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in archivio dal 16 nov 2009

Isaac Ciocca

28 febbraio 1991, Ceva(CN) - Italia

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  • 19 febbraio 2012 alle ore 3:11
    Malinconia del sognatore

    Conta il sangue goccia a goccia,

    e poi dimmi, cosa resta?

    E valsa la pena anche questa volta

    di sognare una carezza.?

    Non lo so, ma non importa,

    alla fine tutto resta,

    è stato solo un sogno, ma stavolta,

    era vicino alla concretezza.

    Tutto è vano come sempre

    e le lacrime perdono ogni valore,

    sembra quasi che al mio sangue,

    sia riservato solo il dolore.

    La gioia è per l'altra gente,

    quella che vive col finto amore,

    a me resta la perenne,

    malinconia del sognatore.

     
  • 31 maggio 2010
    Incubo pomeridiano

    Dove suonano i musicisti impazziti,
    c'è un aria pesante che puzza di morte,
    una bambina a terra che piange sangue,
    che si taglia le vene con un coltello.


    Ci sono poeti che scrivono con lacrime umane,
    che sentono voci ordinargli di soffrire,
    ci sono poeti che si legano le mani,
    per esser liberi di dimenticare il dolore.


    La luna è pallida questa notte,
    filtra tra i rami un ossessione,
    "Puoi evitare d'illuminarmi il volto,
    quando scendo a patti con il diavolo?"


    Le carogne ululano verso il cielo,
    strappano coi denti la poca carne,
    dalle ossa bianche e lucenti,
    occhi colmi di odio e paura.


    Siamo foglie secche bagnate dalla pioggia,
    cittadini del mondo della follia,
    come cera bruciata il viso si scioglie,
    diventa sottile, diventa malinconia.


    Benvenuto tra noi poeta bambino,
    incapace a vivere, incapace a sognare,
    figlio adottivo dei tuoi stessi incubi,
    padre di parole "senza forma nè accento".

     
  • 31 maggio 2010
    Decadenza

    Tristezza e pioggia,
    lacrime e sangue,
    mica posso morire,
    schioccando le dita.
    La sigaretta è spenta,
    l'alcol finito,
    amici alcuni,
    brave persone.
    A casa tutto bene,
    nemmeno lo sanno,
    che io mi diverto,
    a strisciare per terra.
    La vità è...
    ma cosa volete che sia?
    Un urlo verso il cielo
    raramente viene ascoltato.
    La luce è assente,
    tenui neri mi accarezzano,
    il telefono suona,
    sembra quasi un dovere.
    Si fidano di me?
    O non gliene importa?
    Ho perso la voglia
    di scriver poesia.
    Tanti numeri uno,
    tanti hanno un talento,
    io il mio lo nascondo,
    e un po' mi vergogno.
    Mi manca il coraggio,
    per vivere bene,
    mi sembra più facile,
    restare da soli.
    Poi uno si gira
    e non vede persone,
    un'ombra a volte
    è capace a parlare.
    Scendono aghi,
    ma non bucano niente,
    la strada sterrata,
    è piena di dolore.
    Quanto silenzio,
    pagherei per averlo,
    una sberla in faccia,
    non può mica far male?
    Riconosco ancora
    il mio labbro dalla mia lingua,
    sono un gran bastardo?
    Voglio stare da solo?
    Non lo so nemmeno,
    io lo trovo carino,
    iniziamo a giocare?
    Cominci il mio declino.

     

     
  • 31 maggio 2010
    Ricordo d'orrore

    Una mano tesa verso i miei occhi
    mi chiede aiuto in una notte scura.
    La pelle è secca, la forma è magra,
    vorrei aiutarla, ma ho troppa paura.
    Lei s'irrigidisce, ha uno spasmo, cade,
    si spezzano le ossa facendo rumore.
    Ed io in silenzio prendo la scopa
    e spazzo via quel ricordo d'orrore.

     
  • Volevo solo un po' di affetto,
    oppure un bacio distratto,
    guardarti dormire nel mio letto,
    lontani da ogni sbaglio,
    insieme avremmo cambiato tutto,
    avemmo vissuto un nuovo giorno.

    Di tutto ciò cosa rimane?
    infinita voglia di morire.

    Morire perché non si ha più la forza,
    ogni battaglia appare persa,
    ricordi di vecchia speranza,
    inutili sogni di dolcezza,
    resta solo la tristezza,
    e la carne che si spezza.

     
  • Ed iniziai a piangere sangue
    versando una lacrima appena,
    non volevo che la vostra mente
    percepisse la mia pena.

    Quel giorno uscii sprovvisto di maschere,
    fu il mio errore più grave,
    perchè mille e mille fiere,
    mi attaccarono come un cane.

    Randagio perii ai bordi di una nuvola,
    non fui in grado di tornare al mio cielo,
    persi la vita perchè privo della mia maschera,
    vi ricordai la bellezza del volo.

    Tormentati dalla vostra incapacità
    di rincorrere un sogno perduto,
    mi uccideste con voracità,
    invidiosi di un angelo caduto.

     
  • 16 novembre 2009
    Speranze malate

    Le tue gambe arpioni all'interno della mia carne;
    i tuoi denti falci che strappano ricordi di niente;
    le tue unghie ancora macchiate del mio unico sangue;
    la mia anima è una fontana di lacrime che perde.

    Uccidimi questa notte, riempi il letto della mia follia,
    di questo irrazionale dolore che tormenta il mio fegato.
    La mia bile putrefatta mi ha trasmesso l'eresia
    che ha corrotto la mia mente e devastato il mio stomaco.

    Voglio liberarmi da questi vermi che mi stanno scannnando,
    da questi mangia carogne che banchettano sul mio corpo,
    ti prego angelo mio, ti sto supplicando:
    diventa il mio boia e salvami da questo lurido mondo.

     
  • Cenere di sogni incrosta i miei polmoni,
    il respiro raschia salendo alla gola.
    Tosse di disagio, fuoriescono gli umori
    grigi che trasformano la vita in un pena.

    Flusso di veleno percorre le mie vene,
    rabbia che conduce la mia mente alla pazzia.
    Schizzi di esistenza gettati tra onde piene
    che cancellano la sabbia su cui scrissi la mia via.

    E tu con un setaccio cerchi ancora i miei resti
    tra i residui di vita imprigionati nella rete.
    Non ti accorgi che ormai si sono dispersi
    tra le torbide acque del fiume Lete?
    Per quanto tenaci potranno essere i tuoi sforzi,
    di me non c’è più nulla in mezzo a quelle pietre.

     
  • 16 novembre 2009
    Senza titolo

    Siamo cani distesi sul ciglio dell'oblio,
    trasciniamo con gli artigli il peso della vergogna,
    espiando con il sangue i peccati verso un Dio,
    che ci ha resi liberi attaccandoci alla gogna.

    Scuoiate i miei pensieri residuati tra le ossa,
    gettate fuori il veleno che invade arterie e vene,
    e poi quando sarò vuoto seppellitemi nella fossa,
    in modo tal che io possa dimenticare le mie pene.

     
  • 16 novembre 2009
    Camminando vicino a nessuno

    E' un oceano di sangue quello su cui cammino.
    E' una landa di lacrime scadute e di pesci annegati.
    E' una statua che si muove il mio nuovo destino.
    Un futuro scritto nell'aria asfissiata.

    Nuvole di ricordi generano pioggie di sofferenza.
    Semi ormai vecchi per il raccolto di settembre.
    Una piantagione di speranze brucia sotto la pioggia.
    E' la parte migliore di noi stessi quella che poi si perde.

    I lupi non possono cantare se non scende più la notte.
    Le mie urla mute infrangono gli specchi.
    Le anime de folli giocano ancora con la sorte.
    Mentre il mare disegna i miei ultimi riflessi.

    Mi sono ucciso ieri non ce la facevo più.
    Per trovare mie parole dovrei dimenticare troppi suoni.
    Mi han detto che non puoi cadere una volta che sei giù.
    Quindi perché rischiare di finire sugli allori?

     
  • 16 novembre 2009
    Genesi delle gemelle S

    Piacere mi chiamo speranza, sono sorella della solitudine;
    mio padre era un disperato, mia madre un angelo caduto.
    S'incontrarono una notte sotto un cielo di polvere,
    che alcuni chiaman stelle, altri, l'infinito.

    Il loro amore fu breve, durò solo pochi secondi,
    ma alcune persone dissero che sembrò quasi eterno.
    L'attimo in cui si unirono i loro nudi corpi,
    fu così intenso da far sciogliere la neve dell'inverno.

    Testimoni narrano che vi fu una luce così splendente
    che costrinse tutti a socchiudere gli occhi.
    Quando li riaprirono una voce distante
    disse: - "Per l'arroganza del loro peccato sono morti".

    A Dio non è mai piaciuto che qualcuno gli disobbedisse,
    pagaron con la vita l'insulto del loro amore.
    Ma lui non si accorse che da quelle scintille,
    nacquimo noi due, portatrici di dolore.

    Da allora sono condannata a consolare i sognatori,
    ad asciugare il pianto delle vittime fatte della mia gemella.
    Regalo bugia e menzogna, riempio i cuori d'illusione,
    rendendo la notte nera, un'amabile sorella.

     
  • 16 novembre 2009
    Per domini

    Bacia il mio dolore
    oh creatura a me affine,
    ed ascolta le parole
    di questa notte senza fine.

    Zitta non parlare
    lo so che mi vuoi bene,
    non importa se questo amore
    non alliverà le nostre pene.

    Stringimi forte al petto,
    io sono fragile come un neonato,
    ho bisogno del tuo affetto,
    stanotte che sono impazzito.

    Non devi aver paura
    se sto mordendo la tua mano,
    aspirare la tua anima
    è il mio modo per dirti che ti amo.

    Guardati le vene,
    sembra sangue strappato,
    stanno scappando le tue paure,
    e adesso? Tutto è finito.

     
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  • 19 luglio 2010
    Imitando Chinaski

    Come comincia: Un bicchiere. Poi un bacio. La conferma.  Sono sveglio. Non riuscivo a crederci. Avevo paura a farlo. Certe volte si preferisce tenere gli occhi chiusi, quasi si avesse paura di vivere in un sogno. Il risveglio è drastico. Da suicidio. Certi dolori pungono così forte da non riuscire a guardarli. Si spera solo che tutto finisca nel più breve tempo possibile. Ci promettiamo di smettere ogni volta che tocchiamo il fondo, ma il giorno successivo è di nuovo lì che siamo. Sul confine.
    E’ incredibile. Nemmeno nei momenti gioiosi riesco a non pensarci. Ormai è un sodalizio, un matrimonio a tre. Io, la droga, la tristezza. Ho versato così tante lacrime da dubitare di averne ancora. La droga. Si devi ammetterlo. Solo perché non ti buchi, non tiri dal naso, non fumi marijuana, non significa che non sei un tossico. Guarda. Guarda quella bottiglia. E’ ancora mezza piena. Dai, dimostra che sei superiore, versala ai piedi del letto. Non ci riesci vero?
    Cazzo. Lei mi sta baciando. Erano mesi che non succedeva. Le mie labbra erano perennemente bagnate, ma di ben altro liquido. Bevevo dalla bocca per vomitare dagli occhi. L’alcol. L’unico vero amico che mi era rimasto. L’unico sempre presente. Poteva mancare il cibo, poteva mancare la carta igienica nel bagno, ma lui potete starne certi che c’era sempre. Lui e le sigarette. Altre amiche di vecchia data. Ricordo ancora i bei tempi. Mettere tutto in un sacchetto di nailon e poi nasconderlo nei luoghi più impensabili. Ero giovane, potevo permettermi certe stronzate.
    Proprio non capisco. Resto fermo, inerte. Perché non muovo un dito. Perché non le dico che l’amo? Ho ancora troppa paura. Troppa fottutissima paura di perderla. Che poi non è lei che ho paura di perdere, alla fine le donne sono tutte uguali. Un insieme di tette e di capelli con un paradiso in mezzo alle cosce e segatura dentro alla testa. I suoi baci, le sue parole, le sue carezze. Quelle sì che non voglio perderle. Quelle mani che mi sfiorano la barba sfatta. Quei suoni sussurrati all’orecchio. Quella lingua che massaggia il mio corpo sudato.
    Devo ammetterlo. Faceva pompini da urlo. Non che lo prendesse tutto in bocca, anzi. Ne metteva appena 5 o 6 centimetri dentro, 7 al massimo. Il suo pregio era un altro. Poteva succhiartelo per un pomeriggio intero senza smettere mai. Ore e ore di su e giù, su e giù. Che sensazione. Riuscivo a vedere tutti i colori dell’universo quando sentivo quel calore morbido intorno al mio pene. Dopo un po’ mi mancava sempre il respiro. A lei piaceva. La divertiva vedermi finire in iperventilazione. Godere ad alta voce come le attrici dei film porno.
    Oh cazzo. Si è sbottonata la camicetta. Non vorrà mica scopare? Non lo sa che il mio uccello ha smesso di volare da tempo immemore? Trascurando un paio di serate passate con delle non ricordo bene chi conosciute non ricordo bene dove a fare non ricordo bene cosa, era dall’ultima volta che ci siamo visti che non facevo sesso con una donna. Almeno non come Dio comanda.  Sono passate ben tre stagioni da quell’ultima volta, era primavera, ora siamo a dicembre. E’ passato talmente tanto tempo da quel giorno che credevo che fare sesso fosse passato di moda.
    Sta di fatto che ora siamo nudi. Lei mi chiede dove tengo i profilattici. “In soffitta nella scatola degli oggetti che non uso più” mi verrebbe da dirle. Ma per fortuna ne tengo sempre un paio nel comodino. Infilo l’unico impermeabile che invece di proteggere dalla pioggia la trattiene, ed inizia il solito tram tram. La routine. Si, di routine si tratta. Ho talmente tanto alcol nel corpo che nemmeno mi accorgo di cosa sto facendo. E’ come dare colpi nel vuoto. L’unica differenza è quel crescendo di “ah” sommessi che lei emette ogni volta che do un colpo.
    Non mi aspettavo visite questa sera. Doveva essere la solita serata a tre. Lei è arrivata all’improvviso, tutta bagnata dalla pioggia che scendeva. E’ uno schifo quando a dicembre piove. Fa un freddo cane. Bussa alla porta e chiede di entrare. La faccio accomodare nel salotto/camera da letto/ cucinino. Non si stupisce nemmeno del disordine. Grazie a Dio non lo commenta. Mi chiede un bicchiere d’acqua. Glielo porgo. Io bevo uno scotch. Parliamo per venti minuti circa del niente. Non sembra quasi che era da maggio che non ci vedevamo. La conobbi a febbraio dell’anno scorso, dopo un paio di ore eravamo già a letto. Lei era diversa. Per prima cosa non beveva, non si prostituiva. Era una persona normale, sempre che questo termine abbia ancora un senso al giorno d’oggi. La nostra fu una bella storia. Tre mesi molto intensi. In teoria dovevo smettere di bere, trovarmi un lavoro, e poi potevamo anche fare un piccolo grande passo: affittare un appartamento in centro. Lei ancora studiava. Credo continui a farlo. Vuole diventare una stilista, o qualcosa del genere. Non ho mai visto un suo disegno. Sta di fatto che come dal nulla è arrivata nel nulla è finita. Sette mesi senza sentirla, senza avere sue notizie, e stasera me la ritrovo alla mia porta. Non potevo non farla entrare.
    Continuiamo a scopare per una ventina di minuti circa. Poi credo di essere venuto. L’alternativa è che ho pisciato nel preservativo. Sta di fatto che lo scambio di effusioni è finito. Accendo una sigaretta. Lei mi abbraccia il collo. Stringe forte. Adoro quando fa così. Dice qualcosa di dolce, ma sono troppo preso dai miei pensieri per ascoltarla. Ecco sorgere il dubbio. Perché è tornata. Cosa vuole da me? Non mi ha forse procurato già abbastanza dolore coi suoi comportamenti?Con queste domande che ciondolavano nella mia testa, spengo la sigaretta, rivolgo gli occhi a lei, e le dico: “E’ stato un piacere rivederti. Quando vuoi ritornare sai dove trovarmi”. “Va bene, allora ciao”. Giusto il tempo di vestirsi, darmi un bacio ed era fuori dalla porta.  Era abbastanza chiaro. Volevo che se ne andasse. Volevo abbracciare la mezza bottiglia rimasta e dormire un po’. Domani sarebbe stato un nuovo giorno, e non sapevo proprio cosa aspettarmi dal sorgere del sole.