in stile moderno VIP. Il contrasto, in modo deciso, t’invitava a lasciarti alle spalle il passato e vivere il presente.
    Già diversi tavoli erano occupati da persone eterogenee compitamente  sedute.
    I tre amici che seguivano Angelo ebbero un attimo, solo un attimo,  di perplessità quando si trovarono nella gran sala,. spezzettata da vetrate asimmetriche che formavano dei separé.
    Un cameriere pinguino venne loro incontro e li pilotò verso un separé-vetrata con un tavolo per quattro. Li fece accomodare e chiese se poteva suggerire il menu o preferivano scegliere loro.
    Angelo rispose per tutti: ci affidiamo a lei; ci delizi. Era  questa la frase d’intesa convenuta col ristoratore per una grande, squisita e favolosa cena. I tre furbi fecero compiaciuti un cenno d’assenso socchiudendo gli occhi.
    Fu subito portato l’aperitivo della casa: un liquido color ambrato che traspariva da un boccale di cristallo; un nettare non troppo alcolico che scese nella gola con dolcezza e ritornò deciso al palato con un effluvio di rosa tea. Favoloso fu l’aggettivo qualificativo dei quattro amici. Ne bevvero ancora… fino all’ultima goccia.
    Il ricco antipasto fece sgranare gli occhi ai quattro amici e li ammutolì:
    Gamberetti allo spumante serviti in coppe di cristallo e misto mare con una salsina vellutata e delicata.
    Fu servito il primo piatto: un assaggio di “pennette con scampi, zucchine e asparagi”, un assaggio di “risotto mare e monti” e un assaggio di “tagliolini al sugo di cervo”.  Tutto squisito. Antonio ed Ambrogio, le “forchette” della compagnia, fecero bis di “pennette” e di “tagliolini”.
    Secondo piatto: scelta tra “bistecca di cervo alla delizia”, “salmì di cervo della casa”, “pescespada ai ferri”, “orata al cartoccio”. All’unanimità scelsero: un assaggio di tutto.
    Delizie, veramente delizie. I quattro amici mangiavano voluttuosamente
    I vini? I migliori, ben invecchiati, colore oro pallido, rosso rubino, piccanti, corposi come miele, frivoli come fiori, consigliati da un esperto sommelier, scendevano giù che era una meraviglia.
    La conversazione procedeva parimente al piacere della tavola: parole, atteggiamenti, gesti, battute, barzellette e “sfottò” appagavano il clima d’amicizia di vecchia data.
    Dopo la presentazione di un cesto di frutta di stagione ed esotica, fu dato conforto creativo e sollazzo al palato con il dolce. La “Torta Regale” si rivelò un vero paradiso di delicati sapori difficili da individuare, ma tali da far schioccare le labbra a bacio.
    Avevano appena finito la loro seconda fetta di torta quando il cameriere pinguino, chiedendo scusa, disse: “Il signor Angelo è desiderato al telefono della hall”. Era questo la  banale frase convenuta per l’uscita di Angelo dalla scena. Occhiolini e frecciatine accompagnarono il “vai, vai dalla tua micetta” detto ad Angelo dai tre  satolli “porcellini” che erano ben lungi, ma ben, ben, ben lungi dall’immaginare la sorpresa. Angelo si alzò dicendo: “Ho dimenticato il cellure a casa. Ritorno subito”. 
    “Fai con comodo. Ti faremo portare un caffè senza zucchero risposero ridendo (risata allusiva alla fidanzata o al conto da pagare?) i tre furbi.
    Angelo bevve il caffè nella saletta privata del ristoratore. Ringraziò il cordiale e simpatico complice Alfio, affermandogli che in caso d’impreviste difficoltà garantiva lui il pagamento del conto, e si avviò verso l’uscita dove l’attendeva la sua dolce Aurelia.
    I tre gustarono il caffè in tutta serenità. Bevvero l’ammazza – caffè offerto dalla casa.
    Alex:“E’ lunga questa telefonata!”
    Ambrogio: “Angelo ha  di certo il cuore nello zucchero, ma alla fine gli offriremo noi l’amaro”.
    Grassa risata generale. Il “pinguino” era lì. La sua indubbia professionalità  gli imponeva di attendere la fine dell’ilarità.
    Al momento opportuno: “ Devo riferirvi che il Signor Angelo ha  dovuto lasciare subito il ristorante. Poco fa è arrivata una Signorina  a chiedere di lui e sono andati via insieme”
    Ammutolirono. Sui loro volti poteva vedersi stampato in grassetto un grandissimo punto interrogativo.
    “Che cosa sarà successo?”  Fu la fievole voce d’Antonio che ruppe il silenzio.
    “Speriamo niente di grave”,  dissero gli altri. “In ogni caso proviamo a chiamare casa sua, anzi sarà meglio andarci ”.
    Chiesero il conto con preghiera della massima celerità.
    Furono accontentati. Un colpo in testa con una spranga di ferro avrebbe fatto loro meno male.
    Pagarono e si avviarono all’uscita. Stavano per arrivare alla porta elettrica quando il ristoratore li fermò. Chiese: “Siete stati deliziati?” Alla loro risposta affermativa li ringraziò e  gli consegnò una busta chiusa.  Stupefatti si guardarono con la bocca aperta senza riuscire ad emettere nessun suono. Aprirono la busta.
    Dentro un cartoncino

    Mangiamo allegramente e poi beviamo
    finché ci resta l’olio alla lucerna
    Chissà se all’altro mondo ci vediamo
    Chissà se all’altro mondo c’è taverna
    (Anonimo)

    GRAZIE
    Angelo

    da " Alfabeto dalla "A" alla "Z"

     
  • 24 maggio 2013 alle ore 11:15
    Giacinto e Rosa

    Come comincia: Scemava l’azzurro del giorno riflesso negli occhi di Giacinto quando il cielo cominciò a piangere l’arrivo delle ombre nel cuore: stava perdendo Rosa.
    Giacinto e Rosa si amavano perdutamente, ma la sua famiglia nulla sapeva o faceva finta di non sapere credendo che fosse un’infatuazione passeggera di gioventù.
    Col passar del tempo però, si accorse che l’amore si era profondamente radicato nel cuore di Rosa e cominciarono allora ad osteggiarlo: ritenevano, secondo il loro lume, che Giacinto non era “un buon partito” per Rosa perché non possedeva niente e non aveva un lavoro stabile. Il giovanotto era figlio di “N.N.” ed era a pensione presso una famiglia d’operai. Doveva continuamente cambiar lavoro anche se il suo impegno e il suo rendimento erano ottimi. Egli, infatti, lavorava duramente e più del dovuto, ma non riusciva mai a guadagnare i soldi che potevano permettergli di uscire dalla vita mediocre e di stenti che conduceva. Di buono c’era il suo credo  in qualcosa di migliore che doveva arrivare, e l’amore di Rosa.
    Accadde un giorno di pioggia. Si erano riparati sotto la pensilina dell’autobus. Le lacrime del cielo suonavano un motivo molto triste. I loro due cuori lacerati si misero a piangere col cielo: Rosa aveva avuto dalla famiglia l’aut-aut di non incontrare più il suo amore. Il perché è presto detto: c’era un altro molto ricco che si era innamorato di Rosa e l’aveva fatto presente alla famiglia, e se è vero che i soldi fanno acquisire la vista ai ciechi, la mamma di Rosa ci vedeva poco, il padre ancora peggio e il fratello peggio che peggio. La situazione, dunque, anche se dolorosissima e inaccettabile, era chiara: Rosa era minorenne (a quei tempi la maggiore età si raggiungeva a 21 anni) e doveva sottostare alle decisioni della famiglia. C’è anche da far presente che in quel tempo di “padre padrone”, i figli per cultura,  dovevano ubbidire e ubbidivano ai genitori.
    Vissero ancora alcune ore di gioia e di pianto, ma gli incontri nascosti dei due innamorati furono scoperti e Rosa dovette subire le più cocenti  angustie da parte dei suoi. Fu reclusa in casa  e costretta a sopportare le visite dell’uomo che non amava.
    Giacinto non si dava pace. La sua respirazione fu un perpetuo sospiro e intorno a lui tutto divenne buio dove la mente vagava senza  sosta. Qualsiasi pensiero cozzava con violenza contro i muri di cemento armato eretti dalla perdita del suo unico e solo spiraglio di luce. Non resse allo sconforto e al dolore e un giorno, nei giardinetti pubblici, si tagliò le vene.
    Si svegliò in ospedale. La prima cosa che vide fu il volto di un canuto signore che lo fissava intensamente. Scorse pagliuzze di gioia nei suoi occhi e con un filo di voce chiese:
    “Dove sono e chi è lei?”.
    “Bene, bene giovanotto! Sei in ospedale ed io sono l’angelo che ti ha salvato”, rispose, con voce calda e dolce il canuto signore.
    Giacinto: “Credevo che gli angeli avessero le ali e fossero più giovani. E  perché mi ha salvato?”
    Il canuto signore: “ Gli angeli non hanno età e non hanno ali, almeno qui sulla terra. Ti ho salvato perché la vita è un bene prezioso e nessuno, per nessun motivo, deve porne fine. E questa non è una frase di circostanza”
    Giacinto: “ Non io ho cercato di porre fine alla mia vita, ma altri. Vivere o morire per me è lo stesso”.
    Il canuto signore o angelo: ”Giacinto conosco la tua storia e l’ho fatta mia anche perché è successo qualcosa d’incredibile, di magico. Il giorno dopo averti portato in ospedale sono andato, come mio solito, a passeggiare nei giardinetti e …dove hai commesso il folle gesto la terra, che aveva bevuto il tuo sangue, ha germinato dei bellissimi e profumatissimi fiori rossi. Da non credere, vero? Eppure i fiori erano lì, reali. Superato lo smarrimento iniziale, mi sono imposto di andare a fondo dell’accaduto. Le mie ricerche mi hanno portato a conoscere la tua storia. Ho raccolto i fiori e li ho portati personalmente a Rosa a nome tuo chiedendo un colloquio con i genitori. Quello che n’è sortito te lo racconterà …”
    (pausa) Rosaaa, chiamò a voce alta l’angelo.
    La porta si aprì e Rosa entrò nella stanza. Giacinto sgranò gli occhi e cominciò a boccheggiare. Rosa gli s’avvicinò in tutta la sua bellezza circondata da un alone di luce, proprio come un angelo.
    Dalle sue labbra, Giacinto, bevve la dolcezza infinita dell’amore e della vita.
    Quando il battito impazzito dei loro cuori si calmò Rosa espose a Giacinto la magia che Angelo, di nome e,  di fatto, aveva operato. Si era presentato a casa sua  con i fiori per lei  dicendole: “Questi giacinti per te da Giacinto”. Aveva poi parlato con i suoi convincendoli a lasciar correre il fiume del loro amore perché tu saresti diventato suo figlio. Figlio di un ricco e nobile signore.
    “Vuole adottarti ed è tutto pronto, manca solo il tuo consenso”.
    Calde e copiose lacrime di gioia solcarono il volto di Giacinto che esclamò:
    “Esistono gli angeli, altrimenti come si spiega questa  magia o miracolo che dir si vuole? Come posso chiamarla mio salvatore?”
    Angelo rispose: “Chiamami semplicemente papà”.
    Prima di scrivere la parola fine di questa storia, chi legge deve sapere che nel bellissimo e grandissimo giardino della villa dove Giacinto e Rosa andarono ad abitare, una volta sposati, vi era un’estensione di aiuole colme di giacinti di color rosso, bianco, e…

     
  • 13 febbraio 2013 alle ore 11:59
    Cementino

    Come comincia: La luna lunatica si lamenta, prende a calci le stelle e sputa addosso agli innamorati che fanno
    l'amore, nascosti dietro pilastri di cemento. Le hanno rotto un corno (le erano spuntate le corna?), e
    il sangue pallido schizza sulle gambe brune e sul ventre liscio di una ragazza distesa su un sacco
    di cemento. Il sangue scorre, bagna il sacco e feconda un bimbo.
    La luna, ora, ride e mostra al mondo i suoi gialli denti cariati: è diventata madre.
    Cementino succhia latte lunare e cresce; diventa sempre più alto, sempre più snello. Si sposa poi
    con Era, figlia del Tempo, e cosparge la terra di pargoli che si nutrono di ferro per diventare più
    forti. Divenuti grandicelli  camminano velocissimi, invasi dalla voglia di conoscere il mondo, ma
    le strade sono senza fondo e le loro gambe ancora troppo deboli. Allora si fermano e si sposano
    con l'Ora, figlia del Giorno e nipote dell'Anno.
    Procreano ma crollano presto. Per uno che crolla, però, mille ne nascono e nei posti più
    impensati, più balordi e meno sicuri. Sembrano funghi e come tali ve ne sono di velenosi: l'uomo - insetto si lascia facilmente abbagliare dal  sicuro rifugio accogliente che gli è offerto, anche se poi
    ne muore.
    La luna piange silenziosa e carezza la sua progenie che alza le braccia verso il cielo
    per contraccambiare, ma il vento crudele gliele strappa dal corpo poggiato su gambe senza piedi.
    Una nube pietosa le asciuga le lacrime e la nasconde.

     
  • 18 gennaio 2013 alle ore 16:08
    Onestà per amore

    Come comincia: Domani, quando riceverai questa lettera, amore, io sarò lontano Non ti lascio il mio indirizzo perché non desidero ricevere risposta. Quando avrai letto questo scritto, comprenderai il mio comportamento, e che  l’unica mia colpa è quella di amarti troppo. Il desiderio di costruirmi una vita con una donna bella, dolce  e graziosa quale tu sei, io non credo sia possibile. Ho guardato nella piega più intima del mio cuore ed ho compreso che l’amore che tu provi per me, non posso e non devo ricambiarlo. Io ti ho mentito, ti ho mentito per paura di perderti. E le menzogne sono state come le ciliegie: una tira l’altra. Ora provo solo vergogna e un gran peso sul cuore.
    Sono sposato anche se non vivo più con mia moglie e ho un figlio che amo moltissimo.
    Sì è vero, dopo che mia moglie  mi abbandonato, non ho mai incontrato una  donna la cui grazia mi ha tanto affascinato, nessuna la cui sensibilità mi è sembrata più profonda e più sincera.  Mi hai colpito al  cuore. Sembravo un innamorato che chiedeva all’amore lo stesso oblio che il dolore chiede all’ignobile atto dell’alcol,  e quello che c’è di più nobile in lui, la disperazione lo trascina a degradarsi. E ti ho mentito. Niente di quello che ti ho detto è vero se non, che ti amo. Più di una volta mi ero promesso di essere un uomo sincero e di dirti la verità, ma non ne ho avuto il coraggio.
    Vigliacco ? Sì, sono stato vigliacco, vigliacco per amore ma pur sempre vigliacco. Ho ceduto alla gioia dell’amore e alle sue lusinghe. Tu mi hai dato tutto il tuo cuore, io ti ho dato il mio. Ora sono sincero e te lo dimostra la mia decisione. Potrai anche non credermi, credere invece  che io mi comporti ancora da vigliacco perché lascio allo scritto il compito di dirti la verità.  Guardarti, ascoltarti mi farebbe venire meno ogni briciolo di volontà e ti mentirei ancora. No, non voglio più farlo. So di spezzarti il cuore, ma se puoi, perdonami. Me ne vado dunque, amore mio (perdonami se ti chiamo ancore “amore, ma non posso farne a meno), ad  espiare le mie colpe in solitudine. Ma se tu  credi che l’amore, il tuo amore può perdonare puoi mettere quest’annuncio sul nostro quotidiano “Cuore, la tua micia t’ama ancora”.  Mi precipiterò da te. Se tacerai, io continuerò ad amarti  in silenzio.

     
  • 12 giugno 2012 alle ore 14:37
    A

    Come comincia: Accidenti. L’idea che si può acquistare domani assume toni meno rilevanti che quella cultura che per vivere pulisce i valori raccontati in dvd.
    La contrapposizione non deborda dalla voglia di fuggire gli slum con il compito di dettare linee di difesa che si sciolgono, poco a poco, sino alla frase finale (una sola e bellissima) desiderata: troppi pensieri, emozioni, bilanci.
    Io ragazzo solitario, oggi ricomincio con passione a ridere della schizofrenica fantasia che era l’amica di un equilibrio mentale e psicologico credibile con le lacrime agli occhi. Per me è stato il copione straordinario, contro ogni previsione, di pagine di memoria che mi hanno aiutato a travestirmi da clown e da analista di me stesso. Pagine introduttive di un’antologia depositaria del sapere, dei valori su cui si basa la società onnivora per eccellenza, incapace di adattarsi ad esemplificazioni, sempre più convincenti, di un tema che finisce per confrontarsi con miti  liberati di falsa libertà, con grida dal contenuto più preciso e  quanto mai volgare.
    Di solito, spesso a ragione, si fa riferimento alla morale con/divisa/ (direi invece nuda proprio nuda), imprescindi/bile d’essere liberi nel cuore e nella mente. Si tratta di un brivido che nasconde una poesia profonda, primordiale.

    Non sono sordo al linguaggio degli angeli
    Aprirò la porta del cuore e della mente
    a tutte le parole in libertà
    a tutte le parole bagnate nell’acqua lunare.

    (da ALFABETO dalla A alla Z)