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in archivio dal 15 nov 2001

John Keats

31 ottobre 1795, Londra - Inghilterra
23 febbraio 1821, Roma
Segni particolari: Ma sapete che sono un farmacista, morto di TBC a 26 anni?
Mi descrivo così: Ambizioso e testardo, avrei voluto lasciarvi qualche cosa di più… mi dispiace.

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  • 17 febbraio 2012 alle ore 11:44
    Dici di amarmi

    Dici di amarmi, ma con un sorriso freddo come un'alba di settembre. Mi sorridi, lo vedo, ma il tuo sorriso non mi scalda. Dici di volermi bene, ma il tuo bene non mi abbraccia. Invece questo vorrei da te, un'amore da poter infilare come un morbido, carezzevole, soffice maglione di lana. Ne sei capace!?... Oh, amami davvero!

     
  • 16 maggio 2011 alle ore 15:33
    La dolcezza di quel viso

    Lo sfavillio del suo sguardo splendente
    E quel seno, terrestre paradiso.

    Mai più felice sarà la vista mia,
    Ché ha perso il visibile ogni sapore:
    Perduto è il piacere della poesia,
    L'ammirazione per il classico nitore.

    Sapesse lei come batte il mio cuore,
    Con un sorriso ne lenirebbe la pena,
    E sollevato ne sentirei la dolcezza,
    La gioia, mescolata col dolore.

    Come un toscano perduto in Lapponia,
    Tra le nevi, pensa al suo dolce Arno,
    Così sarà lei per me in eterno
    L'aura della mia memoria.

     
  • 16 maggio 2011 alle ore 15:29
    Non pensarci, mia cara

    Non pensarci, mia cara,
    Non pianger più:
    a sospirare impara,
    e di non tornare, diglielo tu!

    Dolcezza mia, non impallidire,
    Non mostrare il volto triste e sconsolato:
    Oppure, se vuoi, spargi pure una lacrima - se n'è andato -
    Si, certo, era nato per morire!

    Ancora cosi pallida? Piangi pure, allora, a profusione,
    Che le lacrime tue conterò nel sentire:
    Saranno per te una benedizione
    Negli anni a venire!

    Vedi? A lasciato i tuoi occhi più sfavillanti
    d'un soleggiato ruscello,
    e le tue melodie sussurranti
    Son ancora più dolci di quello!

    Pure, poiché lacrime e pianto son seguaci
    Delle gioie fuggenti,
    Insieme piangiamo: ma le note dolenti
    Del rimpianto intrecciate sian di baci.

     
  • D'oro una penna datemi, e lasciate
    che in limpidi e lontane regioni
    sopra mucchi di fiori io mi distenda;
    portatemi più bianca di una stella
    o di una mano d'angelo inneggiante
    quando fra corde argentee la vedi
    di arpe celesti, un'asse per scrittoio;
    e lasciate li' accanto correr molti
    carri color di perla, vesti rosa,
    e chiome a onda, e vasi di diamante,
    e ali intraviste, e sguardi penetranti.
    Lasciate intanto che la musica erri
    ai miei orecchi d'intorno; e come quella
    ogni cadenza deliziosa tocca,
    lasciate che io scriva un verso pieno
    di molte meraviglie delle sfere,
    splendido al suono: con che altezze in gara
    il mio spirito venne! ne' contento
    e' di restare cosi' presto solo.

     
  • Mai la terrestre poesia non muore.
    Quando tutti gli uccelli al solleone
    vengono meno e stan nascosti in mezzo
    la frescura degli alberi, una voce
    corre di siepe in siepe intorno al prato
    su cui appena passò rasa la falce:
    è del grillo dei campi, il capintesta
    nel tripudio d'estate, mai godere
    non cessa, perché quando a giuochi e' stanco
    posa con agio sotto una grata erba.
    Fine non ha la poesia terrestre.
    D'inverno, in una sera solitaria,
    quando il silenzio e' opera del gelo,
    strepe fuor della stufa il suon del grillo
    del focolare che col caldo sempre
    viene crescendo, e a uno che smarrito
    a mezzo sta fra sonno e veglia, il canto
    par del grillo dei campi ai colli erbosi.

     
  • 27 marzo 2006
    Le stagioni umane

    Quattro stagioni fanno intero l'anno,
    quattro stagioni ha l'animo dell'uomo.
    Egli ha la sua robusta Primavera
    quando coglie l'ingenua fantasia
    ad aprire di mano ogni bellezza;
    ha la sua Estate quando ruminare
    il boccone di miel primaverile
    del giovine pensiero ama perduto
    di volutta', e cosi' fantasticando,
    quanto gli e' dato approssimarsi al cielo;
    e calmi ormeggi in rada ha nel suo Autunno
    quando ripiega strettamente le ali
    pago di star cosi' a contemplare
    oziando le nebbie, di lasciare
    le cose belle inavvertite lungi
    passare come sulla siglia un rivo.
    Anche ha il suo Inverno di sfiguramento
    pallido, senno' forza gli sarebbe
    rinunciare alla sua mortal natura.

     
  • 27 marzo 2006
    Al sonno

    O soave che balsamo soffondi
    alla quieta mezzanotte, e serri
    con attente e benevole le dita
    gli occhi nostri del buio compiaciuti,
    protetti dalla luce, avvolti d'ombra
    nel ricovero di un divino oblio.
    O dolcissimo sonno! se ti piace
    chiudi a metà di questo, che è tuo, inno
    i miei occhi in vedetta, o attendi l'Amen
    prima che il tuo papavero al mio letto
    largisca in carità il suo dondolio.
    Poi salvami, altrimenti il giorno andato
    lucido apparirà sul mio guanciale
    di nuovo, producendo molte pene,
    salvami dall'alerte coscienza
    che viepiù insignorisce il suo vigore
    causa l'oscurità, scavando come
    una talpa. Volgi abile la chiave
    nella toppa oliata e dà il sigillo
    allo scrigno, che tace, del mio cuore.

     
  • 27 marzo 2006
    Sulla Gloria

    Quale febbre ha mai l'uomo! che guardare
    ai suoi giorni mortali con il sangue
    temperato non sa, che tutto sciupa
    le pagine del libro della vita
    e deruba virtù al suo buon nome.
    E' come se la rosa si cogliesse
    da sé; o quand'è matura la susina
    la sua scura lanugine raschiasse;
    o a guisa di un folletto impertinente
    la Naiade oscurasse la splendente
    sua grotta di una tenebra fangosa.
    Ma sullo spino lascia sé la rosa,
    che vengano a baciarla i venti e grate
    se ne cibino le api: e la susina
    matura indossa sempre la sua veste
    bruna, il lago non tocco ha di cristallo
    la superficie. Perché dunque l'uomo,
    importunando il mondo per averne
    grazia, deve sciupar la sua salvezza
    in obbedienza a un rozzo, falso credo?

     
  • 27 marzo 2006
    A mio fratello Giorgio

    Molti prodigi ho veduto stamane:
    il sole, che col primo bacio terse le lacrime
    dagli occhi dell'aurora; le corone d'alloro
    degli eletti, chine sull'aureo manto della sera;
    l'oceano, verdeazzurro, sterminato,
    e scogli, navi, grotte, aneliti e terrori;
    e la sua voce arcana che, a chi l'ode,
    fa meditare quello che sarà o è stato.
    E anche ora, Giorgio, che ti dedico il verso,
    Cinzia fra coltri di seta appena si profila,
    come fosse una sposa alla sua prima notte,
    e lascia intravedere le amorose giostre.
    Ma che sarebbero i prodigi in mare e cielo
    senza averti compagno al mio pensiero?

     
  • 27 marzo 2006
    A...

    Se avessi le forme di un bel corpo virile,
    sottili i miei sospiri potrebbero echeggiare,
    come in tornito avorio, al tuo orecchio,
    trovando via al tuo cuore gentile - passione
    bene mi armerebbe all'impresa. Ma, ahimé!
    non sono il cavaliere che uccide l'avversario,
    corazza non risplende sul mio petto elato,
    né sono l'ingenuo pastore della valle,
    le cui labbra han tremato per occhi di fanciulla.
    Eppure devo delirare per te, dirti più dolce
    delle rose melate dell'Ibla, asperse di rugiada
    così densa che inebria. Ah! tal rugiada mi giova,
    la suggerò, cogliendola, con incanti e magia,
    quando si svela il volto pallido della luna.

     
  • Dolci le udite melodie, piu' dolci
    le non udite; dunque voi, soavi
    flauti, all'orecchio no, più care all'anima
    sonate melodie prive di suono.
    Bel ragazzo, cessare tu non puoi
    sotto gli alberi il canto, ne' quegli alberi
    essere nudi; audace amante, mai
    tu puoi baciare benche' quasi a meta;
    pur non ti dolga, ella non puo' sfiorire
    benche' tu gioia non ne colga, sempre
    tu l'amerai ed ella sara' bella.

     
  • 27 marzo 2006
    Fantasia

    Lascia sempre vagare la fantasia,
    È sempre altrove il piacere:
    E si scioglie, solo a toccarlo, dolce,
    Come le bolle quando la pioggia picchia;
    Lasciala quindi vagare, lei, l’alata,
    Per il pensiero che davanti ancor le si stende;
    Spalanca la porta alla gabbia della mente,
    E, vedrai, si lancerà volando verso il cielo.
    Dolce fantasia! Libera sii per sempre!
    Son rovinate dall’uso le gioie dell’estate,
    E appassisce il godimento della primavera
    Come i suoi fiori. Anche le bocche rosse
    Dei frutti autunnali quando tra le nebbie
    E la rugiada ardono come fanali
    Saziano a gustarle: e dunque, che fare?
    Siediti vicino al fuoco, quando
    L’arido ceppo vampeggia lucente
    Come lo spirito stesso dell’inverno,
    Quando la terra silenziosa è imbacuccata,
    E la neve rappresa è scompigliata
    Dallo zoccolo pesante del contadino,
    Quando la notte in oscura cospirazione
    S’incontra col mezzogiorno
    Per bandire la sera dal suo cielo.
    Sì, siediti qui, e con la mente
    Intimidita dall’immaginazione,
    Invia la fantasia ad un’alta missione.
    Ha vassalli al suo servizio,
    E ti porterà a scapito del gelo,
    La bellezza che la terra ha perso,
    Ti porterà accumulate
    Con quieto e misterioso furto,
    Le gioie dell’estate e i boccioli
    E le campanule di Maggio,
    L’erba rugiadosa e la frasca spinosa,
    L’opulenza doviziosa, infine dell’autunno.
    E questi piaceri mescolerà
    Con tre acconci vini in una tazza
    Che tu berrai: - e udrai
    I lontani canti dei mietitori chiari,
    Il fruscio del grano tagliato,
    I dolci uccelli inneggianti al mattino:
    E insieme, - ascolta!
    È l’allodola di Aprile, mattutina,
    Sono i corvi, con affannoso gracchiare,
    Alla ricerca di pagliuzze e fuscelli.
    Con un solo sguardo coglierai
    La margherita e il ranuncolo,
    I gigli dalle bianche piume e la prima
    Primula che sboccia sulla siepe,
    Il giacinto ombreggiato, eterno
    Re di zaffiro della metà di Maggio,
    E ogni foglia, ogni fiore
    Imperlato dallo stesso scroscio.
    Vedrai il topo di campo sbucare
    Magro dal suo sonno nella cella,
    E il serpente, sottile per l’inverno,
    Deporre su una sponda assolata la sua pelle,
    Vedrai uova di nido screziate
    Pronte ad aprirsi tra il biancospino,
    Quando l’ala della femmina riposa
    Quieta nel suo nido muschioso;
    Vedrai il tumulto e l’allarme,
    Quando l’alveare riversa fuori il suo sciame,
    E le ghiande mature tambureggiare
    Quando le brezze d’autunno cominciano a cantare.

    Dolce Fantasia! Libera sii per sempre!
    Ogni cosa è rovinata dall’uso:
    Dov’è la gota che troppo guardata
    Non sia appassita? O la fanciulla
    La cui bocca matura non sia intristita?
    C’è forse un occhio, sia pur color del cielo,
    Che a lungo andare non stanchi? C’è forse un volto
    Che in ogni luogo vorremmo incontrare?
    Una voce, sia pur dolce, che sempre
    Sia dolce udire? Si scioglie
    Solo a toccarlo, dolce, il piacere,
    Come la piaggia quando la bolla picchia.
    Lasciala vagare, lei, l’alata,
    Che alla tua mente trovi un’amata
    Dagli occhi dolci come la figlia di Cerere
    Prima che il dio del tormento
    Le insegnasse il rimprovero e lo sgomento,
    Con una vita e dei fianchi
    Come quelli D’Ebe bianchi, quando
    Sfuggendo al fermaglio d’oro si sciolse la cintura
    E giù le cadde la tunica ai suoi piedi,
    Mentre una dolce coppa lei teneva in mano –
    E Giove si sentì illanguidire – Spezza le maglie
    del serico guinzaglio, libera la fantasia,
    Rapida rompi la corda che l’avvince,
    E gioie simili ti farà avere.
    Lascia sempre vagare la fantasia,
    È sempre altrove il piacere.

     
  • 27 marzo 2006
    Alla Speranza

    Quando solo siedo al mio vecchio focolare,
    E odiosi pensieri mi vestono di tristezza,
    Quand'anche i sogni vengon a meno all'occhio della mente,
    E non ci sono fiori per la nuda brughiera della vita,
    Tu, dolce Speranza, profumami di magia:
    Sì, portami via sulle tue ali d'argento.

    Se,colto dalla notte dove i rami intrecciati
    Ecludono il raggio lucente della luna,
    Il tetro Sconforto impaurisse i miei pensieri,
    E, accigliato fuggisse la dolce Allegria,
    Ti prego, un raggio affaccia di luce per lo sconnesso
    Tetto di paglia, scaccia lo Sconforto Maledetto.

    E se la Delusione, madre dell'Angoscia,
    La figlia spingesse a predare il mio cuore sbadato,
    Quando, come un nube, sull'aria assisa
    S'appresta a colpire la vittima ammaliata,
    Tu cacciala via, dolce Speranza, col tuo viso di luce
    Spaventala, come la mattina quando terrorizza la notte.

    Quando il destino racconta, di quelli che più amo,
    Storie di dolore al mio cuore spaventato,
    Tu, Speranza, occhi di luce, la mia fantasia
    Morbosa rallegra, dammi dolce conforto:
    Illuminami di cielo, danza
    Sul mio capo con le tue ali d'argento.

    E se di genitori crudeli o d'amante spietata
    Dovesse mai squarciarmi il petto un amore infelice,
    Non lasciare che io possa credere sprecata
    La mia poesia, singhiozzata nell'aria notturna.
    Tu, dolce Speranza, profumami di magia:
    Sì, portami via sulle tue ali d'argento.

    E quando guardo la teoria dei raggi futuri,
    Fa ch'io non veda l'onore del mio paese svanire:
    Conservi l'anima la nostra terra, e la libertà,
    L'orgoglio: non voglio, Speranza, fantasmi.
    Dai tuoi occhi di luce riversa insolita radianza
    E poi coprimi, con le tue ali d'argento.

    Stupenda Libertà, grandezza in veste dimessa!
    Ch'io non scorga mai quest'alta eredità
    Dalla vile porpora della legge oppressa,
    La testa chinata, pronta a morire:
    Affacciata dal cielo, splendente,
    Te, Speranza, con ali d'argento voglio vedere apparire.

    Come quando con regalità lucente una stella
    Indora la cima chiara d'una nuvola scura
    Accendendo il mezzo volto velato del cielo,
    Così, se pensieri di tenebra il mio spirito presago
    Avvolgono in un sudario, tu dolce Speranza,
    Con ali d'argento sul mio capo, spargimi d'azzurro.

     
  • 27 marzo 2006
    Che mi ami tu lo dici

    Che mi ami tu lo dici, ma con una voce
    Più casta di quella d'una suora
    Che per sè sola i dolci vespri canta,
    Quando la campana risuona –
    Su, amami davvero!

    Che mi ami tu lo dici, ma con un sorriso
    Freddo come un'alba di penitenza,
    Suora crudele di San Cupido
    Devota ai giorni d'astinenza –
    Su, amami davvero!

    Che mi ami tu lo dici, ma le tue labbra
    Tinte di corallo insegnano meno gioia
    Dei coralli del mare,
    Mai che s'imbroncino di baci –
    Su, amami davvero!

    Che mi ami tu lo dici, ma la tua mano
    Non stringe chi teneramente la stringe;
    È morta come quella d'una statua
    Mentre la mia brucia di passione –
    Su, amami davvero!

    Su, incendiamoci di parole
    E bruciandomi sorridimi, stringimi
    Come devono gli amanti, su, baciami,
    E l'urna, poi, delle mie ceneri seppelliscila nel tuo cuore –
    Su, amami davvero!

     
  • 27 marzo 2006
    Dolci le udite melodie

    Dolci le udite melodie, più dolci
    le non udite; dunque voi, soavi
    flauti, all'orecchio no, più care all'anima
    sonate melodie prive di suono.

    Bel ragazzo, cessare tu non puoi
    sotto gli alberi il canto, né quegli alberi
    essere nudi; audace amante, mai
    tu puoi baciare benché quasi a mèta;

    pur non ti dolga, ella non può sfiorire
    benché tu gioia non ne colga, sempre
    tu l'amerai ed ella sarà bella.

     
  • Ella dimora insieme alla Bellezza,
    la Bellezza che morir deve; e insieme
    alla Gioia che tien sempre sui labbri
    la mano a dire addio; presso al Piacere
    che duole e in velen muta mentre sugge

    ape la bocca. Sì, nel tempio stesso
    del Piacere ha il sacrario la velata
    Malinconia benché la veda solo
    chi con strenua lingua sa schiacciare
    contro al palato il grappolo di gioia;

    l'anima di colui assaggerà
    la tristezza inerente al suo potere,
    e andrà fra i suoi trofei capi sospesa.

     
  • 27 marzo 2006
    Fulgida stella

    Fulgida stella, come tu lo sei
    fermo foss'io, però non in solingo
    splendore alto sospeso nella notte
    con rimosse le palpebre in eterno
    a sorvegliare come paziente
    ed insonne Romito di natura
    le mobili acque in loro puro ufficio
    sacerdotale di lavacro intorno
    ai lidi umani della terra, oppure
    guardar la molle maschera di neve
    quando appena coprì monti e pianure.

    No, eppure sempre fermo, sempre senza
    mutamento sul vago seno in fiore
    dell'amor mio, come guanciale; sempre
    sentirne il su e giù soave d'onda, sempre
    desto in un dolce eccitamento
    a udire sempre sempre il suo respiro
    attenuato, e così viver sempre,
    o se no, venir meno nella morte.

     
  • 27 marzo 2006
    Senza di te

    Non posso esistere senza di te.
    Mi dimentico di tutto tranne che di rivederti:
    la mia vita sembra che si arresti lì,
    non vedo più avanti.
    Mi hai assorbito.

    In questo momento ho la sensazione
    come di dissolvermi:
    sarei estremamente triste
    senza la speranza di rivederti presto.
    Avrei paura a staccarmi da te.

    Mi hai rapito via l'anima con un potere
    cui non posso resistere;
    eppure potei resistere finché non ti vidi;
    e anche dopo averti veduta
    mi sforzai spesso di ragionare
    contro le ragioni del mio amore.

    Ora non ne sono più capace.
    Sarebbe una pena troppo grande.
    Il mio amore è egoista.
    Non posso respirare senza di te.

     
  • Sposa ancora inviolata del silenzio,
    figlia del lento tempo e della quiete,
    narratrice silvana che più dolce
    della rima sai favole narrare;

    qual leggenda di foglie incorniciata
    abita la tua forma, di immortali
    o mortali, o di entrambi, in Tempe o nelle
    valli di Arcadia? Quali uomini o iddii

    son questi? Quali vergini restie?
    Che folle caccia e lotta per fuggire?
    Che flauti e tamburelli, che fiera estasi?

     

  • Che terribile bellezza!
    Da quest'istante strappo dalla mia mente qualsiasi altra donna"
    Terenzio, Eunuco, II, 4

    Voglio una coppa piena sino all'orlo
    E dentro annegarci l'anima:
    Riempitela d'una droga capace
    Di bandire la Donna dalla mente.

    E non voglio dell'acqua poetica, che scaldi
    I sensi al desiderio lussurioso,
    Ma una sorsata profonda
    Tracannata dalle onde del Lete,

    Per liberare con un incanto il mio
    Petto disperato dall'immagine
    Più bella che gli occhi miei festanti
    Videro, intossicandone la mente.

    È inutile – mi perseguita struggente
    La dolcezza di quel viso.
    Lo sfavillio del suo sguardo splendente
    E quel seno, terrestre paradiso.

    Mai più felice sarà la vista mia,
    Ché ha perso il visibile ogni sapore:
    Perduto è il piacere della poesia,
    L'ammirazione per il classico nitore.

    Sapesse lei come batte il mio cuore,
    Con un sorriso ne lenirebbe la pena,
    E sollevato ne sentirei la dolcezza,
    La gioia, mescolata col dolore.

    Come un toscano perduto in Lapponia,
    Tra le nevi, pensa al suo dolce Arno,
    Così sarà lei per me in eterno
    L'aura della mia memoria.