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in archivio dal 24 mar 2012

Ilaria Saggese

23 febbraio 1982, Roma - Italia

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  • 24 marzo 2012 alle ore 13:34
    L'aria mi insegue

    Come comincia: Aiutati che Dio t'aiuta si dice, ma se puoi aiutarti da solo sei già un pezzo avanti.
    Mi ero deciso a dare sfogo alla mia creatività, così avevo tolto di mezzo tutto quello che mi circondava – buttato, regalato, venduto. Per ricominciare da capo, mi dicevo. Avevo le migliori speranze per una rinascita delle mie facoltà intellettuali.
    Un tempo sapevo scrivere – mi dicevo – disegnare, inventare. E ora cosa invento? Cosa penso tutto il giorno? Quando faccio un bilancio notturno dei pensieri che hanno attraversato le mie membra durante la giornata, mi vergogno di me stesso.
    Non mi merito un cervello, non c'è bisogno di un apparecchio così sofisticato per decidere cosa mangiare o quale film vedere. Si dice che l'uomo sfrutti solo il 10% delle sue risorse. Io non arrivo al 2. Forse farei meglio ad usare l'imperfetto perché ad un certo punto il cervello l'ho sfruttato, anzi sfinito. Un giorno sono cambiato. Una notte per l'esattezza. I pensieri erano così rapidi che mi tremavano le palpebre ero talmente emozionato. Ma non potevo condividere con nessuno i miei successi. Chi avrebbe potuto apprezzare tutto quello che mi passava per la testa senza vedere una prova tangibile, un risultato. Questo non è mai stato un problema per me, il giudizio degli altri mi lascia completamente indifferente, forse anche per questo sono solo da qualche anno. Nessuno si sente importante accanto a me, non che io sia presuntuoso o che non goda ogni tanto di un po' di compagnia. Ma non cerco consigli, né opinioni. Questo evidentemente disturba molto i miei interlocutori. Chiusa parentesi. Stavo parlando di ciò che mi è accaduto qualche tempo fa.
    Una rivoluzione tanto silenziosa quanto devastante.
    I tempi erano maturi. Dovevo sviluppare nuove capacità. Quella mattina cominciai a sgombrare il campo. In un ambiente vuoto sarei stato costretto a cercare nuovi stimoli, ad abbandonare il regno delle cose per tornare ad abitare la coscienza.
    Così ero solo in un ambiente vuoto e già un'infinità di immagini popolavano la mia testa. Cominciamo bene. Fu uno dei giorni più soddisfacenti della mia vita, ogni angolo di muro suscitava in me uno stimolo, una catena di ricordi e di progetti che subito si spezzava per lasciare spazio ad altre interminabili associazioni di idee. Non sentivo il bisogno di scrivere, di suonare o di dipingere. Pensavo di poter fare qualsiasi cosa senza necessità di mettermi alla prova.
    La creatività non deve essere applicata se non si sente il bisogno di dimostrare nulla. E' proprio in questo stato di grazia che l'appagamento è completo. Passarono delle settimane, ero così immerso nella moltitudine di concetti che mi attraversavano, che non mi pesava affatto rimanere immobile. Sarebbe stata superflua qualsiasi attività, qualsiasi movimento. La mia occupazione e la mia gioia quotidiana erano lì, dentro di me, non dovevo fare niente. Solo lasciarmi attraversare. Dopo poco smisi completamente di gestire il mio cervello, non ne sentivo la necessità e avevo paura, con il mio controllo, di limitare le potenzialità meravigliose che si stavano offrendo al mio intelletto.
    Peccai decisamente di ingenuità. Mi sono fidato di quella parte di me stesso che non mi apparteneva più, che si era via via allontanata da me fino a distaccarsene completamente. In realtà era quello che desideravo, liberare le idee, andare a briglia sciolta. E' stato bello finché è durato.
    La seduzione dei primi giorni ha lasciato il posto all'ansia. E' tanto che non dormo, non c'è distinzione tra sonno e veglia. E' un flusso continuo. Vedo ombre ovunque. La casa è vuota, ma non sono più solo. Non mi muovo per paura, sento che ogni mossa possa rompere un equilibrio fragilissimo. Sono oppresso, sfinito, logorato.
    Provo a muovermi di un centimetro alla volta, giorno dopo giorno, per non alterare nulla. Sento che posso morire, non so come, ucciso da chi? Da cosa? Sono sicuro di essere solo. Cosa può farmi del male? L'aria? I muri? Non lo so, ma mi sento in pericolo. Immagini che non potrei descrivere né disegnare. Ma l'aria intorno a me mi minaccia, mi insegue, mi bracca. Dopo giorni raggiungo la posizione eretta, un passo alla volta potrei riuscire ad uscire. Forse è solo l'aria che c'è qui a minacciarmi, forse una volta fuori sarò salvo. Chissà.
    Vi chiederete come sono arrivato davanti a questo quaderno. Non vi terrò sulle spine.
    Ero debole, non mangiavo né dormivo da un bel po' – non sono in grado di quantificare – mi muovevo a fatica. Devo aver avuto un aspetto terribile, quando ho aperto la porta del mio appartamento sono caduto per lo sforzo. Ho sbattuto la testa sul gradino. Svenuto.
    Ora sono in ospedale: nutrito e rinsavito. Mi hanno affidato ad un dottore, mi spiega ogni giorno che niente e nessuno mi minaccia. Tantomeno l'aria.