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in archivio dal 06 mag 2009

Laura Pozzi

20 agosto 1984, Ravenna
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  • 06 giugno 2009
    Out of the sunrise

    Come comincia: Odiava la notte. Non appena si stendeva sul letto, gli piombava addosso tutto il peso del passato. Si sentiva incollato e spalmato sul materasso, come burro sciolto sul pane caldo. Chiudendo gli occhi, vedeva solo immagini che avrebbe voluto solo dimenticare, cancellare, strappare dalla sua mente come vecchie foto ingiallite. Invece, ecco che si presentavano nuovamente e l’avrebbero fatto ancora e ancora, finché il tormento non l’avrebbe condotto alla disperazione. Lentamente, cercava di girare la testa per scacciarle, ma a ogni movimento corrispondeva un ricordo più doloroso del precedente. Quanti errori e rimorsi aveva accumulato nel corso di quarantadue anni? Tanti, troppi da sopportare per un uomo solo. Aveva raggiunto il limite… Una lacrima gli scese lungo la guancia, ferendolo come la lama di un coltello. Forse, la morte poteva essere l’unico rimedio, l’unica soluzione per non essere più schiavo dei suoi pensieri. Ma lui era un codardo ed era escluso che si suicidasse, perciò non gli restava altro che convivere con tutto questo… Le tenebre stavano sbiadendo in una tenue luce color acciaio, mentre gli uccelli parevano salutare un nuovo giorno. Possibile fosse già l’alba? Incredulo, si alzò e uscì in balcone. Il sole si stava ergendo da una spessa coltre di nubi, avvolgendo la Terra in un dolce abbraccio, mentre i suoi figli, i raggi, tingevano ogni cosa di un caldo corallo. Sotto quella luce, tutto era diverso, più bello. Inspirò profondamente e l’aria, ancora fresca e frizzante, solleticò i suoi polmoni, facendolo sorridere come non aveva mai fatto. Come aveva potuto dimenticare tutto questo? Come aveva potuto pensare che tutto quel che riguardava la sua quotidianità gli fosse dovuto? La luce, più decisa, incontrò le sue labbra e lo baciò, purificandolo dalle tenebre. Incredibilmente, sentì il cuore leggero come un fringuello e gonfio di un sentimento non esprimibile a parole. Felice di poter osservare la città che, pigramente, si animava, si rese conto di essere perdutamente innamorato della vita.

     
  • 06 maggio 2009
    La maschera

    Come comincia: Ho sempre vissuto come un vaso di creta plasmato dai capricci e voleri delle persone che frequentavo. Mi modellavano e, insoddisfatti, distruggevano per poi crearmi ancora una volta. E io non mi ero nemmeno resa conto di essermi costruita palcoscenici e maschere di ogni genere e per qualunque situazione. Mentire ed ingannare mi era così naturale che avevo finito per credere alla mia stessa recita. Ammetto che mi era comodo: non dovevo pensare, né prendere decisioni, lo facevano altri per me e io dovevo solo seguirli. Soffrivo limitatamente perché, colei che veniva ferita, era solo la parte superficiale di me, la mia Maschera. Avrei potuto continuare questa vita sino alla fine dei miei giorni, senza accorgermi di nulla, perché ero convinta che la Maschera fossi io. Ma Destino, folle e capriccioso, ti prese per mano e ci fece incontrare. Mi piombasti addosso all’improvviso, come un acquazzone che, rapido e minaccioso, sovrasta e sconvolge un sereno cielo estivo. Le tue parole, dolci come zucchero e pure come la neve appena caduta, raggiunsero la vera me stessa sopita all’interno della Maschera e la destarono. Fu allora che mi resi conto di essermi costruita una prigione dorata da cui volevo disperatamente uscire. Ma non potevo. La Maschera non voleva lasciarmi, perché farlo significava cessare di esistere, quindi faceva leva sulla mia debolezza e sulla paura di cambiare, di scoprire una nuova me che non conoscevo. Più la Maschera lottava per radicarsi in me, più tu cercavi di strapparmela via per vedere cosa nascondeva. Un giorno, raccolsi tutto il mio coraggio e la ruppi, perché troppa era la voglia di correrti incontro a braccia aperte e donarti il mio vero cuore. Ma tu, veloce e furtivo come l’acquazzone, te ne eri andato. Eppure il cielo non tornò sereno. Con rimpianto, osservai i frantumi della mia Maschera. Guardandola, vidi il mio stesso viso fatto a pezzi, la bocca deformata in un ghigno che sibilava: “Te l’avevo detto… Io volevo solo proteggerti… Tu non sei in grado di farlo da sola. Sei fragile come un vaso di creta, per questo mi avevi costruito, ricordi?”
    La raccolsi e, piangendo, la strinsi forte al mio petto come se volessi consolare quel cuore che, per la prima volta, era stato ferito. Che cosa avevo fatto? Avevo ucciso chi mi aveva protetto finora e ne avevo ottenuto solo sofferenza. Che cosa avevo fatto? Assillata dai sensi di colpa, lentamente, mi persi.
    Per non impazzire di dolore, mi strappai il cuore dal petto e, ancora pulsante e insanguinato, lo nascosi in modo che nessuno l’avrebbe più ferito. Incapace di provare sentimenti, diventai una bambola e mi ritrovai assieme ad altre uguali a me, anche se io ero stata diversa da loro, con solo un corpo da amare.