username o email
password

Ti piace Aphorism?
Segnalaci su Google

Inserisci la tua e-mail per ricevere gli aggiornamenti

Poesie di Julian Tuwim

Visita la scheda completa e tutti gli altri testi di Julian Tuwim

  • 22 marzo 2011 alle ore 15:55
    A Varsavia nell'anno 2000

    Anno ab urbe destructa
    quinquagesimo sexto.
    Ti ricorderà in un gruppo di giovani
    un anziano, di oggi bambino,
    ti ricorderà cenciaiola,
    e - incompreso - piangerà:
    che non ci sarà una migliore
    di questa orrenda, mendicante,
    di questa morsicata, gobba,
    di questa inchinata su sestessa,
    decorata come con fiori
    dal lutto alarinese...
    Quella bella ricostruita
    indifferente guarderà,
    porgerà il dito sulle labbra
    e - incompreso - si inginocchierà.
    Anno ab urbe destructa
    quinquagesimo sexto.
    E nel terzo millennio,
    e nel quarto millennio,
    e credete posteri! - In eternità.

  • 22 marzo 2011 alle ore 15:53
    Un'attesa

    Sconcertato col mio angelismo
    imito (abbastanza male) un uomo.
    E il cuore, proprio disumanamente rubizzo,
    stringo in solitudine. Sto aspettando.
    Conosco il Vangelo e la disgrazia,
    di nazioni il calpestio, sussurri di donne
    e la vecchiaia di parole, e di sogni la concezione,
    e del vino l'odore, e il fiore sulla tomba.
    E lo spirito conosco, che senza l'incarnazione
    sulla terra è come un suono sordo,
    e il corpo - inimmaginabile
    senza la grazia e lo spirito divino.
    Sto aspettando. Nella marea alta e quella bassa
    ondeggia un mormorio lontano,
    e giorno dopo giorno, come una bizzarria dopo l'altra,
    scoppia col pianto o con la voluttà.
    Scoppia con efflorescenza come le frasche,
    vola via con lo stormo di colombe.
    Ah! Le mie poesie sorprendenti!
    Ah! La mia vita, che sarà?

  • 22 marzo 2011 alle ore 15:51
    Io da te non posso, non posso

    Io da te non posso, non posso...
    Vieni tu, da me, un bosco nano.
    Oppure almeno un albero mandami,
    di Inovlozlav bosco lontano.
    Quello, sotto il quale ho abbracciato
    la felicità, la felicità, bosco di Inovlozlav!
    Quello, sul quale - dalla felicità, dalla felicità! -
    ancora non mi sono in anticipo impiccato.

  • 22 marzo 2011 alle ore 15:35
    Il Cristo della città

    Ballavano sul ponte,
    ballavano tutta la notte.
    Banditi, boia, emarginati,
    impiccati, meretrici,
    sifilitici, teppisti,
    canaglie, ladri, di vodka bevitori.
    Ballavano sul ponte,
    ballavano fino alla mane.
    Mendicanti, sgualdrine,
    matti, furbe spie,
    ballavano là per le strade,
    forche, lanterne, carogne.
    Ballavano sul ponte
    illustri clienti:
    farabutti!
    Ruffiani, vecchi licenziosi,
    autoviolentatori vergognosi.
    I piedi battevano,
    suonavano le armoniche, le fisarmoniche
    fino all'alba suonavano,
    ballavano il loro incivile:
    Avanti! Avanti!
    Divoravano, bevevano, ballavano.
    Ed era uno straniero,
    era uno sconosciuto,
    lo guardavano di sbieco,
    le spalle scrollavano,
    sputavano.
    L'hanno preso a parte:
    parlavano, parlavano, chiedevano,
    taceva.
    Gli si è avvicinato rosso rossiccio:
    - Chi sei tu?
    Taceva.
    Gli si è avvicinato un altro,
    senza il naso,
    pustoloso:
    - Chi sei tu?
    Taceva.
    Gli si è avvicinato uno sornione,
    ha borbottato:
    - Chi sei tu?
    Taceva.
    Gli si è avvicinata Maddalena:
    ha riconosciuto, ha detto ...
    Lui ha pianto ...
    Silenzio. Qualcosa sussurravano.
    A terra cadevano. Piangevano.