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Racconti di Isaac Ciocca

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  • 19 luglio 2010
    Imitando Chinaski

    Come comincia: Un bicchiere. Poi un bacio. La conferma.  Sono sveglio. Non riuscivo a crederci. Avevo paura a farlo. Certe volte si preferisce tenere gli occhi chiusi, quasi si avesse paura di vivere in un sogno. Il risveglio è drastico. Da suicidio. Certi dolori pungono così forte da non riuscire a guardarli. Si spera solo che tutto finisca nel più breve tempo possibile. Ci promettiamo di smettere ogni volta che tocchiamo il fondo, ma il giorno successivo è di nuovo lì che siamo. Sul confine.
    E’ incredibile. Nemmeno nei momenti gioiosi riesco a non pensarci. Ormai è un sodalizio, un matrimonio a tre. Io, la droga, la tristezza. Ho versato così tante lacrime da dubitare di averne ancora. La droga. Si devi ammetterlo. Solo perché non ti buchi, non tiri dal naso, non fumi marijuana, non significa che non sei un tossico. Guarda. Guarda quella bottiglia. E’ ancora mezza piena. Dai, dimostra che sei superiore, versala ai piedi del letto. Non ci riesci vero?
    Cazzo. Lei mi sta baciando. Erano mesi che non succedeva. Le mie labbra erano perennemente bagnate, ma di ben altro liquido. Bevevo dalla bocca per vomitare dagli occhi. L’alcol. L’unico vero amico che mi era rimasto. L’unico sempre presente. Poteva mancare il cibo, poteva mancare la carta igienica nel bagno, ma lui potete starne certi che c’era sempre. Lui e le sigarette. Altre amiche di vecchia data. Ricordo ancora i bei tempi. Mettere tutto in un sacchetto di nailon e poi nasconderlo nei luoghi più impensabili. Ero giovane, potevo permettermi certe stronzate.
    Proprio non capisco. Resto fermo, inerte. Perché non muovo un dito. Perché non le dico che l’amo? Ho ancora troppa paura. Troppa fottutissima paura di perderla. Che poi non è lei che ho paura di perdere, alla fine le donne sono tutte uguali. Un insieme di tette e di capelli con un paradiso in mezzo alle cosce e segatura dentro alla testa. I suoi baci, le sue parole, le sue carezze. Quelle sì che non voglio perderle. Quelle mani che mi sfiorano la barba sfatta. Quei suoni sussurrati all’orecchio. Quella lingua che massaggia il mio corpo sudato.
    Devo ammetterlo. Faceva pompini da urlo. Non che lo prendesse tutto in bocca, anzi. Ne metteva appena 5 o 6 centimetri dentro, 7 al massimo. Il suo pregio era un altro. Poteva succhiartelo per un pomeriggio intero senza smettere mai. Ore e ore di su e giù, su e giù. Che sensazione. Riuscivo a vedere tutti i colori dell’universo quando sentivo quel calore morbido intorno al mio pene. Dopo un po’ mi mancava sempre il respiro. A lei piaceva. La divertiva vedermi finire in iperventilazione. Godere ad alta voce come le attrici dei film porno.
    Oh cazzo. Si è sbottonata la camicetta. Non vorrà mica scopare? Non lo sa che il mio uccello ha smesso di volare da tempo immemore? Trascurando un paio di serate passate con delle non ricordo bene chi conosciute non ricordo bene dove a fare non ricordo bene cosa, era dall’ultima volta che ci siamo visti che non facevo sesso con una donna. Almeno non come Dio comanda.  Sono passate ben tre stagioni da quell’ultima volta, era primavera, ora siamo a dicembre. E’ passato talmente tanto tempo da quel giorno che credevo che fare sesso fosse passato di moda.
    Sta di fatto che ora siamo nudi. Lei mi chiede dove tengo i profilattici. “In soffitta nella scatola degli oggetti che non uso più” mi verrebbe da dirle. Ma per fortuna ne tengo sempre un paio nel comodino. Infilo l’unico impermeabile che invece di proteggere dalla pioggia la trattiene, ed inizia il solito tram tram. La routine. Si, di routine si tratta. Ho talmente tanto alcol nel corpo che nemmeno mi accorgo di cosa sto facendo. E’ come dare colpi nel vuoto. L’unica differenza è quel crescendo di “ah” sommessi che lei emette ogni volta che do un colpo.
    Non mi aspettavo visite questa sera. Doveva essere la solita serata a tre. Lei è arrivata all’improvviso, tutta bagnata dalla pioggia che scendeva. E’ uno schifo quando a dicembre piove. Fa un freddo cane. Bussa alla porta e chiede di entrare. La faccio accomodare nel salotto/camera da letto/ cucinino. Non si stupisce nemmeno del disordine. Grazie a Dio non lo commenta. Mi chiede un bicchiere d’acqua. Glielo porgo. Io bevo uno scotch. Parliamo per venti minuti circa del niente. Non sembra quasi che era da maggio che non ci vedevamo. La conobbi a febbraio dell’anno scorso, dopo un paio di ore eravamo già a letto. Lei era diversa. Per prima cosa non beveva, non si prostituiva. Era una persona normale, sempre che questo termine abbia ancora un senso al giorno d’oggi. La nostra fu una bella storia. Tre mesi molto intensi. In teoria dovevo smettere di bere, trovarmi un lavoro, e poi potevamo anche fare un piccolo grande passo: affittare un appartamento in centro. Lei ancora studiava. Credo continui a farlo. Vuole diventare una stilista, o qualcosa del genere. Non ho mai visto un suo disegno. Sta di fatto che come dal nulla è arrivata nel nulla è finita. Sette mesi senza sentirla, senza avere sue notizie, e stasera me la ritrovo alla mia porta. Non potevo non farla entrare.
    Continuiamo a scopare per una ventina di minuti circa. Poi credo di essere venuto. L’alternativa è che ho pisciato nel preservativo. Sta di fatto che lo scambio di effusioni è finito. Accendo una sigaretta. Lei mi abbraccia il collo. Stringe forte. Adoro quando fa così. Dice qualcosa di dolce, ma sono troppo preso dai miei pensieri per ascoltarla. Ecco sorgere il dubbio. Perché è tornata. Cosa vuole da me? Non mi ha forse procurato già abbastanza dolore coi suoi comportamenti?Con queste domande che ciondolavano nella mia testa, spengo la sigaretta, rivolgo gli occhi a lei, e le dico: “E’ stato un piacere rivederti. Quando vuoi ritornare sai dove trovarmi”. “Va bene, allora ciao”. Giusto il tempo di vestirsi, darmi un bacio ed era fuori dalla porta.  Era abbastanza chiaro. Volevo che se ne andasse. Volevo abbracciare la mezza bottiglia rimasta e dormire un po’. Domani sarebbe stato un nuovo giorno, e non sapevo proprio cosa aspettarmi dal sorgere del sole.