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Racconti di Glauco Collini

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  • 19 luglio 2010
    Ladri di vita

    Come comincia: Mi guardo intorno inquieto, come  a cercare qualcosa.
    Vedo le tante persone racchiuse nel singolo individuo che comunicano silenziosamente con le tante persone racchiuse in me. Sono immagini chiare e sfocate, fumo, nebbia, spettri di una coscienza collettiva dalla quale cerco di estraniarmi ogni volta che posso. Forse mi trovo all’interno di un ufficio. Devo fare qualcosa, ma ora mi sfugge.
    Sono in fila. Nell’attesa mi accorgo di avere in mano una cartella rossa, liscia. Dà soddisfazione al tatto più di quanta ne dia il pavimento sotto i piedi. Ho anche un numero che certifica la mia appartenenza ad un ordine temporale forse già prestabilito dalla rotazione terrestre.
    Provo un piacere sommesso e confortante nel passare un lembo del mio numero sulle tre zigrinature della mia cartella rossa. Mi accorgo che stò suonando una musica silenziosa che raggiungerà un crescendo e farà accadere qualcosa di inaspettato … Nessuno la sente , ma sentiranno sicuramente i suoi effetti  e, secondo me , nulla sarà più lo stesso.
    I miei occhi restano folgorati alla vista di un orologio quasi incastonato nella parete  di una colonna.
    Non ne capisco il funzionamento, non sembra appartenere a questo mondo. Il quadrante opaco, al posto dei numeri  piccoli specchi di cui l’ultimo con cornice nera. Tre lancette identiche con punta di freccia partono insieme e progressivamente si distanziano prima di aver completato il giro. Avviene tutto molto rapidamente. Credo di essere il solo ad averlo notato e mi guardo intorno per sincerarmene. Non capisco cosa misura e non oso chiederlo a nessuno per il pudore di apparire tanto disinformato. Lascio correre, anche se ogni tanto occhi e pensieri  tornano a curiosare ed a fare domande.
    Guardo l’impiegata al di là del vetro … dall’altra parte tutti i colori risentono di un verdino pallido, forse le luci, forse le  tinte dominanti, forse appartengono ad un’altra specie.  Credevo fosse più giovane quella donna, forse il vetro, forse la luce, non saprei.
    A rincuorarmi, l’impressione che la fila sia andata avanti; infatti non c’è più la ragazza mora dai lunghi capelli ricci e neanche il ragazzo con i capelli corti dagli ampi tatuaggi. Cinque pensionati mi separano dall’obiettivo che continuamente sfugge alla mia attenzione.  Questo mi costringe ad aprire la cartella con frequenza per evitare una situazione imbarazzante … Mi tranquillizza avere tra le mani qualcosa di fermo, qualcosa di mio, pronto a rammentarmi  il perché della mia presenza in quel luogo. Anche dietro di me il numero degli anziani è aumentato. Penso di essere l’individuo più giovane. Con la medesima cadenza riapro la cartella e mi rincuoro. Vado ancora avanti. Credo di essere lì da molto tempo,ma non saprei quantificarlo. Io sono il prossimo, ricontrollo il contenuto della cartella, finalmente.
    D’improvviso mi trovo all’uscita.
    Non so cosa ho fatto, ma comunque esco. Il sole è più caldo e luminoso, le zone poste  in ombra dai palazzi sono quasi gelide ed io torno a pensare a quello strano orologio di cui ignoro il meccanismo.
    Mentre cammino verso casa sono attratto da alcune vetrine che si trovano sotto un porticato d’ampio respiro. Una in particolare mi piace, quella di un piccolo negozio dell’usato. Con grande attenzione e curiosità lascio sfilare tutta la mercanzia davanti ai miei occhi , che progressivamente mi sembrano più stanchi. Mi fermo davanti ad uno specchio … è la cornice ad attrarmi, ma solo la mia immagine riflessa riesce a condizionare il mio passo,  arrestandolo.
    Sono fermo, inchiodato, non credo ai miei occhi…
    Improvvisamente ricordo gli specchi dell’orologio e ne capisco il significato.
    L’uomo che vedo riflesso nello specchio ha ottant’anni o forse più,è malandato ed ha una cartellina rossa in mano. Non ricordo cosa dovevo fare, apro la cartellina e dentro ci sono solo fogli bianchi puliti e immacolati che non mi rincuorano più.
    E pensare che quando mi sono svegliato, poche ore fa, avevo trentadue anni e non sapevo cosa dovevo fare.

  • 08 marzo 2010
    L'omino di paglia

    Come comincia: Di nuovo è giunta l’ora, si accende la luce nella tenda fredda e piena di cianfrusaglie di ogni genere. La sedia di legno durissimo privata dell’imbottitura da sempre, come trono delle scomodità della vita. Il tavolo pieno, non c’è più posto, ormai non manca nulla. Il grande specchio è lì sopra ma serve a non vedersi, contorni opachi, graffi d’avventura, immagine mal delineata, proprio come la realtà. Gin, due dita per la tristezza e due per il coraggio. Freddo in mano, piccolo parente opaco dello specchio, freddo sulle labbra e molto spesso. Ora trucco pesante per diventare un altro, ricci in testa e cappellone. Rosso su guance e labbra, a dipingere un sorriso dove non vi è mai stato, ma che durerà e sarà credibile finché non dipingerà l’acqua facendo sciocca e felice anche lei. Sigaretta, il fumo nell’aria nulla appanna, poiché qui è ormai lavoro fatto. Gin, due dita per il coraggio, freddo nella mano e freddo sulle labbra. Campana, in piedi di nuovo incapace e pasticcione. Rullo di tamburi, applausi, luci sempre troppo forti, a risposta il tamburo nel petto rulla troppo forte, gli occhi si socchiudono in cerca d’ombrata quiete. Le risate, le risate sono tutte per me. Ridete voi, io non lo farò. Ultimo soffio di dignità nell’orecchio, troppo breve per esser visto, qui si ride signori miei, qui dentro invece si urla e si bagna. Ecco il bianco in lontananza, anche questa sera farà la sua figura. Ancora tanta allegria per voi. Ora finisce i vestiti pesanti, enormi, smisurati. Un passo, un altro passo, e uno ancora. Tenda scura, fredda, piena di cianfrusaglie. Sedia dura, specchio opaco. Angolo dello specchio, piccola foto smangiata dal tempo. Padre, madre, due facce per una moneta, mai testa, sempre, sempre croce. Gin, due dita per la tristezza, due per il coraggio. Freddo nella mano ma ora più pesante, freddo sulle labbra, rullo di tamburi e via. Il fumo nell’aria nulla appanna, poiché qui è ormai lavoro fatto. Rosso dappertutto non sciocca neanche l’acqua. Gin, due dita a raccontar.