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in archivio dal 26 apr 2007

John Donne

1572, Londra
1631, Londra
Segni particolari: Celeberrimi sono i miei versi di "Nessun uomo è un'isola" contenuti in "Meditation XVII" e citati da Ernest Hemingway in "Per chi suona la campana" e da Nick Hornby in "Un ragazzo" (About a Boy).
Mi descrivo così: Sono stato uno dei maggiori autori inglesi di poesia metafisica. Fui anche un religioso e, come tale, ricoprii il ruolo di decano della cattedrale londinese di St.Paul. Scrissi sermoni e poemi di carattere religioso, traduzioni latine, epigrammi, elegie, canzoni e sonetti.

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  • 02 marzo 2012 alle ore 11:58
    Il fiore

    Ben poco ti preoccupi, povero fiore,
    che ho osservato per sei o sette giorni,
    e ho visto la tua nascita, e ho visto quanto ogni ora donava
    al tuo sviluppo, affinché tu crescessi fino a questa altezza,
    e ora che su questo ramo tu trionfi e ridi,
    ben poco ti preoccupi
    che gelerà fra breve, e che domani
    ti troverò caduto, o non ti troverò per nulla.
    Ben poco ti preoccupi, povero cuore,
    che ancora fatichi a costruirti un nido,
    e pensi qui svolando di conquistarti un luogo
    su un albero vietato o che a te si rifiuta,
    e speri di piegare, in un lungo assedio, la sua rigidezza:
    ben poco ti preoccupi,
    che prima che si desti il sole, domani mattina,
    dovrai con questo sole e insieme a me metterti in viaggio.
    Ma tu, che ami essere
    sottile a tormentarti, dirai:
    ahimè, se tu devi partire a me che importa?
    Qui son le mie faccende, qui voglio restare;
    tu vai da amici il cui affetto e i cui mezzi
    altro piacere arrecano
    agli occhi tuoi, agli orecchi, alla lingua, a ogni parte di te.
    Se quindi parte il tuo corpo, che bisogno hai di un cuore?
    Bene, allora rimani: ma sappi,
    quando sarai rimasto, e fatto del tuo meglio:
    un cuore nudo e pesante, che non fa mostra di sè,
    per una donna non è che una specie di spettro;
    come potrà conoscere il mio cuore; o non avendo cuore
    in te riconoscerne uno?
    La pratica le può insegnare a conoscere altre parti,
    ma, parola mia, non a conoscere un cuore.
    Vienimi incontro a Londra, allora,
    fra venti giorni, e mi potrai vedere
    più fresco e grasso, per la compagnia degli uomini,
    che se fossi rimasto insieme a te e a lei.
    Per amore di Dio, se ti è possibile, segui il mio esempio:
    laggiù ti vorrei dare
    a un altro amico, che si mostrerà felice
    di avere tanto il mio corpo quanto la mia anima.

     
  • 02 marzo 2012 alle ore 11:56
    Versi di Congedo, a vietarle il lamento...

    Siano pur due, lo sono come i rigidi
    gemelli del compasso sono due:
    la tua anima il piede fisso che all'apparenza
    immoto muove al moto del compagno.
    E, se pure dimori nel suo centro,
    quando l'altro si spinge lontano,
    piega e lo segue intento,
    tornando eretto quando torna al centro.
    Così tu sei per me che debbo, simile
    all'altro piede, obliquamente correre:
    con la tua fermezza chiude giustamente il mio cerchio
    e al mio principio mi riporta sempre.

     
  • 02 marzo 2012 alle ore 11:55
    Contro la morte

    Morte, non essere troppo orgogliosa, se anche
    qualcuno ti chiama terribile e possente
    Tu non lo sei affatto: perché
    quelli che pensi di travolgere
    in realtà non muoiono, povera morte, né puoi uccidere me.
    Se dal riposo e dal sonno, che sono tue immagini,
    deriva molto piacere, molto più dovrebbe derivarne da Te, con cui proprio i nostri migliori se ne vanno,
    per primi, tu che riposi le loro ossa e ne liberi l'anima.
    Schiava del caso e del destino, di re e disperati,
    Tu che dimori con guerra e con veleno, con ogni infermità,
    l'oppio e l'incanto ci fanno dormire ugualmente,
    e molto meglio del colpo che ci sferri.
    Perché tanta superbia?
    Perché tanta superbia? Trascorso un breve sonno,
    eternamente, resteremo svegli, e la morte
    non sarà più, sarai Tu a morire.

     
  • 26 aprile 2007
    Infinità d'amore

    Se ancor non ho tutto l'amore tuo,
    cara, giammai tutto l'avrò;
    non posso esalare un altro sospiro per intenerirti,
    né posso implorare un'altra lacrima a che sgorghi;
    ormai tutto il tesoro che avevo per acquistarti
    - sospiri, lacrime, e voti e lettere - l'ho consumato.
    Eppure non può essermi dovuto
    più di quanto fu inteso alla stipulazione del contratto;
    se allora il tuo dono d'amore fu parziale,
    si che parte a me toccasse, parte ad altri,
    cara giammai tutta ti avrò

    Ma se allora tu mi cedesti tutto,
    quel tutto non fu che il tutto di cui allora tu disponevi;
    ma se nel cuore tuo, in seguito, sia stato o sarà
    generato amor nuovo, ad opera di altri,
    che ancor possiedono intatte le lor sostanze, e possono di lacrime,
    di sospiri, di voti, di lettere, fare offerte maggiori,
    codesto amore nuovo può produrre nuove ansie,
    poiché codesto amore non fu da te impegnato.
    Eppur lo fu, dacché la tua donazione fu totale:
    il terreno, cioè il tuo cuore, è mio; quanto ivi cresca,
    cara, dovrebbe tutto spettare a me.

    Tuttavia ancor non vorrei avere tutto;
    chi tutto ha non può aver altro,
    e dacché il mio amore ammette quotidianamente
    nuovo accrescimento, tu dovresti avere in serbo nuove ricompense;
    tu non puoi darmi ogni giorno il tuo cuore:
    se puoi darlo, vuol dire che non l'hai mai dato.
    IL paradosso d'amore consiste nel fatto che, sebbene il tuo cuore si diparta,
    tuttavia rimane, e tu col perderlo lo conservi.
    Ma noi terremo un modo più liberale
    di quello di scambiar cuori: li uniremo; così saremo
    un solo essere, e il Tutto l'un dell'altro.

     
  • 26 aprile 2007
    Alchimia d'amore

    Chi più di me ha scavato nel profondo la miniera d'Amore,
    dice, dove risiede il centro della sua felicità:
    ho amato, ho conquistato e detto,
    ma se dovessi amare, conquistare e dire, finchè non sarò vecchio,
    non potrei mai comprendere quel nascosto mistero;
    oh, non è che impostura tutto quanto:
    e come nessun alchimista ha potuto scoprire l'Elisir,
    ma ugualmente glorifica il suo fecondo vaso
    se per caso gli accade di scoprire
    qualche odorosa sostanza, o nuova medicina,
    così gli amanti sognano un godimento ricco e prolungato,
    ma non trovano altro che una notte estiva simile all'inverno.
    La nostra pace, il denaro, l'onore e il nostro giorno,
    questo noi pagheremo, per questa vana ombra di una bolla d'aria?
    In questo ha fine amore, che ogni uomo
    può essere felice come me se può sostenere
    la breve vergogna di una farsa nuziale?
    Quell'infelice amante che afferma
    non essere i corpi a sposarsi, ma solo gli spiriti,
    e che pretende trovare in lei un Angelo,
    in egual modo esatto parlerebbe dicendo di udire
    nel quotidiano e rozzo strimpellare roco il suono delle celesti sfere.
    Non sperare che la donna possegga intelligenza, al massimo
    ha estro e dolcezza, e non è, una volta posseduta, altro che vuota forma.

     
  • 26 aprile 2007
    Il sogno

    Per nessun altro, amore, avrei spezzato
    questo beato sogno.
    Buon tema per la ragione,
    troppo forte per la fantasia.
    Sei stata saggia a svegliarmi. E tuttavia
    tu non spezzi il mio sogno, lo prolunghi.
    Tu così vera che pensarti basta
    per fare veri i sogni e storia le favole.
    Entra tra queste braccia. Se ti sembrò
    più giusto per me non sognare tutto il sogno,
    ora viviamo il resto.

    Come un lampo o un bagliore di candela
    i tuoi occhi, non già il rumore, mi destarono.
    Così (poichè tu ami il vero)
    io ti credetti sulle prime un angelo.
    Ma quando vidi che mi vedevi in cuore,
    che conoscevi i miei pensieri meglio di un angelo,
    quando interpretasti il sogno, sapendo
    che la troppa gioia mi avrebbe destato
    e venesti, devo confessare
    che sarebbe stato sacrilegio crederti altro da te.

    Il venire, il restare ti rivelò: tu sola.
    Ma ora che ti allontani
    dubito che tu non sia più tu.
    Debole quell'amore di cui più forte è la paura,
    e non è tutto spirito limpido e valoroso
    se è misto di timore, di pudore, di onore.
    Forse, come le torce
    sono prima accese e poi spente, così tu fai con me.
    Venisti per accendermi, vai per venire. E io
    sognerò nuovamente
    quella speranza, ma per non morire.