username o email
password

Ti piace Aphorism?
Segnalaci su Google

Inserisci la tua e-mail per ricevere gli aggiornamenti

in archivio dal 13 feb 2001

Johann Wolfgang Von Goethe

28 agosto 1749, Francoforte sul Meno - Germania
22 marzo 1832, Weimar - Germania
Segni particolari: Tra l'altro mi piacciono l'occultismo, l'astrologia e l'alchimia.
Mi descrivo così: Antesignano del movimento "Sturm und Drang".

elementi per pagina
elementi per pagina
  • 07 febbraio 2012 alle ore 17:54
    Presenza

    Tutto è annuncio di te!
    Appare il sole radioso, e tu dietro a lui, spero.
    Esci fuori in giardino e sei rosa fra le rose,
    e sei giglio fra i gigli.
    Quando nel ballo ti muovi si muovono le stelle,
    insieme e intorno a te.
    Notte! E così sarebbe notte!
    Tu superi lo splendore soave e seducente della luna.
    Seducente e soave sei tu, e fiori,
    luna e stelle a te s’inchinano, o sole!
    Sole, sii anche per me artefice di giorni radiosi!
    Questa è vita, è eternità.

     
  • Mi batteva il cuore; svelto, a cavallo!
    E via! Con l'impeto dell'eroe in battaglia.
    La sera cullava già la terra,
    e sui monti si posava la notte;
    se ne stava vestita di nebbia la quercia,
    gigantesca guardiana, là
    dove la tenebre dai cespugli
    con cento occhi neri guardava.

    Da un cumulo di nubi la luna
    sbucava assonnata tra le nebbie;
    i venti agitavano le ali sommesse,
    sibilavano orridi al mio orecchio;
    la notte generava migliaia di mostri,
    ma io mille volte più coraggio avevo;
    il mio spirito era un fuoco ardente,
    il mio cuore intero una brace.

    Ti vidi, e una mite gioia
    passò dal tuo dolce sguardo su di me;
    fu tutto per te il mio cuore,
    fu tuo ogni mio respiro.
    Una rosea primavera
    colorava l'adorabile volto,
    e tenerezza per me, o numi,
    m'attendevo, ma meriti non avevo.

    L'addio, invece, mesto e penoso.
    Dai tuoi occhi parlava il cuore;
    nei tuoi baci quanto amore,
    oh che delizia, e che dolore!
    Partisti, e io restai, guardando a terra,
    guardando te che andavi, con umido sguardo;
    eppure, che gioia essere amati,
    e amare, o numi, che gioia!

     
  • Cara Lilli, sei stata a lungo
    tutta la gioia, tutto il mio canto;
    adesso, ahimè, sei tutto il mio dolore, eppure
    sei tutto il mio canto ancora.

     
  • Sono così assorbito nell'amore di lei,
    come avessi bevuto dal suo sangue.

     
  • 24 marzo 2006
    Da dove siamo nati?

    Da dove siamo nati?
    Dall'amore.
    Come saremmo perduti?
    Senza amore.
    Cosa ci aiuta a superarci?
    L'amore.
    Si può trovare anche l'amore?
    Con amore.
    Cosa abbrevia il pianto?
    L'amore.
    Cosa deve unirci sempre?
    L'amore.

     
  • Cupido, monello testardo!
    M'hai chiesto un riparo per poche ore,
    e quanti giorni e notti sei rimasto!
    Adesso il padrone in casa mia sei tu!

    Sono scacciato dal mio ampio letto;
    sto per terra, e di notte mi tormento;
    il tuo capriccio attizza fiamma su fiamma nel fuoco,
    brucia le scorte d'inverno
    e arde me misero.

    Hai spostato e scompigliato gli oggetti miei,
    io cerco, e sono come cieco e smarrito.
    Strepiti senza ritegno, e io temo che l'animula
    fugga via per sfuggire te, e abbandoni questa capanna.

     
  • Sapete
    come vi darei epigrammi a non finire?
    Basta portarmi via, lontano dal mio amore.

     
  • 24 marzo 2006
    Mentre andavo

    Andavo per i campi
    così, per conto mio,
    e non cercare niente
    era quello che volevo.

    E lì c'era un fiorellino,
    subito lì, vicino,
    che nella vita mai
    ne vidi uno più bello.

    Volevo coglierlo,
    ma il fiore mi disse:
    possiedo radici,
    e sono ben nascoste.

    Giù nel profondo
    sono interrato;
    per questo i miei fiori
    son belli tondi.

    Non so amoreggiare,
    non so adulare;
    non cogliermi devi,
    ma trapiantare.

     
  • 24 marzo 2006
    Davanti al tribunale

    Da chi l'ho avuto non ve lo dico,
    il figlio che è nel mio grembo.
    " Che schifo", sputerete, "bella sgualdrina!"
    Ma una donna perbene io resto.

    A chi mi sono data, non ve lo dico.
    Il mio tesoro è buono e caro,
    sia che porti una collana d'oro,
    o un cappello di paglia sul capo.

    Se si deve subire dileggio e scherno,
    sopporto lo scherno io sola.
    Io lo conosco bene, lui mi conosce bene
    e anche Dio sa della cosa.

    Signor parroco e signor balivo,
    vi prego, lasciatemi in pace!
    È mio figlio, resta mio figlio,
    nulla vi potrà costare.

     
  • 24 marzo 2006
    Il pescatore

    L'acqua scrosciava, l'acqua si gonfiava,
    e lì accanto c'era un pescatore,
    guardava l'amo in tutta calma,
    freddo sino al fondo del cuore.

    E mentre siede e mentre ascolta,
    si leva l'onda e si apre;
    dall'acqua che si agita scroscia
    una donna tutta stillante.

    A lui un canto rivolse e le parole:
    "Perché attiri con l'arte
    dell'umana malizia la mia prole,
    su, nella vampa della morte?

    Se sapessi come il piccolo pesce
    sta sul fondo, beato,
    scenderesti quaggiù, così come sei,
    non saresti più malato.

    Il caro sole, e la luna, non trova
    nel mare il suo ristoro?
    Sull'alito del flutto non torna
    a noi più bello il suo volto?

    Il cielo profondo non ti attrae,
    l'umida azzurrità trasfigurata?
    Il tuo volto stesso non ti attrae
    qui nell'eterna rugiada?".

    L'acqua scrosciava, l'acqua si gonfiava,
    bagnandogli il piede nudo;
    e la nostalgia del suo cuore era tanta,
    come quando la bella gli dava il saluto.

    A lui rivolse le parole e il canto;
    allora fu un uomo finito:
    in parte lo trasse, in parte era pronto
    a cadere, e non fu mai più visto.

     
  • 24 marzo 2006
    Il re degli Elfi

    Chi cavalca così tardi per la notte e il vento?
    È il padre con il suo figlioletto;
    se l'è stretto forte in braccio,
    lo regge sicuro, lo tiene al caldo.

    "Figlio, perché hai paura e il volto ti celi?"
    "Non vedi, padre, il re degli Elfi?
    Il re degli Elfi con la corona e lo strascico?"
    "Figlio, è una lingua di nebbia, nient'altro"

    "Caro bambino, su, vieni con me!
    Vedrai i bei giochi che farò con te;
    tanti fiori ha la riva, di vari colori,
    mia madre ha tante vesti d'oro"

    "Padre mio, padre mio, la promessa non senti,
    che mi sussurra il re degli Elfi?"
    "Stai buono, stai buono, è il vento, bambino mio,
    tra le foglie secche, con il suo fruscio"

    "Bel fanciullo, vuoi venire con me?
    Le mie figlie avranno cura di te.
    Le mie figlie di notte guidano la danza
    ti cullano, ballano, ti cantano la ninna-nanna"

    "Padre mio, padre mio, in quel luogo tetro non vedi
    laggiù le figlie del re degli Elfi?"
    "Figlio mio, figlio mio, ogni cosa distinguo;
    i vecchi salci hanno un chiarore grigio"

    "Ti amo, mi attrae la tua bella persona,
    e se tu non vuoi, ricorro alla forza"
    "Padre mio, padre mio, mi afferra in questo istante!
    Il re degli Elfi mi ha fatto del male!".

    Preso da orrore il padre veloce cavalca,
    il bimbo che geme, stringe fra le sue braccia,
    raggiunge il palazzo con stento e con sforzo,
    nelle sue braccia il bambino era morto.

     
  • 24 marzo 2006
    Il re di Thule

    Un re in Thule c'era
    fedele fino alla tomba,
    morendo la sua bella
    gli diede un'aurea coppa.

    Nulla gli era più caro,
    nei banchetti ci beveva ogni volta,
    spuntava nei suoi occhi il pianto,
    se beveva da questa coppa.

    Enumerò, la morte era prossima,
    le città e i domini che aveva,
    lasciò agli eredi ogni cosa,
    ma la coppa insieme non c'era.

    Sedeva, in mezzo a tanti
    cavalieri, al banchetto regale,
    nell'eccelsa sala degli avi,
    là, nel castello sul mare.

    Qui il vecchio bevitore bevve
    della vita l'ultimo ardore,
    e gettò la coppa sacra
    giù in mezzo alle onde.

    La vide cadere, riempirsi,
    sparire nel mare più profondo.
    Gli occhi gli si spensero
    e lui non vi bevve più un sorso.

     
  • 24 marzo 2006
    La danza macabra

    Il campanaro, lui a mezzanotte
    sulla fila di tombe china lo sguardo:
    la luna ha diffuso dovunque il chiarore,
    è come se fosse giorno nel camposanto.
    Si muove una tomba, un'altra, e dopo
    vengono fuori, una donna, ecco, un uomo,
    in candidi sudari con lo strascico.

    Si stira i malleoli – vogliono divertirsi
    subito – per il girotondo quella brigata
    di poveri e di giovani, di vecchi e di ricchi;
    ma gli strascichi sono di inciampo alla danza.
    E poiché qui il pudore non ha più da dare
    ordini, tutti si scuotono: sparse
    giacciono sui tumuli le camiciole.

    Ora il femore salta, la gamba si scrolla,
    si danno contorte movenze, e frammezzo
    ogni tanto si scricchia e si crocchia,
    come se le bacchette battessero il tempo.
    Per il campanaro la scena è così comica!
    E il tentatore, il burlone, gli mormora:
    "Vai a prenderti uno dei lenzuoli funebri!".

    Detto fatto! E lui in fretta si rifugia
    dietro porte consacrate. Limpido
    è sempre il chiarore della luna
    sulla danza che fa raccapriccio.
    Ma alfine si dilegua uno dopo l'altro,
    se ne va ravvolto nel suo sudario,
    ed ecco, è sotto la zolla erbosa.

    In coda sgambetta e inciampa uno soltanto
    e brancola vicino alle tombe e le aggraffa;
    ma la grave offesa non è di un compagno,
    lui fiuta il panno per aria.
    Lo ricaccia la porta della torre, che scuote,
    adorna e benedetta, per la buona sorte
    del campanaro: riluce di croci metalliche.

    Deve avere la camicia, ma non si ferma,
    pensarci a lungo non è necessario;
    ora quel coso il fregio gotico afferra
    e s'arrampica di pinnacolo in pinnacolo.
    Per il poveretto, per il campanaro, è finita!
    Lui s'inerpica, di voluta in voluta,
    simile a un ragno dalle lunghe zampe.

    Il campanaro sbianca, il campanaro trema,
    ora vorrebbe rendergli il lenzuolo.
    Adesso – per lui è l'ora estrema –
    un uncino di ferro aggranfia l'orlo.
    Si dilegua la luce, s'intorbida la luna,
    la campana tuona un possente tocco dell'una,
    e lo scheletro in basso si sfracella.

     
  • 24 marzo 2006
    La filatrice

    Mentre filavo quieta e in silenzio,
    senza fermarmi neanche una volta,
    venne un uomo giovane e bello
    vicino alla mia rocca.

    Lodava cose degne di lode,
    in questo c'era forse del male?
    Simili al lino le mie chiome,
    e il filo così uguale.

    Lui non rimase tranquillo,
    non mi volle lasciare com'ero;
    e in due si ruppe il filo
    che avevo serbato da tempo.

    E tanto filo ci fu
    ancora, in grandi masse;
    ma non avevo più
    motivo per vantarmene.

    Quando lo portai dal tessitore,
    sentii qualcosa agitarsi,
    e batteva il mio povero cuore
    con battiti più rapidi.

    Sotto un sole che è un tormento,
    ora porto a imbiancare il lino,
    e a fatica mi piego
    sullo stagno più vicino.

    Il filo che nella stanzetta
    ho filato in silenzio, così sottile...
    La sua sorte sarà mai diversa?
    Verrà alla luce del sole alla fine.

     
  • 24 marzo 2006
    Presenza

    Tutto è annuncio di te!
    Appare il sole radioso,
    e tu dietro a lui, spero.

    Esci fuori in giardino
    e sei rosa fra le rose,
    e sei giglio fra i gigli.

    Quando nel ballo ti muovi
    si muovono le stelle,
    insieme e intorno a te.

    Notte! E così sarebbe notte!
    Tu superi lo splendore
    soave e seducente della luna.

    Seducente e soave sei tu,
    e fiori, luna e stelle
    a te s'inchinano, o sole!

    Sole, sii anche per me
    artefice di giorni radiosi!
    Questa è vita, è eternità.

     
  • Io penso a te quando dal seno del mare
    il sole sorge e i suoi raggi dardeggia;
    io penso a te quando al chiarore lunare
    l'onda serena biancheggia.
    Io penso a te quando sale la polvere
    lungo il lontano sentiero,
    e nella notte oscura, quando al passeggero
    sul ponte il cuore balza di paura.

     
  • 24 marzo 2006
    Annette al suo amato

    Ho visto Doride accanto a Damota,
    Lui le prese teneramente la mano.
    Si guardarono fissi negli occhi, poi
    guardarono in giro, che non vegliassero genitori;
    e poiché non videro nessuno,
    svelti - ma bene -
    fecero come facciamo noi.