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Lidia Filippi

06 dicembre 1951, Faedo (TN) - Italia
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  • 29 maggio 2015 alle ore 20:50
    Ora che non sei più qui

    Ora che non ti posso più vedere
    dimmi almeno dove sei,
    indicami, nelle geografie del cielo,
    qual è il tuo angolo  sereno
    potrò così rivolgerti lo sguardo
    e raccontarti di me.
     
    Ora che non posso più posare un bacio
    sulla tua guancia morbida
    dimmi, ti prego,
    quale raggio di sole a te conduce,
    vi poserò le mie lacrime
    e tu  le asciugherai.
     
    Ora che non ti posso più toccare
    dimmi almeno
    dov’è quella nuvola color pervinca
    ove posi il capo la sera
    così che io ti possa incontrare nei mie sogni
    e fluttuare con te fra le stelle.

     
  • 30 aprile 2015 alle ore 22:13
    Quanto mi rassomigli, madre

    Quanto mi rassomigli
    e quanto t’assomiglio,
    mamma.
    Ti guardo come facevi tu
    quand’io piccina, giacevo nella culla
    addormentata.
    Ritornano d’allor voci lontane,
    frammenti, ricordi,
    sapori, odor di latte …
    Ed oggi s’invertono  le cure,
    da figlia quasi madre ti sono.
    La ninna nanna ti vorrei cantare,
    ma non oso …
    Osservo la tua testa bianca,
    il volto dolce,
    benché invecchiato e stanco.
    E quasi impercettibili io vedo
    le stesse mie movenze nel tuo sonno
    e i tratti del tuo viso, come i miei …
    Quanto mi rassomigli
    e  quanto t’assomiglio,
    mamma.
    Dormi, e come bimba appari,
    ma quando ti risvegli
    ritorni ad esser madre
    ed è  così che voglio,
    così mi rassicuri.
    Raccogli la tua voce
    e poi mi  raccomandi,
    chiedi per te preghiere,
    per quell’ultimo viaggio,
    che possa esser sereno,
    se il Signore chiamarti a sé volesse,
    o  perché forza Lui donar ti possa
    per  procedere ancora
    nel tuo cammino qui, su questa terra.
     

     
  • 30 aprile 2015 alle ore 22:10
    Era calmo il lago quel giorno

    Era calmo il lago quel giorno
    mi tenevi per mano
    e guardavamo le montagne attorno,
    ancor bianche di neve a primavera,
    brillare come argento sotto il sole
    e all’orizzonte l’oro.
    Anatre indifferenti lasciando scie lucenti
    sull’acqua scivolavan gaie
    e due cigni eleganti procedendo  uniti,
    costeggiavan la riva in lieve sciabordio dell’acque.
     
    E’ calmo il lago quest’oggi,
    come allora ...
    Mi tornano i pensieri dal ricordo e le parole
    sussurrate appena,
    i baci e le carezze, le immagini di noi,
    mi torna il tuo profumo,
    ma tu non ci sei più a stringermi la mano.
    Con gli occhi del mio cuore ti rivedo
    e abbraccio con lo sguardo il paradiso
    grata per quell’amore di cui vivo
    che ancora mi regali di lassù.
     

     
  • 17 febbraio 2015 alle ore 21:23
    Eri un sogno

    Non lo avevo capito ch’eri soltanto un sogno,
    un bellissimo sogno di luce,
    apparizione dorata nella vita mia.
     
    E se nulla è per caso, tu,
    venisti a me per dimostrarmi che l’amore esiste
    e mi baciasti con dolcezza.
     
    Ti afferrai mio sogno,
    ti cercai, ti attesi…
    Fu con stupore che ti guardai negli occhi.
     
    Gustai con te succosi chicchi di passione,
    or ne sento il profumo e li conservo nel ricordo,
    dentro la coppa d’oro che mi offristi.
     
    Avessi io potuto amore, dominare il destino,
    sottrarti al suo volere,
    ti avrei tenuto stretto a me quel giorno.
     
    Ma eri soltanto un sogno…
    Un dolce, meraviglioso, fantastico sogno.

     
  • 07 maggio 2014 alle ore 18:44
    Il canto delle mie catene

    Nulla per cui lottare,
    nulla che abbia senso.
    E adesso io sto toccando il fondo
    di una solitudine, mascherata,
    di giorno.
    Non vedo ragioni
    per coltivare sogni
    che presto svaniranno.
    Rinchiusa
    fra queste quattro mura
    e tra barriere mentali
    che abbattere non so.
    Prigioniera di me,
    vita regalo a chi da me risucchia
    e affonda nelle carni mie
    l'avida bocca mai sazia.
    Nulla per me rimane,
    svuotata d'energia
    non so nemmeno piangere.
    A me dato non è d'essere felice,
    sto asservita a quel falso bene
    che toglie libertà e respiro,
    rassicurata da queste catene.
    Indispensabili ormai:
    non so più camminare
    senza udire, scandito
    al ritmo dei miei passi,
    il loro metallico canto.

     
  • 25 marzo 2014 alle ore 18:05
    Quel bacio dietro la porta

    Ad ogni incontro accade,
    ed è quel lungo bacio
    dato dietro la porta
    che ripaga dei giorni dell’attesa
    e i sensi accende.
    In quell’abbraccio stretto
    s’annulla ogni altra cosa
    ed è magia.
    Occhi negli occhi,
    dell’anime un amplesso
    e il cuor che s’empie d’emozione pura.
    Poi sono le mani, sapienti,
    a liberar dai drappi i corpi caldi,
    a sfiorar lievemente le corde dei violini,
    tese e vibranti
    che sprigionano note di passione.
    Immaginari specchi di cristallo
    rifrangono luci e colori,
    riflessi due corpi intrecciati
    dalle danze d’amore ormai storditi,
    gementi, ansimanti
    raggiungono le vette del piacere.
    E poi la quiete.
     

     
  • 02 marzo 2014 alle ore 16:15
    Viglio un marzo così

    Voglio un marzo dai mandorli in fiore
    un marzo dai tenui colori,
    dai prati cosparsi
    di margheritine e  viole,
    un marzo portato dal vento
    che inceda elegante
    con cesti di raggi di sole,
    che spazzi il grigior dell’inverno passato.
    Voglio un marzo dal cielo sereno,
    di promesse pieno
    e festosi gridi
    di rondini gaie che tornano ai nidi
    presagio di bella stagione
    che incanti ogni via,
    un marzo leggiadro che avanzi festoso
    togliendo dai cuori ogni malinconia.
     

     
  • 02 marzo 2014 alle ore 16:14
    Fra coriandoli e stelle

    Oggi no,
    non voglio sfogliare pensieri
    e affanni di ieri,
    desidero soltanto volteggiare
    leggera
    danzando sotto il sole
    fra coriandoli ed effimere stelle.
    Vestite di colori,
    in festa piazze e vie,
    io lascio dietro l’uscio le mie malinconie.
    E questi sprazzi d’allegria
    all’animo e alla mente dan ristoro,
    insieme all’altra gente
    fan ridere e cantare.
    Più lieto adesso è il cuore,
    il carnevale impazza,
    la banda è nella piazza,
    la musica assordante
    lazzi, schiamazzi e trilli
    divien più azzurro il cielo
    e tutto è più leggero.
    Così come da bimba
    oggi mi lascio andare
    magie del carnevale
    or posso ritrovare.
     

     
  • 30 gennaio 2014 alle ore 18:15
    La vecchia scala (dedicata a mio padre)

    Riconoscevo il rumore del tuo passo stanco
    cadenzato  sulla vecchia scala
    della nostra casa.
    Entravi   posavi il tuo zaino e ti sedevi,
    io bimba lo aprivo curiosa
    ben certa di trovarci qualche cosa:
    un frutto,  la tua  merenda,  una  pallina…
    Grandi tesori per una bambina.
    Poi te ne andasti  senza salutare
    così in un sol momento
    sotto quel  muro che ti seppellì cadendo
    un dì di marzo con un forte vento
    e non tornasti più.
    Ma io ti sento ancora dentro
    e  sempre attendo
    di udire all’ improvviso il passo tuo stanco
    cadenzato  sulla vecchia scala della nostra casa.

     
     

     
  • 30 dicembre 2013 alle ore 22:33
    Nel parco dei sogni

    Dolcemente posata eppur maestosa
    nel parco verde vellutato sorge
    dimora antica velata di mistero
    Bella, accogliente avvolge nel suo abbraccio.
    Luogo di sogno, in terra di magia,
    gelosamente, per curar l’incanto,
    da mura cinto.
    Alti gli alberi intorno,  e forti
    al ciel turchino innalzano le braccia,
    robusti rami che elevano il pensiero
    di chi ai lor piedi lo stupore prova.
    Ogni cedro a chi l’ode può parlare,
    così gli abeti,  cipressi,  platani e sequoie,
    le magnolie e gli odorosi tigli,
    forti e possenti san narrar di vita,
    della forza dell’uomo e dei prodigi
    che solo la natura può inscenare.
    Superbi  lauri  e  fiori dagli intensi aromi
    oppure dai profumi delicati,
    e dai colori adatti alle stagioni.
    Forme di quella vita
    che nel verde pulsa come grande cuore
    parlando di bellezza e di mistero.
    E  l’acque tèpide, amiche, accolgono la gente
    come lenzuoli  di seriche armonie,
    e tremule le luci riflesse dentro il lago
    ricche di suggestioni e di magie.
    Luogo d’incanto fra i più belli al mondo
    chi lo raggiunge quiete può trovare
    godendo di tali meraviglie,
    all’ombra delle generose chiome
    nel parco che somiglia al paradiso.
     

     
  • 05 novembre 2013 alle ore 22:18
    La ballata della piccola Marta

    Eccolo, arriva, e Marta lo sente.
    Lui sale le scale con passo pesante.
    E quella paura nel giorno latente
    diventa terrore, arriva suo padre.
    La gola si serra, sparisce la voce
    il sangue si gela,
    non c’è più speranza
    ormai lei lo sa …
    Fra poco di nuovo accadrà,
    ancora una volta, l’ennesima volta.
    Nascosta là dietro la porta
    a sé rannicchiata lo attende.
    Non piange nemmeno,
    non è più capace.
    Le mani sul volto per farsi un riparo
    e un vortice scuro che presto le invade la mente,
    sul fondo c’è fuoco  e spire di fiamma
    risalgono e bruciano tutto d’intorno.
    Ma l’orco è arrivato e ormai l’ha trovata,
    le grida:
    stracciona, che fai là, così rannicchiata?
    S’abbassa  quell’orco e le molla un ceffone.
    Lei alza lo sguardo, lo vede:
    suo padre ha bevuto
    ha gli occhi iniettati di sangue,
    colpisce il suo ventre con calci e con pugni,
    urlando parole sconnesse.
    Nel cuore di Marta soltanto terrore,
    resiste con tutte le forze,
    non vuole provare dolore.
    Per farsi coraggio ripete in cuor suo
    quel bel ritornello di quando felice
    con mamma varcava il portone di scuola:
    “Io son contadinella, alla campagna bella,
    se fossi una regina sarei incoronata …”
    Più volte la semplice rima l’aveva aiutata.
    Ma l’orco non smette, non sente pietà,
    continua a inveire, insiste a colpire,
    la piccola Marta si sente morire.
    Ma ecco ad una tratto qualcuno la viene a salvare:
    arriva la morte e la porta con sé …
     

     
  • 05 novembre 2013 alle ore 22:16
    L'inquietudine dell'animo

     
    Nel buio della notte
    non v’è stella alcuna
    che possa rischiarar l’animo inquieto
    di chi pace non trova.
    Spirito vagabondo e confuso,
    che si ostina e sogni va cercando
    scavando un cielo nero.
    S’ illude, raccoglie speranze
    nascoste sotto veli cupi.
    Anima che  non trova quiete
    mentre la notte  ruba istanti come acini di vita
    sgranati  dai grappoli del tempo.
    La notte, che succhia avidamente al ritmo dei respiri
    là, dove il sangue pulsa,
    come fosse vampiro
    e al chiaror del mattino
    esangue, spossata è l’anima
    lasciata al suo destino.
     

     
  • 27 ottobre 2013 alle ore 19:22
    Fantastica follia

    Bella questa follia
    che mi prende per mano,
    improvvisa m’ innalza
    e mi mette allegria.
     
    Fantastica follia che arriva nel mio autunno,
    mi fa volar col vento
    appesa ad un ombrello
    d’arcobaleno tinto.
     
    Follia magica e bella,
    mi scompiglia  i pensieri,
    rimette le ali ai sogni,
    mi fa tornar bambina felice nei miei ieri.
     
    Follia dentro i miei anni,
    con lei posso cantare stornelli a squarciagola
    in mezzo a tanta gente
    che guarda e non comprende.
     
    Follia divina che mi fa star bene,
    sconvolge la ragione
    e io la seguo danzando insieme vento
    come un bambino fa col suo aquilone.
     

     
  • 10 ottobre 2013 alle ore 20:24
    I poeti non possono tacere

    Sono i poeti i primi a cogliere gli inganni
    benché celati dall’ombra di macchinosi trucchi,
    li sentono nell’aria,
    come i bambini e i cani…
     
    I poeti non possono tacere
    al suon dell’ingiustizia.
    Soffrono, ascoltano, ma non tacciono,
    raccolgono rabbia e la fanno urlare.
     
    Fanno cantare e urlare la penna per scuotere le menti
    alle persone fiduciose, impotenti.
    Empiono pagine di vibranti pensieri i poeti,
    e di sogni per tutti, di pace e di onestà.
     
    Sanno i poeti che democrazia non è solo parola,
    lo gridano forte e spesso profeti inascoltati,
    narrano invano
    del declino di popoli passati …
     
    I poeti conoscono col cuore, come i bambini,
    lasciano uscire luce da sguardi trasparenti
    perché ciascuno colga presto un raggio
    e poi ne faccia vita insieme ad altre vite, con coraggio.
     
     

     
  • 05 ottobre 2013 alle ore 21:39
    Il sibilo del vento

    Stonata è quest’oggi la voce del vento,
    violenta m’ insegue portando tormento,
    scompiglia la mente, trapassa i pensieri,
    riporta ricordi e parole di ieri.
     
    Confusa, incessante continua ad urlare
    e  nulla in cuor mio si può più fermare,
    vi han preso possesso con sordo rumore
    soltanto emozioni d’oscuro colore.
     
    La testa è ovattata e nel grande fragore
    non ode,  non vede, ma prova dolore,
    perché quelle voci dal vento evocate
    son solo ferite ancor non sanate.
     
    Lo spirito afflitto rimpianti riesuma
    e il tempo impietoso gli istanti consuma,
    incerto è il domani e l’oggi mi sfugge,
    quel sibilo acuto ora l’anima strugge.
     
     

     
  • 16 settembre 2013 alle ore 18:13
    Quanto mi rassomigli, madre

    Quanto mi rassomigli
    e quanto t’assomiglio,
    mamma.
    Ti guardo come facevi tu
    quand’io piccina, giacevo nella culla
    addormentata.
    Ritornano d’allor voci lontane,
    frammenti, ricordi,
    sapori, odor di latte …
    Ed oggi s’invertono  le cure,
    da figlia quasi madre ti sono.
    La ninna nanna ti vorrei cantare,
    ma non oso …
    Osservo la tua testa bianca,
    il volto dolce,
    benché invecchiato e stanco.
    E quasi impercettibili io vedo
    le stesse mie movenze nel tuo sonno
    i tratti del tuo viso, come i miei …
    Quanto mi rassomigli
    e  quanto t’assomiglio,
    mamma.
    Dormi,  come bimba appari,
    ma quando ti risvegli
    ritorni ad esser madre
    ed è  così che voglio,
    così mi rassicuri.
    Raccogli la tua voce
    e poi mi  raccomandi,
    chiedi per te preghiere,
    per quell’ultimo viaggio,
    che possa esser sereno,
    se il Signore chiamarti a sé volesse,
    o  perché forza Lui donar ti possa
    per  procedere ancora
    nel tuo cammino qui, su questa terra.
     

     

     
  • 07 agosto 2013 alle ore 17:42
    Viaggiare

    Si, viaggiare …
    E l’ansia già mi prende
    poi io mi dico, e spesso mi convinco
    che pure se distante dal luogo ove risiedo
    son sempre io, me stesso, ovunque vada.
    Mi porto dentro al cuore
    preoccupazioni, affanni e gioie
    se vi sono,
    in viaggi senza meta, ma per cercar bellezza
    e con curiosità.
    Viaggiare
    vorrei e non vorrei.
    L’altrove sconosciuto,
    oggi mi rende inquieto.
    C’è fascino e paura nei  luoghi che non so,
    che non ho mai veduto.
    E oggi  io confesso,
    per quanto  sia felice di girar per il mondo
    e grande in me la sete d’avventura sia,
    io,
    sento il desiderio di ritornare presto
    a casa mia.
     
     

     
  • 25 luglio 2013 alle ore 10:16
    Finchè avrò respiro

    Avessi io potuto
    Tanto di più avrei fatto
    E di meglio
    Nei giorni che ho vissuto
    Lo giuro, avrei voluto
    Scavalcare i monti, oltrepassare i mari
    E respirare la libertà agognata
    Tanto ho sognato
    Ed inseguendo i sogni son caduto
    Serpi e lupi ho incontrato
    Ho combattuto
    A volte han vinto loro
    E le ferite fanno ancora male
    Ma i sogni sono intatti
    E quando ho vinto
    Lì si, ho toccato il cielo
    E nuovi desideri son nati
    Così li inseguo, fossero anche miraggi
    Con la forza della mia stessa vita
    E la passione
    Seguiterò a cercare
    Ovunque a me d’intorno
    Ciò verso cui anelo
    Fin all’ultimo giorno …
     

     
  • 20 luglio 2013 alle ore 21:17
    A riveder le stelle

    Scendete dai letti, vecchietti,
    è notte d’estate …
    Uscite!
    Sfondate i portoni
    dei templi per voi costruiti,
    e allegri tornate nei freschi giardini
    a goder di spettacoli ancora.
    C’è un tempo per voi colorato,
    scordate tristezze, rimpianti, passato.
    E sui visi segnati dal tempo
    con il cuore che palpita dentro
    intrecciate bei sogni al chiaror delle stelle.
    Son nell’aria fragranze di fiori e dell’erba,
    i profumi d’allora nel tempo immutati.
    Alzate lo sguardo, c’è un cielo cobalto
    e la luna già assume i colori del fuoco,
    ogni stella vi invita nel gioco.
    Stupitevi ancora di questa magia,
    riempitevi il cuore di gioia e passioni
    e per mano, danzando in un cerchio bizzarro
    di carrelli, badanti, tutori,
    di sedie a rotelle e coi vostri bastoni,
    al ritmo di un valzer viennese
    cantate e ballate ammirando le stelle,
    questa notte per voi sono accese!
     
     
     

     
  • 06 luglio 2013 alle ore 22:35
    Il tempo della libertà

    E’ giunto il tempo
    di dispiegar le vele
    e di aprire
    le carte geografiche del cuore,
    di imboccare i sentieri inesplorati,
    liberare impensati pensieri
    e audaci desideri inconfessati.
    E’ il tempo della libertà
    fin qui mai conosciuta
    è sete ardente di bere a nuove fonti...
    è l’ora
    di sciogliere le briglie della vita
    e galoppare coi capelli al vento
    per vaste praterie piene di sole,
    respirando profumi d'aria pura
    mentre forte pulsa quel cuore
    che timido e rinchiuso fino a ieri
    non sapeva d'appartenere a sé,
    legato alla paura,
    non osava, non poteva
    espandersi e danzare fra le stelle.
    Si, è il tempo giusto
    per seguire le tracce dei sogni
    lanciando verso il cielo sgargianti arcobaleni.
    E’ il tempo di spezzar catene
    di mettere le ali alle emozioni
    e di andare lontano,
    volando più in là, molto più in là
    d’ogni tramonto
    finalmente felici, ad abbracciar la luna.

     
  • 29 giugno 2013 alle ore 16:30
    La grande pioggia

    Scendono da giorni
    lacrime di inconsolabile cielo,
    percuotono il suolo.
    Incessanti.
    Cupe nubi sovrastano
    e opprimono l’anima
    già colma di tristi presagi.
    Lente le gocce che sembrano amiche
    a un tratto si fanno impetuose,
    esondano i fiumi,
    s’inondano i campi, le strade, i cortili…
    La gente ormai stanca
    ricerca speranza
    in arcobaleni furtivi.
    Tornerà un raggio di sole
    la nube più chiara a bucare
    portando
    messaggi di luce e calore
    promessa di un presto ritorno?

     
  • 19 giugno 2013 alle ore 21:40
    Immagini di un triste soliloquio

    Nera, luccicanti gli occhi,
    mascherata di  buoni sentimenti
    è la paura sovrana,
    che nei miei giorni regna,
    incontrastata.
    Ogni lieta emozione intimorita
    s’inchina  al suo cospetto
    e poi scompare,
    rinuncia al suo gioire
    cercando una ragione
    che la faccia sopire…
    Eppure vivevo un tempo,
    le ho sentite le carezze del vento
    e la voglia di volar lontano.
    Amavo cantare, danzare, ridere e scherzare,
    ma a poco a poco chissà come e perché
    s’è spento ogni sussulto dentro me,
    aleggia la paura
    e la mia stessa vita
    non m’appartiene più.

     
  • 16 giugno 2013 alle ore 17:42
    Vi posso narrare

    Vi posso narrare di altissime vette
    Contro il ciel stagliate
    Dei nevai perenni
    D’aquile volteggianti, che scrutano la terra
    Di armenti sdraiati al sole
    Di mughetti e di viole
    Degli allegri ruscelli d’acqua chiara …
    L’ ho udito il loro canto
    Fin a quando detriti e schiume
    L’han tramutato in pianto …
    Vi posso narrare del pino mugo
    E le sue gemme
    Di altissimi abeti dalle resine ambrate
    Dell’edere, tenaci e forti
    Ai tronchi abbarbicate.
    Delle notti serene
    E  della luna piena
    Che filtra la sua pallida luce
    Fra le fronde
    Vi posso narrare della pioggia nel bosco
    Che solleva  e sparge fragranze inebrianti
    Di muschio, felci e d’erbe profumate
    E prego perché Madre Terra
    Tal meraviglia conservi.

     
  • 06 giugno 2013 alle ore 17:40
    Nelle mie notti

    Nelle mie notti buie e senza stelle
    sei luce.
    T’accendi quando io sto per dormire
    per ricordarmi gioie, le più belle.
    Allora il mio pensiero ti raggiunge,
    vola sicuro,
    laggiù
    dove con te felicità conobbe.
    Grida forte il mio cuore il nome tuo
    e il battito seppur senza la voce,
    risuona nella mente
    a rompere il silenzio della notte,
    portando e riprendendo come un’onda
    echi di sogni, palpiti, emozioni
    e magiche visioni, dell’anima ristoro.
    Tutto diviene quiete ed io sorrido
    con te, per te, per noi...
    Poi m’addormento.

     
  • 28 maggio 2013 alle ore 17:35
    Parole biscottate

    Profumate cialde
    croccanti e calde
    le parole.
    Volano,
    hanno ali che nessuno vede
    portano messaggi e sogni di biscotto.
    Hanno un’anima,
    le parole,
    biscottata anch’essa
    e piena di pensieri,
    gravida d’ emozioni
    Parole da ascoltare,
    da cantare, da aprire e gustare
    per coglierne il sapore.
    E poi riempirsi il cuore
    di musica e poesia,
    biscottate parole
    in lieto divenire
    con la fantasia.
    E del mare il colore,
    del cielo, del sole
    e della notte,
    unite al dolce miele, al vino e al pianto,
    al tempo e al vento
    danzano parole.
    Dentro di noi, con noi
    d’intorno,
    parole biscottate
    compagne di ogni giorno.

     
elementi per pagina
  • 16 settembre 2013 alle ore 18:17
    Fogli ingialliti

    Come comincia: Camminava in fretta Margherita e il rumore ritmato dei suoi passi svelti sull’asfalto produceva un’eco che rimbombava nella via silenziosa a quell’ora della notte.
    Lavorava come cameriera in un locale del centro città e spesso si attardava al lavoro, c’era sempre qualcosa da sistemare per il giorno seguente prima di chiudere.  Procedeva speditamente perchè a quell’ora tarda aveva un po' di paura.
    Per un soffio aveva perso l’ultimo autobus che stava partendo proprio nell’istante in cui Margherita arrivava alla fermata, si era così vista costretta a tornare a casa a piedi.
    Il suo alloggio, situato verso la periferia della città, consisteva in un monolocale dove aveva portato le sue poche cose.
    Rincasò con il fiato corto a causa della camminata veloce, posò la borsa e appese la giacca, levò le scarpe, infilò le pantofole e tirò un sospiro di sollievo.
    Posò lo sguardo indugiando per un po’ sullo scatolone che conteneva le poche, preziose cose del suo passato. Conservava lo scatolone gelosamente riposto in uno scaffale in alto, nell’unico mobile.  La tentazione che spesso la prendeva era quella di salire sulla  scaletta e di aprirlo…Ma  cercava di farlo il  meno possibile per non cadere nella nostalgia, sempre in agguato.
    Ogni oggetto contenuto in quello scatolone rappresentava un ricordo e suscitava in lei molte emozioni belle o tristi, a seconda…
    Margherita si era trovata sola  a Milano, a cercare un lavoro per potersi mantenere, sperando di riprendere al più presto gli studi di giurisprudenza  interrotti a causa del dissesto finanziario della sua famiglia.  Dopo aver cercato a lungo e invano un impiego migliore, decise di accettare quel lavoro da barista, dignitoso, ma che a mala pena le dava di che vivere e pagare l’affitto del monolocale dove abitava.
    Accese la piastra elettrica della piccola cucina, fece cuocere una bistecca, si preparò un’insalata e si versò un bicchiere di vino bianco fresco. Dopo aver mangiato fece la doccia,  indossò il pigiama e si sdraiò sul letto lasciando vagare i pensieri, inseguendoli e poi riprendendoli,  perché di tanto in tanto si dissolvevano  o si intrecciavano fra loro.
    Il suono forte e ripetuto del campanello della porta interruppe i suoi pensieri facendola sobbalzare all’improvviso. Si chiese chi mai potesse essere a quell’ora: nessuno la conosceva e nessuno sapeva di lei nello stabile; ebbe paura e decise di non aprire.  Il suono si ripeté ancora e ancora più volte, e ogni volta l’angoscia di Margherita aumentava, il cuore accelerava i battiti martellando nelle tempie, il sangue per alcuni interminabili istanti si gelava nelle vene…Il respiro si bloccava.  Ricordò all’improvviso che qualche sera prima all’uscita dal lavoro, le era parso che qualcuno la stesse seguendo e la stesse chiamando con una voce rauca…Fortunatamente era riuscita a salire sull’autobus prima di essere raggiunta…Ma poi a mente fredda,  pensò che doveva essersi trattato di un eccesso di fantasia da parte sua, di una suggestione dovuta all’ora e alla stanchezza;  aveva archiviato l’episodio e non ci aveva più pensato.
    Ora, all’ennesimo suono del campanello si convinse che qualcuno l’abbia davvero seguita.
    A un certo punto il suono cessò. Margherita tentò di addormentarsi ma, molto impaurita, non riuscì a prendere sonno. Durante la lunga notte non riuscendo a dormire, pensò e ripensò, immaginò chi potesse interessarsi a lei e per quali ragioni.
    Al mattino seguente, sebbene ancora sconvolta, si fece coraggio ed uscì per recarsi al lavoro.
    Il proprietario del bar dove prestava servizio vedendola stanca e pallida le chiese se stesse bene e  Margherita non vedendo l’ora di raccontare a qualcuno l’accaduto fu ben contenta di farlo, parlò del suono improvviso del campanello, della notte insonne e la sua tensione un po’ si alleggerì.
    Il Signor Ruggero, questo era il nome del suo datore di lavoro, collegando i due episodi, la informò che nella prima mattinata un signore era entrato nel locale e mentre sorbiva un caffè, aveva chiesto di una ragazza di nome Margherita, dicendo di essere un vecchio conoscente, nato e cresciuto nella stessa città e di volerla incontrare per salutarla.
    La ragazza provò a immaginare chi fosse lo sconosciuto che cercava di lei non riuscendo però a ricordare nessuno.  Questa notizia non fece altro che aumentare la sua ansia e accrescere in lei una sensazione di disagio e il presentimento che si tratti di uno sconosciuto personaggio improvvisamente emerso dal passato, e che questo non le avrebbe portato nulla di buono.
    Forse c’era un collegamento fra quell’uomo e la sua famiglia: troppe erano le cose legate all’attività dei suoi genitori di cui la ragazza era all’oscuro! Non se ne era mai interessata…
     Se n’era andata dal paese da pochi mesi, quando suo padre e sua madre rimasero vittime di un grave incidente stradale.   La loro morte palesò gravi dissesti finanziari dell’azienda che insieme portavano avanti: una fabbrica di prodotti chimici destinati all’industria mobiliera, navale e all’edilizia. Margherita fu costretta ad abbandonare l’università, vendere tutto ciò che poteva per saldare almeno in parte i debiti dei suoi genitori e poi andarsene via da quel luogo, la borgata in provincia di Pavia che l’aveva vista nascere e crescere e che adesso la faceva tanto soffrire.
    Erano passati cinque mesi da quel terribile giorno e spesso, prepotentemente,  riaffioravano ricordi.
     
    Trascorse qualche settimana, tempo durante il quale la ragazza riuscì a essere abbastanza serena; ogni sera però, al momento di coricarsi, la assaliva un senso d’inquietudine che la accompagnava fino a quando cedeva al sonno.
    Una mattina, mentre come da routine quotidiana stava rifornendo di bibite e generi diversi il bancone del bar, la ragazza udì l’inconfondibile voce rauca che le stava chiedendo una bibita, si girò e si trovò davanti un uomo elegante, brizzolato. Poteva anche essere definito un bell’uomo a dispetto della voce sgradevole. D’istinto gli osservò le mani che, notò, erano curatissime. Portava una valigetta tipo 24 ore;  l’uomo  le chiese una spremuta d’arancia.
    Improvviso un senso di nausea assalì Margherita…Quella voce - si - quella voce,  lei era certa di averla già udita.  Ricordò che il Signor Ruggero qualche tempo addietro l’aveva informata che un signore distinto che aveva chiesto di lei…
    Gli servì la bibita con le mani tremanti mentre lo sconosciuto cliente la guardava con insistenza e dopo un po’ le chiese se per caso fosse nata a Pavia, perché le disse - credo che, in tal caso, noi ci siamo già incontrati, quando lei era poco più che una ragazzina -.
    Margherita si affrettò nel rispondergli, seppure balbettando, che no, non poteva essere, dato che il suo luogo di nascita era un altro, ma lo sconosciuto insisteva nella sua affermazione.
    L’uomo andò a sedersi a un tavolino proprio al centro del locale e mentre sorseggiava la spremuta d’arancia, osservava Margherita la quale fingeva indifferenza.  Poi aprì la valigetta e ne estrasse una cartellina verde.  Lentamente, con ampi gesti ostentati, la aprì e uno per volta sfilò e dispose in bella vista sul tavolino dei fogli…
    La ragazza trasalì, per un attimo si sentì mancare, le sue gambe iniziarono a tremare, barcollò. Quell’uomo stava disponendo ordinatamente sul tavolo una serie di disegni che lei riconobbe immediatamente: li aveva fatti lei stessa negli anni del liceo, quando sognava un futuro da stilista, sogno che ben presto aveva abbandono dedicandosi a studi di giurisprudenza.  Erano schizzi più o meno elaborati di abiti femminili da sera, da cerimonia, da sposa…Disegni molto belli, a matita con tinte pastello .
    Margherita cercò di recuperare velocemente la sua lucidità e l’autocontrollo.  Finse indifferenza, guardò da lontano i suoi disegni e si chiese come mai quell’uomo che stava seduto davanti a lei guardandola e giocherellando con un sottobicchiere, ne fosse in possesso. Lei era certa che quella cartellina verde si trovasse nello scatolone dei ricordi che teneva nell’armadio…Forse quell’uomo era riuscito a entrare nella sua casa e aveva rovistato…
    Mille pensieri la assalirono, uno più spaventoso dell’altro. Ciò che non poteva immaginare era che a causa di una cartellina come quella i suoi genitori avevano perso la vita!
    Lo sconosciuto osservò attentamente a uno a uno i disegni sollevandoli e poi lentamente li inserì di nuovo nella cartellina verde  che ripose con cura nella valigetta.  Si alzò, pagò la sua consumazione e si avviò verso l’uscita mentre rivolgendosi alla ragazza disse:- “Buona giornata, ci rivedremo presto”.
    Questo saluto suonò come una minaccia.
    Nel bar in quel momento non c’era nessun altro e la ragazza in preda alla paura e alla disperazione sedette con la testa fra le mani e cominciò a piangere. Così la trovò poco dopo il proprietario del bar, di ritorno dal suo giro per commissioni.
    Margherita in lacrime gli narrò l’accaduto e il Signor Ruggero la rincuorò, le suggerì di mantenere la calma dicendo che nel caso si fosse ripresentato lo sconosciuto, avrebbe provveduto lui stesso a informare i carabinieri di ciò che stava succedendo. Stasera - le disse- ti accompagnerò a casa e salirò con te così nessuno oserà seguirti.
    Con l’aiuto del signor Ruggero, la sera stessa aprì lo scatolone e con le mani tremanti, emozionatissima, frugò freneticamente, cercò al suo interno la cartellina verde…La trovò e in quell’istante il mondo le crollò addosso…Non capì più nulla, impallidì … Dopo interminabili istanti la aprì: dentro vi trovò dei fogli ingialliti sui quali erano scritte formule, equazioni, parole come “viscosità, addensante, polimeri”… In uno dei fogli, sottolineata con il colore rosso e affiancata da un disegno particolare somigliante alle cellette delle api, piccoli rombi, ai cui vertici c’erano lettere maiuscole o trattini che si dipartivano verso altre cellette. Era una formula particolare sotto la quale c’era un appunto: “importante e segreta  - per il momento non si cede”. Riconobbe la calligrafia di suo padre e le venne da piangere. Quella cartellina che lei fino a quel momento aveva creduto contenesse i suoi disegni, racchiudeva invece fogli sui quali erano tracciate formule chimiche, calcoli, simboli che lei non riusciva a decifrare…Improvvisamente ricordò di averla recuperata dopo l’incidente fra rottami dell’automobile di suo padre, dentro quello che originariamente era un cassetto del cruscotto. L’aveva conservata nella convinzione vi fossero i suoi disegni…
    Il signor Ruggero lesse quei numeri e guardò quei calcoli…Poi disse:- “Intuisco che sopra a questi fogli c’è scritto qualcosa di molto importante, di inestimabile valore e che qualcuno vuole impossessarsene per ricavarci del denaro..”-  Margherita annuì… Era troppo stanca e agitata  per prendere qualsiasi decisione o anche semplicemente per elaborare delle ipotesi a riguardo.
    Ringraziò e salutò il suo datore di lavoro il quale  se ne andò raccomandandole di telefonargli immediatamente in caso di pericolo e promettendole di venirla a prendere in auto l’indomani mattina.
    Come promesso, al mattino seguente il signor Ruggero la aspettava sotto casa e la accompagnò al lavoro. Dopo averci pensato a lungo, la ragazza decise di interpellare un assiduo cliente del bar, ex professore di chimica all’università oltre che persona gentilissima e colta. L’uomo, signore distinto di circa settant’ anni, pensionato, aveva i capelli bianchi e la barba, a guardarlo ricordava il grande musicista Giuseppe Verdi. Il professore fu molto cortese, volentieri spiegò alla ragazza il significato delle strane scritte tracciate su quei fogli. La rese anche consapevole del fatto che si trattava di una scoperta interessantissima che, se messa in circolo, avrebbe rivoluzionato il settore delle vernici industriali. Seguendo lo schema delle molecole disegnate sul foglio, si sarebbe potuto ottenere un nuovo prodotto base: una vernice acquosa con un ottimo grado di viscosità, essa avrebbe certamente rivoluzionato la produzione delle vernici e sostituito quelle ora utilizzate contenenti piombo, mercurio e altri elementi tossici. Inoltre, trattandosi di una vernice a unico componente, non ci sarebbe stato bisogno del liquido catalizzatore necessario all’essicazione e alla resistenza di ogni vernice.  Un altro elemento che contribuiva a rendere ancora più interessante la formula era che se ne poteva ricavare molte varianti: si desumeva dalle frecce collegate ai vertici a quella principale, dove, cambiando qua e là gli elementi, si sarebbe potuto agire sul colore, sull’ opacità, lucidità,  elasticità, trasparenza…a seconda dei diversi usi e materiali da trattare.
    Una vernice di questo genere di certo avrebbe suscitato grande interesse presso i mobilifici e nell’edilizia… Oltre a fruttare un sacco di soldi a chi ne possedeva le formule.
    Per prima cosa il professore consigliò a Margherita di fotocopiare i fogli e custodirli con cura, nascosti, e poi di depositare gli originali presso un notaio.  Le disse anche che sarebbe stato il caso di informare la polizia, perché si avvii un’indagine allo scopo di identificare lo sconosciuto che di certo conosceva il valore di quei pochi fogli ingialliti.
    La ragazza seguì questi consigli e ottenne che un poliziotto, finto cameriere e fidanzato, la accompagnasse spesso e lavorasse con lei dietro al bancone del bar.
    Di tanto in tanto l’uomo sconosciuto dalla voce rauca si presentava nel locale e con noncuranza estraeva i disegni dalla cartellina verde, li allineava sul tavolino, li osservava, scambiava qualche opinione con i clienti, cercava di avvicinare Margherita invitandola persino a cena… Il poliziotto osservava attentamente ogni mossa. Nel frattempo furono avviate le indagini.
     In breve lo sconosciuto fu identificato: si trattava di un certo Simone  Malpezzi già noto alle forze dell’ordine, processato per reati vari fra i quali lo spionaggio industriale e fidanzato dell’allora segretaria del padre di Margherita, Silvana Righi.
    Silvana Righi era stata licenziata circa un anno prima, quando il padre di Margherita, essendo prossimo al fallimento dell’azienda di cui era proprietario, fu costretto a farlo.  La donna, conosceva il valore delle formule della vernice e prima di andarsene arraffò tutto il possibile compresa la cartellina verde che credeva le contenesse.  
    In seguito i genitori di Margherita si misero in viaggio verso Roma, alla ricerca di aziende interessate al prodotto.  Avevano investito molto denaro  per la messa a punto delle formule e, quando inaspettatamente fu ottenuto quel risultato così importante, decisero di trarne profitto per rilanciare l’azienda e risollevarne le sorti.  Perciò presero la cartellina verde e la sistemarono con cura nell’automobile.
    Sfortunatamente successe l’incidente, dove ambedue persero la vita. 
     
     
     
    Silvana Righi si era da poco alzata e stava guardando il cielo attraverso la finestra della sua cucina mentre beveva un succo d’arancia pregustando la serata che avrebbe trascorso con il suo fidanzato; il vetro della finestra le restituiva la sua immagine un po’ sciatta, con i capelli in disordine.
    Pensò che durante la giornata avrebbe fatto un salto dal parrucchiere: all’arrivo di Simone voleva essere bella. Doveva pazientare ancora qualche giorno e poi la sua vita sarebbe cambiata.
    Lei e Simone avevano acquistato due biglietti aerei di sola andata per il Brasile, dove pensavano, sarebbero stati finalmente al sicuro e felici.
    Silvana e Simone si erano incontrati durante una trattativa per la vendita di alcuni prodotti da parte dell’azienda per la quale lei lavorava e da subito li aveva accomunati il fiuto per gli affari.
    Fra loro nacque un’intesa forte e poi l’amore poco prima del licenziamento di Silvana. Insieme avevano escogitato un piano per trafugare le formule e impossessarsene.
    I pensieri di Silvana furono interrotti dal suono del campanello che la fece trasalire. Quando aprì la porta vide davanti a sé due poliziotti che le mostrarono senza parlare un mandato di perquisizione. Senza potersi opporre Silvana assisté come paralizzata a quella violenta intromissione nella sua vita e quel frugare ansioso fra le sue cose. I poliziotti trovarono e sequestrarono parecchi documenti, fotografie, fatture e ricevute bancarie di prelievi di denaro effettuati dal conto dell’azienda dove Silvana  aveva lavorato fino ad un anno prima.
    Uno dei due agenti invitò la donna a vestirsi e a seguirli al commissariato.
    Silvana si sentì male, si accasciò sul divano; capì di essere stata scoperta e immaginò che anche a Simone sarebbe toccata la stessa sorte, ma, data la situazione non poteva avvertirlo.
    I poliziotti accompagnarono Silvana Righi al commissariato e la sottoposero a lunghi ed estenuanti interrogatori ai quali seguì l’arresto.
    Le indagini proseguivano rapidamente e ora stava emergendo un nuovo inquietante particolare: il piantone dello sterzo dell’automobile a bordo della quale viaggiavano i genitori di Margherita, una Mercedes, era stato  manomesso e per questo motivo, al momento di effettuare una curva si era bloccato causando l’incidente,  facendo perdere il controllo della macchina che precipitò da uno dei viadotti situati nel tratto appenninico. 
    Nella mente di Margherita ora si andava nitidamente componendo il mosaico.
    In breve tempo i sospetti divennero certezze e la ragazza apprese dal suo amico poliziotto dell’arresto di Simone Malpezzi, accusato di duplice omicidio: fu lui a intervenire sullo sterzo dell’automobile.  La segretaria Silvana Righi fu arrestata per furto, appropriazione indebita, favoreggiamento e complicità nell’omicidio.
    Seguì il processo con la condanna dei due imputati.
    Per Margherita questo evento segnò l’inizio di un nuovo e più sereno capitolo della sua vita; le formule per la produzione della vernice a base acquosa furono vendute con buoni profitti e in breve tempo s’iniziò la produzione e la vendita con grande successo.
     La ragazza acquistò una casa in periferia, cominciò un nuovo lavoro presso uno studio legale.
    Non dimenticò mai i suoi amici più cari, quelli che le erano stati vicini e l’avevano aiutata in quei mesi tormentati. L’amicizia con il giovane poliziotto divenne a poco, a poco un grande amore: contavano di sposarsi al più presto e di avere almeno due bambini.
    Di tanto in tanto alla sera Margherita riapriva lo scatolone dei ricordi e dai suoi occhi scendeva una lacrima di nostalgia: vi ritrovava la sua infanzia e il sorriso dei suoi genitori.
    Allora sollevava lo sguardo verso il cielo e li salutava…Era certa la stessero guardando e ricambiassero il suo saluto.
     

     
  • 06 giugno 2013 alle ore 17:44
    Farò la maestra

    Come comincia: Il paese dove mi fece cadere la cicogna sopra al tetto di una vecchia casa, dentro un nido già stretto, è situato in mezzo alle montagne.  E' un posto molto bello dove ancor oggi si può respirare un'atmosfera di tranquillità.  Al tempo in cui io venni al mondo, nei primi anni 50, esso era abitato solo da gente semplice, contadina e si viveva partecipando ai ritmi delle stagioni, con  tempi giornalieri ben scanditi dal suono delle campane: l' Ave Maria all'alba, insieme al canto dei galli, l'Angelus e l'odore della polenta ormai pronta per il desinare che si spargeva nell'aria a mezzo giorno, e il vespro che invitava i contadini a lasciare i campi al tramonto.
    Un giorno bussò alla porta di casa Ernesto il postino, aveva un pacco; ricevere posta allora era cosa rara, tutti in paese lo sapevano ed era quasi una festa, se poi si trattavo di un pacco, figuriamoci!
    - "C'è un pacco per voi, dall'America "- gridò il postino.
    Di tanto in tanto a distanza di mesi, arrivava dall'America un pacco d’indumenti; a inviarlo era una zia, Alice, che io non avevo mai conosciuto e della cui esistenza sapevo attraverso il racconto dei nonni, qualche vecchia fotografia ingiallita e quei pacchi….
    La mamma col suo gran pancione, dove teneva l'ennesimo fratellino, le sue caviglie gonfie e uno stuolo di bambini attorno andò alla porta e disse:
    - "Avanti entrate pure, appoggiate qui, sul tavolo" - poi aggiunse solennemente - "E' la Divina Provvidenza!"
    Con il candore dei miei sei anni pensai che la Divina Provvidenza dovesse essere qualche cosa di molto bello, importante e buono poiché quando entrava in azione lei, tutti diventavano più allegri.
    Io e i miei fratellini ci avvicinammo al pacco incuriositi e ansiosi di vedere… la Divina Provvidenza…
    -"Non toccate" - disse la mamma - "Il pacco lo apro io"
    Intanto osservavo la carta marrone, lo spago incrociato che teneva chiuso il pacco, la targhetta di colore blu con scritte parole misteriose che io, bambina di prima elementare a malapena riuscivo a leggere sillabando: PAR AVION… Riconobbi, scritto con una calligrafia tremolante inclinata verso destra, il nome e cognome del mio papà e il nostro indirizzo.
    Mi colpì molto la lettera "enne" che stava al posto di numero e rimasi lì incantata a guardarla: com’era bella quella "enne", meravigliosa… Era proprio come la poteva tracciare solo la Divina Provvidenza.  Era una "enne" maiuscola alta, snella, con due ricciolini, uno in basso a sinistra e uno in alto a destra; la linea, più spessa nel tratto dove c'erano le incurvature, si andava man mano assottigliando: era un capolavoro! Di certo molto più elegante che quella "enne" maiuscola che avevo imparato a scrivere a scuola di cui avevo riempito ben due pagine del quaderno di bella scrittura!  Inoltre e la cosa non guastava per niente, anzi la rendeva più interessante ancora, era inclinata verso destra.
    Finalmente giunse il momento dell'apertura del pacco: la mamma tagliò lo spago e piano incominciò a svolgere la carta marrone. Comparve una scatola di cartone scuro e dentro c'era quello che io da subito considerai il tesoro! Fra gli indumenti di vario tipo e misura scorsi un cofanetto di latta smaltato in rosso con coperchio decorazioni floreali dorate. Quando la mamma aprì quel cofanetto e ne vidi il contenuto, provai un senso di gioia particolare… C'erano tanti, tanti bottoni grandi e piccoli, quadrati e rotondi, con due o quattro buchi, di legno, di metallo, di madre perla, dorati e argentati, a pallina, a fiore, di colori diversi… e la mia fantasia incominciò a mettersi in moto.
    Io ero una bambina sognatrice e fantasticavo moltissimo. Trascorrevo lunghe ore seduta sul gradino di legno davanti all'uscio di casa ad ammirare il cielo guardandone i colori, osservavo le nuvole che si rincorrevano, si prendevano e si lasciavano per poi danzare ancora insieme creando a immagini che cambiavano lentamente ma di continuo: a volte c'era un cane, una pecora, un gatto, un volto, un cumulo di fieno, un angelo, un cuscino e perfino…la Divina Provvidenza!  Talvolta sognavo di essere sdraiata sopra a una di quelle nubi e di vagare nell'aria lasciandomi cullare leggera.  Se le nubi erano scure e il cielo minacciava un temporale, vedevo gli orchi grigi e cattivi che correvano verso me, mi mettevo paura e rincasavo di corsa.
    Ma il momento più bello fu quando dopo qualche giorno, la mamma mi disse: -  "Ti piace il cofanetto dei bottoni, vero?  - Allora tienilo, è tuo".
    Presi il cofanetto con grande emozione trattenendo il respiro, lo aprii, misi le mani dentro, mescolai i bottoni per un po' con delicatezza ascoltando le sensazioni che mi davano sulla pelle, fra le dita, il rumore lieve che essi producevano.
    Fui felice.  Quante cose avrei potuto fare con tutti quei bottoni! 
    Nei giorni seguenti, quand' ebbi esaurito la serie dei braccialetti e delle collane di vario tipo,  iniziai a raggruppare i bottoni per forma,  per colore, per dimensione, a formare delle file, a  disporli sul tavolo a mo' di cerchio e poi,  sull'onda dell'entusiasmo a dar loro un nome e uno per uno. Giocavo immaginando come poteva essere la sua voce se fosse stato un bambino con il grembiulino nero e il fiocco azzurro anzichè un bottone e lo facevo in base al colore o al materiale di cui era fatto.  Infine cominciai a schierarli come si trattasse di una classe di bambini veri e io fossi la loro maestra.  A quel punto fu per me naturale parlare con loro, raccontare loro fiabe, recitare filastrocche, cantare "Pierino esploratore", "La bandiera dei tre colori"… Durante l'ora di bella calligrafia introdussi nel mio programma con molto piacere la famosa "enne" maiuscola della zia Alice d'America!  Con l'asticciola e il pennino intinto nell'inchiostro diedi ai miei alunni dimostrazione di come si faceva a tracciarla sul foglio; naturalmente loro ne rimasero entusiasti!
    Poi inevitabilmente arrivava il momento di riporre i bottoni nel cofanetto, richiuderlo e occuparsi dei compiti, quelli veri…
    Un pomeriggio la mamma non si sentì bene, arrivò la levatrice.
    C'era la nonna a prendersi cura di noi.  Io mi trovavo seduta al tavolo con il quaderno di lingua aperto davanti a me e dovendo per compito scrivere alcuni nomi propri di persona che iniziavano con la lettera "enne" non seppi resistere alla tentazione di farla come la faceva la zia Alice: quale migliore occasione per far finalmente vedere a tutto il mondo come si scrive una vera "enne" maiuscola?  Provai e riprovai, finalmente mi sembrò perfetta e allora scrissi nel mio quaderno: Nino, Nilla, Nicola…
    Che bellezza! Mostrai il mio compito alla nonna: -" Brava" - mi disse - "Hai scritto molto bene." Io fui fiera di me stessa.  Ripresi il mio cofanetto e feci l'appello sentendomi appagata e felice.  Fu quello il momento in cui decisi che da grande avrei fatto la maestra!
    La sera nacque un nuovo fratellino ed eravamo tutti contenti.
    Intanto mi esercitavo per la futura professione: parlavo ai miei bottoni come fossero alunni veri, insegnavo loro "l'educazione" ossia le buone maniere, correggevo il loro linguaggio esortandoli a non parlare dialetto in classe; si facevano i conti e perfino la pausa, durante la quale li disponevo in cerchio per fare il girotondo o li muovevo per giocare a prendersi o a nascondino…
    Spesso dicevo ai miei scolari di essere coraggiosi, di salire la scala di legno facendo attenzione, di entrare nelle stanze anche se buie, di portar da mangiare agli animali, anche se nella stalla ci sono i conigli che saltano da tutte le parti e fanno un po' paura: - "I conigli sono buoni" - dicevo - "Anche le galline, mentre i cani se non li conosci non sai mai come la pensano, bisogna fare attenzione e così i gatti."
    Questo insegnavo ai miei scolari e ripetevo a me stessa: da grande farò la maestra!
    Tanto per non lasciar nulla in sospeso, devo aggiungere che ritengo di aver subito una grande ingiustizia quando la mia maestra vide il compito in cui scrissi la "enne" maiuscola come faceva la zia Alice d'America: quella "enne" a lei non piacque per niente e per punizione mi obbligò a riempire un'altra pagina del quaderno di bella scrittura di "enne" maiuscola regolamentare.
    Il tempo passava e io diventavo  grande; le giornate scorrevano serenamente fra  scuola,  catechismo,  messe,  vespri,  funzioni religiose e l'azione cattolica, con miei coetanei e con i miei fratelli.
    Frequentavo la quinta elementare; il mio maestro era severo, si chiamava Valentino, ci raccontava di essere stato in guerra; un valoroso alpino che aveva combattuto nel Carso. La sua fama in paese era di essere colui che introduce alla vita adulta e fa passare ai bambini la voglia di "giocare e basta…”.
    Una mattina il maestro stava presentando la poesia "Egoismo e carità", io partecipavo molto emotivamente, mi sentivo vicina alla… "poverella vite” che quando fiedon le nevi i teneri arboscelli, tenera l'altrui duol commiserando scioglie i capelli… e l'immagine del vecchio che “…tien colmo in mano un nappo e il tuo licor gli cade nell’ondeggiar del cubito sul mento, poscia floridi paschi ed auree biade sogna contento…” L'immagine mi era familiare e io ero assolutamente solidale con la vite così generosa, mentre come il poeta, anch'io odiavo l'alloro che ”…quando s'invola il verno, ravviluppato nell'intatta vesta verdeggia eterno pompa dei colli, ma la sua verzura gioia non reca all'augellin digiuno, chè la splendida bacca invan matura non coglie alcuno…”.
    Stavo ascoltando e riflettevo sul significato di questi versi quando improvvisamente entrò in classe la bidella, parlò un po' con il maestro e poi entrambi mi guardarono.  Capii che doveva essere successo qualche cosa di grave… Mi dissero di tornare a casa per stare con i miei fratellini più piccoli perché la mamma stava male e il dottore la mandava all'ospedale!
    La mamma si era purtroppo ammalata di tubercolosi ai polmoni e fu ricoverata al sanatorio dove rimase per i tre anni seguenti. Io e i miei fratelli fummo accompagnati al "Dispensario", lì ci fecero la "lastra": tutti a posto, tranne la mia sorellina più piccola che era stata contagiata e fu a sua volta ricoverata in un centro pediatrico vicino al lago di Garda.
    Io e gli altri fratelli fummo distribuiti fra i vari parenti, accolti da loro più per forza che per amore, dicevano: "- Non possiamo rischiare di ammalarci anche noi!"- Guardavo mio padre, mi sembrava stanco e indifeso, avrei voluto fare qualcosa per lui… Provai una forte stretta al cuore e con un nodo in gola cercai di rincuorare i miei fratelli dicendo loro: - " Sarà per poco tempo vedrete, la mamma tornerà a casa e tutto sarà come prima".
    A me toccò essere ospite dai nonni in un maso situato a circa cinque chilometri dal paese. Tutte le mattine salivo sulla corriera per recarmi alla scuola media, nella borgata vicina.
    Ero una brava scolara, gli insegnanti erano contenti di me e si consolidava sempre più in me l'idea di seguire gli studi magistrali.
    Dopo scuola nel tardo pomeriggio vedevo papà che aiutava il nonno a mungere le mucche; a volte ci dava notizie della mamma.  Poi saliva sulla sua motocicletta "Benelli" e se ne tornava a casa nostra in paese.
    A giugno terminai gli esami di licenza media, fui brillantemente promossa. Di lì a poco tornò a casa anche la mamma e finalmente la famiglia si ricompose. 
    Avrei voluto iscrivermi alla scuola magistrale in città, però i miei genitori dissero che non era possibile, che per le ragazze era inutile studiare, del resto io avevo già studiato abbastanza alle medie, tanto poi mi sarei sposata.
    Trovai lavoro in un negozio nel paese vicino: vendevo vernici e materiale elettrico. Una sera tornando a casa avevo uno strano presentimento e la mia ansia aumentò di più quando mi resi conto che nel sottoscala dove era solito lasciarla, non c'era la moto di papà. Salii le scale di corsa, due gradini per volta e il cuore in gola. La mamma non c'era. Mio fratello m’informò che papà aveva avuto un incidente al lavoro e l'avevano portato all'ospedale e che la mamma era andata a vederlo. 
    Diedero la notizia anche attraverso la radio, al Gazzettino Regionale… Seppi così che papà non sarebbe più tornato.  I miei sogni si frantumarono in un attimo ed iniziarono gli anni più difficili della mia vita.
    Dopo il funerale per mesi la sera ci sembrava di udire il rumore della motocicletta del papà che tornava, di sentire il suo passo cadenzato salire la scala, ci pareva di vedere la maniglia abbassarsi e ci aspettavamo che comparisse sull'uscio.
    Il dolore per la morte di papà così repentina fu immenso e lacerante, poi piano, piano esso lasciò il posto alla rassegnazione: bisognava riprendere il filo della vita ed affrontare le giornate anche se si presentavano sempre più difficili.
    Venni a lavorare in città come cameriera in un bar, mi pagavano un po' più che al negozio e mi davano vitto e alloggio.
    Dopo qualche mese conobbi un uomo, me ne innamorai e in breve tempo fui sposa e madre.
    Passarono i mesi ed anche alcuni anni, poi a un tratto, iniziò a farsi sentire in maniera sempre più insistente una voce che diceva: -"Ricordi"? - Avresti voluto fare la maestra - Non è troppo tardi - Provaci - Esistono le scuole serali e ci sono tanti libri…
    Entrai così in conflitto con me stessa, fu una lotta impietosa fra quelli che erano i miei doveri di madre e i miei diritti di affermazione personale, le mie aspirazioni.  Dopo averci pensato a lungo presi la mia decisione e mi iscrissi ad una scuola serale. Frequentavo poco perché i miei due bambini mi impegnavano moltissimo, e studiavo molto.  In pochi anni riuscii ad ottenere il mio agognato diploma di "maestra" con una votazione di tutto rispetto.
    Per me significò riaprire lentamente le mie ali intorpidite e ricominciare a volare: arrivarono le prime supplenze, i concorsi, poi il ruolo. Ricordo l'emozione del mio primo giorno di scuola da maestra; mi pareva di vivere dentro un bellissimo sogno!  Davanti a me non c'erano più i bottoni del cofanetto rosso ma bambini veri: sedici bambini che mi guardavano con gli stessi occhi dei miei figli, bambini ai quali potevo parlare e raccontare, li potevo ascoltare e sentivo la loro fiducia incondizionata, i loro timori…
    Ero orgogliosa e consapevole di aver trovato in me la forza per affrontare le difficoltà della vita, di aver conservato intatto il mio sogno interrotto, di averlo ripreso e realizzato.
    Sono trascorsi molti anni, sono diventata nonna ; nel mio percorso professionale ho incontrato molti bambini, tutti diversi ma tutti uguali, con lo stesso grande bisogno di affetto, di essere ascoltati e guidati. Ancora oggi ogni mattina entrare in classe mi emoziona come la prima volta e il miracolo si ripete: guardare i bambini negli occhi mi riempie di gioia!
    Il mio racconto di vita è questo, il resto è presente rivolto al futuro: sono serena, posso guardare attorno a me con curiosità, incontrare nuove persone, fare nuove esperienze sentendomi libera di farle, pronta a ricominciare… a scrivere…

     
  • 26 maggio 2013 alle ore 18:06
    La saetta

    Come comincia: Era l’estate dell’anno 1952  quando,  in quell’angolo verde e  stupendo del Veneto chiamato Cadore, Angelino, un ragazzo di undici anni robusto e di buon carattere ogni mattina  saliva talvolta con fatica, il sentiero che portava alla sommità del monte dove i boscaioli segavano gli alberi. Il suo compito era  quello di portare il pane per la colazione dei  taglialegna  arrivando fino alla baracca fatta di assi e pietra dove gli uomini dormivano. Angelino aveva accettato di buon grado questo compito che lo faceva sentire grande e indispensabile alla sua famiglia e lo eseguiva diligentemente.
    La baracca era situata in un prato pianeggiante dal quale si dipartiva un ripido sentiero che conduceva  al luogo dovei boscaioli  lavoravano, ci si arrivava in venti minuti. La madre lo accompagnava fino al limitare del bosco; allorquando le prime luci dell’alba s’impadronivano del cielo lei lo lasciava proseguire da solo e tornando a casa dagli altri figli più piccoli che ancora dormivano, non senza avergli fatto le solite raccomandazioni.
    Da quel momento in  poi  il ragazzo era assalito da mille paure, ma non lo aveva mai confessato a nessuno: gli animali del bosco, non tutti buoni… le volpi,  i serpenti,  i gatti selvatici… Ne avvertiva la presenza e  il  verso. Ogni rumore era ingigantito dal silenzio della notte appena passata; il ragazzo  allungava il passo  procedendo più  speditamente  e  per farsi coraggio fischiettava, qualche uccello a volte  gli rispondeva, iniziando così un concerto meraviglioso. Al mattino il bosco era uno splendore!  Angelino si sentiva felice e ripagato dei minuti di timore vissuti: assisteva al risveglio degli animali, ascoltava il rumore prodotto dal  picchio che martellando  con il becco il tronco di un albero si costruiva il nido, c’erano gli scoiattoli che talvolta  dopo averlo spaventato, comparivano davanti a lui, lo fissavano e poi scappavano, come per giocare a nascondino;  così i cerbiatti incuriositi dalla sua presenza ma timidi, fuggivano velocemente e le farfalle, i fiori meravigliosi e profumati: calendule, salvia selvatica, acetosella…Tutto questo faceva parte della sua vita di ragazzino e della sua consuetudine.  Quando arrivava alla baracca mentre i boscaioli facevano colazione, Angelino doveva recarsi nel bosco vicino dove dalla roccia sgorgava una sorgente d’acqua,  riempire le loro borracce e riportarle.  Più tardi raccoglieva legna da mettere al fuoco per cucinare e quando il pranzo  era pronto la cuoca  riempiva la gerla con la polenta e il companatico,  gliela issava sulla schiena e lui riprendeva il cammino su per la salita  fino al  punto dove si trovavano i boscaioli.  Salendo poteva sentire sempre più forti  le loro voci, i canti, le loro imprecazioni,  il rumore delle accette e della sega. 
    Ci fu un giorno in cui improvvisamente il cielo si riempì di nuvoloni grigi scuri, carichi di pioggia.  Angelino come al solito si stava inerpicando sulla costa della  montagna con il pranzo per i boscaioli: polenta ancora molto calda e sugo con pochi pezzetti di carne …
    Udiva il rumore dei tuoni avvicinarsi sempre più e per quanto allungasse i suoi passi non riuscì a evitare il temporale, violento.  Improvvisamente, quando si trovò circa a metà percorso, un fulmine con un rumore assordante si abbatté su un larice spaccandolo in due e proprio nell’istante in cui il ragazzo stava passando vicino l’albero prese fuoco: Angelino  si sentì sollevare in aria e poi ricadere un po’ più in là,  la gerla gli scivolò dalla schiena, la polenta e il resto divenne pasto degli animali!
    Per un attimo non sapeva  dove fosse…Non capiva più nulla!  La testa gli martellava,  vedeva tutto torbido.  Dopo un po’guardandosi le mani si rese conto che erano annerite, sentì i capelli in testa dritti all’insù, bruciacchiati…Vide fuoco attorno a sé e sentì  l’ odore acre del legno del  larice in preda alle fiamme.
    Dopo lunghi istanti di semi incoscienza a un tratto udì la voce della cuoca che chiamava il suo nome e poi  la vide che correva verso di lui.
    Appena la donna lo raggiunse lo tirò per un braccio allontanandolo dal fuoco, lo aiutò ad alzarsi, lo guardò e scoppiò in singhiozzi… Poi,  sollevando lo sguardo verso il cielo intonò una preghiera di ringraziamento al  Signore per lo scampato pericolo.
    Salirono insieme fino alla baracca dove poco dopo specchiandosi  Angelino si vide completamente nero in volto, con i capelli diritti, le ginocchia e le gambe scure…  Si accorse anche di avere  i pantaloni lacerati, sembravano un gonnellino.
    Tremava convulsamente: lo spavento di cui prima non si era nemmeno reso conto, all’improvviso lo colse e scoppiò in un pianto dirotto invocando la mamma.
    Intanto i boscaioli erano scesi alla baracca per ripararsi dalla pioggia scrosciante.  Quando videro Angelino compresero l’accaduto, lo videro spaventato e cercarono di consolarlo, gli diedero qualche sorso di vino per rincuorarlo. Tentarono  di farlo sorridere e, benché uomini rudi,  lo abbracciarono affettuosamente quasi sentendosi in colpa  per quello che gli era successo e per il rischio che il ragazzo aveva corso a causa loro. 
    A dividere le fatiche con Angelino c’era Falco, un robusto cavallo da tiro dalla criniera folta, scura  e un mantello di colore  marrone.  Alla bestia toccava tutti i giorni trascinare fino al piano i tronchi tagliati e puliti dalle fronde.
    Nelle rare pause dal lavoro Angelino e Falco si concedevano delle brevi corse nella radura che sembravano molto gradite anche all'animale. Quel giorno però Falco non si trovava: i fulmini e i tuoni  lo avevano spaventato e fatto imbizzarrire.
    Quando la pioggia cessò dalla baracca si udì finalmente il suo nitrito.  Angelino uscì per prendere il cavallo e portarlo al riparo, ma Falco non voleva saperne di farsi legare: con uno scatto repentino prese a galoppare verso il basso, giù, lungo la strada. Angelino si mise a correre forte attraversando il bosco, con balzi lunghi e rapidi sperando così di intercettare Falco, ma quando arrivava alla stradina sottostante l’animale era già passato…Di gran galoppo! Lo poteva vedere e sentirne perfino l’odore e  il nitrito, ma non riusciva a raggiungerlo.
    Verso sera il ragazzo arrivò trafelato al paese, un gruppo di vecchie case con ancora i segni della guerra sulle facciate: buchi provocati dalle granate dei tedeschi in ritirata. Angelino desolato per non essere riuscito a ritrovare il cavallo, prima di andare a casa pensò di dare un’occhiata nella stalla dove di solito l’animale veniva ricoverato durante i mesi freddi. Non si sa mai, pensò.
    Ed ebbe ragione: Falco era lì,  maestoso, ancora ansimante  e fumante per la lunga galoppata; se ne stava davanti alla mangiatoia e vi infilava il muso per cercare biada, inutilmente.
    Angelino si avvicinò e lo accarezzò…Gli parlò amorevolmente. In risposta l’animale nitrì in un modo tale che al ragazzo sembrò quasi affettuoso, come volesse chiedergli scusa; mise allora della biada nella mangiatoia, gli accarezzò la criniera e poi stanco ma contento se ne tornò a casa.
    La madre era molta molto preoccupata. Quando lo sentì arrivare gli corse incontro e vedendolo così nero,  sudato,  con i vestiti strappati  si spaventò moltissimo e si mise a piangere portandosi le mani nei capelli.  Poi la donna si asciugò gli occhi con l’ampio grembiule che sempre indossava, gli scaldò il minestrone e dopo aver tentato inutilmente di ripulirgli il viso lo mandò a dormire ringraziando il Cielo di averle rimandato a casa il figlio sano e salvo.
    Il giorno seguente alle quattro e mezzo in punto il ragazzo andò nella stalla, caricò sulla schiena di Falco il sacco con la colazione dei boscaioli  e poi  da buoni amici, s’incamminarono insieme verso la montagna.  Come al solito la mamma lo lasciò alle prime luci dell’alba …Il ragazzo si attaccò alla coda del cavallo e  fischiettando si fece tirare.  Gli sembrava il giusto risarcimento alla fatica del giorno prima nel tentativo di arrestare la sua corsa, il minimo che Falco potesse fare…
    E ancora una volta insieme, su per la salita…Iniziando una nuova giornata.