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Autore

Giuseppe Pipino

in archivio dal 09 giu 2011

22 luglio 1949, Palmi (RC) - Italia

mi descrivo così:
Sono un sognatore. Sogno un mondo dove si possa essere buoni senza essere considerati fessi. Dove si costruiscano impianti solari a concentrazione (quelli progettati da Carlo Rubbia) che dissalino l'acqua del mare e con tale acqua si fecondino i deserti, e si produca idrogeno per muovere il mondo

09 giugno 2011 alle ore 20:24

Una piccola storia

Il racconto

Prima d'addormentarsi si hanno, talora, intuizioni difficili solo da supporre a mente sveglia. Queste, se permettono di capire cose normalmente oscure, possono complicare quelle semplici, proprio come avviene quando, con la complicità della notte, le ombre s’allungano e deformano, animando i fantasmi della mente.
Ma se le cose note, al buio, possono assumere sembianze mostruose, tanto più quelle sconosciute susciteranno timore.
- Mamma, ho paura...
- Accucciati sul sedile e dormi. Non c'è nulla di cui aver paura. Fra poco saremo a casa: il babbo ci aspetta.
Nuvole blu cobalto si rincorrevano nel cielo, in gara con la luna piena, immensa, irrealmente chiara. Nei campi filari di pioppi, esili, piegati dal vento, ordinati e silenziosi come fila di soldati.
- Com'è grande la luna e così vicina... Viene con me, mi vuole bene. La luna è mia amica!


Folate di vento staccavano le ultime foglie dalle bianche betulle antistanti la scuola e s’insinuavano, scuotendoli, fra gli esilissimi rami con fruscii e strani sussurri. Scivolavano, infine, increspandole, su fredde pozzanghere.
Dai finestrini appannati della macchina s'intravedeva, imponente, immerso nella foschia del mattino, il vecchio edificio. Il rosa antico dell'intonaco impallidiva nella nebbia, trascolorava come se il cumulo degli anni si fosse abbattuto su di esso, improvviso ed impietoso.

- Tesoro, da un po' di tempo hai preso un vezzo che dovresti toglierti.
- Un vezzo?  Cos'è un vezzo, mamma?
- Bertold caro, è un’abitudine. Nel tuo caso una brutta abitudine. Ti sei accorto che, senza ragione, sempre più spesso, scuoti la testa e guardi in alto?  Non farlo più, caro, se non vuoi addolorare la tua mamma. Adesso vai, o farai tardi...

Bertold è un bambino taciturno, dalla fantasia non comune. Ama guardare incantato la natura per ore; ama inventarsi i propri giochi.
I suoi compagni sono grilli e farfalle, ma anche cicale, mosche, e ramarri...
Abitano in una villa all'estrema periferia metropolitana, dove la città, abbandonando l'intrico di strade e case, slitta in vasti pianori, desolati, non più campagna per l'assenza d'alberi o casolari. Non ancora metropoli, dato che la civiltà esiste solo in lunghe teorie di tralicci elettrici, enormi e inquietanti.
Bertold non ha fratelli. A scuola dimostra precocità ed intelligenza. Frequenta la prima.
- Sentiamo Bertold in lettura...
- Io sono Bertold. Bertold sono io. Sono Bertold io. Sono io Bertold?
- No, piccolo, l'ultima intonazione è sbagliata. Devi dire: Sono io Bertold.
Scroscio di risa.

Anche a scuola Bertold riesce ad esprimere la propria creatività: lo fa durante le ore di disegno.
Si dedica a tale attività con passione, tanto da non accorgersi del galoppare veloce delle ore. Vi è comunque una stranezza che la maestra non tarda a scoprire: il bambino, durante tale attività, si lascia spesso prendere la mano. Il piacere di disegnare lo trasporta lontano, fuori dal reale. I suoi soggetti, anche se incantati, immersi in un’atmosfera dove magia e favola s'intrecciavano e dialogano in modo strano ed inusuale, non avevano nulla a che fare con quelli da lei proposti.

Stavolta si diverte con i colori a dita: giallo, blu, bianco...
Il disegno è bello: il profilo del volto di Bertold, chiaro, avvolto dall'oscurità, sorride alla luna.
La maestra lo sta chiamando ripetutamente, ma Bertold non può ascoltare: il suo viso splende d'un chiarore diffuso, bianco latte, come se i raggi d'un astro lontanissimo vi riversassero luce opalescente. La sua mente sta percorrendo universi sconosciuti, da cui la maestra, con tutto il mondo che la contiene, è irrimediabilmente lontana.
La maestra è preoccupata. Se la cosa si fosse ripetuta avrebbe dovuto parlarne con la psicologa.

Grida cristalline, chiassose, inseguono il suono allegro della campanella e si rincorrono nel cortile della scuola, fin sulla strada.
Bertold s'avvia, taciturno, verso il fondo del viale. Un brivido freddo gli corre lungo la schiena. Laggiù, in macchina, la mamma lo sta aspettando.
Si ferma un attimo a sentire il sole di mezzogiorno che gli accarezza il viso, poi – impercettibilmente -  scuote la testa e guarda in alto.
Quindi, corre verso la macchina, sorridendo.

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