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Autore

Leonardo Scoma

in archivio dal 12 set 2007

26 giugno 1974, Firenze

mi descrivo così:
L'effervescenza di un'aspirina mescolata alla grinta di Ciccio di Nonna Papera. Un cocktail letale, un turbine di emozioni che si assopiscono e riprendono vita senza tregua...

12 settembre 2007

Un pesce di nome Leo

Intro: La piscina è lo sporto per tutti. Ma ne siamo proprio sicuri? Chiedetelo al protagonista di questa storia: tra ironia e sarcasmo scoprirete come la pensa.

Il racconto

Afflitto ormai da mesi da una sindorme rotulea che mi sta conducendo verso il Golgota degli sciancati, ho deciso d'impreziosire la mia bacheca riabilitativa  con un tassello fondamentale di cui ne era ancora sguarnita: la piscina.
Per il mio attesissimo debutto, dopo sapiente osservazione, avevo scelto un orario a me propizio: Sabato all'una del pomeriggio.
Arrivo negli spogliatoi e le mie speranze si rivelano fin troppo fondate: non c'è nessuno, silenzio spettrale, sembra un posto abbandonato da anni. Non mi stupirei, andando verso le docce, di trovare il cadavere del bagnino ormai in avanzato stato di decomposizione.
Non faccio una piega e mi preparo in tutta fretta: costumino dell'Adidas da esperto nuotatore, comoda ciabatta infradito e accappatoio. Unica falla nella mia impeccabile "mise", la cuffia: appena la metto capisco subito che l'estetica è andata a donne di facili costumi, sembro il fratello scemo di Ivo il tardivo.
Me ne frego, non sarà certo una cuffia a smorzare il mio entusiasmo.
Entro nella piscina, e mi accorgo subito di una presenza irreale, fatata, una sirena seduta sul bordo della vasca, che mi guarda con gli occhi stupiti da sopra la sua maglietta aderente con scritto "bagnino".
Mi dirigo verso di lei con la camminata più impostata di cui sono capace e il mio sguardo da incallito latin lover come espressione stampata sul volto. Il mio incedere tracotante viene però ben presto ridimensionato. Quando sono ormai a pochi passi da lei, la mia ciabatta destra pensa bene di slittare di un buon mezzo metro in avanti, costringendomi ad un urlo da checca isterica e ad un miracoloso colpo di reni: non si vedeva una spaccata così dai tempi di Rudolf Nureyev e Margot Fonteyn nell'indimenticabile preludio de "Il lago dei cigni".
Ormai perso ogni brandello di dignità, chiedo velocemente alla ragazza alcune informazioni per l'utilizzo della vasca, e mi congedo non senza imbarazzo.
Indeciso se entrare in vasca con un elegante carpiato di testa, un efficace tuffo a candela, o un'irriverente bomba, opto per la più sicura scaletta, considerando anche che ho già dato alla voce "figuracce".
Sguardo fiero, la determinazione è alle stelle, ci siamo solo io e la corsia d'acqua che mi si para davanti: l'infinita sfida dell'uomo di fronte ai suoi limiti.
Parto lanciato, le mie bracciate sono fluide, potenti, quasi ritmate, sembro unto da quanto scivolo sul pelo dell'acqua.
Passano però solo 30 secondi e divento cosciente della mia prima grave e irrimediabile dimenticanza: gli occhialini. Dopo la prima vasca ho una patina che mi annebbia la vista, dopo la seconda ho le pupille di uno strafatto di crack, alla quinta ho già abbassato il livello dell'acqua di almeno 10millimetri, con tutta quella che ho negli occhi.
Cerco di non abbattermi, mentre dopo cinque minuti arriva una vecchina sulla settantina, tutta tirata ed equipaggiata manco fosse Ian Thorpe.
La fatica comincia a farsi sentire dopo poco e il mio stile passa da elegante a scomposto, fino a diventare patetico. Ma il dramma si consumerà di lì a poco. Nel casuale incrocio di direzioni con la vecchina della corsia accanto, a un certo punto ci ritroviamo entrambi allineati sul bordo piscina, iniziando la nuova vasca contemporaneamente. Nessuno dei due lo ammette, ma è evidente l'invisibile guanto di sfida con cui ci stiamo reciprocamente schiaffeggiando: la competizione è una fedele consigliera, a volte tutt'altro che saggia.
Pesto come un pazzo per cercare di staccarla prima possibile, sfruttando la potenza delle mie lunghe leve e la mia freschezza giovanile. Uno sguardo veloce alla mia sinistra ripaga il mio sforzo. La sua cuffia dorata è a un buon metro dietro di me, "giusto all'altezza per baciarmi il didietro" penso compiaciuto. Continuo a martellare l'acqua imperterrito, attingendo ad ogni centesimo della mia resistenza, ma la seconda occhiata alla mia sinistra stavolta è ben più amara. In acqua 2, la cariatide stagionata inizia incredibilmente "a guadagnare terreno", tenace e tutt'altro che affaticata, non sembra avvertire il dispendio di energie: sarà l'acqua negli occhi, sarà l'assenza d'ossigeno, ma per un attimo mi sembra pure di vedere una freccia lampeggiare a intermittenza mentre la vedo sorpassarmi deciso. "Cavolo, non posso farmi umiliare da una salma", cerco di spronarmi, ormai è una questione di testosterone. Comincio a mulinare come una impastatrice della Simac, sembro un Balron indemoniato da quanto ci do dentro, ma la cuffia dorata ormai ha già preso mezza vasca. L'eccesso di sforzo mi costringe pian piano ad annaspare, una chiatta a nafta sarebbe meno rumorosa, il mio rantolo sembra quello di un cane abbandonato in superstrada. Cerco di aggrapparmi almeno all'onore dei vinti ma a metà vasca la mia disfatta è totale. Ricaccio d'istinto la tentazione di fingere di nuotare camminando sul fondo della vasca, per non aggiungere derisione alla sconfitta, e una volta giunto completamente devastato alla scaletta, capisco che è giunta l'ora di tornare a casa e mestamente, senza alzare gli occhi dal bordovasca, faccio ritorno agli spogliatoi.
"La piscina non fa per me - penso moralmente distrutto - forse è meglio se la prossima volta vado a fare ginnastica dolce..."

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