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Poesie di Giuseppe Gianpaolo Casarini

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  • 01 luglio alle ore 14:07
    Umbria

     
    Del suol calpestato dall’antiche genti:
    etrusche umbre romane longobarde Patria,
    tu Umbria: patria di sante santi del pennello
    della  penna un tempo insigni gran maestri,
    qui dove il seme sacro all’atzeco trova forma
    e sotto  scorre veloce il fiume dell’ imper
    che il mondo antico al gioco suo sottomise,
    dove il calibo licor bollente e forma trova e
    e di durezza  tempra, dove Spoleto la dotta
    dei mondi offre spettacoli e cultura, dove
    dall’alto alla vista s’apre il borgo e qui
    lo sparvier di Federigo un di trovò rifugio
     e oggi  il rosso sagrandino al palato gentil
    di Bacco la letizia dona,  Bevagna ove al Sentin
    allor il roman diè dolore all’umbro e qui nel giugno
    quel viver medieval rivive, io dalla rocca di Spelto
    ove i floreal disegni a rallegrar la vista a gara
    fanno  a te Umbria un canto d’amore canto
    faccian eco a questo l’acque del lago dove
    Gaio Flaminio del punico subì l’onta e del Clitunno
    di cui Giosuè in versi incliti declamò le fonti.
     
     

  • 15 febbraio alle ore 12:35
    San Valentino: Povera prostituta

    Un giorno come un altro
    un angolo di via o una stanza
    d'alberguccio di periferia
    non vi per lei San Valentino
    alcuno nessun dono d’amore
    sol fallaci e carnal incontri
    dove quel che si vive e si gode
    è tutto fuor che un union di cuori

  • 07 ottobre 2016 alle ore 15:43
    Non qual lucertola al sole

     
    Prima al sole le lucertoline stanno
    ferme tra l’erbe e solo il capin lor
    si muove poi ecco lì un muro alto
    e pronte a danzar strisciando sono
    e con le crepe lì a nascondino tra
    i matton giocare  al sole io sto pure
    fermo coi miei pensieri e  tanti
    cupi pesanti e altri più leggeri
    strisciar non so ma striscian sì
    nei labirinti della mente quelli
    e a nascondersi vanno solo i belli
    ritornan dopo il gioco le lucertoline
    al sole ma alla mente più tornan più
    a rallegrarla i miei pensier più belli
     

  • 05 ottobre 2016 alle ore 13:47
    Il crisantemo

     
    In segno d’amor e di pietà sen stava
    eran quelli giorni  a ricordo dei defunti
    su un marmoreo funereo monumento
    e quando  sfiorito gettato in un bidone
    una man la mia  da lì rapida poi tolse
    sta ora in un vaso lì nascosto nel giardino
    mio già  pronto a rifiorire il  dorato
    giallo crisantemo e certo son che
    qual occhi pietosi i fiori suoi al ciel
    andran guardando  e di quei morti
     i visi cercheranno  quelli in freddo
     marmo fissi eterni allora conosciuti
    come lui per giorni da nebbia fitta
    e da gelata brina nei  mattin velati
     

  • 28 settembre 2016 alle ore 9:14
    Gocce di nebbia settembrina

     
    Staman triste mi offro al giorno
    con i  tristi tanti  miei pensieri
    e par questo piangere il mio dolor
    sentendo ma  poi gocce son solo
    di nebbia leggera settembrina
    verso di lei ecco le braccia tendo
    cerco conforto alla disperazione
    al brucior mio dei sentimenti
    queste  dal palmo della man scivolan
    via ma  ancor lì fermi e  lì fissi
    nell’animo i tristi  pensier miei
    qual gocce pesanti di una nebbia
    della mente che da qui non scorron
    e sempre qui stanno a tormentare
     

  • 24 settembre 2016 alle ore 20:08
    Un foglio giallo stropicciato

     
    Un foglio giallo consunto dal tempo
    stropicciato poche le righe scritte
    incerta la grafia come se mano stanca
    dolente avesse dato allora loro vita
    sull’uscio di casa mi sono ritrovato:
    queste le scritte frasi e alla lettura
    di lor mi son forte e  tanto emozionato:
    “Dove tu sia ti porti il vento queste
     mie parole, perché forse ti chiedi
     chi sei io non ricordo, sì un tempo
    fu lontano della giovinezza nostra
    a ricordare prova, non gioie d’amore
    mi donasti d’amor nessun frammento
    che sempre pure un sorriso mi negasti
    e in frammenti il cuor mi fu ridotto”
    Amico lontano sconosciuto non so
    quanto ti possa questo consolare
    un tempo anch’io scrissi queste
    con mano incerta stesse tue parole
     

  • 19 settembre 2016 alle ore 14:23
    Un volo di gabbiani

    Punteggia il verde scuro degli abeti
    di San Pietro la collina, il mar laggiù
    d'un azzurro chiaro fermo, nel ciel
    nuvole bianche immote, leggiadro
    di gabbiani un volo anima il quadro.
     
    Ricordo dell’Isola d’Elba
     
     

  • 18 settembre 2016 alle ore 14:57
    A margine di un campo fiorito di Cicognola

    C’è un altro alitar in quei campi e nella bella stagione,
    un alitar lieve e soffuso di  nobili spiriti dal volto caro e familiare ?
    Con lento andare passa da qui amico e tu pure  forestiero e se un fremito forte senti
     lo saprai di certo e capirai chi lì s’aggira qual ombra tra l’ombre festanti e liete.  
    Non sono forse le anime buone, le tante anime giuste e pie
    che in vita a Veronica e a questo luogo  resero con opere e preghiere santa e cara devozione?
     Sì, sono d’una catena lunga, maglie robuste, alcuni anelli
     vi è poi  tra esse quella del curato santo e  poi ancora di ombre note e ombre  sconosciute.
     
     
    Cicognola frazione di Binasco (MI) dove fanciulla visse la Beata Veronica a ricordo in prossimità della sua festa (25 Settembre 2016) di Mons. Luigi De Felici santo curato e suo devoto
     
     

  • 15 settembre 2016 alle ore 9:33
    Abbandona della luna il chiaror

     
    Abbandona  il chiaror della luna
    la vallata già dorme il gregge
    lento della cena il fuoco muore
    sol veglia il can che fa di guardia
    che invan lassù di Selene il volto
    cerca così  al buio nero della notte
    s’abbandona il tutto pur s’abbandona
    ai sogni il pastor per la fatica stanco
     

  • 09 settembre 2016 alle ore 19:17
    Abbandoni

    Marzo giunge  e abbandona il giardino
    il pettirosso  viene la fine di settembre
    e la rondine abbandona il tetto amico,
    del lor viver chi detta  i ritmi è la natura:
    in inverno in primavera ci sarà il ritorno.
    Ti ho amata or non più ti amo  l’abbandon
    questo governa del cuore un sentimento,
    patria cara addio paese mio ti abbandono:
    spingon a ciò guerre fame e disperazione
    ma  speranza pur vive di riamar la stessa
    amata come pur  gli amati lidi rivedere.
    Poi fatal all’uomo della vita l’abbandono
    giunge  e dalla morte  alla vita sappiamo
    non vi è certo ritorno ma qui  pur vivon
    son  sentimenti e per chi crede una speranza:
     non negra terra il buio il nulla, che vive
     il  ricordo un  fiore una tomba  una prece
    quando è sera  quella foto  che ti sorride
    ancora e poi ecco  vita nuova : della carne
    sfolgorante  la Resurrezion sarà  al suono
    quel dì imperioso forte  acuto della Tromba!
     
     

  • 08 settembre 2016 alle ore 20:01
    Redenzione

    Questa è la voce che giunge dalla Croce
    la stessa dolce che al buon ladrone disse
    non disperar se sei stato ladro, assassino
    o prostituta pur  per tutti voi vi è speranza
    e redenzione: ascolta attento è la voce di Cristo
    che ti toglie dal buio dall’errore dal passato
    che infonde nel tuo animo una luce grande
    luminosa che dal baratro al Cielo ti trasporta
     
     

  • 07 settembre 2016 alle ore 9:19
    Il volto di Dio

    Oggi non parla la scienza la filosofia
    né la teologia sull’Essenza di Dio
    né su quel Volto in risposta all’ardua
    un giorno postami  domanda “ Chi l’ha visto?”
    ma di fede una donnetta ieri da me
    su questo interrogata. Senti mi disse
    cosa rispose Gesù a Filippo a quel
    suo chieder “Orsù mostrami il Padre!?,”
    e prima ch’io tentassi d’aprir bocca
    queste pronte  le parole sue, come riporta
    nel suo libro tra i quattro San Giovanni,:
    ” Chi vede me Filippo  sappi vede il Padre
    e chi vedendo il Padre me vedrebbe”
    e poi da allor tanti gli esempi nell’umana
    storia che come sai vide il volto di Cristo
     il Beato Cottolengo, sì quello piemontese,
    in deformi membra e in alienate menti,
    oggi Francesco Papa nel migrante affranto
    nel rifugiato che senza Patria e che sol
    con la speranza di viver erra quel volto
    vede e che dir guarda oggi al Cielo lì vi è
    Teresa che in quei morenti visi per anni
    in  quella disperata città tanto di dolor dolente
    altro non accarezzò credimi di Cristo il viso,
    così concluse e questo a me suo dir riporto.
     

  • 30 agosto 2016 alle ore 19:56
    Ancor della Lentezza

    Nel viver nostro in questo tempo-spazio
    siam come molle in stato diverso di tensione:
    uno Ordinario un di Frenesia ed infin il migliore
    quello chiamato di Lentezza. Nel primo colori
    vari dove in genere il grigior prevale, caotico
    affannoso  il secondo che il respiro pure toglie,
    di memoria, riflessione e cognizione il terzo:
    ma spesso nel viver dosar non sappiam  la forza
     
     

  • 27 agosto 2016 alle ore 8:47
    La Lentezza

    Del tempo-spazio oggi negletta figlia
    è la Lentezza che nel viver nostro primeggia
    la Frenesia sua sorella, nell’oblio marcito
    quel frutto della antica popolar saggezza
    che suona  “Chi va piano va sano e va lontano”
     
     

  • 23 agosto 2016 alle ore 9:01
    Un lento triste pigolio

    Nulla m’è dato di saper quali i tuoi pensieri
    o dal giallo becco merlo nero che dal ramo
    alto del platano fronzuto oggi al ciel non
    lanci quel gioioso acuto trillo tuo ma un lento
    pigolio lento che come mesto pianto pare
     
     

  • 22 agosto 2016 alle ore 18:39
    Vite parallele

    Non son solo sbiadite foto sull’album dei ricordi
    ma forti vivide figure fisse nei ricordi della mente:
    qui  nel suol degli Emirati con il suo falcon amico
    davanti all’alta  nave da crociera in sosta  fiero
     alla vista dei turisti s’offre  un figlio del deserto,
    nella verde Irlanda eriche in fiore,  non lontano
    il mare,  sul  limitar d’una casupola dal muschioso
    tetto col suo caprone di bellezza rara al gitante
    sorride ed  orgogliosa quello indicar va una vecchia,
    gelido Capo Nord nella oscura notte gelida radura,
    tundra a punteggiar sparuti muschi e licheni verdi,
    un  biondo lappone la tremolante al vento tenda
    sua dal riposo al comando ecco  pigramente s’alza
    a salutar gli ospiti curiosi  la dolce pigra  renna,
    tre bimbe scure beduine  e lì dal vento del deserto
    mosse in Tunisia tra come scivolanti dune piccole
    volpi a quelle far allegra e  dispettosa compagnia,
    tra i canali d’una ridente Delft una piazza un mercato
    una cattedrale volta al cielo qui dallo scavato secco
     viso un mendico vecchio dalla  vecchia scura blusa
    scuciti e lisi i pantaloni  una scimmietta una cassetta
    e  colorati foglietti lì ove scritta sta la  futura sorte
    nostra al suon suonante di un organin col musino
    vispo  vispi gli  occhi la zampetta a darne uno pronta:
    oh quel caro civettuol ridente borgo dei tulipan paese,
     in Giordana infin dei Re la lunga lunga assolata strada
    una  sosta ai passegger viaggianti una piazzuola larga:
    banchetti monili in mostra e di ricordo cianfrusaglie,
    un serpente sibilante dalla scura pelle screziata al collo
    di un  berbero statuario dal turbante rosso attorcigliato:
    queste tra le tante qui presenti  tra i fogli dei ricordi
    vite parlanti parallele vite in simbiosi con  amiche
     vite,  vite vissute  a render  un viver  men tanto crudele,
    la miseria e i  morsi della fame,  lì in attesa di uno scatto:
    una foto poi un sorriso per quello  spicciolo in regalo.
     

  • 22 agosto 2016 alle ore 16:30
    Batteva dolce l'onda

    Batteva dolce l’onda contro la scogliera
    la Luna e le stelle a farci compagnia
    e sopra la costa  oleandri gerani l’aria
    a profumare di quella notte d’estate
    e noi amanti  d’un futuro sognatori
    la solitudine oggi a farmi compagnia
    perduti suoni luci profumi falso amore
     
     
     

  • 02 luglio 2016 alle ore 9:52
    Soffia la bimba

    Soffia la bimba allegra sul bianco pappo
    del tarassaco e lieta volar vede ciuffi  bianchi
    sottil e lievi al vento che la man tenta  di fermare
    ma rapidi fuggon quelli e sol rimane  il solo
    stelo con la capsula del frutto  lì messo a nudo
    e quel suo  primo sorriso si muta in delusione
    altra  s’aspettava dopo quel soffiare la sorpresa
    e poi  pronta è ancora con quel gioco a rigiocare
     

  • 02 luglio 2016 alle ore 9:49
    Quando vedrei le primule

    Quando vedrai le primule sbocciare
    saran per te dolci parol d’amore: le mie,
    ovunque sia nell’ora, presenti o perse
    ormai queste sembianze, perse nell’ombra
    o perse nella vita. Come primula, il gelo
    vinto, torna alla vita con tenui colori
    e cielo e aria con tremore sotto le foglie
    cerca o l’erba del giardino, seppure spento
    ad un terren sorriso , nell’eterno tempo
    come dormiente, sboccerà così il mio cuor,
    con ritmo lento, a cercar quel sorriso
    che a quel fior sorride, non so se triste
    o se di me si ride, dimentico di un tempo
    di una vita, lo cercherà comunque
    e l’illusione sarà che tu sorridi che mi pensi
    quando vedrai le primule sbocciare. Ove tu sia
    voglio che ricordi quando vedrai le primule
    sbocciare.“Simile a queste nelle stagioni
    il corso del nostro amore fu: carezze e baci,
    fiore bello fiorito, ma spesso, come all’ape
    poi profumo e colori prosciugati, spoglio
    al cuor e spento qual gelo ai sensi triste
    appariva come quelle spoglie che nell’inverno,
    avvolte e sepolte nel giardino, dispariscon
    e sembran morte, poi come quelle tornava
    a rifiorire!”. Ovunque sia a questo amore pensa.
     

  • 29 giugno 2016 alle ore 9:51
    Muto stanco il viver mio

    Muto stanco il viver mio
    Canta una lodola tra il cannetonello stagno a quello lì vicino
    si tuffa e poi gracida una rana
    sotto i miei occhi vive la natura
    m’interrogo e domando perché
    solo sia muto stanco il viver mio
     invano in me cerco la risposta
     la lodola canta e gracida la rana
     
     
     

  • 26 giugno 2016 alle ore 8:21
    Quei poveri umili fiori di campagna

    Rosso papavero e tu azzurro fior d’Aligi
    poveri umili fiori di campagna ch’oggi
    ritrovo  solitario sul ciglio d’una  strada
    d’un paese a me caro all’animo ed al cuore
    ricordi  antichi andati  alla mente  mi portate:
    d’un amor mio di un tempo verde  giovanile
    un amor come il primo ardente  color  fuoco
    spentosi poi nel  volger breve  d’una estate
    il secondo che colto  sul cuor con cura  posi
    per come il mito narra a lenir  le ferite sue
     

  • 19 giugno 2016 alle ore 8:32
    Piange il tiglio

    Triste oggi è del merlo il canto
    che man violenta la compagna
    uccise lì su di un tiglio il ramo
    e a far al dolor suo compagnia
    par stillar da una verde foglia
    non di resina gocce ma calde
    a consolar lacrime d’empatia
     

  • 14 giugno 2016 alle ore 13:39
    Su un muro screpolato

    Rivedo questo muro vecchio screpolato
    vi leggo ancor  lassù d’amor parole mie
    in  un tempo scritte mio  tanto lontano
    e lì  ancor vive pur se quell’amore morto,
    or lì vispa sopra vi striscia lieta danzando
    una lucertolina che  da lì rapida sparisce
    trovando tra  le crepe sicura sua  dimora 
    o quanto vorrei che quelle mie parole
    lì  pure sotto  vi trascinasse per lor donar
    un eterno oblio stolto sussurra una vocina
    parole ricordi che stanno pur nel cuor fisse
    e niente nessun le può obliare o  cancellare
     
     

  • 09 giugno 2016 alle ore 12:58
    Il soffione

    Solitario  mi chino nel verde
    a coglier di un tarassaco verde
    un solo  solitario pappo e al cielo
    in alto poi guardando a disperder
    quei tanti tanto sottil piumosi semi
    forte forte soffio con l’illusion vana
    di disperder i cattivi pensier miei
    lontano e  a germogliar lontano
    lontano tanto dal terren del cuore mio
     
     

  • 06 giugno 2016 alle ore 9:24
    La lodola cantava

    Nascosta quel dì tra i boschi del Ticino
    una piccola lodola cantava e del divenir
    ignaro io di quel canto tanto mi beavo
    che di lontan lugubre triste era il suonar
    di una campana poi suono per me fatal
    a recar da lì in poi  solo dolore e pianto
    che dal materno ramo quel dì cadde
    mentre quella  piccola lodola cantava
    una piccola verde foglia a me sorella