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Autore

Giuliana Argenio

in archivio dal 31 lug 2007

10 dicembre 1956, Roma

segni particolari:
Nessuno.

mi descrivo così:
Scrivere per non morire.

16 ottobre 2007

Martino

Intro: Martino e la sua mamma. Lui è un bambino che rimarrà bambino. Un errore fatto dai medici e pagato caro dai genitori. Il padre non ha smesso di piangere dal giorno della sua nascita. La madre lo vuole proteggere per sempre. Prende una decisione, ma è la decisione di una madre disperata. Lo porterà con sé e lo proteggerà per sempre.

Il racconto

(Devo stare attento a dove metto i piedi. I piedi devono stare attenti a dove si mettono. Devo stare attento a dove metto i piedi. La mamma dice che devo stare attento a dove metto i piedi. Non trovo più la figurina nella tasca. Devo trovare la figurina e devo stare attento a dove metto i piedi)
Martino cammina mano nella mano con la sua mamma. Vanno da qualche parte, Martino non lo ricorda, ma la mamma l'ha detto prima d'uscire.

 

-Devi stare attento a dove metti i piedi che fuori piove e ti inzaccheri tutto se non guardi-.

(Come faccio a trovare la figurina nell'altra tasca se la mamma mi tiene la mano?-Devo stare attento a dove metto i piedi e i piedi devono stare attenti a dove si mettono)

Martino ha dodici anni e quando è nato, per incuria dei medici che non hanno deciso per il parto cesareo in tempo, è rimasto troppo a lungo in asfissia. Il danno che ha riportato è rimasto come una ferita inguaribile nella sua mente e come una coltellata che sanguina in continuazione, nel cuore di sua madre.
Come lo ama questo bambino che non avrà mai la mente di un uomo, che non gli si invecchieranno mai i pensieri, non gli si logoreranno mai i sogni.
Martino va in una scuola speciale, una di quelle scuole dove non si promuove e non si bocciano i ragazzi. Si aiutano e basta. Martino ha dovuto penare per imparare a muovere le gambe in sincronia. Non è perfetta, ma cantano con garbo i passi, attento a non incrociare le punte dei piedi, Martino va.

(Dovrei fermarmi, lasciare la mano della mamma e cercare la figurina nell'altra tasca. Non posso fermarmi, devo stare attento a dove metto i piedi. I piedi devono stare attenti a dove si mettono. Forse la figurina l'ho lasciata a casa.)

Egle aveva desiderato quel figlio quanto la terra arsa dal sole desidera la pioggia. Anni a sperare di stagione in stagione di vederlo crescere dentro di lei quel bel sogno.
Quando finalmente era successo, avevano pianto di felicità lei e suo marito.
E di nuovo avevano pianto d'un dolore atroce e spaventoso, dopo che Martino era nato. Dolore, rabbia per quegli incoscienti di dottori e la loro superficialità che stava ancora dentro alla causa,ad aspettare che qualcuno gliela facesse almeno pagare. Allevare un bambino con i problemi di Martino, non era stato facile.
Quello che angosciava Egle, era il futuro di Martino. Non lo puoi vedere il futuro d'un bambino che ha i problemi Puoi immaginarlo grande, all'università, a fare il militare, a partire per una vacanza con gli amici? Puoi immaginarlo con una ragazza, innamorato, che l'aspetta con il motorino e il casco sulla testa, sotto casa?
Come rischi di guardarlo diventare vecchio senza farti cogliere dal terrore? E sì. Ti viene la paura che ti assale se ti puntano la canna d'una pistola carica sulla tempia. E' caricata a tempo quell'arma; come una mina.
Sperare che Martino muoia prima di loro. A chi mai lo lascerebbe? Ad un Istituto?
Dio come lo ama Egle quel suo bambino rimasto cucciolo, anche se di fuori è cresciuto. Quanto ama quel suo passo lento e dondolante che ti fa venire voglia di proteggerlo solo a guardarlo.
Il padre, il marito di Egle, non ha mai più smesso di piangere dalla notte in cui Martino è nato. I momenti terrrificanti rimasti conficcati nel cuore come spilli, gli brucia l'anima un'ortica cresciuta con la disperazione: Martino cianotico, Martino che non piange, la bocca che annaspa in cerca d'un refolo. Poche ore prima, nella pancia della mamma volteggiava come un astronauta nel silenzio, nella pace, coccolato da un amore che gli arrivava attraverso un cordone.
Ancorato come una barca nel porto, Martino era stato felice dentro quella piccola, calda isola.
Poi, come un uragano che ti strappa con violenza dalla terra la sua felicità era finita. Un lungo viaggio senza respirare, il mare ormai lontano, le tiepide acque un ricordo. Giù nel profondo del burrone, giù, sempre più solo, al buio. Mai più pesce, mai più acqua, mai più isola, mai più.

(La mamma mi tiene la mano. Non posso aprire la mano.

Quando torno a casa cerco la figurina. Forse è nella tasca.Devo stare attento a dove metto i piedi non posso lasciare la mano della mamma, la mia mano è in quella della mamma)
Piove che pare un castigo di Dio quel giorno di ottobre.
Piove sul viso di Egle e la pioggia si mescola alle lacrime.
Piove anche su Martino, ma lui l'acqua la adora. Non sa perchè, ma la ama tanto l'acqua.
(Devo stare attento a dove metto i piedi. Non posso lasciare la mano della mamma. La mamma mi tiene la mano. La figurina forse è casa.)
Non fa in tempo a frenare il macchinista. Li vede troppo tardi.
Il treno passa su Martino e sua madre. Pezzi che volano come vele che si staccano dalla terra e si portano via le storie, i sentimenti. Tutto.
(Era in mezzo ai binari con il bambino stretto vicino. Ho azionato i freni, ma in quel tratto chi può aspettarsi di trovare qualcuno al centro delle rotaie?-)
Piange il conduttore del treno.

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