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in archivio dal 31 lug 2007

Giuliana Argenio

10 dicembre 1956, Roma
Segni particolari: Nessuno.
Mi descrivo così: Scrivere per non morire.
Mi trovi anche su:

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  • 03 agosto 2007
    Y, Ora e Siempre

    Neve di parole notturne
    Lungo i condotti del cuore
    Luccica il talismano della felicità.

    Disperazione trasmuta l'alba
    Sigilla il verbo essere assonnato
    Tinta de Rojo la magnana

    Sogni di neve e frantumi di parole
    Assopiscono membra stanche
    Rimandano al risveglio il trapassato prossimo

    Ucciso il nostro ieri da paure
    Flebile respiro di un futuro notturno
    Suona i tasti d'un pianoforte scordato

    Eluse le ombre della notte
    Scivola il giorno tra luci incerte
    E insondabile tristezza

    Neve di parole notturne
    Cadranno in futuribile previsione
    Estasiata dal genio, catturerà ogni fiocco
    Il cuore mai sazio del tuo inchiostro
    Y, ora e siempre.

     
  • 03 agosto 2007
    Dejà Vù

    Deja vù di farfalle
    di nobili nuvole
    Deja vù di trecce
    e feroci Leoni.

    Già veduto l'ocra,
    il rosso pompeiano
    e il raro Blu di Prussia
    in ginocchio davanti ai miei sogni.

    Nella memoria
    il Vento soffia forte
    Sparpaglia date e cronistorie
    Dejà vù di fogli accatastati

    Già veduto quell'orrizzonte
    ed il tramonto farsi Rosa
    L'Aurora divenire nome
    Deja vù, amica mia.

    E la musica plasmata dal genio
    il rimbombo dei versi sull'inchiostro nero
    Apparire un miracolo i miei graziosi piedi
    e un respiro l'Amore.

    Deja vù di una vita in fuga
    Indeclinabile verbo Essere
    Sconfitto da ipocriti convenevoli.
    Dejà vù. Dejà vù. Troppo tardi mia cara.

     
  • 02 agosto 2007
    Vorrei

    Vorrei tornare
    un minuto ancora
    laggiù
    dove eravamo

     

    Vorrei guardare
    un minuto ancora
    la casa
    la vita che volevamo

     

    Vorrei sentire
    un minuto ancora
    la musica
    delle nostre anime

     
  • 02 agosto 2007
    Nebbia

    Arrotolo parole
    vanno per versi strani
    si perdono nell'aria
    scompaiono nella nebbia.

     

    Arrotolo parole
    fugge la poesia
    spento il ritmo
    tocco il silenzio.

     

    Arrotolo parole
    come fascine di rovi
    sanguina l'anima
    Memoria nella nebbia.

     

    Cerco il verbo
    che più non trovo
    Arrotolo parole
    vuote di senso.

     

    C'era quel bel tempo
    e le parole adornate
    petali, cuore
    poesia, dolore.

     

    Arrotolo parole
    annodo colori, sentimenti
    sogni e malinconia.
    Ripongo il verbo, sono stanca.

     
  • 02 agosto 2007
    Sono

    Sono
    nelle maniche troppo corte
    di una tua camicia bianca
    Sono
    in una libreria smembrata
    nel ricordo ovattato
    di emozioni mai chiarite
    Sono
    nello sguardo di una sera
    nella data di un lutto
    Sono
    un amore che non ha più
    ali per volare.

     
  • 01 agosto 2007
    Alla Figlia di Un Re

    Rompe il dosso d’un mio pensiero la tua risata contagiosa.
    Schiocca tra sciabordio dell’acqua e rumori d’una festa.
    S’alza/ si leva cristallina/ socchiudi gli occhi
    inclini un po’il tuo capo/
    Così, deliziosamente acconciato con un fermaglio e
    qualche ciocca a lato.

     

    Poiché, quand’anche la sofferenza fosse
    la natura più oscena della vita
    C’è questo lago e il tramonto e l’aurora
    E il profumo dei ciliegi in fiore
    L’andar delle stagioni, mai finito fiore il sentimento


    Momenti, istanti. Frammenti d’ un tempo mai perduto
    Si perdono nell’acqua e luci riflettono
    come dentro lo specchio.
    Galleggia l’ombra del sorriso
    Disegna cerchi perfetti
    Concentriche, equidistanti armonie sfumano la sera


    Ed è già memoria bellissima, archiviata tra i ricordi più dolci.
    Tra tutti quegli abbracci il commiato avviene senza pena
    Detto s’è molto, indovinato poco, sperato infinitivamente.

     
  • Non hanno forse
    i vecchi
    gli occhi per guardare?

     

    Non sanno forse
    i vecchi
    l'accento dell'amore?

     

    Non hanno forse
    i vecchi
    l'olfatto, il tatto?

     

    La giovinezza
    la bellezza
    un elisir
    che inebria chi ti guarda.

     

    Sei la donna più bella che conosco
    se non bastasse
    l'esclusiva intelligenza
    che ho avuto da gustare.

     

    Nel falò della vita
    perderai piccole virtù
    che maschi decadenti
    cercheranno altrove

     

    Di una sola
    porterai orgoglio.
    La porterai al petto
    come medaglia al tuo valore d'esser stata.

     

    La tua anima, mia bellissima donna.

     

    Roma 30 maggio 2007 mentre scende la notte, le nostre anime non sono mai sole. Esse battono foreste di larici, pini e betulle. Di smeraldo adorno i tuoi sogni.

     
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  • 27 maggio 2008
    Il violino

    Come comincia: Anche se la strada che scende dall’alto è infangata dalle piogge recenti e, in qualche tratto sembra torrente sottoposto al capriccio dei rigagnoli, raggiunge senza troppa difficoltà il punto dov’è saltata la macchina di Ester. Ci sono ancora le impronte della gru per issarla e gli arbusti spezzati, indicano il tragitto della caduta.
    Per un animale urbano come lui, la trasparenza dell’aria alta, l’esuberanza dei boschi ogni giorno più fitti, cambiano forma e volume con gli alti bassi della prospettiva, l’umidità del paesaggio gli procura  euforia e nostalgia.
    Una piacevole, inspiegabile nostalgia, perché prima d’ora non era mai vissuto in montagna e dopo due anni, non riesce ancora a sentire reale questo contatto con la libera natura.
    Ester è stata sepolta ieri mattina.
    Avevano acquistato il piccolo chàlet con i tetti in ardesia, fenomenali nella protezione della neve. In quella zona, d’inverno, la neve è molto di più di un effetto ottico: una pellicola subito ghiacciata, blocca per tutta la stagione il biancore sulle cose.
    Ester aveva trentacinque anni, una bellezza sciupata e nei lineamenti conservava una malizia ammiccante, particolarmente concentrata sulle labbra, anche da morta.
    Lui, crede di averla amata oltre ogni possibile previsione.
    Ha l’intera geografia del cervello occupata da quella sua ultima espressione nella bara, prima che la chiudessero.
    Ferma il pick up all’inizio della discesa.
    Lo sterrato finisce lateralmente all’improvviso.
    Prima che gli arbusti fossero abbattuti dalla jeep di Ester, il burrone rimaneva mascherato e il costone delle rocce invisibile. Le cime emblematiche del Massiccio, sfidano il cielo più cupo che mai. Un volo di trenta metri, il volo di un’aquila reale che spiega le ali e scende in picchiata, invertendo la traiettoria.
    Ester amava questi suoi monti dov’era nata. Voleva tornarci, era stato il suo più grande desiderio negli ultimi anni.
    Lui, crede di aver amato Ester oltre ogni ragionevole dubbio, oltre ogni altra sua possibilità.
    Ha amato il suo corpo, la sua mente, la sua anima. Ha amato la sua musica.
    E’ dentro ogni sua cellula, in ogni luogo segreto del pensiero. Sua,  come nessuna donna mai.

     

    (Abbassa questa voce interiore, cazzo. Ti stai facendo del male)

    E’ stato l’incarnazione del fallimento fino a quando non ha incontrato Ester.
    Si innamoravo di ragazze forti che non lo notavano mai. Erede di un patrimonio familiare, non ha mai saputo mettere a frutto gli studi. Ester racchiudeva il plusvalore del denaro: ha bevuto la sua musica, i suoi dischi, i suoi successi, sciolti nell’acido muriatico.
    Bisognerebbe non essere mai nati, per quanto abbiano fatto i suoi, non lo ripagheranno mai del brutto tiro di averlo messo al mondo.
    Se l’umanità si mettesse d’accordo per non fare più figli, in mezzo secolo la terra finirebbe spopolata e restituita alle sue forze più innocenti: gli animali, l’acqua, il sole.
    Ester amava il suo violino, la musica, Mozart.
    - Per lei non sono stato che uno snob intelligente e ricco. Nulla più.
    Mi sento mutilato senza di lei. Erotomane-Folle-Affettuoso- Null’altro per lei.-

    (Scopri queste cose solo ora? Le sapevi da sempre. Cos’è? Una nebbia frutto di possibili evaporazioni di lacrime occulte?)

    Ester è morta. E’ come se si fosse mutilato.
    Inizialmente si era sentito felice con lei. Dopo, si è  trovato di fronte una sfilza di barriere emotive.
    E’ stata lei a portare all’insoddisfazione, il virus ignoto che provoca disgrazie agli altri e a sé stessi.
    Parcheggia con l’angoscia . La casa è vuota. Sarà vuota per il resto dei suoi giorni.

    (Manomettere i freni della jeep, lasciare al destino il giorno e l’ora della tua morte Ester. Erotomane-Folle-Affettuoso- Lo sono stato fino alla fine.)

    *  *  *

    David, chiude la porta di casa dietro di sé. Il camino acceso cattura il suo sguardo.
    Appoggia i pensieri su una musica che non aveva mai udito prima e non avrebbe udito mai più.

     
  • 21 gennaio 2008
    Giochi Proibiti

    Come comincia: Le coperte e i cuscini hanno l’odore di Virginia.
    L’avvocato Dejare annusa l’aria, scivola con la mano sulla federa che conserva l’impronta della testa di sua moglie. Raccoglie un lungo capello nero e lo trattiene tra indice e pollice.
    Poi, lo infila nella tasca della giacca grigia. Indugia ancora un secondo a guardare la stanza e pensa che anche con le finestre semichiuse è colma della luce della donna.
     - Vado in studio. Passi a prendermi alle sette? -dice battendo le nocche sulla porta del bagno a fianco della stanza.
    Il rumore lieve dell’acqua spostata dai piedi nella vasca idromassaggio, accompagna la risposta di Virginia.
     - Ok. A stasera -
    Vorrebbe aggiungere qualcosa l’avvocato e invece raccoglie il cappotto in stile ministeriale scuro, attraversa il lungo corridoio del reparto notte; con un cenno del capo saluta la filippina che sta riordinando in salotto ed esce.
    Virginia gli appare come uno strano miraggio concreto dal giorno in cui l’ha conosciuta.
    Dejare aveva superato d’un pezzo i cinquanta e benché la consistente ricchezza gli regalasse un vantaggio nei confronti dei suoi coetanei, il suo fascino era ugualmente visibile.
    Un uomo di grande classe e cultura, sapientemente conservate; un classico esemplare dell’alta società meneghina. Molto attento alla forma, attratto dalle donne di un certo stile, mai appariscenti ma dannatamente disinibite.
    Per Virginia ha imbarcato moglie e due figli. L’ha liquidata con una somma da capogiro e si è ripreso un lembo della vita che in fondo gli è sempre mancata.
    La sessualità di Virginia gli appare da subito un velo trasparente sulla indubbia classe che possiede e che agli occhi di un attento estimatore del genere, salta agli occhi in un solo balzo.
    Non fosse altro per come cammina.
    Da cinque anni è divenuta la moglie dell’avvocato Dejare, uno dei penalisti di Milano più contesi.
    Trent’anni di meno, conserva nei lineamenti l’origine asiatica ereditata da parte materna.
    Un viso e un corpo che avevano spazzato ogni dubbio all’epoca, dalla testa dell’ uomo.
    C’ è da aggiungere che a togliere qualsiasi tentennamento all’ avvocato, tipico delle faccende che si trascinano moglie e figli in coda, era stata l’assoluta libertà mentale di Virginia.
    Fosse stato per lei poteva rimanere sposato. Nessuna preclusione sulla condivisione dei letti. Ovviamente reciproca e, questo, lo ha messo in chiaro fin da subito.
     - Ti sposo, ma non voglio sentirmi limitata nella vita intima- e a Dejare era parso davvero un miraggio, forse più per una serie di teorie personali a vantaggio della propria coscienza maschile.
    A parole era di una semplicità unica. Niente possesso, niente gelosie.
    Lui, in fondo, si era convinto che era meglio essere comproprietari di un vulcano che gli unici proprietari di un iceberg.
    Quando poi, la prima stilettata di gelosia e orgoglio gli aveva fatto fare qualche gesto innervosito, Virginia l’aveva messo al muro.
     - Non c’è nulla che voglio nasconderti. Puoi essere presente anche tu. In fondo sei mio marito e non l’ho mai nascosto agli uomini con i quali mi concedo un passatempo -
    Il senso di intrappolamento che aveva avvertito in quella provocazione, l’aveva rimosso con delle semplicissime riflessioni.
    Anche se non ci fossero stati i locali per scambio di coppie che secondo statistiche facevano il pieno nei fine settimana, da che mondo è mondo esistevano i minuetti a trois, a quattre.
    In tutta sincerità, se avesse potuto descriverla proprio tutta, Virginia senza saperlo l’aveva spinto a volersela sposare quella ragazza dal sorriso di porcellana bianca. I sensi dell’avvocato si erano rinverditi; mille immagini di film porno gli erano comparse all’improvviso e nell’abbracciarla aveva pensato che era tempo di viverla appieno la sua ricca, noiosa esistenza.
    I dettagli in “un breve racconto” si risparmiano e lasciamo al lettore chiunque esso sia e alla propria personale immaginazione, di quanto e come Virginia avesse sedotto un uomo nato sotto i bombardamenti della seconda guerra mondiale, con una precisa matrice di perbenismo, tipico delle classi sociali aristocratiche e non, dell’epoca.
    Molto si fa e altro non si fa -Molto si dice e altro non si dice. Nulla di veramente etico.
    Una moralità di seconda mano per buon uso e costume.
    Le avventure si sono moltiplicate, le vacanze sono almeno quattro all’anno e più giri e, più incontri ragazzi da sballo, abbronzati, la pelle come il bronzo e i capelli che solo il surf sa striare naturalmente.
    Francesco l’ hanno conosciuto insieme lui e Virginia, a Milano, guarda un po’... A volte non serve fare voli transoceanici per incontrare una creatura di ventiquattro anni appena abbozzati e una montagna di soldi che gli riparano gli studi di ingegneria.
     - Mi piace -dice dopo quella cena Virginia.
     - Vabbè organizza -risponde Massimo Dejare. Pur di accontentarla e accontentarsi ruberebbe la luna al mondo e gliela manderebbe a casa confezionata da Bulgari.
    Finché Virginia sceglie perennemente uomini più giovani di lei di almeno una decina d’ anni, più di tanto non lo disturba. Se proprio si va a scavargli nei meandri più profondi, lo eccita e lo fa sentire un piccolo dio. In quelle stanze, là dove avvengono quegli incontri della moglie, lui è un assistente silenzioso, mai volgare, mai invadente. Poi è sua, è sempre sua, come una bella vettura di cilindrata che sì è impolverata durante un tragitto e a cui basta un lavaggio per far risplendere la carrozzeria nuova. Non è più tempo per Dejare di vendere e acquistare le vetture con la furia di un tempo.
    A un anno dall’ immatricolazione le auto appartengono già al modello precedente, subiscono una svalutazione mostruosa come le porti fuori dalla concessionaria. Virginia è un esemplare unico di Ferrari che più il tempo passa e più si rivaluta. In giro ce ne sono talmente poche che il mercato tiene perfino in Giappone. E Dejare lo sa.
    Di solito le “avventure” hanno vita di ore. Poi si passa ad altre questioni. Non è che la vita dei coniugi sia basata esclusivamente su questa divagazione. Cene, mostre, concerti, viaggi. Bè, si. Ci scappa sempre qualcosa, anche se parti da casa con tutt’ altra idea.
    Virginia è una tritasassi quando ci si mette.
    Con Francesco cominciano a perdere connotazione il “patto di solidarietà” .
    Dejare ha scoperto che lo vede senza dirgli nulla.
     - Perché devi mentire se tutto è chiaro tra noi? -gli dice la sera alle sette quando entra nel suo studio privato. C’è un velo di rimprovero nella sua voce, miscelato ad una certa amarezza.
     - Non ti ho mai mentito Massimo -risponde Virginia passandosi la punta dell’ indice sulla palpebra.
    E’ un tic nervoso che la assale quando è in difficoltà.
    Lui potrebbe leggerla come un libro quella giovane donna.
     - E allora perché adesso? Perchè mi escludi dalla storia? E’ una storia vero Virgy? -
    Pare un padre preoccupato per l’avvenire della figlia. La guarda socchiudendo a fessura un occhio e tenendo l’altro ben aperto su ogni minima mossa facciale che gli dia un segno.
     - Meglio parlarne. Io lo amo -
    Ecco è fatta pensa Virginia. Francesco non la vuole dividere con altri, in due mesi si è scoperta un’ anima nuova, come dire, diversa.
     - Ha dieci anni meno di te, è uno studente. Cosa pensi di farci? -
    Vorrebbe dirglielo cosa pensa di farci, ma ha pietà. Si dice che un uomo vero lo riconosci dalle decisioni che prende e lei non ne ha mai conosciuto uno prima di Francesco.
    E’ Francesco che conduce il gioco, Francesco che si è preso una sventola che gli ha frullato in unico mix il cuore, il cervello, e l’anima.
    (Tu lo lasci. Punto. Se mi ami lasci lo “zio” , lasci il “ nonno” . Fa come cazzo vuoi.
    Se mi ami lo molli, altrimenti Virginia si chiude.
    O lo ammazzo e finisco in galera o, ci pensi tu a dirglielo)
    Questo discorso chiaro, limpido come l’acqua di una fontana di montagna, ha deciso per entrambi.
     - Non è l’ultimo dei mohicani Francesco. Ha di che vivere per due generazioni. Quali ansie vuoi mettermi? Ho trentaquattro anni. Figli non ne hai voluti, è l’unico baratto in fondo che c’ è stato tra me e te./ Niente figli- Tutti gli amanti che vuoi/ . E’ finita Massimo, se mai è cominciata.
    Sono incinta, l’hai capito o non l’hai capito? -
    (Incinta. Come può una statua bella come Virginia essere incinta? Come si può pensare di deturpare un’ opera scultorea? E’ uno sfregio all’ estetica. E’ un deficiente il ragazzino, un povero imbecille che non ha capito nulla)
     - E se non ti lascio andare con lui? -Dejare sa che non può mettersi di traverso sul pavimento, sa che lei lo scavalcherebbe perché oltre che a conoscerla, gliela vede dipinta sullo sguardo la decisione definitiva.
    C’ è silenzio nello studio. Massimo Dejare fa ruotare la Mont Blanc sulla scrivania e la fissa come fosse una trottola di lusso. Se la porta quasi vicina al naso e la rimira.
     - Non sono un perdente Virginia, per natura non lo sono e sono troppo intelligente per mettermi a competere con un ragazzino -
     -Quindi? -risponde innervosita ma già più sollevata da quando è entrata.
    E’ solo questione di orologio. Ormai il più è fatto.
     -Quindi fammi parlare con lui, da solo, a tu per tu. Fallo venire da me domani sera a quest’ ora -
    Virginia esita tra varie possibili risposte e l’ idea di prolungare ancora quel discorso ha l’ effetto di spingerla ad acconsentire non prima di sondare cosa effettivamente vuol dire a Francesco.
     -Molto semplice tesoro. Mi firma una rinuncia a qualunque tipo di responsabilità o eventuale richiesta da parte tua di somme di denaro o altro. Fintanto che non ci sarà una soluzione del tutto legale, non voglio mi si attribuiscano paternità inesistenti. Si da il caso che ho due figli -
    Lascia una scia di profumo e ricordi fastidiosi chiudendosi la porta alle spalle, senza aggiungere una sola sillaba. Lui si mette il cappotto ed esce fumando.
    (Ma davvero pensavi di invecchiare con lei? Invecchiare quando? E’ già successo Dejare. Eri vecchio quando l’hai conosciuta. Lasciala andare, in fondo ti ha regalato cinque anni della sua giovinezza. Cosa pretendevi?)
    Già. Si ha un bel dire cosa si pretende quando finisce una storia. E’ un bel casino quando ci sono le carte in regola. Figurati con la moglie incinta di un altro che ha quarant'anni anni meno di te. A chi gliela racconti questa disavventura amorosa? Ti risponderebbero tutti che potevi pensarci prima.
    Gli stessi che si sono congratulati per la tua ottima scelta cinque anni addietro, gli stessi che sono venuti al ricevimento del tuo matrimonio.
    (Meglio così. Invecchiare con dignità, un minimo di aplomb anche in questo senso. Passerà). Passerà. Si è mai visto un uomo morire per una donna?) pensa guidando verso la casa Limone.
    (Che ci vado a fare a casa in via del Senato? Mi metto a parlare nuovamente con lei della cosa? Le pianto il muso?)
    Con il cellulare avverte il guardiano di Casa Dejare a Limone, di preparare per la notte.
    E’ così che vanno le cose, anche nei ceti più alti della società. Negli altri per una questione del genere si finisce sul divano di un amico o in una piccola stanza di una pensione.
    I più sfortunati in macchina, se ce l’hanno. La vita può cambiare dalla mattina alla sera.
    Ma avete mai visto un uomo morire perché una donna lo lascia?
    In genere no, per dirla in tutta franchezza, ma un uomo e una donna insieme accade che si.
    Francesco accompagnato da Virginia, che ha insistito per esserci, segna il proprio destino.
    Dejare aveva pronti nella canna del fucile per la caccia grossa preso dalla rastrelliera della villa di Limone, due colpi.
    Due pallettoni che abbattono in un secondo un rinoceronte se hai la mira buona.
    Due, perché non si sa mai cosa può succedere anche al più perfetto dei percussori con dispositivo automatico.
    Lui voleva parlare a tu per tu con Francesco. Da solo.
    Virginia non doveva esserci e non si viene meno agli accordi.

     
  • 16 ottobre 2007
    Tango

    Come comincia: Lo zoppo era grasso e agile. Trascinava quel che era rimasto della sua gamba, con un movimento del corpo perfettamente sincronizzato. Per questo l’avevano soprannominato Tango.
    A dirla tutta, non era esattamente il passo di un tango a ricordare la menomazione, ma, si sa, in un piccolo paese di montagna di mille abitanti, l’immaginazione si ferma all’interno della valle circondata dalle cime, innevate per buona parte dell’anno.
    Così che quando nacque, Tango doveva averlo avuto un nome, ma, gli durò troppo poco per essere memorizzato dalla collettività. Già che a nascere ed essere abbandonati fuori di un convento dentro a una cesta, non è il massimo della fortuna, le suore gli avevano tuttavia permesso l’accesso ufficiale a questa vita terrena. Le prime e uniche mani femminili ad accarezzargli il corpo, furono le loro. L’unico profumo della pelle di una donna, miscelato all’odore di minestrone, restò nella memoria olfattiva, legato a loro: alle suore.
    Nei giorni seguenti fu affidato all’orfanotrofio e altre consorelle si presero cura di lui.
    Gli odori, le percezioni olfattive, imbrigliate in quel piccolo mondo che esalava aromi confusi. Pietanze e acqua santa, una tantum, il profumo del sapone.
    L’unico viaggio in macchina Tango lo fece a quattro anni, dentro all’ambulanza che a sirene spiegate l’aveva portato al nosocomio del capoluogo più vicino, in una tarda mattinata di diciotto anni addietro.
    L’ortolano che si curava delle piccole coltivazioni dell’orfanotrofio, manovrando il trattore non si avvide del piccolo sgusciato dal refettorio.
    E anche in quella occasione Tango, Felice all’anagrafe, dovette ringraziare il suo santo protettore.
    San Felice era caduto per puro caso nel calendario un gelido 14 gennaio, giorno in cui fu trovato.
    In fondo, per come era iniziata la sua vicenda terrena, non si poteva del tutto definirla una propria e vera “sfiga”.

     

     - La gamba maciullata non è stata amputata.
     - Vedi che Gesù ti ha tenuto stretto al suo cuore?

    Alla fine, anche il più scettico e ostinato degli atei, si convincerebbe.
    Tango non ebbe negli anni seguenti molte opportunità per farsi una propria idea personale relativamente alla fede, né di lasciarsi cullare la mente dalla fantasia. Meno che meno di oltrepassare la soglia di un’istruzione primaria.
    Effigi di santi, madonne e crocifissi stigmatizzarono il suo immaginario anche quando, negli anni della pubertà certi riflessi involontari del suo basso ventre lo lasciavano attonito.
    Poi ci si abituò, come un cane maschio, quando da cucciolo diventa adulto e, automaticamente alza la zampa.

     - E’ la natura - gli disse un giorno l’ortolano al quale aveva fatto domande confuse.
     - E’ la natura - confermò una delle suore più evolute.

    In un certo qual senso, lo zoppo grasso e agile, viveva all’interno di una bolla di plastica opacizzata.
    Quelle di cristallo erano già state esaurite nel gran mercato dei destini, quando nacque.
    Qualcosa aveva imparato negli anni trascorsi in convento: come e quando si concima il terreno.
    Quanto si ricava dalla vendita delle patate e tutto sommato a ventidue anni, non era neppure l’ultimo barbone della terra. Un letto nel convento assicurato per il resto dei suoi giorni, grazie alla carità dei fedeli. Un lavoro che gli garantiva la pagnotta e, la vita che gli aveva donato il suo Dio. Eh, sì

     - “La vita che ti ha donato Dio è una cosa preziosa” - avevano ripetuto fino allo sfinimento le monache, ignorando forse, chissà, che la vita la doveva formalmente a una donna che si prostituiva e non avrebbe saputo cosa farsene di lui.

    Quello che Tango non riuscì mai a spiegarsi, fu il cumulo di emozioni che lo travolsero quel giorno memorabile. Il giorno dell’innamoramento al primo sguardo, benedì le sue sensazioni segrete, suonò le note sconosciute di uno strumento percussivo.
    Il cuore iniziò a battere così forte che temette di udirlo echeggiare nella valle.
    Jlenya gli si parò alla vista in una mattinata di inizio estate. Alla fermata del pulman che collegava il paese, era sola ad aspettare la prima delle quattro corse giornaliere; l’unica via di congiungimento con la rete ferroviaria distante trenta chilometri.
    Tango, a bordo dell’Ape carica di patate destinate al mercato, arrancava sulla salita e l’ebbe di fianco, come se la visione di un angelo si fosse improvvisamente materializzata.
    Rallentò a tal punto che la tre-ruote si spense e Jlenya incrociò il suo sguardo beota per la frazione di un istante.
    Com’è vero che sono i nostri occhi a vedere quello che vogliono vedere.
    Jlenya nello sguardo di Tango non lesse null’altro che quello che c’era: un grande vuoto la cui assenza di vita interiore appiattita, rendeva innocuo.
    Lui, invece, vide il riflesso degli aghi dei pini, il più bel tono di verde dell’erba e, le forme acerbe di Jlenya gli ricordarono Suor Giselda, quand’era giovane e lui la spiava dalla grata del dormitorio prima di dormire.
    Così iniziò quell’amore. E divenne l’amore segreto di Tango-Felice.
    Divenne un tale fisso e costante pensiero che forse ci fu qualcuno ad accorgersi che in lui qualcosa stava mutando. Era più Felice che Tango.
    Quegli incontri si moltiplicavano; lui l’aveva rivista altre volte alla stessa fermata della corriera e, alla fine, si convinse che quello era una sorta di appuntamento tacito.
    Jlenia dalla pelle bianca e gli occhi verdi, non aveva nome per lui. Non lo conosceva.
    Era semplicemente la “ragazza bionda” che lo aspettava tutte le mattine.
    Nello scambio delle stagioni, l’estate volò e l’autunno giunse con il suo bel carico di nuvole e pioggia, che in montagna durano per giorni e giorni.
    Quella pioggia era benedetta come l’acqua santa.
    Se non fosse piovuto con una tale intensità quel mattino, chissà mai se Jlenya, fradicia e inzuppata fino al collo, avrebbe fatto segno con la mano a Tango, di fermarsi. Tutto era assurdamente in ritardo quella mattina alle sei e trenta.
    Anche lo zoppo agile e grasso lo era, con il suo solito carico di patate, ma si fermò.

     - Mi daresti un passaggio fino alla piazza? Forse riesco ancora ad acchiapparlo il pulman -

    Tango guardò all’interno dell’abitacolo, lo strapuntino del tre-ruote aveva posto per il corpo esile del suo amore segreto. Alzò il braccio dal manubrio e lo sporse in fuori, parallelo al busto, così che Jlenya sgusciò dentro e gli fu sotto l’ascella.
    Ecco, quello fu il momento più bello di tutta l’intera esistenza di Tango -Felice.
    Un momento di un’intensità fuori da ogni grazia terrena e, non si sarebbe potuto spiegare a nessuno quello che lo zoppo avvertì scorrergli dal cuore alla testa.

     - Sono Felice - riuscì a balbettare lo zoppo e, per davvero, la sua mente danzò un Tango denso di virtuosismi e caschè.

    Jlenya sorrise, pensando che essere felici sotto quell’acquazzone era a dir poco originale e si sapeva che, in fondo in fondo, ogni donna iniziava proprio in quell’età adolescenziale ad avvertire la forza della propria femminilità. Non che le importasse poi molto di essere valutata da uno come lui.
    Era una sensazione vaga di vittoria mescolata al fastidio.
    Il tergicristallo segnava come un compasso una mezza luna che immediatamente si opacizzava e il rumore nell’abitacolo pareva il suono di una vecchia sveglia. 
    La pioggia scrosciava come se migliaia di secchiate d’acqua cadessero contemporaneamente su loro.
    Svicolando attraverso la strada sterrata che passava in un tratto di bosco, le fronde degli abeti funzionavano a mo’ di ombrello e, Tango, arrestò all’improvviso il trabiccolo.
    Chiusa nella stretta di quell’abbraccio obbligato, Jlenya fu presa da una strana vertigine di paura.
    Cercò con la mano la leva d’apertura della portiera, ma lui la tenne stretta a sé.
    Tango stava sequestrato all’interno di onde dense e liquide.
    Il calore gli saliva a flutti sulle gote e gli colorava il viso di chiazze.
    All’improvviso, era stato all’improvviso.
    Come una folata di vento annoiata di posarsi sulle fronde degli alberi e decide di infischiarsene della rotta. Può essere che il vento ha questa improvvisa voglia di spazzare via tutto, stanco d’essere considerato brezza, ponentino?
    Le sensazioni aggredirono Tango nell’arco temporale che passa tra l’istinto e l’azione, scavalcando a piè pari tutti i comandamenti.
    Aveva tra le braccia il corpo della ragazza dalla pelle bianca che si divincolava.

     -Non piangere, non gridare. Non voglio farti male -

    Avrebbe voluto accarezzarla, accarezzarla, ma lei riuscì ad aprire la portiera di latta di quell’inferno e si mise a correre incespicando nel fango.
    Era zoppo, grasso, ma agile e gli fu subito alle spalle; l’agguantò per una caviglia.
    Caddero entrambi sulla terra bagnata impastata di aghi di pino e muffe.
    Il terrore stravolgeva i lineamenti di Jlenya: il viso contratto in un’accozzaglia di smorfie. Paralizzato dalla paura.
    La mano libera dello zoppo scivolò lungo l’altra gamba.
    La pelle umida di Jlenya era un fiume che scorreva. Oltre gli argini, distese di prati estivi e lusinghe sconosciute.
    Lo ebbe sopra; l’alito dello zoppo disegnava brevi fiotti di condensa nell’aria fredda.
    Allora lei gli piantò le unghie sulle guance, iniziò a scalciare come una forsennata sentendo quell’arma nascosta di Tango, farsi largo tra le sue gambe.
    Se non fosse piovuto, se non avesse chiesto quel passaggio, se Tango fosse nato in un’altra situazione o non fosse mai nato, chissà se sarebbe andata così.

     - E’ la natura. E’ la natura - ripetè allo spasimo Tango -Felice

    La natura bruciò in pochi secondi e, lui, l’ebbe nuovamente di fronte come la prima volta che l’aveva vista, solo che sembrava un’altra.
    Lo sguardo paralizzato, catturato da un punto invisibile del cielo scuro come la terra, che filtrava dai rami dei pini.
    Tutt’intorno il silenzio interrotto dal rumore del diluvio incessante.
    Il sangue colava dalla testa di Jlenya e veniva mano a mano che scorreva, lavato dalla pioggia.
    In quel gran cataclisma della natura Tango non si era neppure reso conto di averla colpita più volte con quel sasso alla fronte, che teneva ancora in mano.
    Gli occhi immobili e spalancati di Jlenya intrappolati al di là delle curve della vita, avevano rubato un lembo al cielo per l’ultima volta.

     
  • 16 ottobre 2007
    Martino

    Come comincia: (Devo stare attento a dove metto i piedi. I piedi devono stare attenti a dove si mettono. Devo stare attento a dove metto i piedi. La mamma dice che devo stare attento a dove metto i piedi. Non trovo più la figurina nella tasca. Devo trovare la figurina e devo stare attento a dove metto i piedi)
    Martino cammina mano nella mano con la sua mamma. Vanno da qualche parte, Martino non lo ricorda, ma la mamma l'ha detto prima d'uscire.

     

    -Devi stare attento a dove metti i piedi che fuori piove e ti inzaccheri tutto se non guardi-.

    (Come faccio a trovare la figurina nell'altra tasca se la mamma mi tiene la mano?-Devo stare attento a dove metto i piedi e i piedi devono stare attenti a dove si mettono)

    Martino ha dodici anni e quando è nato, per incuria dei medici che non hanno deciso per il parto cesareo in tempo, è rimasto troppo a lungo in asfissia. Il danno che ha riportato è rimasto come una ferita inguaribile nella sua mente e come una coltellata che sanguina in continuazione, nel cuore di sua madre.
    Come lo ama questo bambino che non avrà mai la mente di un uomo, che non gli si invecchieranno mai i pensieri, non gli si logoreranno mai i sogni.
    Martino va in una scuola speciale, una di quelle scuole dove non si promuove e non si bocciano i ragazzi. Si aiutano e basta. Martino ha dovuto penare per imparare a muovere le gambe in sincronia. Non è perfetta, ma cantano con garbo i passi, attento a non incrociare le punte dei piedi, Martino va.

    (Dovrei fermarmi, lasciare la mano della mamma e cercare la figurina nell'altra tasca. Non posso fermarmi, devo stare attento a dove metto i piedi. I piedi devono stare attenti a dove si mettono. Forse la figurina l'ho lasciata a casa.)

    Egle aveva desiderato quel figlio quanto la terra arsa dal sole desidera la pioggia. Anni a sperare di stagione in stagione di vederlo crescere dentro di lei quel bel sogno.
    Quando finalmente era successo, avevano pianto di felicità lei e suo marito.
    E di nuovo avevano pianto d'un dolore atroce e spaventoso, dopo che Martino era nato. Dolore, rabbia per quegli incoscienti di dottori e la loro superficialità che stava ancora dentro alla causa,ad aspettare che qualcuno gliela facesse almeno pagare. Allevare un bambino con i problemi di Martino, non era stato facile.
    Quello che angosciava Egle, era il futuro di Martino. Non lo puoi vedere il futuro d'un bambino che ha i problemi Puoi immaginarlo grande, all'università, a fare il militare, a partire per una vacanza con gli amici? Puoi immaginarlo con una ragazza, innamorato, che l'aspetta con il motorino e il casco sulla testa, sotto casa?
    Come rischi di guardarlo diventare vecchio senza farti cogliere dal terrore? E sì. Ti viene la paura che ti assale se ti puntano la canna d'una pistola carica sulla tempia. E' caricata a tempo quell'arma; come una mina.
    Sperare che Martino muoia prima di loro. A chi mai lo lascerebbe? Ad un Istituto?
    Dio come lo ama Egle quel suo bambino rimasto cucciolo, anche se di fuori è cresciuto. Quanto ama quel suo passo lento e dondolante che ti fa venire voglia di proteggerlo solo a guardarlo.
    Il padre, il marito di Egle, non ha mai più smesso di piangere dalla notte in cui Martino è nato. I momenti terrrificanti rimasti conficcati nel cuore come spilli, gli brucia l'anima un'ortica cresciuta con la disperazione: Martino cianotico, Martino che non piange, la bocca che annaspa in cerca d'un refolo. Poche ore prima, nella pancia della mamma volteggiava come un astronauta nel silenzio, nella pace, coccolato da un amore che gli arrivava attraverso un cordone.
    Ancorato come una barca nel porto, Martino era stato felice dentro quella piccola, calda isola.
    Poi, come un uragano che ti strappa con violenza dalla terra la sua felicità era finita. Un lungo viaggio senza respirare, il mare ormai lontano, le tiepide acque un ricordo. Giù nel profondo del burrone, giù, sempre più solo, al buio. Mai più pesce, mai più acqua, mai più isola, mai più.

    (La mamma mi tiene la mano. Non posso aprire la mano.

    Quando torno a casa cerco la figurina. Forse è nella tasca.Devo stare attento a dove metto i piedi non posso lasciare la mano della mamma, la mia mano è in quella della mamma)
    Piove che pare un castigo di Dio quel giorno di ottobre.
    Piove sul viso di Egle e la pioggia si mescola alle lacrime.
    Piove anche su Martino, ma lui l'acqua la adora. Non sa perchè, ma la ama tanto l'acqua.
    (Devo stare attento a dove metto i piedi. Non posso lasciare la mano della mamma. La mamma mi tiene la mano. La figurina forse è casa.)
    Non fa in tempo a frenare il macchinista. Li vede troppo tardi.
    Il treno passa su Martino e sua madre. Pezzi che volano come vele che si staccano dalla terra e si portano via le storie, i sentimenti. Tutto.
    (Era in mezzo ai binari con il bambino stretto vicino. Ho azionato i freni, ma in quel tratto chi può aspettarsi di trovare qualcuno al centro delle rotaie?-)
    Piange il conduttore del treno.

     
  • 20 settembre 2007
    Era una Storia D'amore

    Come comincia: - Ventesimo del secondo tempo. Cross da sinistra, evidente fuorigioco del centravanti tedesco.L'arbitro fischia. Il centravanti tira di testa. L'arbitro fischia ancora, alza il cartellino. La palla s'insacca nella rete.
    Il radiocronista non riesce a trattenere la gioia e urla con la folla. Un boato che riempie la stanza chiusa e resta aggrappato ai muri come una ragnatela.
    - Abbassa il volume di quella stramaledetta scatola! Ne ho le palle piene delle domeniche passate così- Jessica sbraita dal bagno. E' sull'orlo di una ennesima crisa isterica.
    Seduta sulla tavoletta del water, un piede sul bidet, sta stendendo lo smalto blu madreperlato sulle unghie. L'accappatoio di spugna aperto dalla cintola in giù, scopre la coscia sollevata. Pelle levigata senza l'ombra di peluria, soda e morbida come un impasto che non è ancora lievitato.
    -Và a fanculo- borbotta Dani e alza ancora di più il volume.
    Steso sul divano, la barba tagliata in un pizzo triangolare che si assottiglia sulle guance fin sopra le labbra e traccia una linea che si ricongiunge al lato opposto. Una cornice ben scolpita che non ingentilisce il ghigno della bocca.
    Jessica esce dal bagno e si tira dietro la porta con il rumore d'un asse che cade dal soffitto.
    Il piede dipinto di fresco poggiato sul tallone, l'altro in perfetta presa sul pavimento, arriva zoppicando di fronte a lui.
    - Figlio di puttana t'ho chiesto di abbassare il volume e tu lo alzi.- Afferra un portacenere dal tavolino del salotto e lo scaglia contro lo schermo del televisore.
    Due giocatori in maglietta a righe bianche e blu e tre in maglia bianca stanno correndo e l'oggetto li colpisce in blocco come in un tiro di bowling.
    I calciatori sprofondano nel buio e nel silenzio
    L'uomo resta paralizzato sul divano. I muscoli del corpo bloccati, sgonfi come palloncini, gli occhi dilatati sullo schermo muto e grigio che pare un soldato ferito al cuore, stramazzato a terra. La corazza spaccata, neppure un alito di vita. Morto.
    - Così impari figlio di troia. Mi faccio il culo tutta la settimana a lavare teste, mi spacco la schiena a pulire la casa. Mai che ti venga in mente di chiedere se ho voglia di fare il giro dell'isolato. Non fai un cazzo dalla mattina alla sera. Buono solo che ad avere un orgasmo con una partita di calcio.
    Lui l'aveva amata quella ragazza minuta con il corpo disegnato come quello d'una bambola. Cos'era successo in quei quattro anni?
    Daniel si gratta la testa, insistendo nello stesso punto fino a che l'unghia del dito s'intinge di sangue.
    - Ha spaccato il televisore. Lo ha spaccato- pensa mentre tenta di alzarsi.
    Il corpo non risponde ai comandi del cervello, immobilizzato da una rabbia e una paura che s'è mescolata al sangue. Rimane in quella posizione nel silenzio assordante che è piombato all'improvviso in quei cinquanta metri di casa.
    Anche Jessica lo aveva amato, fino a quando non ha perso il lavoro in fabbrica.
    Il loro mondo s'è capovolto con la faccia dentro ad una pozzanghera. Le porte hanno imparato a sbattere, le stoviglie stazionano giornate intere sul lavandino e lui s'è infilato dentro ad una tuta di felpa della quale pare essersi innamorato. La toglie solo per andare a dormire.
    L'unico vezzo rimasto è quella barba a pizzetto.
    Gli passano per la mente degli spezzoni d'un film, nei frammenti di un tempo indefinito in cui rimane dentro alll'impronta del proprio corpo insaccato sul divano.
    La sera in cui aveva conosciuto Jessica in discoteca. La prima volta che l'aveva vista muoversi sotto luci impazzite, le gambe quasi immobili e le linee definite del busto ondeggiare con la grazia d'una vela sul mare mosso.
    La prima volta che aveva fatto l'amore con lei era stato uno sballo totale per i sensi, per il cuore, per il cervello.
    Nessuna donna mai lo aveva portato in quel paradiso sconosciuto, nessuna gli aveva mai cavato quel piacere della carne e dello spirito. Dopo averla toccata era stato come se un cortocircuito avesse colpito l'ingranaggio che collega la parte inferiore del corpo a quella superiore.
    -Ha spaccato il televisore. Lo ha spaccato-
    S'infiltra quella virgola di realtà nei ricordi che gli ruotano nella mente. S'infiltra maligna, crudele, spazza le onde di nostalgia, l'odore di tutte le cose che ha amato
    Quante volte avevano fatto l'amore in quegli anni con la stessa voracità della prima volta?
    Nell'ultimo periodo il loro mondo s'è capovolto con la faccia dentro ad una pozzanghera d'acqua fanghiglia.
    A pensare a quei momenti avverte un brivido corrergli lungo la schiena, il desiderio prenderlo come allora, la voglia di stringerla e baciarla lo alza dal divano. Lo rimette in piedi, barcolla un secondo come se avesse avuto un calo violento di pressione.
    Dentro alla sua tuta barcolla fino alla porta del bagno e la spalanca.
    - Cosa cazzo vuoi adesso? - ringhia lei, senza neppure alzare la testa dall'unghia dell'altro piede che stria con meticolosa precisione, attenta alle sbavature.
    E' bella la sua Jessica, con quei capelli biondo rossi che scappano dall'elastico e le ricadono sulla nuca.
    Il desiderio di lei dentro a quella tuta che non gli rende merito, sformata com'è, capovolge i sensi unici. La voglia di averla tra le braccia è l'unica direzione che gli respira dentro, infila la rabbia in un contenitore senza tappo. (Resta ferma rabbia. Lasciami stare)
    - Cosa vuoi? Perché stai impalato come un salame?
    Alza la testa Jessica a guardarlo con quell'aria di sfida e nello stesso tempo di complicità. La bocca atteggiata ad un sorriso di scherno, come fanno i bambini quando sanno che l'hanno compiuta grossa e nel contempo hanno la garanzia della debolezza di chi li educa.
    La prende da sotto le ascelle e se la carica tra le braccia.
    Una bambola di porcellana, bella come un sogno.
    La stende sul letto e lei continua a guardarlo negli occhi come in un gioco conosciuto da entrambi e collaudato all'infinito.
    Sopra di lei, inarca d'un poco la schiena Daniel, fino a sfiorarle le labbra.
    - Scemo- sussurra Jessica passandogli le braccia intorno alla vita.
    Con la mano destra Daniel afferra il cuscino che sta di fianco e glielo ficca sulla faccia prima che lei possa solo avvedersene. Lo tiene premuto con entrambe le braccia, con tutta la forza che gli è tornata.
    Taci. Stai zitta. Taci amore. Amami
    Sente il suo corpo muoversi come la prima volta che l'ha vista. Lei inarca la schiena, muove le gambe appena d'un poco, cerca con le braccia verso l'alto un refolo d'aria che non c'è più. Se l'è presa il cuscino premuto sulla bocca. Se l'è presa la rabbia e l'amore di Daniel. Se la sono giocata entrambi a dadi, varcando quel crinale sottile che esiste tra realtà e la follia. Di suo, Daniel non avrebbe mai fatto del male a nessuno, ma valla a capire la mente, provate a capire cosa può succedere quando esplode il cortocircuito.
    Fili elettrici che restano scoperti e ci metti la mano. E allora ci resta qualcuno a non raccontartelo più com'è successo.
    - Balla Jessica, balla solo per me- dice in un soffio.
    Poi lei d'un tratto si affloscia tra le sue braccia e lui ha un orgasmo feroce.
    (Uguale, uguale, uguale. Come la prima volta. Uguale)
    Si stende accanto e le poggia la mano sulla coscia immobile.
    E' stupendo fare l'amore con te Jessica, ma non dovevi rompere il televisore a metà della partita.

     
  • 19 settembre 2007
    Per Sempre

    Come comincia:

    Gli ultimi due decenni le si erano adagiati sul viso e sul corpo impietosamente, come se per un malefico artifizio del tempo si fossero duplicati, radicati com'erano al rancore. Distillare goccia dopo goccia l'amore per trasformarlo in odio profondo, produceva singolari effetti.
    Amelia non aveva mollato un solo giorno quella sensazione di vendetta che le aveva corroso il cervello.

    L'unica curva della sua vita era stato lui: l'eccelso prof. D'Andrea, ai tempi in cui loro due erano semplicemente due studenti di Medicina. Stessa facoltà, stesso anno di nascita, stesso desiderio fisico esploso simultaneamente. Non era particolarmente bella Amelia, neppure allora quando dalla sua aveva la baldanza della giovinezza e una discreta femminilità.
    Si, perché non è detto siano solo le "bellone" a possederla.
    Anche se non vantava nessun titolo nobiliare, portava in sé dei tratti aristocratici, una figura esile ed elegante e pure gli occhi avevano un loro fascino particolare: azzurri come il cielo dell'Antartide con qualche bagliore di ghiaccio che fuoriusciva quando si adombrava. Eppure Ezio D'Andrea era riuscito a sciogliere quell'algida ragazza che collezionava trenta e lode e parlava pochissimo.
    Nella penombra del piccolo appartamento preso in affitto con altri studenti, erano diventati amanti: lunghi fine settimana in cui la casa restava solo per loro due.
    - Per sempre - è un classico del proggetto a due. - Ti amerò tutta la vita - un altro slogan coniato in tutte le lingue nella totale buona fede. Poi, si sa, possono accadere molte cose e molte altre possono cambiare le situazioni e i sentimenti delle persone stesse.

    Accadde anche a loro alla fine degli studi ed Ezio con la sua freschissima laurea se ne andò per la specializzazione negli Stati Uniti.
    - Sei stata un amore speciale Amelia. Non ho nessuna intenzione di rinunciare a te, ma la professione ora viene prima di me stesso, di te, di noi. Tornerò e allora riuscirò a vedere il futuro concretamente.
    Poi gli anni trascorsero e alla fine, si persero proprio nello scorrere del tempo. Ossia, lui perse la voglia di passare il resto della propria esistenza con lei.

    Amelia venne a sapere che agli inizi degli anni novanta era rientrato in Italia e attraverso accurate ricerche, l'aveva controllato giorno dopo giorno, mese dopo mese anno dopo anno attraverso i data base degli archivi ospedalieri e l'Ordine dei Medici Nazionale.
    Lei, la giovane studentessa d'un tempo, della laurea ne aveva fatto poco o nulla di più. Attorcigliata in quella storia d'amore che andava via via perdendo di consistenza, fece fruttare il suo bel pezzo di carta per un concorso dell'amministrazione ospedaliera. E lì vi rimase nel ventennio seguente, adempiendo coscienziosamente all'incarico, rispettando gli orari. Mai un appunto da fare a quella dottoressa segaligna, se non l'antipatia che del resto non andava ad interferire con il suo rendimento.
    E quando il "suo" Ezio, ormai odiato e detestato fino allo sfinimento, divenne Primario di Oncologia all'Ospedale di Brescia, si assestò sulla propria sedia e su tutte le informazioni possibili sulla vita private del prof. D'Andrea. Diede corpo alle proprie ombre malate e lasciò che quel sentimento ormai umputridito dal livore, divenisse la sua ossessione.

    (Sposato, guarda un pò quanto mi amava il bell'Ezio. Pure un figlio. C'è da farmi venire i capelli ricci se penso agli anni che ho buttato in discarica per lui.
    E già, la signora D'Andrea è giovane. Già, la bella consorte del professore. Chissà quanto gli è cara la mogliettina e il pargolo)
    Le si accavallavano così i pensieri: di giorno mentre lavorava, di sera prima di dormire, di mattina appena sveglia. Sola, senza un minimo di orizzonte da delinare oltre quella ragnatela di astio. Il deserto nel cuore e la rabbia nell'anima, varcò il crinale sottile della bastevolezza d'un sentimento abbietto quale l'odio. Superò la linea immaginaria che esiste tra la fantasia e la realtà.
    Quel mattino di fine novembre del 2005 uscì di casa prestissimo con una decisione ben precisa in tasca. Tutto si poteva dire, ma non che l'Amelia non fosse una donna più che concreta. Pragmatica. Le piaceva essere definita così nel suo entòurage di lavoro.
    Prese al volo il primo treno regionale per Brescia. Un'ora e ci sarebbe arrivata.
    Si fece accompagnare da un taxi ai piedi della zona pedonale.
    Arrivò con passo tranquillo al palazzetto liberty al n° 76 di via E. Filiberto.
    Ora l'avrebbe incontrato quel figlio di puttana. (Aspetta sulla sponda del fiume il corpo del tuo nemico passare. Eccome se non l'ho aspettato)

    Ore 7.30 del 26 novembre del 2005
    Passa la mano sulla targa d'ottone dorata. "Dott. Prof. E. D'Andrea" (Cazzo se ti ho amato Ezio. Ti sei preso la mia vita. Ti sei portato via tutto)
    Preme senza esitazione il campanello e come per magia un secondo dopo si apre il portoncino d'ingresso per un banale equivoco di chi vi abita ed è convinto sia Elvia in anticipo, la donna di servizio che tutte le mattine arriva alle 8.
    I sei gradini di marmo bianchi rivestiti con la corsia di velluto blu, Amelia li fa come stesse camminando sulla sabbia d'una spiaggia tropicale. Uguale sensazione di beatitudine che ti assale durante una passeggiata lungo la rena di una mare esotico, dopo che hai fantasticato quella vacanza per anni e anni.
    La porta d’ingresso è socchiusa. La scosta di poco e guarda all’interno prima di oltrepassare la soglia e accostarla senza far rumore poggiandosi di spalle con il peso del corpo.
    La moglie del porco insegna. Ha già calcolato tutto Amelia e secondo i suoi conti è già uscita per portare il figlio all'asilo.
    - Elvia sono a casa. Giacomo ha la febbre -
    La voce femminile la raggiunge assieme ai passi ovattati della giovane donna che le si para davanti all’improvviso quand’è ancora al centro dell’ingresso.

    Lo stupore è negli occhi di entrambe. Amelia mette in fila nervosamente il disappunto, la delusione di non trovarsi di fronte il “porco”, il fastidio che le procurano i lineamenti bellissimi di quella.
    I secondi, una manciata di secondi, simili a quelli che scorrono nella mente dei passaggeri di un aereo che sta precipitando e la paura risucchia il cervello e si svuota e si riempie di domande nella testa che annegano nell’adrenalina.
    Dalla tasca del cappotto Amelia estrae la mano e si sposta di un millimetro in avanti, verso la sconosciuta.
    Frazione di istanti. Il tempo di soffocare un urlo.
    - Cosa vuole… - e l’urlo si smorza prima di aver compiuto la parabola completa dello strillo.
    La mano di Amelia affonda il bisturi sullo stomaco: un colpo basso che inginocchia l’altra che porta d’istinto entrambe le mani sulla ferita. Guarda il sangue che esce copioso, le pupille sbarrate, tenta di trascinarsi verso la porta del salotto e Amelia le è nuovamente sopra e allora non c’è più niente da dire né da pensare. Colpisce ovunque Amelia, e a ogni colpo di quel micidiale fendente, si spegne il rantolo fermo tra la gola e la bocca della disgraziata.
    Bello questo silenzio che le sopisce un po’ l'odio.
    L’altra è a terra in una pozza di sangue. Le labbra dischiuse in una muta richiesta di pietà che nessuno ha udito. Percorre in tutta la sua lunghezza l’entrata. L’anticamera si apre sotto un arco murale e il silenzio è ancora più denso in quella parte della casa.
    (Caspita che reggia s’è fatto lo stronzo) pensa Amelia e spalanca via via le porte che trova.
    Sono passati sì e no sei minuti da quando è entrata.
    (Giacomo ha la febbre, ha detto quella. Dov’è il pargolo?)
    Eccolo. E’ nel lettone matrimoniale di velluto, pomposamente bordato da una cornice dorata.
    - Ehi. Sei piccolo… - Lo guarda e gli cerca una somiglianza a questo bambino che non raggiunge forse i tre anni. Ha le guance arrossate e si tiene le mani a pugnetto vicino alla bocca, la guarda e le sopraciglia si inarcano, le labbra si congiungono tra loro a cuore e tremano. Gli occhi del bambino si vanno riempiendo di lacrime e in un nano secondo esplodono in un pianto disperato.

    - No. No. No. Tss. Tss- (ha la stessa conformazione cranica del padre. Stessa attaccatura dei capelli)
    - Tsss. Tsss. Buono. Dormi bello -

    Non può infierire su quell’essere così piccolo anche se somiglia in maniera esagerata al “porco”.
    Dopotutto c’è una etica criminale.

    (Ecco, sei servito prof.D’Andrea) pensa uscendo in strada tirandosi il portone d’ingresso alle spalle.
    (Abbiamo quasi aggiustato i conti).

    Due ore dopo, viene scoperto il cadavere della moglie del prof. D’Andrea e del figlio Giacomo di tre anni. Amelia viene arrestata prima che possa portare a termine il suo malato progetto. Ancora una volta il destino decide della vita di Ezio D'Andrea e sposta le loro strade per la tragica fatalità. Se solo la polizia avesse tardato ad avvertirlo anche di un solo quarto d'ora, se la sarebbe trovata accanto all'auto nel parcheggio sotterraneo dell'Ospedale. Ma in effetti non si può dire che questa sia da definirsi una fortuna. Chiunque si sarebbe augurato di morire all'istante nel vedere la propria moglie massacrata e il figlio in una simile condizione. Una sola ferita mortale inferta con precisione chirurgica sulla gola del bambino.

     
  • 06 settembre 2007
    Estate Indimenticabile

    Come comincia: L’estate arriva tutti gli anni con la stessa cadenza precisa.

    Quest’anno fa un caldo spaventoso. La città si va svuotando di giorno in giorno e pare incline alla vulnerabilitàcon i muri dei palazzi incandescenti. Il sudore appiccicoso nei corpi trova un attimo di benessere in una doccia. Poi tutto ricomincia.

    (Solo due giorni) pensa Osvaldo quella mattina quando si alza (due giorni ancora da tribolare prima di andare in vacanza).

    Serena è già su di giri. La depressione post-partum l’ha resa irritabile. Passa da dei momenti di grande esaltazione a dei momenti di assoluta abulia.

    - Fortuna che non allatta i gemelli - ha detto il pediatra.

    Del resto un figlio lo desideravano da dieci anni e se con la procreazione assistita in Spagna ne sono nati tre portando uno scompenso e una gioia che corrono parimenti. In qualche modo è passato quasi un anno. Dieci mesi per l’esattezza hanno i tre moschettieri. Tre maschietti che ti fanno correre di notte e di giorno.

    Serena ha la casa sottosopra, malgrado vi sia la ragazza che al mattino la aiuta. Pannolini sulle sedie, le valige aperte in salotto già quasi riempite. C’è da portarsi via la casa, un trasloco vero e proprio per stare un mese al mare. Almeno in Sicilia ci sono i genitori di Osvaldo a dare una mano.

    A Lambrate è un disastro. Tocca pagare una donna e siamo solo a metà della giornata, poi Serena arriva a notte inoltrata con i nervi a pezzi e si danno il cambio per dormire lei e Osvaldo, perché chi non avesse avuto tre figli contemporaneamente, non può capire.

    I primi mesi sono stati un incubo: uno si addormentava e l’altro si svegliava e se per un puro miracolo i due più tranquilli si quietavano, c’era sempre lui, Lorenzo, il più “vecchio”, il “terrorista” come lo chiama teneramente sua madre.

    Ci vorrebbe una persona solo per lui. Seguirlo è un’impresa; non stà mai fermo, sembra avere un sistema nervoso a prova di bomba. Bello come il sole, ha una vitalità sorprendente.

    Devi avere mille occhi, cento orecchie, cinquanta mani.

    Alessandro e Marco sono come dire, più pacati, meno impegnativi.

    - Ma ci devi andare per forza in ufficio stamattina? - sussurra Serena ferma al centro della stanza con una mano sulla fronte e lo sguardo fisso sulle valige aperte.
    - Faccio un salto ma non dovrei metterci più di tre ore. Arriva fino a dove arrivi, quando torno ti do una mano anch’io. Anzi, sai cosa faccio, porto Lorenzo con me.

    Vero che viene con il suo papà a lavorare? - dice prendendolo fra le braccia.

    Serena torna a sorridere, guarda di striscio Osvaldo e glielo si può leggere negli occhi quel: “Grazie amore”.

    Uscendo con Lorenzo in un braccio e la valigetta porta documenti nella mano, le sfiora con la punta del naso la guancia, si protende verso di lei allargando le braccia impegnate, Lorenzo attaccato al collo.

    - Bacio, ehi, bacio - è bello guardare questa coppia da fuori. Hanno un grande senso di solidarietà, soprattutto Lui, il marito, è preoccupato per lo stato di salute di Serena.

    Lei risponde con un bacio che scrocchia sulla guancia rasata di fresco e sistema il ciuccio sulla bocca di Lorenzo.

     - Fa il bravo con papà -

    Il bambino è sistemato sulla sua poltroncina salva vita, nel sedile posteriore del fuori strada nero e l’aria condizionata non fa che mantenere quel bel fresco dell’auto rimasta in garage durante la notte.

    Al bivio in direzione Milano centro, Osvaldo rallenta e imbocca il lago d’asfalto già rovente a quell’ora. Tir feroci come animali preistorici e macchine dal muso di pescecane che superano sulla destra a velocità folle. Lunghi parallelepipedi di fabbriche e centri commerciali. Osvaldo accende la radio e d’un tratto uno schianto terribile davanti a lui lo fa zigzagare. Riesce a frenare, con uno scarto a gomito supera  il tir che ha tamponato la monovolume di fronte.

    Tira dritto, non si ferma e dallo specchietto retrovisore vede un fumo nero che esce dalle lamiere contorte nello scontro. Non ha nessuno dietro. Si è formato un vuoto inquietante.

    Un serpentone di auto si sta formando  e la gente è scesa per soccorrere.

    (Diosanto, come ho fatto a schivarli? Perché non mi sono fermato? Qualcuno c’ha lasciato la pelle. Perché ho tirato dritto?)

    - Perché anche se non lo vuoi ammettere hai una fretta boia di farti i cavoli tuoi. La vacanza è più importante di qualunque altra cosa - gli risponde la voce bastarda che alberga chissà in quale anfratto della sua mente.

    (E’ stata una questione di secondi. Potevo entrarci anch’io  in quell’ammasso di rottami. Non so neppure la dinamica, non mi ricordo nulla se non quello schianto e la virata che ho impresso al volante)

    - Sì, ma dopo hai visto quello che era successo? Perché non ti sei fermato?

    E’ petulante la voce del nostro sottofondo esistenziale, è tremendamente odiosa, ci rinfaccia ogni minima colpa, ci inchioda con mille accuse. Poi è una lavoro che dura anni, mesi a rimuoverle, a volte ti convince davvero che non vali nulla, che sei solo un banale vigliacco o un egoista come in questo caso.

    (E se qualcuno mi avesse visto? E’ omissione di soccorso. E’ un reato penale, cazzo!)

    - Non ti ha visto nessuno. Non c’è stato il tempo di realizzare il tuo gesto. Lo schianto ha bloccato l’attenzione sul tir e l’auto che incendiava. Figurati.

    Sa essere anche complice questa voce che miagola dentro. Ti confonde. Prima ti accusa, poi ti rassicura. Non c’è da fidarsi di questa voce. Devi imparare ad essere implacabile con te stesso; obbiettivo.

    Non riesce a togliersi la scena dalla testa Osvaldo. La macchina va per la strada come se il motore avesse memorizzato le curve, i semafori gli incroci. Come se un pilota automatico fosse uscito da lui stesso e pensasse a mettere le frecce, rispettasse i divieti e i sensi unici.

    E’ una scena che si srotola da una pellicola, in continuazione, non lo molla più.

    Il pilota automatico che è dentro alla sua mente, parcheggia sotto un albero con delle fronde che paiono una capanna. L’ombra gli entra negli occhi finchè parcheggia.

    L’ombra dei morti su quell’auto lo insegue, gli si adagia dentro la fronte e lì resta stesa.

    Lo svuota di ogni forza.

    Adempie meccanicamente a dei lavori svolti per centinaia e migliaia di volte. Fax, numerazione fatture. Fascicolazione. Poi saluta stando con la testa in quel lago di cemento dove gli si è inceppata la memoria.

    - Buone vacanze anche a lei - gli risponde la ragazza del centralino mentre esce dall’ufficio.

    Ed è allora che vede la sua fuoristrada sotto il sole dell’una. Guarda l’orologio e atterra nuovamente sulla terra. Sono passate tre ore. Il sole ha fatto un giro, come il vento, ha dirottato i raggi e anche l’albero con la chioma che pare una capanna ha impercettibilmente abbassato i rami che guardano l’asfalto.

    - Lorenzo - gli urlano tutte le voci dei suoi organi sensoriali che sono tornati in vita.

    E’ una corsa al rallentatore verso il fuoristrada scuro. Un gioco di dita che stringono l’apriporta elettrico e il bip di chiusura e apertura lampeggia due volte prima che il sensore accetti tutta quella fretta spasmodica.

    Lorenzo è seduto sulla sua poltroncina salvavita, la cintura di sicurezza ancora di traverso sul pagliaccetto a righine bianche e azzurre. Il ciuccio che penzola lungo il corpicino e la testa reclinata sul petto.

    Ha smesso di piangere da un’ora. Ha smesso di respirare. Ha smesso di farli ammattire. Ha smesso senza disturbare, sotto il sole di una estate da non dimenticare.

     
  • 07 agosto 2007
    Dolcemiele

    Come comincia: La vita gli andava scorrendo come un rigagnolo d'acqua dentro la grondaia. Il signor A., un tempo, moltissimi anni prima, era stato ragazzo e aveva avuto anche lui, come alcuni umani, la voglia di guadare il fosso. L'altra sponda gli era parsa l'inizio d'una grande prato dove far crescere qualche sogno, e le molte certezze che aveva.


    Perché, il signor A. era un ragazzo introverso e presuntuoso e divenne col tempo, problematico il suo carattere ombroso e nel contempo maligno. Certe sensazioni si imputridiscono nell'anima come ferite infette.

    La moglie lo abbandonò per questo suo essere difettosamente uomo. A cinquant'anni si ritrovò solo, incapace di costruire una qualunque relazione d'amicizia.

    La sua esistenza si snodava in tristissime liturgie quotidiane: il lavoro davanti allo schermo d'un pc; ricordi sempre più sbiaditi di quell'unico amore; le serate tristissime in casa fuori dal mondo nell'isola in cui viveva.

    Accade, nello scorrere dell'esistenza, che il vuoto interiore trasformi l'anima. Non è una regola matematica, ma succede che alcuni di noi, s'incattiviscono per ciò che la vita gli nega ed è allora che il vuoto si colma d'astio, l'anima s'arruginisce e diventa una lama tagliente.

    Il signor A. passando gran parte del suo tempo davanti a un display di computer, s'era trovato a scoprire alcuni siti che promettevano amicizie e amori.

    Vi si era tuffato a testa in giù, lui che al massimo aveva guadato un fosso, s'era ritrovato a nuotare nell'oceano delle parole, nel mare più grande della terra. Internet.

    Il mar d'Internet non aveva affluenti, non sfociava e non nasceva. Era un immenso oceano di parole, di sensazioni, di fantasmi che potevi immaginare. Un grande mare senza barche e vele, dove tutto è immediato e le parole hanno l'effetto di un tuono nel silenzio della notte.

    Il signor A. vi si tuffò con quella sua anima contorta, incancrenita da troppe aspettative deluse.

    Cadde come un bimbo, nel pozzo delle illusioni sconnesse che spesso nel mar d'Internet, vengono profuse a manciate.

    S'innamorò perdutamente d'un nick.

    Dolcemiele.

    Si scrissero per mesi. Il signor A. aspettava ogni giorno la posta elettronica, come il sole aspetta il tramonto per riposare.

    La immaginò quella donna. Immaginò S. con tutta la fantasia che aveva a disposizione. La pensò prima d'addormentarsi, s'ingelosiva se tardava ad arrivargli risposta.

    Le scrisse finalmente :

    "Ti amo. A."

    e allora Dolcemiele gli propose d'incontrarlo.

    Il signor A. raggiunse il colmo della felicità, un pò per presunzione maschile e un pò perchè il suo cuore era stanco di stare solo.

    Decisero d'incontrarsi in terra di nessuno.

    Dolcemiele dichiarava di provenire dal Nord e lui dal profondo sud.

    Studiarono via mail attentamente, il tragitto meno complicato per Dolcemiele.

    - In fondo un minimo di cavalleria nei confronti delle donne è sempre dovuto - pensò il signor A., mentre le scriveva.

    Decisero che Roma, per entrambi, era la meta e la città più bella per fissare nei ricordi, il loro incontro.

    Al signor A. l'anima s'era rinfrescata da quella brezza d'amore che gli faceva supporre e sognare; fantasticare e desiderare l'incontro.

    Dolcemiele, salendo sul treno, si sentì pervadere da una emozione spropositata. Vero che la sensibilità del signor A. le pareva inconfutabile, la profondità dei concetti trasparente; la bellezza di certi versi che le aveva dedicato, erano più di certe promesse sparate come aria fritta dalla bocca.

    Però l'emozione le andava soffocando i pensieri, l'ansia strozzava il fluire del piacere d'incontrarlo. Le sensazioni, mano a mano che il treno s'avvicinava alla stazione Termini, si scioglievano nel sudore sotto le ascelle e in quello appiccicoso delle mani.

    - Avrò una camicia azzurra e i pantaloni grigi. Avrò una genziana blù sopra al quotidiano piegato - aveva scritto il signor A.

    Quell'incontro al buio lo eccitava, gli sconvolgeva il ritmo blando dei suoi sensi, addormentati da troppi anni.

    Nell'ultima mail, prima d'affrontare il viaggio verso Roma, il signor A., spiegò a Dolcemiele che non cercava avventure.

    - Voglio trovare qualcuno la sera, quando torno a casa -

    Al signo A. erano sempre piaciute le donne belle e intelligenti.

    Dolcemiele intelligente lo era davvero e se non fosse stata bella, pazienza.

    - Di notte, al buio, il calore d'un corpo accanto al tuo, la carezza dolce d'una mano sul viso, non hanno bisogno di bellezza esteriore. Sono stanco di stare solo - pensò il signor A. mentre il treno proveniente da Torino rallentava lungo il binario sei della stazione Termini.

    - Avrò un abito azzurro come i miei occhi - aveva scritto Dolcemiele prima di partire.

    Dolcemiele lo riconobbe subito, impossibile non fosse lui quell'uomo con la camicia azzurra e i pantaloni grigi, la genziana blù afflosciata sul quoditiano che reggeva tra le mani.

    Gli fu alle spalle che il signor A. roteava ancora lo sguardo tra la folla che usciva dalle porte del treno come una montagna di gelato sciolto.

    Sfiorò la spalla del signor A con un lieve tocco della mano e lui avvertì la delicatezza del gesto,e mentre ruotava sulle suole delle scarpe e sul busto, i frammenti di secondo divennero lunghissimi, non passavano mai.

    Poi ebbe di fronte Dolcemiele. Finalmente davanti ai suoi occhi.

    Il cuore si aprì come una noce di cocco sotto il colpo d'un macete e rimase impalato per lo stupore che lo aveva paralizzato, incapace come gli adolescenti al loro primo incontro d'emettere un suono.

    Dolcemiele sorrise da sotto i baffi e guardò il signor A. nel più profondo delle sue pupille.

    Forse, se si fossero conosciuti meglio, forse, si sarebbero amati.

     
  • 31 luglio 2007
    Lowe Power

    Come comincia: Ora è davvero morto stecchito.
    Quante volte gliel'aveva augurata quella morte? E quante altre ancora gliel'aveva promessa?
    Seduta sul bordo del letto, sistema i piedi simmetricamente, porta le mani a pugno sotto il mento, appoggia i gomiti sulle cosce.
    A fissarlo pare che dorma se non fosse per il sangue che continua a scorrergli dalla testa.

     

    S'allarga la pozza vermiglia, cattura i pensieri quel bel rosso, disegna sul pavimento piccole curve. Prende forma, come le ombre sul muro la notte.
    "Pare un'ala di un gabbiano, si, come un ala spezzata di un gabbiano..."
    Non può rimanere steso nella camera in eterno
    "Tocca farlo volare. Tocca aggiustargli l'ala e farlo volare".


    Torna nella stanza Julie con secchio e strofinacci, i guanti di gomma bianchi che le mani si rovinano con i detersivi, lo scrivono ovunque.
    "Piano piano, devo fare piano ché non voglio svegliarti mio amor..."
    Sottovoce canta una nenia sconosciuta, dolce quanto una ninna nanna. Delicati i gesti, lenti e ordinati come quelli di un chirurgo, Julie gli solleva la testa dal pavimento e la avvolge dentro ad un lenzuolo candido. Lava e sciacqua, lava e strizza fino a quando tutt'intorno nuovamente è pulito.
    La testa avvolta a più giri nel lenzuolo è un pacco dono ben confezionato.
    "Dormi dormi
    dormi amore..."
    Come farlo volare ancora questo gabbiano?
    Intero così, non volerebbe mai, il peso lo terrebbe a terra.
    Julie lo trascina in lavanderia.
    "Dio com'è grande un gabbiano, a vederli planare sul pelo dell'acqua sembrano leggeri e questo ha pure un'ala spezzata".

     

    E' come disossare un pollo. Ci vuole più tempo, forse serviranno delle ore.
    "Tocca usare la motosega per fare prima"
    Julie lavora e canta. E' sempre stata una sognatrice, una romantica inguaribile, sentimentale.
    Solleva i capelli dalla fronte con il dorso della mano, sfila il guanto di gomma e attacca un cd. Con un pò di musica il tempo passa prima..
    Riprende il lavoro di spezzatura e D. Worwich inonda la stanza con la sua voce sublime.
    "Close enough..."
    Venticinque pezzi già sistemati nei sacchi di nailon, già infilati nel freezer a banco...
    E' sera. Com'è bella la sera in campagna.
    Quando il sole tramonta dietro le colline e il cielo si tinge di rosa e rosso qua e là, quando tutto tace e persino la luna compare senza infastidire. Si allarga a spicchio, è quasi piena.
    Bella questa luna bianca, immensa, vicina alla terra.
    Un pezzo al giorno volerà quel gabbiano fastidioso.
    Un pezzo al giorno volerà congelato dalla scogliera, quando Julie scende a valle per la spesa.
    "Another chance to love..." intona ancora Dionne Worwich.
    "A ninna Julie... è stata una giornata pesantissima" pensa tra sé e sèéquella donna minuta e delicata.
    "Stanotte dormirai Julie. Finalmente dormirai senza l'odioso russare di James".

     
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