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in archivio dal 02 nov 2011

Ignazio Ruzzi


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  • 30 novembre 2011 alle ore 11:43
    1984

    Come comincia: SLAIS di Ignazio Ruzzi
    LA BIRRA DEL 1984
    Cosa si beve solitamente, mangiando un toast?. La risposta, nasce spontanea: una birra!.
    Strano come si ricordino benissimo alcuni fatti, episodi, ormai passati da anni, e si scordino le cose recenti.
    “Iganazino dimmi “nome e cognome”, delle tue ultime sette fidanzate!”. Disastro totale, ricordo a malapena i nomi, ma i cognomi…Troppo, per me. Nebbia in Val Padana!!. Buio totale.
    “Ignazino, dimmi cosa facesti nel 1984”. Whow, mi piace questa domanda!!. Pigio il pulsante…Drrrinnn!!.
    “Le so tutte”, come direbbe lo Zelighiano Fabrizio Fontana.
    1984. Non devo nemmeno chiudere gli occhi per pensare, concentrarmi. L’ho dentro di me.
    Fu l’anno di Rubbia. Premio Nobel per la Fisica.
    Non fu l’anno di Andropov. Muore.
    Fu l’anno di Paoletta Magoni. Quel furetto sbuca dalla nebbia e mi va a vincere l’oro alle olimpiadi invernali di Sarajevo. Mitica!!.
    Non fu l’anno di Indira Ghandi. Muore assassinata (bastardi).
    Fu l’anno della Juve. Scudetto.
    Non fu l’anno dei critici ed esperti d’arte. A Livorno, in un fosso, vennero ritrovate, tre teste scolpite da Modigliani.Autentiche, la prima versione. Bufala clamorosa, la seconda. Ricordo che su diverse teste, e non di Modigliani, piovvero svariati secchi di merda.
    Fu l’anno di Steve Job. Esce il Macintosh della Apple, primo compiuter per famiglie.
    Per concludere, fu anche l’anno mio, di Andy, e Duccio.
    Bello avere venticinque anni. Da stronzi capirlo solo ora. Sei spensierato, pur credendo di avere problemi su problemi. Oggi ti rivedi con tenerezza e pensi “ah, potessi averli ora!!”. Banale?. Si, ma vero.
    Lei mi dice di scrivere...LO TROVI SU AMAZON!!!
    http://www.amazon.com/dp/B0060BSMHQ
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  • 26 novembre 2011 alle ore 22:07
    MILITARE

    Come comincia: MILITARE
    Lei mi dice di scrivere.
    “Io, sempre puntuale. Quante volte l’ho sentito dire! Ma è cosi’?. Penso proprio di no. Se esci con una ragazza, ed è puntuale, stai attento potrebbe essere un travestito ! Stessa cosa per chi è troppo puntuale. Per lui, gli altri non sono mai puntuali. Ritardano proporzionalmente al suo "anticipo".
    Come arrivano i 14 anni, così arrivano i 18 e così (salvo raccomandazioni) arrivano… “arrivano le cartoline militari". Mi arrivò ! Ancora esisteva il servizio militare. Ancora esisteva il C.A.R (due mesi di formazione). Ancora esisteva la destinazione definitiva (dieci mesi). Ancora esistevano le lacrime della mamma e la faccia imbarazzata del postino. Lei mi dice di scrivere. “Cazzo è Falconara Marittima!!???”
    "Falconara Marittima". Questo dissi, questo pensai quel giorno. "Caro il mio Ignazino, ti aspetto il 4 Gennaio, entro le 10 di mattina a Falconara". Saluti e baci, tuo esercito Italiano.
    Nemmeno Sofocle, avrebbe potuto concepire una tragedia migliore di quella che partorì mia madre. “Un anno senza il mio Ignazino ! Impossibile ! Da solo, con tutta quella gente che non conosci, e se ti ammali” e se... e se e così via, della serie: come i comunisti mangiano i bambini, la caserma mangerà il mio Ignazino. Ricordo che smosse mezzo mondo, dal lattaio al presidente della Repubblica, pur di non farmi partire. La sua buona volontà non fu’ premiata. Lei mi dice di scrivere. Solitamente quando un ragazzo viene chiamato alle armi prende il suo trenino, destinazione caserma. Niente di più semplice, niente di più normale. Niente di tutto ciò nel caso mio. La mamma pretese ed obbligò mio padre ad accompagnarmi e, non in treno, bensì in macchina. Partenza ore 4 di mattina.
    “Ma mamma devo trovarmi in caserma alle 10 !” “E se forate, e se trovate la neve”, e se Cristo morisse dal freddo ?!?! Non ci fu Cristo che tenga. Partimmo alle 4.
    Erano le 6.45 quando il babbo giunse a destinazione. Durante il viaggio, nessuno fece commenti di sorta. Facemmo invece colazione, insieme. Ci salutiamo. Girello un pò per Falconara. Leggo la Gazzetta e alle 9 mi presento, cartolina munito, alla guardiola.
    4 Gennaio, ore 9, caserma. Mi presento, porgo la cartolina.
    Perché mi guardano con quella faccia? “Cazzo, si inizia bene!!”.“Venga, la porto dal capitano”. Impiegammo tre minuti per circumnavigare il piazzale. Enorme. Deserto. Tetro. I brividi, non erano di freddo. Il piantone bussò alla porta. “Permesso Capitano”. “Buongiorno, lei chi è ? Che ci fa qui !”
    Chi sono, che faccio, cazzo sono quello stronzo che avete chiamato.
    Il capitano guarda la cartolina, la gira, la rigira. Ride. Cazzo ridi. “Si è chiesto perché la caserma è semi deserta? Solitamente contiene più di 2000 reclute!” Che sia arrivato per primo? “Che sia arrivato in anticipo?”
    Lei mi dice di scrivere.
    “Ha ragione è in anticipo, ma di 10 giorni!” Avevano sbagliato a timbrarla. Avevano dimenticato “l'uno”. La chiamata era per il 14. Non essendo il Titano Atlante, in quel momento mi crollò il mondo addosso.
    “Sarebbe tutto semplice se almeno avessi un complice che mi facesse ridere di tutte queste favole”. Questo pensai. Nel 2011 Vasco Rossi non pensò, ma mise quel pensiero in musica. Cazzo datemi i diritti d'autore!!!
    Lei mi dice di scrivere.
    L'espressione di mia madre quando mi vide tornare ? L'urlo di Munch ci fa una sega!!
    Lei mi dice di scrivere.
    La vita è bella perche’ è varia. Lo diceva sempre il babbo. La vita sarà anche bella, ma piu’ che varia, mi sembra un gran casino. Se ti distrai un attimo non ci capisci piu’ un cazzo!
    Una sera, a cena , una delle cameriere, mi dice che anni prima mi aveva visto “suonare la musica”. Cazzo vuol dire?
    Anni fa’ facevo il D.J. in una discoteca e quindi mettevo i dischi.
    Vecchio, antiquato, fuori dal mondo io, o stronza lei? Ma sticazzi! Se io “suonavo la musica” i “Pooh” che mestiere fanno?

     
  • 22 novembre 2011 alle ore 20:56
    La gallina mugellese

    Come comincia: Lei mi dice di scrivere
    Pieno di buste sto’ ultimando i regali di Natale e chiedendomi perche’ non sia bisestile.
    “Ignazio, Ignazio…ma…non mi riconosci?” Stavo per svenire dalla gioia. “Non ti riconosco? Non sei cambiato un cazzo, stessa faccia a culo e nemmeno un capello bianco. Come stà il mio compagno di banco preferito? Vieni qua’ stronzo!” Ci abbracciamo. Ci guardiamo negli occhi. Lucidi, tipo la storia del Vetril!!
    La signora accanto a lui ci guardava come la “Presidentessa del Rotary puo’ guardare due gay nudi che si baciano!! La signora era sua moglie, milanese d.o.c.. La signora non mi conosceva, ma soprattutto, non sapeva niente dei nostri cinque anni passati al Liceo Classico Francesco Petrarca di Arezzo.
    Finito il liceo Carlo ando’ alla Bocconi di Milano, li’ si laureo’, li’ si sposo’, li’ procreo’ ed ivi resto’!!
    Lei mi dice di scrivere
    IL giorno piu’ bello dell’anno e’ soggettivo. Varia a seconda delle persone. Gettonatissimi il venticinque Dicembre, l’ultimo giorno dell’anno, il compleanno, il quindici agosto e come quando non si sa’ piu’ cosa dire ecc.ecc.ecc..
    Per me, il giorno “in” dell’ anno era il ventotto maggio. Cadeva, in quel giorno, l’anniversario di nozze dei miei genitori.
    Lei mi dice di cambiare “Pusher”!!
    Tutti gli anni, per festeggiare quella ricorrenza si concedevano tre o quattro giorni di vacanza.
    Tutti gli anni, festeggiavo la loro ricorrenza, diventando il padrone assoluto della casa!!
    Una di quelle sere, Carlo ed io, decidemmo di cenare nella terrazza di casa mia. Io e lui, da soli, senza donne, non per scelta, ma, ad onor del vero, per totale mancanza.
    Vivevo in P.zza Risorgimento. Pieno centro. Ultimo piano di un palazzo di sei, terazzone munito!
    Il fatto stesso di poter cenare da soli, senza genitori di sorta, ci dava la stessa sensazione di libidine e goduria che prova un marito, sposato da quindici anni, quando la moglie è in vacanza!! Rutto e scurregge libere, accompagnavano le nostre cene. L’importante non era il menu. Importante era avere il vino in tavola!!!
    Ancora la parola “degustazione” non faceva parte del nostro vocabolario!!
    Negli anni, durante le nostre cene, tutto era sempre filato liscio, ma…”mai dire mai”.
    Lei mi dice di scrivere
    “Signora, guardi cosa gli ho portato!!” Ha pronunciare quelle parole era la nostra donna di servizio (ora chiamasi colf). Abitava in campagna Aveva fatto per anni la contadina. Ancora aveva l’orto ed allevava animali. Se non avesse allevato anche la “Gallina Mugellese”, quella sera, sarebbe stata una delle tante sere.
    La sorpresa, per mia madre, consisteva in un enorme cesto di vinco, pieno, anzi strapieno di “quelle galline dalle uova piccole”. La Mugellese, ha una peculiarità. Le uova sono, per grandezza, la meta’ di quelle normali. Ergo, (senza cogitare), in quel cesto, ci saranno state, e mi tengo basso, tipo sessanta/ottanta uova.
    Ancora mi chiedo cazzo ci avrebbe fatto la mamma con tutte qulle uova, facendo la casalinga e non l’industriale pasticcera!!
    Lei mi dice di scrivere
    La nostra cena si stava svolgendo nel terrazzo. La nostra cena stava terminando. Le tre bottiglie di vino, erano gia’ terminate.
    “Igna, guarda, stà uscendo il cinema!!” Traduzione: Carlo mi stava indicando con il dito, la moltitudine di persone che uscivano dal cinema Politeama.
    Dalla nostra postazione, sesto piano, a venti metri di distanza, ci sembravano piccole, si piccole come le “mugellesi”.
    Nesuno dei due proferi’ verbo, basto’ uno sguardo.
    Dopo un nano secondo, la cesta fu’ posizionata dalla cucina in terrazza.
    Dopo un secondo, parti’ la contraerea, no di missili, ma di uova.
    Dopo un minuto le persone fuori dal cinema si stavano chiedendo quale “gallina volante” stesse cagando uova sopra di loro.
    Dopo dieci minuti la polizia si chiese la stessa cosa’
    Dopo venti minuti, P.zza Risorgimento, entro’ nel Guinnes dei primati come “la frittata di piazza” piu’ grande del mondo!!
    Lei mi dice di scrivere
    Disastro. La mattina dopo, la “portatrice (sana) di uova”, dopo una gincana fra le uova spiaccicate sul selciato, arrivo’ alla meta per pulire casa e pulirsi le scarpe!!
    Lei mi dice di scrivere
    Di questo parlammo, come prima cosa, quella vigilia di Natale, Carlo ed io. Di questo ridemmo. Sembravamo due bambini sulle giostre. Felici. Felici come quella sera.
    Di questo non risi quando torno’ la mamma e seppe. Della serie, “piselli per diabetici”
    Da quel giorno, iniziai ad odiare la frittata!
    Da quel giorni, quando al ristorante, la vedo servita su un piatto, rabbrividisco .
    Morale: è proprio vero, non si può avere tutto dalla vita. Io scelgo la frittata.
    Lei mi dice di scrivere

     
  • 14 novembre 2011 alle ore 11:20
    Ponza

    Come comincia: ....Mi basto’ stare due giorni, in quella barca, con i miei amici che non vedevo da dodici anni, per capire che “a volte tornano”. Le “vita” che, e lo vedremo fra un po’, avevano cercato di farmi dimenticare, di annullare, si riappropio’ di me in automatico. Ero tornato quello di una volta, ma piu’ forte. Colpa dei valori aggiunti??. Sensazioni??, le stesse, uguali a prima di essere risucchiato nell’occhio di un ciclone di negativita’.
    Tutto ritorno’ come prima. Amplificato. Grazie “frizer”!! Grazie “amici miei!” (grazie Monicelli). Tutto parti,’ come se l’ieri non ci fosse mai stato.
    “Ignazino, fammi un favore!! Porta in qualche locale mio marito, cosi’ non mi rompe piu’ i coglioni, ed io posso fare la Settimana Enigmistica in pace!!”. Era Carla a parlare, moglie di Paolo.
    Ormeggiati al porto, il loro sport preferito era quello, la sera, di restare in barca. Lei concentrata nel suo cruciverba, lui concentrato nel suo “come rompergli i coglioni”.
    Paolo era cosi’. Gli puoi spiegare quello che ti pare, ti dice si, ma dopo dieci minuti ha gia’ dimenticato il tutto. E’ mio “amico”?. No. Gli voglio bene a prescindere.
    “Porta sega”, “stasera esci con me, non cacare il cazzo!”. “Docciati, vestiti decentemente! (cosa rara per Paolo). "Ti porto a vedere un po’ di “figa”. Tutto questo avveniva sotto il bene placido di Carla ,che rideva “sotto i baffi”.
    Ogni anno ,per i miei amici, “l’estate” era Ponza. Ogni anno locale “a la page” diverso.
    E’ cosi’. Impossibile capire il perche’. Oggi sei il locale degli dei, l’anno dopo sei quello della merda.
    Dove portai Paolo, aveva avuto l’imprinting da Panorama, come uno dei locali Top di quell’estate! Difficile entrarci, Difficilissimo, per me, non avendo un fortre carattere, uscirne. Come il tam tam che ti guida ad un “rave party”, cosi’ quell’anno ,il tam tam della “figa giusta,” portava a quel locale. C’era la gente in di mezza italia, isole comprese (Aiazzone docet). La Roma bene spadroneggiava.
    Tutte le “raccattate” dal sottobosco della televisione erano sempre presenti. (oggi prezzemoline).
    Dicesi “raccattate” le aspiranti per un posto, non sotto l’ombrellone, ma dentro la televisione!!. Molte le avevo intraviste in piccole parti e apparizioni televisive, o su “Chi”, come nipoti di qualche zio industriale.
    Giornata tipo: sveglia alle dieci,.colazione, palestra (Work out ai glutei primario) e..e.. provini, provini provini ,casting, casting casting…. oh! cazzo ho finito l’inchiostro!!
    “Frequento la facolta’ di economia e commercio!!”(cio’ detto tassativamente in bikini). Risposta che il novantacinque per cento virgola tre dava al“cosa fai attualmente”?.
    Lavorare nel mondo dello spettacolo, fare l’attrice, ma ... prima devo studiare e imparare tanto!!. Risposta sulle aspirazioni future.
    Scusate, una “pregunta”. Chi mi spiega perche’”l’interrogatorio” non veniva fatto a bocce ferme, dopo averle fatte rivestire!!??. Non bisogna essere scienziati per sapere come si svolgono le selezioni, con l’aggravante di una mia “amica” che frequentavo nel periodo romano!.
    Lei mi dice di scrivere
    Ci sediamo al mio solito tavolo. Tavolo tattico. Perfetta la visuale sulla “fauna” e la “flora” del locale.
    Della serie “basta che respirino” e piu’ sono brutte e piu’ ci stanno, a Massimo, piacevano tutte. La “Piccola Vedetta Lombarda” in quel momento sarebbe sembrata un dilettante, confronto a Paolo. Discende senza ombra di dubbio, da una tribu’ di scout ,non se ne perdeva una. Tralascio i suoi commenti in merito, non per pudore, ma per non rovinare un matrimonio. In effetti pur non essendolo, sembravano tutte fiche. (Mirabile visu!!). Sti cazzi!!!
    Cresciute, allevate ed allattate a Moito, si muovevano e si comportavano come fossero a casa loro.
    Lei mi dice di scrivere
    Le cose accadono quando meno te lo aspetti. Mai vivere di aspettative. Quando cerchi qualcosa, non la trovi mai!. Io ero convinto di passare una serata un po’ pallosa. Cosi’ non fu.
    “Quelle devono essere del mondo dello spettacolo, cazzo bellle, le tromberei tutte, le sposerei tutte!.”
    Cosi’ disse Paolo, del tavolo vicino. Bevevano, ridevano, ma attente a non perdere la loro postura e il loro sorriso, ottenuto con “full immercion” di dentisti specializzati.
    “Vuoi che andiamo a sederci con loro?”. “Non dire cazzate!”. “Se vai la’ rimbalzi”, “ma hai visto che gnocche, quelle non cacano nessuno!”.
    Ci risiamo!, si “riinizia”!
    Voglio, adoro, il palcoscenico, anche se con un unico spettatore: Paolo!!. Mi alzo in direzione del tavolo. Mi alzo per andare al bar. Passando vicino “al tavolo”, fisso negli occhi una “delle magnifiche sette!”. La supero, direzione bar. Mi fermo. Torno indietro. “Mi scusi, ha per caso fatto ultimamente casting per Mediaset?”. Diventa rossa, mi guarda. “Si..in effetti..”. “Grazie, mi scusi”. Seguito il mio percorso per il bar e..:
    Uno., .due., . tre., .quattro…, quattro e mezzo…, “Ma come fa’ a saperlo?”. BINGO!!..

     
  • 05 novembre 2011 alle ore 19:58
    Stonato

    Come comincia: Lei mi dice di scrivere.
    "Il fatto più strano e illogico è che nonostante che lo so continuo a fare debiti con me, vivere non è facile" Così' canta Vasco. Io oltre ai debiti, continuo a fare il cretino. "Il fatto più strano e illogico è che, nonostante che lo so’ non mi so’ difendere da me. Vivere non è facile" Sempre Vasco. Sempre cretino e indifeso.
    Lei mi dice stonato. Su questo ha ragione, così' come Vasco nel dire che non mi so’ difendere da me. Iniziamo con "stonato". Sempre Nemi, Castelli Romani. Quando si dice il caso. A 10 metri da casa mia, uno dei più grandi Karaoke bar di Roma. Ultra tecnologico. Niente lasciato al caso. Ogni tavolo monitor munito. Un tavolo un microfono. Ogni 10 tavoli una cantante per aiutare noi poveri cristi. Belli e dannati?  No solo stonati.
    Divento, per forza di cose, amico del proprietario. Divento, per forza di cose, un frequentatore abituale nei fine settimana e amico di quattro dentisti. Seri, stimati, famosi professionisti, durante la settimana, pazzi scatenati nel fine. Affrontavano la serata Karaoke da veri professionisti, quali in effetti erano. Regola N°1: ubriacarsi nel minor tempo possibile. Regola N°2: cantare qualsiasi canzone, di qualsiasi genere. Regola N°3: interpretarle, viverle e farle vivere alla platea. Regola N°4: scommettere su chi avrebbe ricevuto più applausi. So’ per certo che uno dei quattro prendesse lezioni di canto.
    Come ottemperare alla regola n°1?. Semplice e devastante. Una birra media ed un bicchiere di Sambuca Molinari. Bere un sorso generoso di sambuca e a ruota uno di birra. Immediato l'effetto. Dai piedi ti partiva una scarica elettrica che raggiungeva la testa, passando per il tuo corpo nel giro di, e voglio esagerare, 1 secondo. Al terzo sorso di Sambuca e birra eri pronto anche a sfidare l'incredibile Hulk.
    Lei mi dice di scrivere.
    “A bello ! Caccia la grana e canta pure tu. Ci hai rotto er cazzo. Sei con noi e ai da cantà!” La grana consisteva in € 50. Chi aveva vinto si "metteva in saccoccia" € 250. Calcolo velocissimo. In quel periodo per me 50 € erano come per Montezemolo 15 milioni di euro, ma 250 erano una piccola fortuna. Come diceva Aristotele (o no??) se sei in ballo, balla (media voto in filosofia al liceo 4). “Guardate che se canto, come dite voi, vinco a mani basse, poi non dite che non vi avevo avvertito!”. “A Mandrake, ce metto pure tre otturazioni e la pulizia dei denti!!”.
    Loro non sapevano. Io si. Loro sapevano, che cantavo veramente male. Loro sapevano che stonavo anche nei sogni. Loro sapevano, erano sicuri di aver già vinto.
    Io sapevo però che avrei cantato davanti a 1500 persone. Conosci te stesso, conosci il tuo nemico, conosci il campo di battaglia e la vittoria sarà certa.
    Lei mi dice di scrivere, tralasciando queste citazioni del cazzo.
    Io le tralascio ma, giuro, inizia a starmi "di molto" sul cazzo. Supponente di merda!!!
    Mi alzo, prendo il microfono, chiedo il brano e non resto al tavolo, ma mi posiziono nel mezzo del locale. Tutti mi guardano e, per la cronaca, non erano sguardi molto benevoli. E' proprio in questi momenti che il battito cardiaco invece di aumentare mi si abbassa e divento più lucido di uno specchio pulito con il Vetril. “Scusatemi ragazzi fin d’ora, io no so’ cantare!. Sono stonatissimo!”.
    “So che stai ridendo Francesca, come quando mi ascoltavi cantare questa canzone, la mattina, in bagno. Forse mi amavi anche per questo. Tu che cantavi da Dio. Io ti amo.. ancora, sei sempre nel mio cuore. Non sei qui ma.. è come tu lo fossi. Non sei.. mai andata via. Quella macchina si!! Ormai sono passati due anni”. Tutto questo detto con pause, deglutizioni, voce spezzata e occhi lucidi.
    "Passerotto non andare via, nei tuoi occhi il sole muore già, scusa se la colpa è un poco mia, se non so’ tenerti ancora qua".
    Venni, per il resto della canzone, accompagnato da tutte le 1500 persone 1500, tutte in piedi, tutte commosse .
    "Senza te, senza te, senza te, sabato piano piano se ne va’".
    Questa è la strofa finale, ma fu’ l'inizio.
    Applausi, urla, gente che mi abbracciava, commossa. Da quella sera tutti mi iniziarano a chiamare "a grande!" "a mitico!".
    Lei mi dice di scrivere.
    Quella sera vinsi la scommessa e i miei denti diventarono stranamente più bianchi.
    Quella sera mi portai a letto una ragazza che lavorava in una fonderia. Non mi chiedete nulla. Non chiedetemi il nome, se era bella, come andò a letto. L'unica cosa che ricordo è “Birra e Sambuca”!

     
  • 04 novembre 2011 alle ore 11:28
    Il telefono, la tua voce.

    Come comincia: Il telefono, la tua voce
    Lei non è niente male. Tubino nero, abbronzatura da vera professionista, acconciatura della serie “sono la nipote di Aldo Coppola”, verdi gli occhi. Il suo decolte non ha bisogno del pusch up e, naturalmente, gambe e culo da prima pagina. Età anagrafica, quaranta, età visiva, trenta. In parole povere una gran figa!.
    Lui fatto con lo stampino del “classico professionista”. Divisa d’ordinanza. Gessato blu, poschette annessa, camicia bianca, Churchs d’ordinanza, abbronzatura comprata. Niente lasciato al caso. Rolex GMT Master vetro plastica e, per dessert, fisico ordinato in palestra.
    Li osservo. Più forte di me. Sono posizionati accanto al mio tavolo. Come tante sere, ceno da solo. Come tante sere, oltre a godere cenando, godo ad ascoltare quello che i miei ignari vicini si dicono. Curioso io?. Si, e “dimolto”, signor giudice!.
    “Ah, fossi io al suo posto, che gnocca!”. Invidioso?. Col cazzo, lo considero solo un allenamento mentale. La volta che mi capitasse, e capiterà, saprò già come muovermi. Si impara anche guardando, mia cara professoressina.
    “Amore sai che Martina è tornata ieri da Bali?. Devi vedere che abbronzatura.”
    Nemmeno gli avessero annunciato lo scoppio della ottava guerra mondiale, l’uomo fatto con lo stampino, in un nano secondo, fa scattare la mano destra e afferra il suo I Phone, posizionato naturalmente sul tavolo e... e a confronto, Flash Gordon, avrebbe fatto la figura della lumaca. Con la stessa rapidità inizia a digitare sulla tastiera.
    Se la figa in tubino, in quel momento, gli avesse detto “amore mi stanno violentando due nomadi mongoli”, lui avrebbe risposto “si, anche io cara”.
    “Guarda amore, Bali dal satellite”.
    “Guarda amore, questi sono i migliori ristoranti”
    “Guarda amore, un filmato del Kudeta, fantastico, noo?!”
    “Garda amore stò cazzo”, dico io, ma non ti accorgi che a lei non gli può fregare meno di una sega di Bali e del tuo I Phone?. Dimenticavo, gli spaghetti allo scoglio, erano andati a puttane.
    Lei mi dice di scrivere
    Dodici ottobre 1975, ore 13,33, pioveva.
    Siamo tutti seduti a tavola per il pranzo. Babbo, mamma e noi tre fratelli. Mangiamo, parliamo, scherziamo, quando…quando…driiinnn, driiinn, squilla il telefono. Immediatamente la temperatura del tinello si abbassa di 7/8 gradi centigradi. “Oh cazzo, e ora?!”.
    “Chi è quel maleducato che telefona all’ora di pranzo?!”. Questo disse il babbo.” Forse hanno sbagliato numero?!”. Questo io dissi, mentendo. “Rispondi”. Rispondo. “No, ci sentiamo dopo, si….stiamo…mangiando”. “Ma che razza di gente frequenti, dove l’anno lasciata l’educazione, in soffitta!!”.
    Ehi boys, non sono sotto l’ effetto di droghe, riporto solo fedelmente quello che accadeva in tutte le famiglie italiane nel 1975.
    Lei mi dice di scrivere
    Dicesi coprifuoco, un ordine consistente nell’obbligo di di restare nelle propie abitazioni durante determinate ore.
    Il coprifuoco vero e proprio scattava in contemporanea allo squillo del telefono dopo le 21,31. Partivano immediatamente le sirene. Elmetto e maschere anti gas a portata di mano. Calava il panico, per la gioia dei nostri canarini, ma non la nostra.
    “Mio Dio, cosa sarà mai successo, per telefonare a questa ora?!”. Questo diceva il babbo. Questo faceva il babbo, rispondeva. “Pronto, casa Ruzzi, con chi parlo?”. “Buonasera, c’è Ignazio, sono una sua amica”.
    Credo che Mascagni si ispirò a mio padre, una volta terminata la telefonata.
    Lei mi dice di scrivere
    Dalla notte dei tempi, di sera, la cena, il dopocena, erano dedicati alla parola, alle parole, ai racconti. La giornata veniva raccontata, il passato veniva richiamato, il presente veniva giudicato. Quante storie, davanti al caminetto. Rito, modo di interpretare la vita, di capirla, di gustarla. Trasudavano le tossine e la fatica della giornata. Ci si conosceva. Ci si spogliava. Ci si rilassava.
    Come dice sempre il mio amico psicologo, “questo è terapeutico!”.
    I bambini, come la cartasuga, si impregnavano di quelle esperienze passate, le assorbivano, per stamparle nel loro futuro.
    Pensate quello che cazzo vi pare, ma anche questo li preparava alla vita.
    Oggi tendiamo ad estraniarci, ci creiamo un mondo parallelo, il nostro interlocutore era fatto di “ciccia”, oggi di silicio. Un tempo veneravano la Dea Cali’. Oggi è stata soppiantata dal’ I Phone.
    Ci rifugiamo in noi stessi, virtualmente ci estraniamo. Paura, insicurezza, noia, menefreghismo, disagio, autodifesa?. Sò un cazzo. Chiedete a chi ha studiato!!. Controindicazione: siamo sicuri che siamo così grazie a quelli che hanno studiato?!.
    Fossi più intelligente, forse lo saprei.
    Le portate, nelle cene, non si chiamano più “pappardelle alla romana”, “bistecca”, prosciutto e melone”, “pasta e fagioli” ma Samsung, Nokia, Apple, Erikson, Logitech.
    Mai pronunciare o dire parole inusuali, Wikipedia è in agguato!!.
    Se , in un ristorante, la Domenica, famiglia riunita, vedi i figli dei commensali ingobbiti e con lo testa piegata verso terra, non ti devi preoccupare.
    Colpa del rachide cervicale?. Colpa della scoliosi?. No, cari miei. Trattasi di Game Boy.
    Lei mi dice di scrivere
    Tifo per i bambini. Loro, nati già drogati, dai vari Game Boy, puscher i loro genitori. Da ragazzo, ti mettevano Biancaneve e i sette nani o la bella addormentata nel bosco, quando si volevano rilassare.
    Nostalgico?. No, osservatore!.
    Ogni anno, ad Ottobre, all’uscita della scuola, terza o quarta elementare, veniva distribuito il mitico album delle figurine Panini dei calciatori.
    Che gioia collezionarle, che gusto barattarle con gli amici per poter finire prima la raccolta.
    “Ce l’ho!, ce l’ho!, mi manca!, doppione!!”. Frase ricorrente durante la ricreazione.
    “Ce l’ho!, ce l’ho!, mi manca!, doppione!!”. Frase ricorrente oggi fra cinquantenni al ristorante. Figurine?. No, le applicazioni per l’I Phone.

     
  • 02 novembre 2011 alle ore 15:40
    Il clistere

    Come comincia: Lei mi dice di scrivere
    Come in una commedia dell’arte, così sul rapporto tra me e la mamma, vigeva la regola del "gioco delle parti". Arrabbiatura, naturali silenzi, perdono con ramanzina. Entrambi sapevamo il finale di quelle nostre litigate, ma, per un tacito accordo, entrambi tenevamo fino infondo il nostro ruolo. Anche questo è "il bene", anche questo è amore. La dolcezza, l'affetto lo comprendi appieno quando ti manca. Ti tornano in mente, nel cuore, momenti del tuo passato che ora apprezzai appieno. E' un bene aver dato meno peso, un tempo, a certe piccole cose quotidiane. Le piccole cose oggi sono cresciute in maniera esponenziale.
    Lei mi dice di scrivere (monotona bacchettona!)
    Se dici bianco io dico nero.
    Se dici cazzo io dico fica.
    Se dici Eurialo io dico Niso
    Se dici anancastico io mi tocco
    Se dici mamma io dico clistere.
    Il clistere ha unito in un legame indelebile, tutti noi ragazzi del 59. Ma andiamo per gradi.
    Tornavi da scuola stanco ??!! “Questa faccia non mi piace!!” Per me "covi" qualcosa. Hai bisogno di un "clisterino". Il clistere si contendeva, con l' “Uniplus”, la palma della "panacea" più usata al tempo.
    Hai mal di testa, di pancia, gli occhi storti, ti prude il naso, ti sei rotto una gamba?!. Signori, con un clistere tutto passa !!
    “Mens sana in corpore sano” dicevano i latini. Meglio, un chilo di merda in testa, che nello stomaco, dicevano le nostre mamme. Il clistere era propedeutico a tutto. Prima di partire con una qualsiasi cura, o di chiamare il dottore, il "riscaldamento" avveniva tramite clistere. Esisteva un rituale ben preciso per la sua preparazione.
    Far bollire in una pentola, (solitamente usata per la pasta), litri due di acqua, con immerse 4 o 5 bustine di camomilla, tassativamente Bonomelli. Tenere, a bollitura avvenuta, le suddette bustine in infusione per minuti dieci. Immergere la pentola nel bidet colmo di acqua per il raffreddamento. Terminate queste operazioni, l'infuso veniva messo in un apposito contenitore, in plastica, con annesso tubicino lungo circa metri 2, alla fine del quale, come appendice, una cannetta rigida e stondata. La suddetta cannetta, veniva cosparsa d'olio extra vergine e infilato nel sederino della vittima di turno. La "magnum" di camomilla doveva restare nello stomaco minimo dieci minuti, prima di poter eruttare come il Vesuvio dei tempi d'oro. “Respirare con la bocca”, il consiglio materno, per resistere all'eruzione vulcanica.
    Lei mi dice di scrivere.
    “Ignazino, come stai?”, “non ti vedo niente bene…, vieni ti faccio un clisterino, ti rimetterà al mondo!!”
    Lei mi dice di scrivere.
    Passarono 62 giorni da quel "clisterino". Io avevo 44 anni. Lei 64 e…. muorì!.
    Anche un clisterino, se ci pensi, ti può riempire l'animo di gioia e tenerezza! Potenza della camomilla?
    Lei mi dice di scrivere.
    Cazzo ! Quanto pagherei, ora, per un clisterino !!