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in archivio dal 02 mag 2007

Guido Marinelli

03 maggio 1990, Agnone
Segni particolari: Non mi capisco... ma sono uno scrittore autoironico o un adolescente complessato?
Mi descrivo così: Diciasette anni, se hai la testa sulle spalle è l'età durante la quale inizi a pensare come programmare il tuo futuro, ti metti la testa sulle spalle e smetti di sognare illusioni... o almeno speri di poterlo fare

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  • 08 maggio 2007
    Specchio

    Solo io,
    nello specchio
    circondato da un infinito nulla.
    Respiro lento
    occhi socchiusi,
    mi calmo, tento di farlo.

     

    Mille luccichii argentei
    nel buio dell piccolo stanzino.

     

    Un fantasma dal volto sfocato
    Un sogno evanescente
    evocato nell'oscurità
    Un ricordo perduto
    In una lacrima 
    volata
    via
    nella pioggia.

     
  • 08 maggio 2007
    Fuga

    Correre, senza voltarti indietro.

    Scappare, senza guardare in faccia a nessuno.

    Ritirarsi senza farsi scoprire.

    Via da tutti.

    Fuggire
    con onore
    a testa alta
    da tutto questa melma
    in cui vivo.

    Lasciare tutti a bocca aperta
    occhi spalancati
    voce muta
    muscoli immobili.

    "Fallimento"
    "Diverso"
    "Nullità"
     Parole scritte
    con l'acqua.

    Ora sotto di essa
    invece
    ho trovato la pace.

     
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  • 06 febbraio 2008
    Turismo post-apocalittico.

    Come comincia: Non appena giunse in quel posto, Bodom fu pervaso da una strana sensazione: compiuto quel normale passo sentì di essere passato dal mondo concreto e razionale a quello dei sogni, delle illusioni, un universo parallelo, un pianeta plasmato dalle mani di un bambino, più radioso e felice di quello reale.
    Lo aveva già intuito quando, dopo aver lasciato in macchina i suoi due compagni Connor e Riddick per esplorare la zona, inalò a pieno l’aria pulita del posto: il cielo era sgombro dalle ceneri nucleari, i fumi grigi delle atomiche che avevano colpito il mondo non coprivano il paese.
    Azzurro limpido. E verde floreale. Colori che non vedeva da tempo. Anche quando sbirciò le onorificenze date alla località, “Città d’arte” “Città Regia” “Bandiera verde” “Rotary Club” “Amici della montagna”, sentì che il big bang, la grande apocalisse che aveva distrutto l’intero mondo occidentale, non era di casa. Anzi, a giudicare dalla strada, un gigantesco boulevard che pareva essere l’arteria della piccola city che svettava sui negozi e sulle botteghe disseminate per il corso principale, dai palazzi ben tenuti, dagli alberi rigogliosi sembrava che il posto si fosse fossilizzato direttamente nel ventesimo secolo.
    Per un attimo fu ammaliato dalla bellezza del luogo, quasi come un turista post-apocalittico che rimane a contemplare ciò che i suoi occhi non vedevano da tempo, ricordando, subito dopo, il vero motivo per il quale si trovava là. Doveva trovare una qualsiasi tanica di benzina. Peccato che non c’era nessuno per strada.
    Improvvisamente lo pervase una strana sensazione: sentì di essere braccato. La caccia alla quale aveva partecipato per tutto il suo viaggio non era finita.
    Ogni passo di Bodom diventava sempre più veloce, la presa del suo fucile più stretta, il sudore che imperlava la sua fronte aumentava a dismisura. Si girò di scatto: dietro di lui un uomo, vestito da pagliaccio, truccato con un sorriso triste, conciato indecentemente. La prima cosa che tentò, invano, di fare fu di assumere l’aspetto saggio di un intellettuale, prendendo la parola.
    “Come osi, ribaldo, entrare nella mia pura e casta città?”
    Bodom continuò a squadrarlo, colpito dalla teatralità del personaggio, il quale si ostinava ad atteggiarsi filosoficamente.
    “Io di questo paese son il potente. Sì, la comando da sempre questa piccola città unica nel suo genere, la più grande e rinomata e conosciuta. Indi, straniero, non sparare. Sappi con chi hai a che fare.”
    Leggero inchino, poi lasciò la parola a uno stupito Bodom, intento a fissare il pagliaccio, intenerito dall’aspetto buffo dell’interlocutore, il quale continuò nel suo sproloquio.
    “Cosa cerchi? Perché sei qui, straniero? Qual cosa cerchi? Squisiti formaggi? Bronzee campane, tinozze di ferro o fili di rame?”
    Lasciando Bodom sul posto, il nuovo arrivato si avvicinò al portone di una casa. Lo aprì mostrando, con sguardo fiero, un barbuto gigante, un grassone pelato che batteva il martello sull’incudine (così, senza aver posto su di essa alcun oggetto da forgiare) all’interno di una bottega. Peccato che non ci fosse nient’altro nella stanza, a parte l’artigiano che si affannava in quell’inutile lavoro.
    Bodom glielo fece notare indicando il lavoratore e facendo cenno di no con la testa al clown governatore. Con uno scatto, egli sbatté la porta e prese quell’improvvisato turista per la lunga strada deserta della città, rimasta intatta.
    “Pagliaccio?”
    “Chiamatemi sindaco, o buon uomo.”
    “Cerco semplicemente del carburante per la mia macchina.”
    “E allora vi porterò dove si trova carburante, ser…qui siamo sempre gentili con la gente straniera…”
    “Grazie…posso sapere come si chiama questo splendido paese?”
    “No.”
    Bodom fu colpito in pieno da quella risposta, poi chiese con curiosità.
    “Perché qui non c’è stato alcun attacco nucleare?”
    “Attacco nucleare?” Il pagliaccio pareva molto confuso, come se preso l’avessero preso in contropiede.
    “Il Big bang? I bombardamenti, i missili, i razzi?”
    “Qui si è sempre vissuto bene.”
    “Senza sapere dell’esistenza dell’operazione di distruzione mondiale, che ha messo in ginocchio l’intero mondo occidentale?”
    “E che ne so?”
    “Non avete visto neanche gli aerei?”
    “C’era qualche pirla che per un po’ di tempo si è messo a fare casino, ma per ora tutto tranquillo.”
    “Ma siete tagliati fuori dal mondo? Dove stanno le telecomunicazioni? Il digitale, una minima forma di contatto con il mondo esterno? L’adsl, qualsiasi cosa che vi abbia tenuto al corrente dei fatti accaduti nel mondo esterno?” Bodom stava iniziando a scaldarsi.
    “L’adsl? Non tocchi quell’argomento. Dal 2004 lo aspettiamo. Giovedì prossimo però, lo portano…” Il pagliaccio-sindaco si gonfiò di orgoglio. “…grazie a lui…”
    “Ma come grazie? Ora l’Adsl è (anzi, era, dato che non esiste più  nulla) obsoleto, superato…e poi chi è quel deficiente che ve l’ha promesso?”
    “Lui, il presidente. E non osi minimamente toccarlo.” Nonostante Bodom fosse armato, pareva che il pagliaccio volesse saltargli addosso, ma egli si trattenne, respirando a fatica. Poi puntò il dito verso un palazzo (il municipio forse). Sopra le grandi arcate vi era un gigantesco ritratto di uomo, dalle fattezze molto simili a un suino. Un porchettaro forse?Sì, un porchettaro dall’aria astuta che, da dietro le gigantesche labbra sorridenti e il naso abnorme, lasciava trapelare un’espressione felice, ma furbesca.
    “Presidente? Ormai non esiste più un vero governo dopo il Big Bang…”Continuò Bodom.
    “Non è vero…il presidente è grande, senza di lui io non sarei il capo di tutto questo…non osate toccare il pre-si-den-te” sillabò il pagliaccio con foga.
    “Ok, anche se poteva ricordarselo prima di darvi Adsl!”
    Bodom ridacchiò spingendo la canna del fucile contro la schiena del pagliaccio, che aveva assunto ora l’espressione di un bambino triste.
    Ad un tratto il pagliaccio sporse l’orecchio verso la strada. Anche Bodom si accorse che non era deserta.
    “Nascondiamoci, straniero, subito.”
     Rumore di motociclette in arrivo,
     “Sono arrivati, dobbiamo celarci alla loro vista.”
    E Bodom sapeva quali sventure significassero. Fu preso dal pagliaccio e buttato dietro un fredda panchina di marmo.
    In un attimo, arrivarono una decina di moto. I rider che le guidavano indossavano tutti tute nere con alcuni riflessi rosa: nello stesso istante in cui frenarono, derapando rumorosamente, i dieci centauri scesero dai loro bolidi e si tolsero all’unisono i loro caschi (su ognuno di essi vi era la scritta, DE PUTA MADRE 69).
    Se non fosse stato per le fattezze dei volti, sembravano tutti fatti a stampo.
    “Che cazzo sono?”
    Il pagliaccio tirò una sberla sulla nuca scoperta di Bodom.
    Tutti i nuovi arrivati avevano uno sguardo perso nel vuoto, piercing sul naso, capelli tinti di viola, leggero trucco sul volto, orecchino a brillantino. Erano adolescenti, adolescenti del ventunesimo secolo, una razza che si dava per estinta. Bodom fu esterrefatto davanti a quella visione. Quello che pareva il capo si mise davanti agli altri nove.
    “Loro sono il nostro futuro.”Bisbigliò il pagliaccio a Bodom, che guardava sempre più stranito la scena.
    “DUX MEA LUX” Gridò il capo.
    Con la mano destra alzata, gli altri nove salutarono l’immagine del presidente. Poi presero delle spranghe attaccate alle loro moto.
    “Chi sono ‘sti coglioni?” Bodom iniziava a preoccuparsi.
    “Le nostre speranze, il destino di questo piccolo paese, i nostri figli, i baldi, onesti e attivi giovani della città. Loro che continuano a far navigare questa città nell’oro.”
    Un rumore di vetri rotti. Poi il pagliaccio rise.
    “Vedi quel bel giovanotto?” Il sindaco-clown indicò con il mento un ragazzone alto e goffo, che con una spranga aveva scheggiato una vetrina di un negozio vuoto. Intorno a lui tutti gli altri esultavano felici. “E’ mio figlio, il nostro primogenito.”
    “Perché fanno così?”
    “Il presidente combatte il crimine!”
    “Ovvero?”
    “Gli immigrati: i cinesi, i marocchini, gli slavi, i rumeni, i comunisti, i francesi e gli americani. I nostri giovani ci proteggono dalle loro minacce.”
    “Ma se il paese è deserto…”
    “Sti francesi sanno come nascondersi.”
    Ad un tratto tutti i giovani si stesero a terra.
    “Gliel’abbiamo fatta pagare a quei bastardi.” Urlò affannato il figlio del capo, che si stava appena sparando una meritata siga con gli altri compagni.
    “Ora andiamo tutti in palestra a far a gara a chi alza di più.”
    I dieci ragazzi si alzarono, corsero verso le proprie moto e sfrecciarono via. Bodom rimase impietrito. Intanto il pagliaccio si era alzato da sotto la panchina.
    “E loro sarebbero il vostro futuro?”
    “Ma certo. Abbiamo insegnato loro i valori cristiani e morali, li abbiamo sempre mandati a catechismo, e con questi valori devono andare avanti nella vita per far rinascere questa terra, già grande di suo, ma piccola di popolazione.”
    I due si avviarono, chi fiero di sé, chi completamente spaesato. Nonostante il posto fosse splendido, la gente, poca, stupida, disonesta e meschina rovinava quell’oasi nel nulla. Dopo un po’ arrivarono di fronte a un gigantesco capannone: bianco, titanico, a ridosso di una collina, una struttura barocca con archi, rosoni, guglie, un po’ gotica, un po’ romanica, un po’ rinascimentale, un po’ di tutto (In parole spicce, non si capiva nulla della tipologia della struttura. Il pagliaccio esortò Bodom ad entrare subito dentro la struttura mastodontica.
    Un uomo all’entrata, barbuto e muscoloso, capelli corti e grigi ma sguardo poco furbo, vestiva con camice… aprì loro calorosamente la porta…
    “Cos’è questo, un ospedale?”
    “Aspetti, straniero.”
    Dopo aver attraversato un lungo corridoio, un infermiere, barbuto e muscoloso, capelli corti e grigi ma sguardo poco furbo, con una camicia verde, iniziò a salutarli calorosamente. Se non fosse stato per gli occhiali spessi, Bodom avrebbe giurato di averlo già visto.
    Raggiunsero un’altra sala, dove vi era un medico con il camice bianco, seduto di spalle. A che scopo, però entrare in un ospedale?
    “Il presidente ha  salvato dalla distruzione questo fastoso, attrezzato e bell’ambiente. Ammira straniero. E anche il nostro personale. Unico nel suo genere.”
    Il medico si girò, barbuto e muscoloso, capelli corti e grigi ma sguardo poco furbo, il camice bianco sembrava che gli volesse sfuggire da un momento all’altro. Se non fosse stato per quello, Bodom avrebbe giurato di averlo già visto.
    “Ecco la benzina…”
    “In un ospedale” Si scioccò Bodom, prendendo la tanica di benzina semivuota. Mentre usciva dalla stanza notò con la coda dell’occhio una figura. Mostruosa, un fantasma, il volto ricoperto dall’ombra e dall’oscurità dello stanzino. Si bloccò e la squadrò. Il fantasma prese vita e uscì dall’ombra. Un uomo dall’aspetto saggio, canuto, che si muoveva con calma ascetica, sapienza sprizzava dietro gli occhi accesi ancora di azzurro, nonostante l’età che si deduceva dal bianco della lunga barba.
    “Chi è lei?”
    “Il classico filosofo dell’opposizione.” Rispose il clown al posto dell’uomo. Con una spranga, presa da chissà dove, il pagliaccio colpì il filosofo sulla testa. Egli cadde a terra. Bodom gli si avvicinò ed egli iniziò a vaneggiare.
    “Bello il paese?” Il vecchio si fermò per fare una risata da pazzo. “Pagliacci al potere grazie a mafioso porchettari, giovani che sanno come comportarsi, disinformazione, spopolamento, lavori inutili, filosofi all’opposizione che non fanno altro che parlare, come me. Tutto ciò poteva esistere negli anni cinquanta, ma non nel ventunesimo secolo. Il paese è rimasto arretrato, niente è cambiato e tutti se ne sono pian piano andati via. Più gli anni passavano più noi intellettuali ci sentivamo dimenticati, mentre la gente rimasta si riversava dentro questa costruzione. Un bel giorno, il presidente minacciò di chiudere questa struttura, noi ci arrabbiammo, lui ci disse di non arrabbiarsi e che l’avrebbe lasciata aperta ancora…e intanto mentre fuori tutta la città va silenziosamente a rotoli, questo posto sta diventando un semplice magazzino. In compenso, puoi trovarci di tutto. Io ho preso questi due libri”
    Il vecchio sfoderò dalla tasca una copia del principe di Machiavelli e una rivista zoopornografica.
    A un tratto il pagliaccio saltò addosso all’intellettuale. Bodom si sentiva a disagio. Prese la tanica di benzina e iniziò a scappare.
    Mentre fuggiva dall’ospedale-magazzino, dal paese-fantasma, dai pazzi che lo abitavano, pensava a come niente di quel posto gli sarebbe rimasto nella mente. Tutto si sarebbe perduto nell’oblio. Forse, si sarebbe ricordato di quella fermata come di una brutta esperienza da turista post-apocalittico.
    Poco male, pensò, mentre si avvicinava alla jeep.

     
  • 10 luglio 2007
    Invaders

    Come comincia: “Cosa c’entra ‘sto calendario?”
    Con la velocità di un fulmine, e con lo stesso effetto stordente del tuono, la sua mente rievocò le parole pronunciate quasi quarant’anni prima da don Mario, il caro vecchio prete che per lui era stato quasi un padre, quando stupito e scioccato lo fissò, sommerso dalla vergogna, sprofondato in un buco tenebroso, mentre sfogliava quello da sempre definito ‘oggetto del peccato’.

     

    “Buttatelo via. Mettete questo. Caro artigiano, cosa c’entra in tutto questo contesto?”

    Le parole erano le stesse, cambiava solo l’immagine e la situazione: al posto delle gambe della Edvige Fennech, si trovava la dettagliata foto di un pulcino che si strusciava con un coniglietto. Solo un pervertito avrebbe potuto reputare ‘oggetto del peccato’ una simile immagine.  Fatto sta che il calendario fu buttato nel cestino: un’altra sua cosa gli veniva strappata e buttata via per lasciare spazio ad altre, più vistose e degne di nota. Era da due giorni che il suo laboratorio veniva messo a ferro e fuoco dagli invasori, molesti emissari di un fato cattivo e contrario.

    “Metti questo, dà l’idea dell’antico.” Un’orrenda pergamena gialla fu messa sul muro. Qualche giorno prima quel muro era illuminato da un’unica fonte di luce costituita dalla porta a forma di P ribaltata (‘segno dell’influenza veneziana sul luogo, come aveva cercato di spiegare invano agli invasori per destare in loro interesse e pietà per il suo sacro laboratorio) e dal calore emanato dalla fornace; un chiarore calmo si stendeva sugli attrezzi antichi, sull’incudine ormai bicentenaria e sui suoi cari e amati martelli, dono di famiglia, tramandato amorevolmente di padre in figlio per secoli e secoli.

    “Cioè,  mi fate sostituire il mio calendario con uno dei primi del ‘900 mentre prima avete messo al posto dei miei vecchi martelli, 'sti attrezzi tanto moderni quanto inutili?Non sono neanche di ferro… è plastica”

    “Ci sponsorizza Ikea… mi dispiace, ma dobbiamo farlo. Quindi tienili sempre ben in vista.”

    A partire dallo svedese profumo nuovo di zecca che proveniva dai suoi arnesi, tutta la stanza era ricoperta di fili su fili, telecamere dappertutto, lampadine su lampadari. Il limite massimo consentito dalla sua calma ascetica stava raggiungendo l’ultima portata permessa, quando lo obbligarono a indossare gli occhialetti da lavoro: parevano mascherine da piscina con influenze gotiche - contemporanee, un vero e proprio risultato dell’ingegneria moderna, alquanto penoso.

    “Ora serve la tuta da lavoro.” La scelta peggiore che aveva fatto in trent'anni di carriera era stata quella di firmare il contratto con ARTIGIANO TV: 500€ per documentare la sua giornata lavorativa di ogni giorno, nel modo più realistico possibile. Peccato che fosse stato lui a essere sotto i loro ordini e non il contrario. L’unica clausola scritta a caratteri millimetrici e messa al contrario sul contratto era quella di permettere alla redazione di fare tutto quello avrebbero voluto fare con la stanza, con gli attrezzi e con lui stesso. La tuta da lavoro sembrava una normale tuta da lavoro blu da operaio della fiat anni '50 o da idraulico, normale, senza eccessivi difetti. La poteva indossare senza troppi problemi.

    “Tieni bene in vista quella targhetta. E’ di Roberto Cavalli, un nostro sponsor. E ogni tanto fai riferimento all’ippica… un po’ di pubblicità subliminale non guasta mai…”

    Ora aveva voglia di darsi fuoco. Un bonaccione come lui, abituato da sempre ad una vita del genere, sarebbe impazzito in mezzo a quell’accozzaglia di gente che rappresentava le peggiori nefandezze del popolo italiano: superiorità e altezzosità da milanese, simpatia ipocrita toscana, disponibilità genovese, dolcezza nei modi di fare da napoletano e alla fine… dialetto romano… e quel piccolo coso, che gli gironzolava intorno fin da quando erano arrivati, una piccola tappa, una cosa dai capelli sciolti sulle spalle e sguardo da tipetta ‘brava e furbetta’, raccoglieva in sé tutte le qualità sopracitate. Si chiamava Rita, da come aveva intuito prima, e aveva iniziato ad urlare con una vocina squillante e pesante allo stesso modo. “Iniziamo subito”.

    Dopo venti minuti di discussioni su luci, audio, qualità video e appartenenza delle birre dimenticate sul tavolo, le riprese iniziarono.

    “Allora” falso sorriso della presentatrice, una focosa e attraente bionda dalla voce squillante che prima aveva tentato di evitarlo a più riprese “buon giorno signor…”

    “Michele d’Ascenzo.”

    “Mio dio” risposero tutti all’unisono.

    Tutte le targhette che riportassero scritte il ridicolo nome-tabù, furono eliminate e sostituite con la scritta ‘Censino’. Un soprannome sempre a portata di mano, dettato dai rigidi canoni di Artigianato Tv, contestato dallo stesso Michele: il suo vero soprannome era Bomba. Ciò fece impallidire tutti.

    “Lascia stare… ora torniamo a noi. Appena finisco, tu dici ‘molto bene, grazie a tutti è per me un grande piacere essere intervistato da una giornalista del tuo calibro in una tv come Artigianato Tv, la mia preferita ormai da quasi sempre.’ Dai, torniamo con le riprese.” Silenzio… “Allora signor Censino…”lo si notava dall’espressione che non gli piacesse molto come stava recitando, ma non per questo interruppe la registrazione. “Come si sente adesso?”

    “Molto bene, grazie a tutti, è per me un grande piacere essere intervistato da una giornalista del tuo calibro in una tv come Artigianato Tv, la mia preferita ormai da quasi sempre.” Nonostante sembrasse una recita scolastica, tutta la compagnia applaudì svogliatamente. Lo notò, ma continuò con il discorso che gli era stato preparato fin dall’inizio. Dopo una buona mezz’oretta il supplizio ebbe fine.

    Per fare delle veloci riprese del locale, gli fu intimato di rimanere fermo e non muoversi da dove si trovava per qualche minuto: dopo due ore i muscoli si erano atrofizzati e la fronte, imperlata di sudore, era scivolosa tanto quanto una tavola da surf. Il caldo che proveniva dalla fornace accesa, a pochi passi da lui, era insopportabile. Dopo un’altra mezz’ora di riprese, gli fu concesso di raccontare la breve, ma ‘appassionante e sconvolgente’ (così fu presentata dalla tappa con l’aria da dura), storia del laboratorio.

    “Il laboratorio ha una storia molto lunga…” Il cameraman si passò il dito attorno alla gola fissandolo agguerrito “… ma interessante… e veloce… all’inizio questo era un laboratorio fondato da artigiani veneziani lavoratori dell’oro, venuti qui nel ‘400, che portarono nella nostra zona l’arte della lavorazione dell’oro e del ferro… lo si nota dalle porte a forma di "P" all’incontrario e dalle… ” tutta la compagnia Tv mostrava le sciabole e gli spadoni che lui aveva perso e che non ritrovava da tempi immemori, come ultimo segno di avvertimento. “Fatto sta che nel 1857, il mio bisnonno riuscì a prendere possesso del locale e a farne un laboratorio di lavorazione del ferro, per elementi decorativi per le case, soprattutto.”

    “Aspetta un attimo? 1857? Così vicino a noi?” Al primo cenno di assenso, scoppiarono i mormorii di protesta, sedati non appena tutti gli 8 vennero trasformati in 6, i 5 in 3 e i 7 in 1. 1631 era una data migliore, più antica, più folkloristica, più tipica del 1857, secondo la presentatrice. Inoltre, alla storia venne aggiunta la leggenda del corsaro spagnolo che, arrivato in zona, fece amicizia con il fabbro, sostenendo che egli aveva la faccia da Censo… da allora ogni fabbro in zona è chiamato Censino… La storia faceva letteralmente ribrezzo, ma dovette raccontarla interessato, dall’inizio alla fine.

    Il momento, forse, più importante era arrivato: la lavorazione vera e propria… poco prima aveva disposto un pezzo di ferro affusolato dentro il forno, per riscaldarlo e poterlo lavorare…

    “Inizia il cosiddetto processo di forgiatura” disse in modo abbastanza sommario la presentatrice, distogliendo annoiata lo sguardo dall’artigiano: lui, al contrario, si divertiva, mentre prendeva con le pinze il pezzo rovente di ferro, mentre lo poggiava sull’incudine e iniziava a prendere gli altri arnesi.

    Ora aveva iniziato a battere il ferro divertito, come aveva sempre fatto con passione e con gusto, con la stessa voglia di un chitarrista che si destreggia con la propria Fender e con la stessa forza di un macellaio che squarta il vitellino appena arrivato docile tra le sue braccia, senza importarsi di nulla, senza alzare lo sguardo attento dai ferri del mestiere. Quando si fermò,notò che tutti se ne erano andati già da un pezzo: lo avevano lasciato solo, in pace, nella più profonda calma, con un solo segnale d’avvertimento minaccioso, un pugnale buttato a terra: a domani per la seconda parte della trasmissione. Rabbrividì al solo pensiero di altri momenti da passare in compagnia di quegli invasori che gli avevano distrutto la gioia di un’altra giornata da solo al lavoro. A questi soli pensieri la cena pareva aspra, l’acqua insipida, quella tv che lo aveva assillato per tutto il tempo troppo frastornante e impertinente, i figli e la moglie seduti a tavola con lui tanto fastidiosi quanto inutili, tutto guastato dal gusto amaro e insensato che aveva provato fin da quando erano arrivati gli invasori.

    Dopo venti minuti giaceva inquieto nel letto, con il volto confuso verso il soffitto sbiancato, senza essere né in vena di coccole né di effusioni, con l’unica voglia di urlare sottovoce la sua rabbia a sua moglie pur di sfogarsi.

    “Alla fine doveva essere qualcosa di bello, perché vero, utile, reale. La trasmissione lo sta trasformando in una farsa, fatta solo per allietare il sonno di qualche pensionato senza nulla da fare o recuperare un po’ di audience mostrando solo cazzate.”
    Lei si girò: ma non aveva il solito viso, non troppo attraente ma pur sempre familiare e rassicurante della moglie. Era l’altra. La tappa con l’espressione da dura. Lei che lo aveva tormentato tutta la giornata. “Hai firmato il contratto, non ricordi?”

    Il sorriso le si aprì mostrando i denti smaglianti ma pur sempre aggressivi e inquieti, il dito indicò l’armadio dal quale uscirono i cameraman, i vari capo redazione, i camionisti, i telecronisti e tante altre persone che erano state a fare le riprese, armate tutte di mazze da baseball.

    Loro lo accerchiarono, lui iniziò a sudare, voleva gridare ma non ci riusciva, voleva scappare ma era inchiodato nel letto.

    Le ultime parole che sentì.

    “Ma lo dobbiamo firmare il contratto?”

    “Ma lo dobbiamo firmare il contratto?”

    Le stesse parole sentite, però dette da sua moglie. Si stropicciò gli occhi, guardandola confuso.

    “Allora che facciamo, amò?”

    Solo un incubo.  “Lo so io. Cosa fare!” Sapeva di non dover permettere la realizzazione di un incubo che non avrebbe dovuto avere seguito nella realtà.

    La mattina dopo, al risveglio, tutta la famigliola trovò il proprio padre rannicchiato sul tappeto: un martello Ikea a terra, la Tv ridotta a un mucchio informe di frantumi, fili e pezzi di vetro, mentre un ammasso di cenere ricopriva il luogo dove prima si trovava un foglio su cui era scritto ‘contratto’.

    Giustizia era fatta.

     
  • 08 maggio 2007
    La mazzata

    Come comincia: Se ci fosse una parola chiave per la mia città, quella sarebbe palestra. Decine, dozzine, cinquantine: secondo precisi studi statistici, è presente una palestra ogni dieci nuclei familiari, ovvero 0,001 pezzo di palestra in ogni metro quadro della città.

     

    La mia, anzi, la breve storia mia e del Paola (veramente il suo nome è Domenico-Maria Paolantonetti, ma dato il nome ridicolo che ne scaturisce si preferisce chiamarlo il Paolo)… stavo dicendo… la nostra breve storia avviene in una palestra della mia città, il tempio della cura del corpo più ricercato, il luogo d’incontro dei truzzetti più vip e preferiti dalle ragazze (io e il Paola però non siamo in questo elenco), quella frequentata da chi conta.

    Il nome è sputtanato, Fitness World, e per grandezza non è paragonabile all’olimpico della nostra città (l’altrimenti detto Civitelle-stadium), ma qui io e il Paola abbiamo passato e passeremo grande parte della nostra adolescenza, con fini ben precisi: fare il gioco ‘se-tu-sollevi-40kg-alla-panca-io-ne-metto-due-in-più-e-ti-ho-battuto’, e tentare di abbordare... sempre invano.

    In quel momento stavo vincendo al gioco ‘se-tu-sollevi-40kg-alla-panca-io-ne-metto-due-in-più-e-ti-ho-battuto’… il Paola si fa fregare molto facilmente. Per chi non l’avesse capito il Paola è quel ragazzo magrolino che sta appoggiato al muro, braccia scheletriche conserte, occhiali alla Ciccio Graziani e pizzetto alla Trezeguet. Non ha 32 anni, ne ha 15.

    Per lui l’uomo perfetto deve avere la saggezza di Gandhi e la forza d’Arnold Schwarzenegger. Lui è uno dei pochi ad avere l’intelligenza di Big Show e il fisico del nostro prof di filosofia, alquanto gracile.

    Io sono il ragazzo che lo sta additando, ridendogli visibilmente in faccia. Poco da raccontare di me: fisico bello e prestante, nonostante qualche rotolino di grasso, nessuna traccia di pettorali scolpiti e addominali larghi. O era il contrario? Addominali o Tricipiti? Bicipite anteriore o quadricipiti femorali trapezoidali?

    Non è che in due anni abbiamo capito molto in fatto di palestra e cura del corpo, figurarsi riguardo le ragazze e problemi della vita molto più seri. Per questo quel giorno ci siamo messi nei guai.

    Comunque la nostra totale ignoranza è dovuta a quel tipo laggiù, quel ragazzino alto 1,70 m fisico scolpito e messo in risalto dai vestiti aderenti, il nostro capo-palestra, che si muove con grazia robotica allungando lo sguardo per notare discepoli poco attenti, come noi, ragazze piacenti e statue di marmo che reputa suoi migliori alunni.

    Una volta il Paola gli disse che senza t-shirt aderente e scollata, molto spesso, il fisico non è che gli si potrebbe vedere molto: quel giorno dovetti spiegare alla mamma del Paola perché lui quel giorno aveva lo sguardo fisso, comunicava solo con mugolii . Ma ci volevamo bene in fondo.

    “Passami la mazza.”
    “Che battuta ambigua.”
    “C’è poco da scherzare.”
    “Sicuro di volerlo fare?”
    “NO. Anche se è un ordine del capo.”
    “Lo so, quando il capo comanda. Ha sempre ragione.”

    70 kg di ciambelle, in gergo, ovvero di pesi metallici, 70 kg a un’estremità e altri 70 kg all’altra del bilanciere. Il gigante li alza con grazia, conta digrignando i denti, strabuzza gli occhi di tanto in tanto e dopo quell’impresa riposa il peso sui due blocchi metallici che paiono non vogliano accettare quel quintale e mezzo di ferro appena sollevato dall’energumeno. Tutti guardano la bestia, circondata da pochi fedeli, persone fidate, persone che ogni tanto vanno da lui per chiedergli qualche consiglio o lavoretto. Lo chiamano il Capo, vi lascio immaginare il perché.

    Conosce pezzi grossi quel tipo, è una macchina che fiuta denaro ovunque, che non ha paura di niente, che carica senza guardare in faccia a nessuno: a me e al Paola ha commissionato spesso dei lavoretti, di tanto in tanto. Molto retributivi. Ma molto pericolosi.

    Solo ora però mi accorgo che io e il Paola siamo due pirla. Abbiamo sempre rischiato grosso quando abbiamo lavorato con lui. E l’ultima volta abbiamo rischiato veramente troppo: avevamo smerciato per il Capo un po’ di Marja e stavamo fumandocene ciò che restava laggiù, ai giardini pubblici, alla luce della luna,che ci guardava sorridente con gli occhi sognanti e stanchi, che ci rimproverava sul fatto che fosse troppo tardi e che dovevamo andare a riposarci, dopo una notte passata tra ragazzi gasati perché avrebbero provato la prima canna e tossici in crisi di astinenza.

    E infatti era notte fonda, ma si sa, gli sbirri non dormono mai. Ricordo solo le parole che ci tradirono.

    “Cosa vi state fumando ragazzi?”
    “Philip-Morris fine…”
    “Ma di solito le sigarette fine non sono così fine.”
    “Sono speciali.” Disse il Paola ammiccando allo sbirro, prima di poter prendere a testate il muro e guardarmi sussurrandomi nelle orecchie.

    “Questo è un tipo ambiguo. Ci sta provando con me”

    I guai che abbiamo passato, e che il capo per poco non passò, ci fecero guadagnare la sua collera. E soprattutto quella dei genitori.

    In quel momento, al cospetto del bilanciere, altare sacro nel tempio della cura del corpo e della mente, attorno a quell’uomo che, così come Socrate attirava flotte di giovani, ci inchiniamo per ingraziarci il capo. Ci ha chiamati per dire una cosa molto importante.

    Il Paola è molto affascinato dalla figura del Capo, soprattutto per i suoi discorsi filosofici, politici, religiosi. Teorie semplici per il Paola, irreali ma affascinanti per me, che ripropone, giorno dopo giorno, con qualche particolare diverso.

    Ci illustra nuovamente il suo pensiero politico, cioè che se ci fosse stato il Duce ora ci sarebbe stato l’ordine e che i totalitarismi erano state cose buone perché tutti sapevano cosa e come fare, ci racconta riguardo al suo pensiero filosofico, ovvero che la bellezza della mente non è equiparabile a quella del corpo (o viceversa? Non ricorda tanto), ci illumina riguardo al suo pensiero religioso, ovvero che c’era e c’è una cupola, un concilio di persone che da duemila anni controlla il mondo, che ci comanda attraverso la religione. Detto ciò, inizia ad illustrare il suo piano.
    Se fosse andato in porto, avremmo riconquistato la sua fiducia. Avremmo solo dovuto fare ciò che un comune mortale con senno avrebbe di sicuro rifiutato.

    Accettiamo e il capo ci spiega la situazione.

    “Non me la sento.”
    “E dovrei sentirmela io? Tu hai accettato.”
    “Sì… però bisogna proprio fare tutto questo?”
    “E’ questione di secondi”
    “Provaci tu…”
    “Ti ricordo che gli ordini del capo sono ordini.”

    “Ho un favore da chiedervi, ragazzi.”
    “Parli pure, capo.”

    Il capo mi fulmina con lo sguardo.

    “Non sei tu a dirmi quello che devo fare.”.

    Il Socrate che conoscevamo ora diventa uno Stalin. E continua a parlare.

    “In ogni caso…se volete riguadagnare la mia fiducia. Dovete fare un favore per me.”

    Anafore, allitterazioni, altre figure di suono e di sintassi. Il Paola successivamente mi parafrasa le cose dette dal Capo e mi spiega cosa dobbiamo fare: andare da una certa parte, a un certo orario, e aspettare certi altri ordini che avremmo trovato dentro una busta dentro un albero.

    Aprire la busta ed eseguire gli ordini.

    Guadagno: 80€ a testa.

    Rischi: pochi, se il lavoro fosse stato fatto alla certa ora.

    La certa ora si aggira tra le 2 e mezza e le tre di notte.

    Ci teniamo svegli davanti al televisore, dalle nove di sera fino alla certa ora, passando il tempo con tutti i videogiochi che il Paola in 15 anni della sua vita era riuscito a racimolare ingannando i bambini. Ai miei avevo assicurato che stavo in campagna dal Paola.

    Come stiamo?

    Occhi stanchi e arrossati da qualche sigaretta di troppo, fisico stressato dalla palestra, materia grigia degradata dal troppo fumo, passivo e non: la missione inizia per il verso giusto.

    Saliamo sui motorini e ci avviamo verso il certo luogo. La strada è libera, sgombra, una deserta discesa ricoperta di platani e luci offuscate dei lampioni semi-fulminati. Ecco il posto: un quartiere di gente per bene, abitato da dottori e commercialisti, gente calma, che vogliono bene alle proprie mogliettine per bene, che si fanno i fatti loro e non cercano guai. E’ lì che dovevamo svolgere la missione.

    Il Paola scova la busta. La apre, mi guarda con i suoi occhi stupiti. Con l’altra mano impugna una mazza da baseball che sta buttata per terra, ai nostri piedi.

    “Non posso.”
    “Spacca sti vetri.”
    “Merda.”
    “Dai che lo faccio io.”

    Il Paola mi strappa la mazza da baseball dalla mano e inizia il lavoro.

    Il bello è che i vetri della Marea sono molto resistenti. E il Paola ci mette molto per distruggerli completamente.

    Però alla fine ci divertiamo. Così come il Paola scarica le legnate sui piccoli fanali della Marea, facendo roteare con grazia, eleganza e divertimento la mazza, io guardo divertito la scena, scaricando lo stress accumulato da una vita. Avrei voluto provare anche io, ma venti secondi dopo, scappammo con i nostri mezzi.

    Giorno dopo. Palestra. Il capo ci guarda con occhi felici, porgendoci un’altra busta.

    “Sono molto felice del lavoro che avete combinato ieri sera.”.
    “Si figuri capo, per il suo rispetto tutto è lecito.”
    “Dentro c’è una sorpresina, godetevela. La potete vendere oppure usarla.”
    “Che cosa è?”
    “Secondo voi perché io sono così?”

    Doping? Testosterone? Creatina? Lo lasciai al Paola. Io avevo solo voglia di tornare a casa.

    Il Paola vuole rimanere perché doveva provarci con una tipa. Una certa Annalisa, una dea della bellezza, un angelo caduto dal cielo, una creatura più unica che rara… secondo lui… lo lascio andare... poraccio, anche uno come lui può amare. Lo lascio e torno a casa.

    “Che schifo."
    “Che c’è, father?”
    “Lascia stare?”
    “Che succede?”
    “Figlio.”
    “E’ la prima volta che mi chiami figlio.”
    “Figlio…questo mondo fa schifo.”
    “Che è successo?”

    Mio padre prende una boccata d’aria prima di parlare, poi mi mostra delle foto.

    Un auto. Un auto semi-distrutta. L’auto semi-distrutta. L’auto-semidistrutta da due vandali. L’auto distrutta da me e dal Paola.

    “Guarda che schifo.”
    “Di che si tratta?”

    E Il father mi spiega la storia. Un giornalista, pure un po’ testardo e cocciuto; aveva scritto un articolo molto compromettente contro una persona importante. E qualche bastardo aveva mandato qualcuno a distruggergli la macchina.

    Tacqui.

    “Che schifo.” Pensai.

    Il Paola mi sventola davanti al naso la bustina.

    La vuole provare. Ma non lo sa per quella stupidaggine cosa abbiamo combinato.

    “Dai… la proviamo?”
    “No…buttala?”
    “Ma stai a dire sul serio?”

    Do uno schiaffo alla mano del Paola: la neve bianca si sparge per la camera, poggiandosi ovunque. Il Paola si dispera silenziosamente, gli occhi gli si fanno lucidi quando vede il suo cane, entrato in camera, che lecca il pavimento, starnutisce, si rotola su se stesso.

    Il Paola si butta per recuperarne quanta più possibile, poi la assaggia e mi guarda.

    “Cosa ci saremmo dovuti calare? Chetamina? Coca? Creatina?”

    Il Paola lacrima leggermente.

    “Polvere di gesso aromatizzata con schiuma da barba.”

    Il capo. Si alza dalla panca e come al solito viene circondato dai suoi amici, dai ragazzini in cerca di favori, da uomini alla disperata ricerca di favoretti. Tutti in fila.

    Non li guardo con invidia. Sto uscendo dalla palestra quando incrocio il Paola che entra in palestra.

    Lo guardo, lui fa la stessa cosa, poi indica con il mento davanti a se.

    Annalisa, la sua ragazza, o almeno quella con cui avrebbe dovuto provarci, che entra in uno stanzino con un palestrato con i capelli meshati, espressione da beota, che le sorride con una strana luce negli occhi.

    E’ il Paola il primo a parlare.

    “Qual è la morale di tutta questa storia?”

    “Non so… mi sembra uno sceneggiato di un film comico di serie B.”

    “Ma i film comici di serie B hanno sempre un finale lieto. Alla fine veniamo ripagati e i cattivi finiscono in prigione.”.

    “Ti ricordo che siamo noi i cattivi.”

    “Allora… è una metafora della vita? Per soldi siamo capaci di fare tutto, ci si gasa, ci si monta la testa e non si sta con i piedi a terra, si fanno cose cattive senza accorgersene, si calpestano innocenti, ma alla fine ci si accorge, tra la melma dei sensi di colpa, che siamo noi stessi i calpestati…”

    “No… meglio una morale…”
    “Politica?”
    “Che tutti quanti siamo mercenari e che non abbiamo più ideali?”
    “Lascia stare.”
    “La vuoi sapere una cosa? Questa storia non ha una morale.”
    “E’ immorale?”

    Guardo il Paola. Ha sempre la battuta, stupida, insensata, che non fa ridere spesso ma pur sempre appropriata, in certi momenti in cui non ci resta altro che piangere.

     
  • Come comincia: A volte le cose non vanno come avremmo voluto.
    Io volevo solo diventare uno scrittore.
    Ma dopo quella giornata capii il reale e opprimente senso di questa anomala battuta.

     

    Agnone. Anonimo Agglomerato Altomolisano, Abitanti: 6000.
    Precisamente, Liceo Scientifico Giovanni Paolo I, corridoio del 2° piano, ricreazione.

    L’unico momento in cui folle di ragazzini del biennio, dai volti ancora segnati dalle occhiaie delle piccole ore e da tre ore consecutive di latino, spopolano le poche ed esigue e poche classi per riversarsi come d’impulso per il corridoio, senza mete precise, dato che durante quell’ora tutto è concesso, senza scopi definiti e senza fini utili, distribuiti in gruppi apparentemente omogenei.

    Magari ce ne fosse qualcuno diverso… qualche punk dalla capigliatura ridicola e sguardo incazzato, qualche timido metallaro dal braccio completamente borchiato e con la seconda pelle di cuoio nero luccicante, qualche rocker capellone e dallo sguardo confuso, causa gli spinelli, qualche dark asociale dallo sguardo cupo e trucco pesante spaventoso, qualche tecnoboy, qualcuno con i rasta, qualcuno…diverso dalla folla, da tutti.

    NO. Sono tutti ‘truzzi’, tutti uguali, tutti aspiranti ‘tronisti’, aspiranti modelli col fisico inesistente, aspiranti calciatori dislessici alla Totti, aspiranti tennisti ansimanti e lamentosi alla Nadal. E tutti vestiti nello stesso modo. Cappello rosa con un coniglietto bianco disegnato sopra, jeans calati fino alle ginocchia, tali da far notare il proprio didietro, spropositato o inesistente, camicette nere o magliette dai colori o dalle scritte inverosimili.

    E tutti che, nonostante siano alti un metro e una banana, ti spintonano, con le spalle, nonostante sia sceso giù perché chiamato dalla prof in quell’ora di fuoco. Peccato che con il loro finto fisicaccio non siano proprio dei maghi nel contatto, quindi scendo e in mezzo a quella miriade di ragazzini sporgo la testa per poter vedere la professoressa. Qualcuno mi strattona. Basta. Gomitata. Allungo il gomito e lo blocco fino a pochi centimetri dallo stomaco della professoressa, che mi guarda stupita.

    Mi scuso imbarazzato, pensando in pochi attimi a come sarebbe cambiata la mia vita se avessi allungato il colpo, ma con un sospiro di sollievo saluto la prof con una voce quasi strozzata.

    Lei risponde con un sorriso imbarazzante e mi guarda, dalle fessure dei suoi occhi, la prof, secchissima. La professione l’ha rovinata. Tutti i professori fanno la solita fine: quella di finire in questo stato, spesso diventando acidi, spesso pignoli, spesso arrabbiatissimi (vorrei usare un termine meno attenuato), ma la prof in questione non è ancora arrivata a questi livelli.

    “Ho letto il tuo racconto” - sorriso smagliante, anche se per metà.

    “Allora, professoré. Come è?” - I miei occhi luccicano per la speranza. Ma in un attimo il volto sereno della prof, il suo sorriso radioso, anche se un po’ incompleto e ridicolo, si trasforma in una smorfia di compatimento e compassione, con alcune smagliature sopra le labbra che preludono a una piccola insoddisfazione, degli occhi rimangono solo le pupille, dato che le palpebre si socchiudono sempre di più.

    “Mah… A parte il contenuto, troppo elaborato, dove un lettore normale, nonostante sia attento, potrebbe perdere il filo…”

    ‘Meno male’ penso. ‘Ciò che mi importa è il contesto e la tesi di fondo’. La prof riprende fiato e continua, notando il mio sguardo assente per un attimo, perso nei miei pensieri.
    “…la forma, che presenta molti errori, il narratore esterno, usato molto spesso impropriamente…e il contesto, troppo drammatico e la tesi…troppo…”
    “Pessimista?”Aggiungo con un pizzico di voce, tra l’umiliazione e la preoccupazione.
    “Diciamo di sì...” Certo…il racconto che ho passato alla prof, una storia ambientata in epoca post-nucleare con una filosofia basata solo sulla sopravvivenza forzata, non può essere paragonabile a un volgare romanzo rosa, tutto fiori e cuoricini, bacetti e pomiciate alla “Tre metri sopra il cielo”.
    “A parte tutto ciò... il resto va bene” cioè il titolo: ‘A due passi dall’inferno’, così tronfio e pompato, è l’unica cosa che va a genio alla prof.

    “Presentalo in segreteria.”
    “Prof! Meglio se glielo do a lei. Là è un ….”
    “Non preoccuparti. Tu, scendi. Vai alla segreteria degli studenti, dici: “Sono Guido e sono qui per consegnare il racconto per il progetto ‘ALUNNI-SCRITTORI’.- E’ sicuro che te lo pubblicheranno insieme ai lavori degli altri ragazzi.”

    Un ‘arrivederci poco convinto e mi faccio largo tra la folla di ragazzini fino alla segreteria.

    Ragazzini. Li guardo e mi ricordo per qualche attimo quando io facevo il primo. Sembrano essere tutti esaltati come me due anni fa, gasati, felici di essere finalmente al liceo, pieni di progetti, desideri di diventare qualcuno entro i prossimi cinque anni, ambizioni di essere enfant prodighe. Ricordi veloci della mia prima adolescenza mi attraversano mentre scendo le scale. Il ricordo di quando sognavo assoli di chitarra incitati da un pubblico esaltato, nonostante all’epoca e tutt’ora non conosca nemmeno un accordo, l’immagine del pugno chiuso esultante per l’ultimo punto di un torneo nazionale, tennis o calcio non c’era differenza. Ma in pochi anni si cambia tutto.

    “Cosa vuoi?” Una voce forte, acida, roca mi parla da dietro il tavolo. E’ la voce di chi ha vissuto la vita, ha visto di tutto, un tono capace di farti capire cosa ha vissuto quella già vecchia segretaria.

    Ha vent’anni dicono, ma non ci credo (la scuola rovina tutti, alunni, bidelli, presidi, insegnanti e addetti agli uffici).

    “Avevo intenzione di partecipare al concorso ALUNNI-SCRITTORI” - dico cercando di abbozzare un sorrisino timido sul viso affinché il dialogo sia teso alla più possibile gentilezza.

    La segretaria con grazia, garbo ed eleganza mi strappa dalle mani il foglio con il racconto: gli occhi scorrono nervosi e rapidi a destra e a sinistra da dietro gli occhiali, mentre ogni tanto la testa viene scossa profondamente: le labbra che sembrano muoversi invitando il resto del corpo alla calma.

    Io, non so che fare. Allungo il collo e guardo tutte le cartacce sul tavolo, tutte sistemate ordinatamente senza nessun ordine logico e cronologico, a destra e a sinistra, alcune disposte in livelli in due o tre strati sopra il computer.

     “Sono documenti d’ufficio. Maleducato. Non si guarda.” Si intromette subito un’altra donna, compostamente seduta su una poltroncina, con i piedi sul tavolo e le mani coperte e ricoperte di anelli e bracciali denotanti un gusto estetico molto discutibile, una sulla parte della tastiera libera dai fogli, l’altra che regge in mano una tazza di caffè.

     Lei si risistema gli occhiali con il dito medio, poi, con uno sguardo sufficiente e abbastanza scocciato ricomincia a guardare. Zitto, aspetto che qualcuno parli.

    “Oggi, secondo il Pof e la nota A del paragrafo B della direttiva ministeriale C/17 il progetto sarebbe scaduto proprio un’ora fa. Ma vai da Marcella e vedi cosa può fare.”

    Cento metri di corsa, di affanni e dolori alla milza e sono davanti all’altra segreteria.

    “Allora?” dice la segretaria dai capelli rossi, intenta a sfogliare testi di alta cultura.

    Solita richiesta. La segretaria poggia Novella2000 sul tavolo e con grazia mi prende il racconto.

    “Sono 50 pagine.”
    ”E allora?”
    “Il progetto ne richiede massimo 40.”
    “Ma io…”con voce strozzata e supplicante.
    “Senti…Vai da Paola e vedi che ti dice.”

    Da Paola. “Allora. Vai un attimo da Peppino, veloce se no poi non hai più tempo.”.
    Il brizzolato uomo dallo sguardo perso, detto Peppino: “Vai da Marcella.”.
    Marcella. “Cosa ci fai di nuovo qui? Vai da Paola. Di corsa se no il concorso scade.”
    La storia si ripete altre due volte. E con toni sempre più accesi e arrabbiati rischiano di causarmi un esaurimento nervoso.
    Mi arrendo. Salgo in classe meditando vendetta.
    Non vogliono lasciarmi partecipare a questo progetto?
    Me la caverò da solo. Ci sono tanti editori in giro.

    Non penso che a tutto questo per il resto delle lezioni, evitando di aizzarmi per il Che-Guevara appiccicato sul banco brutalmente sfregiato con il taglierino da Antonio, per la professoressa che mi chiede di come è andata in segreteria, senza sapere di poter peggiorare le cose, per Antonio che con una sberla mi fa sbafare il disegno di Tecnica al quale ero stato una notte intera, per Antonio che ride, per Antonio che quando lo minaccio, scappa fuori a nascondersi dentro gli armadietti.

    Il terzo l’ho trascorso più o meno così. Ma se mi trovo qualche editore il racconto, insieme a me, potrà trovare la luce del sole.

    Mentre esco da scuola, strattono per sbaglio un quindicenne, che cammina imperterrito a testa bassa. Lo guardo negli occhi. Tristi, mesti, malinconici. Non so perché, dati tutti i miei impegni, mi fermo a guardarlo per un attimo camminare, e poi compatirlo. E mi rispecchio nei suoi occhi smarriti.

    La prima cosa che penso…non è più un mammoccio esaltato, gasato, e cosciente, forse, di una cosa che quei bambini del primo non sanno. Il secondo anno al liceo è così diverso e così uguale al primo. Stesse materie, ore e tempo libero. Però lui è diverso da quei bambini che ho visto prima. Leggo in pochi attimi lo smarrimento e il malore nel suo modo di fare in pochi attimi. Avrà capito che i suoi sogni e le sue ambizioni non sono che colossi dai piedi d’argilla, pronti a crollare prima o poi. Ci penso molto mentre cammino e ritorno a casa.

     Accendo il pc. E’ una bestia il mio pc, 58Mb di Ram, 5 o 6 Gb di Hard Disk e una linea di connessione a 28 kbps garantiti al 60%. Dopo un’ora e un quarto sono in rete a ricercare una qualsiasi casa Editrice. Al Paola (veramente è un ragazzo che si chiama Paolantontonetti Armando, ma per comodità tutti lo chiamano Paola), avevo detto “Lo sai… se poi la scuola non riuscisse a pubblicare il mio racconto, lo sai a chi lo faccio pubblicare? No… Rizzoli è troppo grande… Mondadori? E’ di Berlusconi.... Einaudi? E’ da sfigati. Sellerio Palermo Editore. E’ piccola ma pubblica i Camilleri, Paola, è perfetto.”

    Edizioni Termolesi Marino Saia. L’unica trovata. Cosa Faccio?
    Spedisco il mio racconto post-nucleare. 10 minuti di upload. Fatto,
    Ora posso godermi l’attesa della risposta dell’editore chattando.

    Ed ecco Eugenia su MSN.

    GUIDO… HELL… SONO UN MITO… scrive:
    :-D Ciao Ciccia. Lo sai che ho fatto oggi?
    Gegy Innamorata…Sei la mia vita…scrive:
    Ciao Gui…Che hai fatto?
    GUIDO…HELL…SONO UN MITO…scrive:
    Ho inviato al direttore di una casa editrice di media importanza un mio racconto.
    Gegy Innamorata… Sei la mia vita… scrive:
    Ma cosa hai combinato?. Sei uno stupido. -_-‘‘ Pirla Pirla Pirlaccia. Perché?
    1. Chi ti dice che il direttore possa accettare il tuo racconto?
    2. Chi ti assicura che il direttore non ti freghi i diritti e il racconto?
    3. Chi ti assicura che il sito non sia un flop per fregare racconti e idee a pirla come te?
    GUIDO…HELL…SONO UN PIRLA…scrive:
    Cosa ho combinato? :’(
    Gegy Innamorata…Sei la mia vita…scrive:
    Non preoccuparti. Vai su 'sto sito che è sicuro. Una mia amica c’ha pubblicato un libro di illustrazioni..

    Clicco sul link. Un sito serio, professionale, dalla schermata si apre un POP UP di aspetto marmoreo, su cui è scritto ‘Stampa il tuo libro’. CLICCO SUBITO.
    Tutta la pagina ha uno stile molto decoroso, nobile quasi, sfumature gotiche. Ecco la griglia con a sinistra il numero di copie del libro e a destra altri inutili numeracci.

    100 Copie. Poche ma buone per farsi un nome. A destra. 800€.
    Sono così felice che lascio abbandonare la testa sopra la tastiera molto violentemente.
    E CHI CE LI HA 800€?

    Potrei provare con Italo. E ci provo subito, infatti. Ma mio padre Italo risponde semplice, dolce e carino: No.
    Spengo il Pc.
    Mi rassegno.

    Ora ho sedici anni. Ho imparato a conoscere tutti i miei limiti ormai da tanto tempo. Posso continuare a scrivere per me stesso, tenendo i racconti e le storie negli angoli remoti delle cartelle del mio computer, ma ormai anche il sogno di scrivere e pubblicare qualcosa è da archiviare nei meandri della mia mente insieme ai miei miraggi del … da prima adolescenza. In pochi anni sono diventato realista al massimo. Ma ormai ci sono abituato. Non sono più un quattordicenne esaltato o un quindicenne depresso. Ho sedici anni. E ormai, ci sono abituato.

    Comunque resta il fatto che io desideravo pubblicare qualcosa.
    Nemmeno diventare qualcuno.
    Volevo solo diventare uno scrittore.