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Autore

Italo Svevo

in archivio dal 24 nov 2003

19 dicembre 1861, Trieste

13 settembre 1928, Motta di Livenza (TV)

segni particolari:
Il mio vero nome è Ettore Schmitz. Dal 1905 comincia ad andare a lezione d'inglese da… James Joyce!

mi descrivo così:
La mia opera letteraria fu sottovalutata per molto tempo. Lo stile e i temi dei miei romanzi erano troppo "moderni" perché ne fosse riconosciuto allora il giusto valore, ma è stata proprio tale modernità ad accostarmi poi ai più grandi autori europei del '900, al pari di Kafka, Musil, Proust, Joyce.

24 giugno 2013 alle ore 18:46

La coscienza di Zeno

di Italo Svevo

editore: Newton Compton

pagine: 288

prezzo: 4,50 €

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Ultima opera della trilogia, che contiene Una vita e Senilità, "La coscienza di Zeno", pubblicata nel 1923 viene considerata l’opera più importante di Italo Svevo. È infatti uno scrittore di avanguardia, che risente profondamente degli influssi di una Trieste iperattiva economicamente e fervida culturalmente. Profondamente influenzato dalle tematiche freudiane, i suoi personaggi scavano nel loro passato, incontrando impotenza e inettitudine, disagio psichico e socio ambientale. Così Zeno Cosini, il cui diario viene fatto pubblicare per vendetta dal suo psicoanalista, il dottor S. perché Zeno ha abbandonato la cura, resosi conto dell’inefficacia della psicoanalisi che rinvia sempre la soluzione in una dimensione infinita. Infatti le ossessioni di Zeno, il fumo e il complesso paterno non passano con l’analisi, ma anzi incancreniscono, come i suoi problemi relazionali con la sfera femminile, confermando la tesi di Heidegger per cui “la psicoanalisi è quella malattia che vuole curare”, secondo un giudizio che sembra condividere lo stesso Svevo. Il dottor S, che infidamente pubblica potrebbe, come credo, rimandare allo stesso Sigmund e allora anche un giudizio morale negativo cadrebbe su di lui.
Svevo esprime infatti la condanna del Positivismo in cui si era formato Freud, e insieme la crisi delle certezze della prima metà del Novecento, per  cui non si ritiene che l’uomo sia conoscibile secondo i meccanismi positivistici, ma che la terapia può indagare, ma mai curare. Ecco perché i personaggi sveviani, chiusi nei ricordi e nella rimuginazione ossessiva, si rivelano di fatto incapaci di risolvere le proprie problematiche, cadendo nella circolarità coattiva, potenziata dalla psicoanalisi stessa.
Tra tutti i personaggi Zeno è quello che più si fa portavoce del pensiero sveviano, trovando una sua personale soluzione nella destrutturazione dell’IO, ponendo così termine alle sue coazioni e spezzando i meccanismi. Rovescia quindi il rapporto tra sano e malato, dichiarando che il vero malato è il cosidetto “sano” che, chiuso nella sua ripetitiva consuetudine, non muta dall’interno il suo punto di vista e non trova una via di uscita dalla “maschera pirandellina”, mentre Zeno, costretto dalla sua inquietudine a cambiare, trova una maglia nella rete che lo stringe e riesce a pervenire ad una, seppur vaga, idea di libertà interiore. Per realizzare questo procedimento vi è la frantumazione dell’Io, come in Uno, nessuno, centomila infatti, Zeno di fatto scompare e al suo posto parla il flusso di coscienza in cui il tempo è un flusso onirico alla Bergson.
Il libro anticipando di molto le tematiche successive decadenti, attraverso la frantumazione della prosa, quasi senza segni di interpunzione, alla Berto de Il male oscuro non incontrò il favore del pubblico, come avvenne allo stesso Proust, ma lo avvicinò a scrittori e pensatori, come Kafka, Musil, Joyce, che lo fece scoprire recensendolo positivamente.

recensione di Giovanna Albi

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