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Autore

Iole Troccoli

in archivio dal 18 ott 2006

Firenze

16 novembre 2006

Questa è la mia lettera per te

Intro: Sincerità. Consapevolezza e sentimento che si amalgamano, fino a diventare tutt’uno, fino a trasformarsi in un limite e nel suo superamento. Parole d’amore, mutevoli ed eterne, sottili e piene di femminilità.

Il racconto

Casa mia, 31 Ottobre 2006.

Questa è la mia lettera per te.

La lavatrice sta macinando il lavoro di mezzogiorno e io posso scriverti, nel suo silenzio di rumore che gira.

Tra poco sarà di nuovo il tuo compleanno e so già che non sarò capace di dirti nient’altro che un tanti auguri stretto tra i denti, volatile come una ruota di fumo davanti alla finestra aperta.
E’ così difficile rallentare le vecchie abitudini.

Tu sarai lo stesso di sempre e mi risponderai grazie con quella finta distrazione che ti accompagna ovunque, girovago dentro casa, appoggiato per sbaglio allo stipite di una porta, pronto allo scatto.

Sapevi che ogni mattina il sogno si frantuma in piccolissime schegge proprio davanti a quella stessa porta qualunque e che di me moderna resta solo un’impronta contrabbandata per vera sotto la luce che mi schiaccia?

No, non lo sai. Ma non importa. Adesso come mai.

Quando il sentiero si restringe camminiamo tutti senza fiato e si assottiglia anche il colore del glicine, la memoria lascia tracce di sé perfino sul muschio cresciuto nell’ombra degli alberi.

Io e te siamo quasi gli stessi di dodici anni fa. Quasi.

Mi rendo conto di quanto sia rischioso scriverti senza cadere nel pozzo dell’ovvio, del prevedibile, del già detto. Tu sei sempre così attento.

Mi hai telefonato stamani con la tua solita voce, ma tra le parole era come se navigasse un’urgenza nuova, sconosciuta e d’argento, che brillava le sue paure come un tessuto appena filato, come una pietra perduta da una gazza sbadata, più luccicante che mai nel grigio dei sassi quotidiani.

Mi hai detto che hai lasciato l’auto nel parcheggio della stazione, che sei andato a piedi con il tuo passo oscillante fino in Piazza della Signoria, per pagare una multa in Comune.

Avrai camminato sotto il sole, alzato gli occhi, osservato le nuvole. Forse.

Ma non importa, sai, dove sei, con chi sei, non importa che non sei qui, che mi frantumi e mi ricomponi, come sembra al mondo intorno e anche a me, che mi aggredisci e poi cerchi pace tra le frasi nascoste nel cellulare, non importa perché io sono un piccolo principe e ti verrò sempre a cercare.

Ma anche questo tu lo sai.

E non m’importa, davvero, delle rivoluzioni solari, delle foglie marcite che nostro figlio calpesta con i suoi passetti veloci, non m’importa del tempo brutto e delle vecchie canzoni – tu no, tu no, tu no, tu non devi andare via – infilate come segnalibri nelle serate di pioggia calma, non m’importa delle tue ragioni, delle mie ragioni, degli occhi magri che hai, dei miei capelli bianchi in disordine, della noia di domeniche afose, non m’importa delle riunioni a scuola e del tuo saluto frettoloso sull’inverno che aspira tutti i colori del mare, della fatica del silenzio, dei tuoi messaggi covati sotto la giacca ad altre che vivono oltre il nostro piccolo giardino di strani fiori a capochino.

Tu sei, sempre. Quell’uomo bruno e scontroso di dodici anni fa, quelle mani sottili che insinuano la dolcezza inaspettata del tempo, quei ritratti di El Greco verdi di legno vivo e sofferente, quelle corde pizzicate che scolpiscono musica. My funny Valentine.

Ma tu non sei solo questo. Questa è l’immagine, questo è l’ascendente, questo il virtuale che avvolge.

Tu ti addormenti sopra il letto accanto a nostro figlio ancora sveglio, tu ti tendi e ti lanci come una palla infuocata, tu sei quello che si aspetta sempre una mossa, quello che non si accontenta e scommette.

Ma, ancora, non sei solo questo. Tu sei duro e ti schiaffeggi le mani prima di schiaffeggiare le mie, tu mi aspetti al varco e sembri apparecchiare tranelli dentro la terra bagnata, ma le ragnatele la sera sono di zucchero bianco e hanno un sapore dolce, poi, quando le sciolgo.

Tu sei capace di parole d’amore che io non ho mai osato ascoltare. Di versi tristi, di notturni silenziosi a caccia di stelle, di telescopi d’infinite brine. Tu sei il freddo della sera che scende, il canto del lupo alla staccionata, la neve ai margini, il calore di storie raccontate a luce bassa. La nota ripetuta, blu, che smania di tornare ancora.

Tu sei la mia acqua sotterranea.

Così, sono qui per dirti che ci sono. Ma già lo sai, ed è come se ti vedessi mentre sorridi, consapevole di ciò che siamo.

Sono qui per dirti che ci sarò, anche contro la mia stessa voglia di non esserci. Ma anche questo lo sai.

Sono qui con te, nonostante il tuttoresto che ci confina. Ma anche questo-tu-già-lo-sai.

Sono qui perché testarda io ti aspetto. Perché la tua assenza è la presenza che mi tiene viva.

Sono qui perché vorrei poterti finalmente dire, in faccia a tutti: io sono te.

E restituirti la lacrima di diamante che mi hai rubato dodici anni fa, sopra il fiume che scorreva.

Allora come adesso. Sempre

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