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in archivio dal 18 ott 2006

Iole Troccoli

Firenze
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  • 02 gennaio 2014 alle ore 18:36
    Sorella Mia [dedicata a Mia Martini]

    Sorella Mia

    due lune assorte

    sabbia azzurra sulla spiaggia

    voce che è sussurro

    e poi, ugola sfrontata

    raggio che cade di malinconie

    sul mondo, sull'amore.

    Sorella Mia

    di giorno – capelli tirati -

    abito variopinto

    la Bellezza

    canto che sfonda il mangiadischi blu

    io, piccola, che ripeto a ninnananna

    'che vuoi che sia

    se ti ho aspettato tanto'.

    Tu – i/sola dentro l'universo

    dolore, rabbia

    tu, che mi abbracci

    nelle notti ruvide senza coperte

    gentile la tua letizia calda

    tu – isola/sola dentro l'universo

    ormai li guardi tutti

    dalla tua soglia di note bianche e nere

    e canti forte

    piegando il collo di gazzella

    e canti tenera

    con i tuoi occhi grandineri

    di costruzioni e solitudini

    del mare fondo

    della tua terra brillante

    scoglio aguzzo che si frantuma in stelle

    terra, che è un po' anche Mia.

    Almeno tu, Sorella.

    14 dicembre 2013

     
  • 02 gennaio 2014 alle ore 18:29
    Azzurra

    Ciò che fa di bello il mare

    io trattengo

    e, se l'isola si è spenta nella musica,

    offro gentilmente un faro

    che generi luce

    tra i corridoi stretti delle onde.

    Poi stendo il dondolio di una lamiera verde

    che fa il morto

    e non riflette altro

    che essere una roba mansueta

    a ruminare le piccole di schiuma.

    Tutta la sabbia picchiettata

    da un oceano strozzato tra due venti

    io trattengo

    e lascio che scivoli nel sogno

    insieme all'acqua grande, sovrana

    quella che mi trema nello sguardo

    chiuso, quando la paura inarca il collo

    simile a una bocca indomabile.

    [Ma poi lo sai che se la osservi

    lenta, si trasforma azzurra nel risveglio.]

    Iole Troccoli, 28 dicembre 2013

     

     
  • 11 dicembre 2013 alle ore 19:09
    (Dove una volta il cuore)

    La striscia bionda di quel mare
    isola viaggiante nelle spume
    che ancora mi stordisce

    il viso sottolineato
    che lascia vuoto il collo
    alla bottiglia verde del respiro

    il mio tappeto in preda all'ombra
    e poi, l'immagine di me
    avete visto? La notte ero io
    quella digiuna in piedi
    alle sue stelle morbide di pane

    io, che ancora vivo,
    stretta
    la tessitura pallida inviolata

    dove una volta, il cuore.

     
  • 15 novembre 2013 alle ore 9:43
    Come mia madre e mio padre

    Come mia madre e mio padre

    che sono forti in due

    e sorridono sullo stesso divano

    strofinando gli occhiali

    con dita improvvisate.

    Assomigliano a tartarughe antiche

    col naso bello, però.

    Come loro, che hanno la fissazione

    per alcuni bicchieri e alcune forchette

    e si ricordano di un tempo marino sopra gli scogli

    o del primo marciapiede 'mangiato'

    in corsa, su gambe ancora esili, sottili.

    Come mio padre e mia madre

    matassa sola anche nel dolore

    più intollerabile

    lei sa come fare con lui

    lui sa quello che lei pensa davvero.

    Come loro

    che non hanno più sogni da sgranare

    (e lo sanno)

    ma inventano percorsi per arrivare a me

    con la memoria che c'è nel piatto

    a me tutta legnosa

    brusca

    pane buono soltanto da grattare

    a me, lampada intermittente

    faro generoso di poca luce

    terra nervosa sotto pennellate di mare

    vecchio di burrasche

    a intitolare sempre nuove spiagge.

    A me che a volte

    cosa me ne faccio di questo tanto amore

    non farà la guardia quando me li porteranno via

    sarà semplicemente un angelo disperso

    e la luce arriverà fredda, allora,

    anche per le sue ali grandi.

    Iole Troccoli 23 settembre 2013

     
  • 21 luglio 2008
    Ti dissi i fiumi

    Ti dissi i fiumi
    il curioso candidarsi del bosco
    alla navigazione fiorita
    di una luna passante

    flessa

    tra le fronde più verdi.

    Ti dissi il mare, gli astri veloci
    un giorno
    sulla terrazza spogliata
    dei tuoi occhi sparviero.

    Ti dissi
    ma trattenni lo sguardo
    per non ferirmi
    sul dondolio di una risposta introvabile
    svernata oltre ogni nuvola

    alla sabbia.

     

    Giugno 2008

     
  • 21 luglio 2008
    I tuoi colori

    I tuoi colori.
    Il rosso, il giallo, l’azzurro della tavola che scende al sole
    la tua fragranza lenta che mi accende

     

    il viso caldo, le mani che ricordano tracciando segni,
    l’aria nottambula di questa sera che non mi vuole uscire
    dalle gambe.

     

    Un prestito nascosto e l’oro giallo è mio
    da lievitare in bocca
    tra quei bagliori tesi che mi sussultano nel tempo
    da venire

     

    fresca saluta l’ambra della gola la densa scia del liquido
    che riempie dolce la mia sete.

     

    Tu sei la valle ed io quel fiume che salpa le sue ondine
    macerate tra le ombre

     

    come un rintocco sei di neve
    e poi di sabbia in fumo profumato

     

    poi sei quell’ultima ribelle
    la stella matta che sorride e naviga il sipario di una quiete
    assorta

     

    tra me e te forse due lune
    o uno scirocco disattento

     

    la danza di una tenda bianca
    al mio partire. 

     

    27 maggio 2008

     
  • 03 aprile 2008
    Albasogno

    Il giorno, sordo, si complicò all’incedere dell’alba
    con mormorii più bassi
    perse le vene nere della notte.

     

    Io mi assopii
    quando le porte della luce non ebbero padrone
    e mi sorressi, scalza, agli stipiti di un sogno.
    Portavo il vago gemere dell’acqua quando scende
    tra le aperture vuote delle dita.

     

    Sognavo.

     

    Un mare gonfio e steso al ventre di ogni terra
    che mi nutriva e ostacolava i suoi passaggi
    contro la densità, la carne,
    un mare aguzzo di smerigli, oliato e liscio, tenda di caverna
    l’orlo sfrangiato a rinvenirmi al viso tutto il sapore di ricordi
    resi oscuri dalle veglie.

     

    Un mare d’obbligo, assoluto, fedele amante in orbite nascoste
    sorriso duro a picco, sale e dolore.

     

    Io, morbida, svolgevo i fianchi all’apprestarsi dell’onda sonnolenta
    sentivo l’acqua sgomitare per allacciarsi fresca ai piedi, le caviglie.

     

    Mi ritrovai, di un dopo, scomposta, azzurrogelida, bagnata da un’aurora
    sopra quell’isola che ancora mi sostiene.
    Rivoli insani, la sabbia, maleparole pronunciate sul ballatoio vagante delle ore.

     

    Eppure tutto scivolava silenzioso
    fino all’ingresso di un altrove e del suo sole
    caduto a brani sulla mia stessa ombra ripetuta.

     

    Un divenire.

     

    08/02/2008

     
  • 03 aprile 2008
    Ondina e il Mare

    L’avevano seguita, cacciata lesta lesta
    con le gambine d’acqua in rivoli smontate,
    l’oltraggio era quel sole denso, un’ambasciata
    di sudore
    che le piegava la riva di coraggio sulle dita.

     

    Trovava il Mare ad ogni sogno, seduta sporca in sale,
    i suoi capelli mesti, l’origine dei mali suoi negati
    sotto una rampa, una corrente che scemava netta,
    la vista dei suoi piedi verdi mutati in meraviglie,
    il gioco degli anemoni ingabbiati.

     

    Sotto la sabbia ancora, tenuto ai denti il suo bagaglio di
    Tridente, come un serpente assottigliava i pomeriggi,
    bolle la vita nera immaginata oltre il suo confine.

     

    Quando lo vide si confessava ancora principessa, sparsa la pelle viva
    in grate d’ombra, smemorate.
    Sotto il suo seno il mormorio di quelle guglie d’acqua,
    i sassolini sparati dalle piene.

     

    Quando lo vide non era notte fonda, si accartocciavano le foglie
    rese, smaniosa lo catturò di suoni, il braccialetto un’alga
    come pece ombrosa spalmata sulla strada.

     

    Si tirò su il vestito d’acqua, lui la copriva sentendosi castello
    senza ventre, lei lo baciava senza saperlo ancora
    lo inghiottiva.

     

    Mare, al dominio d’isole, veniva senza steli, senza quel fiore
    bruciato sulla giacca dalle comete di pestilenze buie, il bavero sommesso.

     

    Lei lo cantò, canzone innamorata sopra le corde secche alla criniera,
    come un leone lui s’impietosiva dei suoi occhi.

     

    E fu un amore, rostro tagliente il vetro d’acque in vortici di fame.
    E fu l’amore, allora, la sua fusione lenta che scioglieva.
    Fu la paura che giostrava, il ghiaccio stretto di un passaggio
    tra due lune.

     

    Prese una piega il Mare, una soltanto.
    Parete d’acqua, l’estasi di Ondina.

     

    12 luglio 2007

     
  • 09 novembre 2007
    Disabitudini

    Lei avanza. Disabituata all’amore, contorce le sue rive brune.
    Ammortizza, si annusa, scommette. Quel mare leggero che porta,
    sul davanti scontroso, si acquieta solamente quando dorme,
    quando la notte le lega le mani e la svestono i remi sbattuti sul ventre
    a ricordarle la pietra di neve che bussa sul petto,
    lo strappo di carta che è la veglia nottambula mescolata
    alle foglie infiltrate, al sudore, alla navigazione di una mosca da
    stecchire sul palmo.


    Non c’è buio che la trattenga, il tubo rosso che succhia rende i suoi
    occhi due carrozze svuotate; l’arrancare delle gambe sverginate dagli
    anni, il suo mestiere che graffia il muro in due secanti imperfette giocoforza
    imbevono i giorni, le ore sbriciolate, i minuti polposi di speranze.
    Lei avanza ma non si accorge, non ha schiere che la seguono,
    non un passo si mescola alla folla, ha il terrore dei temporali elettrici.


    E’ fredda, fredda, è usurata, macchiata, mai più nominata, interrotta.
    Si accanisce allo specchio, piange lacrime colorate, è vestita, si spoglia.
    Gli abiti sono bucce da calpestare, i piedi attecchiscono sulla musica
    che svaligia il pomeriggio.
    Il pavimento è più freddo di lei che ha la pelle malata, bagnata, fradicia,
    importata dal sogno.
    Sa che lui la sta tirando, la trascina con le parole, la piega.
    Non c’è verbo sospeso, ogni striscia è striscia di carne e frasi, la tortura
    dell’anno.
    Lui la apre con le parole, l’assorbe, la impugna, prova il suo dolore mansueto.
    Le tende bianche s’impregnano di fiato. Lei sulle cosce aperte tiene aperto
    anche un libro. Le poesie la inumidiscono, ha i capelli gelati.
    Accanto al letto un fiume che scorre, acqua e saliva, le scosse la tengono viva.
    Imbevuta, sonora.
    Arresta il grido sulla porta oltreoceano. Non c’è vento, non c’è mare, è quel
    fiume la vita. Pulsa, s’ingrandisce, schiocca le pietre.
    La lingua è rossa.
    Lui l’avverte che le parole termineranno, un giorno.
    Poi sarà notturno, di carne e sangue e pelle viva e mani dentro
    e occhi, occhi, respiro, silenzio, pausa, piccolamorte.


    Lei è un intervallo che si ferma, si ascolta, si tocca il viso, il ventre, il sesso.
    Lei, disabituata all’amore, intera e nuda, trattiene l’ultima parola prima
    e s’incomincia al fiume, lenta, inabissata sull’amoresponda.


    Lei. Lei sola, da sola. 

     
  • 12 marzo 2007
    Non c'è ragione

    Io mi rivesto la mattina del desiderio premuroso di ogni vento
    e sosto, credulona,
    ché la paura è il susseguirsi di una foglia
    all’altra, di solo un attimo caduta e inciampata
    a piedi pari
    là dove inizia la foresta senza luci,
    l’ala sperduta di un committente mascherato
    che ritorna.

    Non c’è ragione, e me l’hai detto tu
    spaccando soli come gherigli duri
    verdi di dazi su sentieri che straripavano la terra
    solchi di rughe mosse dalle contestazioni di un passato
    stretto al muro

    e me l’hai detto tu:

    l’ombra non si assottiglia mai
    sotto la luna fredda di dicembre.

    Così io mi accanisco - mentre ti volti al maggio delizioso -
    a ricercare le mie pepite di cartone, il raggio sbieco
    che mi colorargento la punta delle dita, 
    la nota bassa della mia ennesima canzone

    e con il margine dei giorni mi ci aggrappo
    alla voragine di quello specchio danneggiato,
    al visibilio dei miei coriandoli scaduti

    perché del rosso ho fatto festa
    ma resta ancora il blu da sgocciolare
    a notte a notte
    sopra i miei piedi scalzi

    come l’incanto di un segreto tiepido
    tra le pareti lisce delle rosebianche

    in quest’assenza di profumi
    che mi accarezza ciò che sono stata ovunque

    (dimenticata).

     

    20/12/2006

     
  • 08 febbraio 2007
    Dedicata

    L’intensità è silenziosa. Non lo è la sua immagine.
    Amo chi m’abbaglia e indi accentua il buio dentro di me)

    (R. Char)


    Dedicata

    Si annunciano le nuvole sulla stesura del primo pomeriggio.
    Il desiderio interno, ambasciatore verde di delizie
    stese dentro il mio cortile, si attarda a inventare autunni,
    il velo incatenato della pioggia sul contraltare delle mani

    e non so più contare

    a dismisura cade il viola di un’acqua gelida privata del soccorso,
    la tiritera a gocce sul perimetro, tagliato
    in passi scalzi, dell’inventario di un oggetto solo
    che mi muove
    dal vano fioco di cucina alla terrazza

    senza intenzioni

    protesa al gioco di un incanto che si versa come lume
    della sera
    sopra la terra sparsa

    e tutte le tue rose. 

     
  • 02 febbraio 2007
    Disadorna

    Di ghiaccio, madre, questo vestibolo.


    L’umore pare sordo e vuoto,
    anello bianco senza dita
    la piroetta candida dell’alba.


    Mentre mi conto qui a solfeggio
    si amano la vergine e i pesci
    e tutto è a galla che non scoppia
    stordimento precoce di una sera
    cornice sugli scritti.


    Io, addobbata come una lampada
    o come un albero morto, mi annego


    - davvero dovrei -


    dentro quell’unica onda imperfetta
    mentre il mare mi asciuga,
    i piedi sulla soglia.


    Troppa rabbia che brucia, troppi denti
    per masticare
    e le strade tirano dritte, senza lasciarmi
    gocce.


    Come mi ascolto, madre,
    se ognitempo è una pentola zittita,
    come posso lavare ad una ad una le mie dita,
    correggere il ricalco alla fretta di una tenda
    smossa.


    Tutto è fermo, impossibile di odori
    senza l’appiglio della favola cantata.


    E’ mezzanotte, madre,
    corrono nuvole e mi lamentano, gloriose,
    quest’assenza.
    Io vago morta piccola, sconnessa alle ginocchia.


    C’è tanto bene tra le pietre calve, c’è tanto bene.


    Sui rivoli arrossati di tramonti, nell’oasi di una pianta china.
    Sotto la scarpa veleggia una parola, una soltanto.
    Enorme di tutto questo bene, che esonda e mi è così.


    Distante. 


    25/01/2007

     
  • C’è che questo vuoto, eppure,
    mi contiene a sfondo
    e ogni stanza è già perimetro
    sfrattato d’alba in occhio ombroso,
    un valico autunnale.

    Le mie parole svitano,
    su giri azzurri di pozzanghere sfiorite,
    il nesso dondolante di una sosta
    tra me che sfondo il vetro di un’assenza
    sedutapronta al tavolo di pietra
    apparecchiato sempreverde a tre
    per quell’omaggio di sole alla veranda

    e il tuttoresto che ancora ci confina
    silenzio masticato come pelle
    al vento che mi oscilla e non mi cade in tuono
    o scuri oziosi dimenticati a sbattere
    senza la presa, senza!, di una mano.

    Mi vedo piccola, sopra la sedia in vimini slacciato,
    tentare vie di fuga come una giacca da indossare
    sulla pioggia

    mi sogno vecchia,
    inumidita di spesa inutile che non so ricordare
    le dita a fiore sullo spavento marmo del comò.

    Là in fondo.

    Sotto la lente si deforma anche la goccia di sudore,
    l’ultimo sforzo teso alla terrazza,
    la voglia di toccarla,
    la seta verde di quella foglia nata nel frastuono
    di ossigeno mancante

    un desiderio sparso come cera
    sopra la terra rossa calpestata
    pallida d’amnesia che si riflette luna

    e mi raggiunge acqua di silenzio

    decantata

    da riversare, buona,
    piccola
    cascata
    per i pesci.

    E poi, le ombre.

     

    23/01/2007

     
  • E’ grande il vento questa sera,

    come una palla d’oro mi contesta il seminato bianco delle chiese,

    mi scopre il viso di tutti i filamenti vergognosi

    che le mie mani hanno cantato in pegno


    e trascolora il fumo sceso di singhiozzi sull’ingresso vuoto,

    lo muta in candidi cristalli, in ghiaccio che disseta e lascia un sentimento

    azzurro tra le vene.


    E’ buio il vento, tiene pertugi aperti dappertutto


    - dove non so vedere -


    la palpebra è socchiusa e cerca l’aria quieta di risacca

    raccolta al molo passeggero di un ricordo perduto sottovento.


    Tu hai la pelliccia sbottonata di pane e di sudore rotto a un ormeggio,

    così mi sei scappato quando guadavo un segno al fiume in cantilena

    disattenta sulla soglia

    e non mi copri più né gli occhi né le labbra,

    sei incauto vecchio solitario, lupo da morderti all’androne

    sopra le zampe consumate grigie senza stenti.


    Io mi pulisco al vento e non mi curo del tuo sapore di betulla amara,

    ho quel profilo di bambino sulle dita, in punta di perdono,

    ho la caduta delle foglie tutta da guardare, un film gelato al passo breve

    tra me e la calura di un tedio delizioso


    il mio ventaglio chiuso nel cassetto


    i giorni, i giorni ancora, 

    il vetrotrasparenza intatto


    del respiro.


     


    24 dicembre 2006

     
  • Sussurro di un albero prima di dormire


    Non so se dirti che l’albero è contuso,

    a male foglie parla, irto di ogni vento

    e sull’inverno aspetta

    lame bianche e inganno come voci.


    Di te ricordo ancora il mare

    a sorsi dentro gli occhi, quegli occhi così neri,

    e il disincanto premuto sulla pelle

    perché non c’era angolo di strada battuto

    dall’acqua di fontana

    che non mi fosse gelo al viso, sonorità di tacchi

    di un ritorno.


    Eppure era l’incanto premuto sulla via,

    il dondolare esausto di un’onda di parole

    come perdute da un viaggiatore antico


    e ciò che eri mascherava l’insidia di quel treno,

    l’arrotolarsi della schiuma al finestrino.


    Adesso, non ho che rami pronti a generare un fuoco

    e le radici morbide di un vano caldo,

    perché è l’inverno

    disabitato a me che muto fiato ai vetri

    e mi rannicchio

    indecorosa nella memoria di un avvento.


    Lo sai, la stanza è rassettata vuota senza il crepitio

    delle parole belle che versavi.


    Ad ogni notte, un’acqua già posata mi leva il suo candore sparso

    come, sul davanzale, lo sguardo bianco di una luna

    di spigoli notturni e carta

    da strappare.


    Ma l’albero mi canta ancora,

    e le sue vene e le tue mani brune da adorare,

    sul margine di neve azzurra

    della sera.

     
  • 27 novembre 2006
    Che neve sia

    Che neve sia, di allora e sempre
    sugli occhi miei vestiti come un fiume
    che già traboccano parole
    e un lungo fiato andato senza fretta
    a ritrovarmi quella lacrima smarrita
    che non sapevo fosse mia, piccina,
    di navi residuo senza sale,
    pattuglia morbida di ombre giù al giardino
    dove s’inganna il verso della sera.

    Come una statua muovo il passo perso
    tra i giochi derelitti dei miei nani,
    i salti in mano a un rivolo di voci che non sono,
    le gemme dure ai nodi di fontane
    e quello scherzo vecchio dei ciuffi sulla fronte
    che coprono un sorriso o di un inceppo a recitarmi
    il gesto di un androne smantellato.

    Lascio la musica a fiorire sopra le tue spalle
    e una cantata magra in stecche pure
    a replicarmi nel ritorno
    che non c’era
    e non è stato
    e non è cosa a pattinarmi liscio sulle dita
    questo vetriolo secco nelle tasche
    come morire anche ai piccioni ed io stonata
    che mi conservo ancora, sul margine in levare,
    la partitura volata via sulla blunota
    spenta sospirosa
    mangiata oltre il recinto delle stelle prone
    così accadute

    lumi, su di me.

     
  • 20 novembre 2006
    Sognoghiaccio marino

    A cosa serve la mia sete?

    Cantala – mi dici – col fare impolverato delle tue spalle
    chine sulla sera.

    Gli occhi raccontano più di ogni novella
    sminuzzata al passo sotterraneo di tesori,
    mentre mi cade addosso la rovina
    di qualche stella insonne
    sotto il segnale grigio di una luna offesa
    al mio apparire.

    Siamo di nuvole – ripeti – siamo lavoro ingrato
    di mandibole bruciate. Saliamo e poi scendiamo
    alle radure, non visti, immani, da naufragare in carta
    sotto la luce nera dei tombini.

    E siamo foglie – aggiungi – distratto dal cuneo dritto
    introflesso in una sabbia che non tiene.

    Così, l’oro resuscita in bagliore
    e le caverne accolgono in discesa
    tutte le rive delle mie acque silenziose

    mentre la sete ha sfondi obliqui:
    la secca smisurata dei divieti.

    Allora a questo induce la mia sete povera di stoffe,
    la bocca muta che s’increspa a notte sul logorio di consunzione
    delle piene.
    A darmi sale intirizzito sulle labbra,
    a coniugarmi la posa di un dolore.

    Inevitabile, un’immagine di nave stagliata a fondo
    di bicchiere
    che rompe il pack della calura
    di tutti i miei respiri corti in afferenza

    e oltrepassa la linea storta di un prato di confine.

    Verde si adagia, e lenta poi, al filo d’acqua esasperato
    dall’attesa.

    E riempie la mia bocca muta, finalmente,
    del ghiaccio immaginato nelle stive.

     

    17/11/2006

     
  • 15 novembre 2006
    E resto qui, sulle parole

    E resto qui
    sulle parole
    che di un odore a terra ho verde l’anima
    ed il brusio interrotto delle frasi
    serra la neve in salti bianchi
    come una brocca nera la sua sete
    svecchiata sola in crepe di paure.

    E resto qui a cercarti
    nuda sulle vesti
    quand’anche fossi mare ormai
    di notti e veglie
    gelido e rabbioso,
    a cercarti su queste tue parole

    sette me ne hai date
    come di un tempo la conta
    malandrina
    coast to coast che mi faceva alba
    sonnolenta
    e del tuo vivere gridavo l’asma
    secondo prassi in baci e urlo
    di un maelstrom senza bocca

    e adesso sette ne ritrovo sotto l’uscio,
    muso di scarpe e pioggia ritagliate al fango
    di dicembre.

    Testarda e gravida, dicevo, e ferma agli angoli
    come le bancarelle grigie dietro un ricordo di cristallo
    o un boulevard di fiori finti
    teso sull’orlo di una giara di scontento

    adesso tocca a te sopra la sabbia riportata al vento
    murare il nome mio di pazza castellana

    ti tocca il mare, quello che giace chiuso da un anello
    sopra la terraferma dei miei occhi offerti al sale
    piovuto in secca ancora, sotto moli lividi
    d’inverno.

    Libera, se ci riesci, in pasto l’onda alle tue labbra
    conosci qui e adesso questo mio andare
    in regno
    schiusa tra gli atolli.

    E muori dentro la verità capace dei miei fianchi,
    azzurra e tonda in cerchi d’acqua
    oceano per le tue mani che bruciano
    responsi.

    Nodi di fuoco a carezzare il ventre
    di un rimpianto.

     
  • 10 novembre 2006
    Alle finestre vuote

    Oggi siamo insonni,

    i festeggiati al muro controtempo

    come un abuso o un solo odore di vecchia mercanzia


    stonati


    al radunarsi frettoloso di quei suoni

    che il nostro mare ha già perduto, disattento,


    le consonanti piccole e marroni

    gettate via a traboccare il fondo della fretta

    quando è di morte il sole e non acceca.


    La comunione, era, la linea rossa sui palmi aperti

    pronti agli spergiuri

    e noi l’abbiamo frantumata

    sull’ostia resa in salve al bando di un altare scorticato


    e già la pelle si fa viva, viva

    e ci confonde e brucia il tarlo dentro i falò nascosti

    freddati da una luna oltre le ascensioni.


    Ti ho dato un ramo,

    aveva il sangue nostro sulle punte, lo ricordi?

    E tu mi mescolavi una passione ignota tra le gambe buie

    mentre cadeva il nylon morso dall’animale in vetro

    resuscitato sul brivido d’agosto


    e il perdono misurava i passi sulla porcellana,

    i denti radi e bianchi da succhiare

    lampi di grotta sulla cenere smurata via dall’acqua

    in due battute


    tra Sanlorenzo e il mare


    notte di carta gialla e stelle triturate

    dall’ossessione di un solo corpo bianco

    e una catena in croce senza offerte


    e io che ritornavo, sempre,

    al fischio rovinoso di quel treno.


    Ci siamo mossi verso la montagna

    quando era tempo di grattarsi il sale sopra vie di sabbia

    perdute a noi come la scocca di un delirio senza nome

    e abbiamo generato

    senza la protezione degli abissi

    nudi e crepati al sole, assenti

    di quella goccia che ci muovesse statue

    sulla prua,

    serpenti soli di un inganno che mi resta.


    Ad ancorarci notte alle finestre vuote

    e una pena

    per l’acqua che Ti ho amato.


     

    06/05/2006

     
  • Poi tornavamo al mare,
    caduti i peripli di isole già morse, come vestali smesse
    e un urlo sulla porta
    da corteggiare quando le sere scendono malate
    e si fa vivo il messo ansante e rosso per la neve
    del suo dispaccio doloroso di buonora e malasorte azzurra sulle spine.
    Calpestavamo foglie, già, sconfitte col nostro piede malandrino
    perché le noci rotte arrivano più buone dalla boscaglia santa se di vento

    e cantavamo, attente a non disperdere le note
    ricce tra rami di un albero bambino
    in girotondo a testa e croce di bambole mannare,
    su per la calza al tacco di camini svaligiati solo in sogno
    e l’ansia, tua, di restringere la bocca del dolore
    e la paura mia di prenderlo a mantello senza il tempo
    che già ci scorre a imbuto questo inganno – affondo
    di non sapere mai da quale parte attacca il sale l’onda.

    Ci nutrivamo, intere, con una corda all’acqua e mani screpolate,
    ricordi il gioco dei delfini in vasca e il mio viso d’ancora
    appannato sullo specchio?
    Non era arsura tua soltanto, era anche mia la sete delle stelle
    assenti nel rito di un notturno che ho nel cuore.

    Ci vestivamo, lente, di quei vestiti scesi ad uno ad uno
    cadenti anche le nostre vite sulla sabbia

    ci vestivamo insieme e adesso questo conta sulla carne,
    adesso
    di questo non dimenticarci, mai.

    A mia sorella e a Francesco, che vorrei poter ringraziare, se mi legge.:)  

     
  • Svaligiate le stanze
    non è che polvere di limatura rossa
    a sconsacrare anche la luna alla sua terra,
    a restituire odore sulla caduta delle foglie

    - i miei vestiti verdi abitano l’ombra
    e un’anta di giornali –

    e si ripara il vento
    dietro promesse come note
    dietro l’impalcatura di un giorno di canzoni.

    Sotto la neve ho già dimenticato gli stivali
    e tutta quanta la sua voce di brillante
    che mi scheggiava dall’inguine alla gola,
    che non mi dava aria da sporcare
    né un viottolo di rane perse a naufragare un grido.

    Mentita e sola, io, seduta nell’occhio del ciclone.

    Scoperchiati i mobili
    resta l’impronta al dito e un’onda di salmastro già venduta
    la porta che non cede prostrata sulla soglia
    ad accampare scuse per tutto il suo chiarore,
    l’androne sventolato dalla rapina azzurra
    di un fermo immagine filtrato sopra il mare

    e io che cerco tra il letto e le rovine
    un gatto avvolto in solitudini stellari.

    Sparite queste case in una danza,
    dentro il confine è sabbia
    che si solleva e preme
    a rivestire, periodica, il bordo di una riva amara.

    E brilla, ai pescatori smemorati d’isole,
    che vanno.

    12 agosto 2006

     
  • 24 ottobre 2006
    Non è stato che un sogno

    Non è stato che un sogno a vergare le ossa,
    un dolore piccino che ora muove da solo e rinuncia
    come petalo steso sconfitto sul ventre
    dal guadagno del sole.

    Non avevo nel petto altro che il desiderio
    di un gemito sordo, fosse anche malato in ginocchio

    o confuso

    negligenza di un vivere che si piega al dolore del vento.

    Ora nego quegli occhi, davvero li nego, mentre canto
    al disordine il luogo dove sosta è smeriglio di onde,
    mentre accendo i miei fari noiosi sul carteggio del giorno

    e assomiglio a mia madre che parla di piante perenni
    che non scendono mai a carezzarle le pene più bionde.

    Tu sei stato, e il sogno addolora perché aveva il riflesso smaltato
    di chi cerca quell’oro sulle mani vestite
    che si accendono ancora a disegnare la sabbia strappata dal mare
    e a rotolarmi granelli,

    oro mare di parole perdute, oro vento come il punto impreciso
    che ti ha visto arrivare, dritto al dolore, dritto al silenzio,
    zitto dell’acqua che svelto portavi
    e una goccia, una sola,
    ma era per me. 

     

    Marzo 2006

     
  • 20 ottobre 2006
    In fiore

    Non mettere le mani nell’acqua
    che poi ti piove addosso, bambina, tutto il tremore d’inverno
    e d’ogni lampada il fumo, a scoprirci, con le sue dita curiose.

    Forse non c’ero quando chiamavi la luna
    ma dietro le spalle viveva una tenda spaccata
    di tulle e una valvola buona per l’aria
    che entrava, a rinfrescarci la pelle stupita d’insonnia.

    Hai visto, dentro quest’occhio è la furia,
    quercia di ferro sui palmi a ingigantirti le ombre

    ma scende - e di una palpebra d’oro - lambisce
    l’altro mio azzurro di bene,
    scia di mare che annega anche le lacrime secche
    quelle tra il letto e le sponde
    volate deserte di terre che ti ho calzato d’oriente
    con il pudore di nenie assolate.

    Ascolta. Io canto il gallo che muore non per mia colpa,
    canto la peste che tocca le vesti e si adagia
    come una spada sovrana sul ventre che non ti ho visto
    ma prego

    e ho conservato le forbici e un rosa d’amore pastello
    dentro il cassetto invecchiato.

    Lo sai che non è tardi, bambina, per regalarci un avvento,
    per coricarci al castello anche se neve sui bordi
    ci restituisce corone di ghiaccio e un avanzo di sabbia ramata
    irrespirabile agli anni.

    Io navigavo la notte ma tu bocca a cuore dormivi,
    tu che mi origli e rallenti le spire di tutti i nostri serpenti
    nascosti, regalata ai tuoi sogni migliori

    ma adesso, su questa steppa d’estate,
    sul mio cammello e i capelli d’arancio di seta e di dune

    io ti rinnovo l’amore alle mani e un profumo
    come distesa al suo unico fiore,
    spiraglio blu  che ti bacia e mi assolve

    di luce

    sul gelsomino che muove
    bianco tra tutte le rose.

     
  • 18 ottobre 2006
    Si ferma anche il vento

    Si ferma anche il vento
    E poi si ferma il vento come un mare pieno
    al piede sterile di solchi sospettosi
    perché non ho più trina
    da svergognare al passo lento di sere tuttaluna,
    non ho più merce bianca da mostrare
    alle comari afflitte da sottogola impolverati e duri
    e un urlo si compiace dentro il respiro povero dei sassi
    sbriciolati da tessiture perse al bivio della neve
    dove anche il cieco sa l’impasto azzurro e fuggitivo
    tra le mani
    e gioca i suoi colori
    con me, che sulla paglia mi accudisco lesta
    in equilibrio di un’assenza, e vertebrata di ossature
    antiche in sepoltura attenta, magari su un avanzo di briciola leggera.
    Quindi si ferma il vento - e io non lo sapevo -
    indaffarata a margine di scialli
    per ricavare l’ozio da preghiere calde in mio sudore
    si ferma e cade nella ferita tra due mattonelle
    dove ballavo a passo doppio la solitudine fasciata
    dei soldati,
    il grigio tutto intorno e l’ora piena
    del pasto a me impercettibilmente tanto caro,
    seduta come MadreMadia alla bicocca,
    caduta al freno nero di un cavallo equestre
    falò d’agosto su vertigini smurate
    da navi di passaggio a un equatore.
    Così di me rimane legnacenere sbiadita sullo specchio
    che non s’incendia, eppure,
    (ascoltami)
    sull’ansia di una brezza già dissolta
    ancora no, ancora no, non muore
    per decenza.

     
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  • Come comincia:

    Casa mia, 31 Ottobre 2006.

    Questa è la mia lettera per te.

    La lavatrice sta macinando il lavoro di mezzogiorno e io posso scriverti, nel suo silenzio di rumore che gira.

    Tra poco sarà di nuovo il tuo compleanno e so già che non sarò capace di dirti nient’altro che un tanti auguri stretto tra i denti, volatile come una ruota di fumo davanti alla finestra aperta.
    E’ così difficile rallentare le vecchie abitudini.

    Tu sarai lo stesso di sempre e mi risponderai grazie con quella finta distrazione che ti accompagna ovunque, girovago dentro casa, appoggiato per sbaglio allo stipite di una porta, pronto allo scatto.

    Sapevi che ogni mattina il sogno si frantuma in piccolissime schegge proprio davanti a quella stessa porta qualunque e che di me moderna resta solo un’impronta contrabbandata per vera sotto la luce che mi schiaccia?

    No, non lo sai. Ma non importa. Adesso come mai.

    Quando il sentiero si restringe camminiamo tutti senza fiato e si assottiglia anche il colore del glicine, la memoria lascia tracce di sé perfino sul muschio cresciuto nell’ombra degli alberi.

    Io e te siamo quasi gli stessi di dodici anni fa. Quasi.

    Mi rendo conto di quanto sia rischioso scriverti senza cadere nel pozzo dell’ovvio, del prevedibile, del già detto. Tu sei sempre così attento.

    Mi hai telefonato stamani con la tua solita voce, ma tra le parole era come se navigasse un’urgenza nuova, sconosciuta e d’argento, che brillava le sue paure come un tessuto appena filato, come una pietra perduta da una gazza sbadata, più luccicante che mai nel grigio dei sassi quotidiani.

    Mi hai detto che hai lasciato l’auto nel parcheggio della stazione, che sei andato a piedi con il tuo passo oscillante fino in Piazza della Signoria, per pagare una multa in Comune.

    Avrai camminato sotto il sole, alzato gli occhi, osservato le nuvole. Forse.

    Ma non importa, sai, dove sei, con chi sei, non importa che non sei qui, che mi frantumi e mi ricomponi, come sembra al mondo intorno e anche a me, che mi aggredisci e poi cerchi pace tra le frasi nascoste nel cellulare, non importa perché io sono un piccolo principe e ti verrò sempre a cercare.

    Ma anche questo tu lo sai.

    E non m’importa, davvero, delle rivoluzioni solari, delle foglie marcite che nostro figlio calpesta con i suoi passetti veloci, non m’importa del tempo brutto e delle vecchie canzoni – tu no, tu no, tu no, tu non devi andare via – infilate come segnalibri nelle serate di pioggia calma, non m’importa delle tue ragioni, delle mie ragioni, degli occhi magri che hai, dei miei capelli bianchi in disordine, della noia di domeniche afose, non m’importa delle riunioni a scuola e del tuo saluto frettoloso sull’inverno che aspira tutti i colori del mare, della fatica del silenzio, dei tuoi messaggi covati sotto la giacca ad altre che vivono oltre il nostro piccolo giardino di strani fiori a capochino.

    Tu sei, sempre. Quell’uomo bruno e scontroso di dodici anni fa, quelle mani sottili che insinuano la dolcezza inaspettata del tempo, quei ritratti di El Greco verdi di legno vivo e sofferente, quelle corde pizzicate che scolpiscono musica. My funny Valentine.

    Ma tu non sei solo questo. Questa è l’immagine, questo è l’ascendente, questo il virtuale che avvolge.

    Tu ti addormenti sopra il letto accanto a nostro figlio ancora sveglio, tu ti tendi e ti lanci come una palla infuocata, tu sei quello che si aspetta sempre una mossa, quello che non si accontenta e scommette.

    Ma, ancora, non sei solo questo. Tu sei duro e ti schiaffeggi le mani prima di schiaffeggiare le mie, tu mi aspetti al varco e sembri apparecchiare tranelli dentro la terra bagnata, ma le ragnatele la sera sono di zucchero bianco e hanno un sapore dolce, poi, quando le sciolgo.

    Tu sei capace di parole d’amore che io non ho mai osato ascoltare. Di versi tristi, di notturni silenziosi a caccia di stelle, di telescopi d’infinite brine. Tu sei il freddo della sera che scende, il canto del lupo alla staccionata, la neve ai margini, il calore di storie raccontate a luce bassa. La nota ripetuta, blu, che smania di tornare ancora.

    Tu sei la mia acqua sotterranea.

    Così, sono qui per dirti che ci sono. Ma già lo sai, ed è come se ti vedessi mentre sorridi, consapevole di ciò che siamo.

    Sono qui per dirti che ci sarò, anche contro la mia stessa voglia di non esserci. Ma anche questo lo sai.

    Sono qui con te, nonostante il tuttoresto che ci confina. Ma anche questo-tu-già-lo-sai.

    Sono qui perché testarda io ti aspetto. Perché la tua assenza è la presenza che mi tiene viva.

    Sono qui perché vorrei poterti finalmente dire, in faccia a tutti: io sono te.

    E restituirti la lacrima di diamante che mi hai rubato dodici anni fa, sopra il fiume che scorreva.

    Allora come adesso. Sempre