username o email
password

Ti piace Aphorism?
Segnalaci su Google

Inserisci la tua e-mail per ricevere gli aggiornamenti

in archivio dal 14 ott 2011

Lorenzo Annovi

18 giugno 1987, Vignola (MO) - Italia
Segni particolari: Lettore, osservatore, amante del cinema, bevitore di vita, birra e lambrusco.

elementi per pagina
  • 14 ottobre 2011 alle ore 0:38
    La casa sospesa, la rivelazione.

    Come comincia: La casetta, piccola e graziosa, era sospesa nel cielo.
    Il tetto era di tegole rosate, dalla superficie ruvida intiepidita dal sole, mentre i muri candidi di malta apparivano liscissimi anche dopo anni di vento e intemperie.
    Un buffo comignolo paffuto faceva capolino su uno dei due lati spioventi del tetto, rilasciando un sottile serpente di fumo bianco che si innalzava per qualche metro in lente volute, prima di essere catturato da qualche corrente ascensionale che lo cancellava dal cielo come una sbavatura indesiderata.
    Intorno all’edificio, simile ad un grosso balocco per le bambole, si stendeva un fazzoletto di terra erbosa su cui spiccava il ciottolato bianco davanti all’ingresso;  Sulla sinistra della porta c’era un orticello ben curato, nel quale crescevano rigogliosamente verzure di ogni tipo. Non c’erano differenze tra le varie verdure e frutti di stagione: tutto, dalle fragole alle zucche autunnali, cresceva contemporaneamente, senza considerare i periodi stagionali. Sempre che di stagione si possa parlare, nel bel mezzo del cielo.
    Dall’altro lato dell’isolotto volante, sulla destra, una fenditura tra due grosse rocce muschiate generava un ruscello d’acqua dolce, che serpeggiava lungo il leggero declino del terreno, fino a raggiungere il bordo dell’isola che piombava nel vuoto, generando una piccola cascata nel blu.
    Nel bel mezzo di questo limbo di pace e serenità assoluta, c’era Lei.
    Non aveva nome, nessuno gliene aveva mai assegnato uno. Non c’era né una madre né un padre, non c’era stata nascita, così come non ci sarebbe stata morte, finché ella sarebbe rimasta ad abitare nella casetta.
    Quando si è confinati in un luogo privo della morte stessa, che importanza ha una cosetta irrisoria come il fatto di possedere un nome?
    Lei era una ragazza molto giovane e bella. Difficile stabilirne l’età, perché nonostante possedesse una fresca bellezza da quindicenne, il viso era avvolto da un’espressione di pace interiore che solo alcuni, molto di rado, riescono a conquistare con il sopraggiungere della vecchiaia.
    Difatti, osservandola la ragazza pareva allo stesso tempo giovanissima e molto vecchia, ingenua e saggia, acerba e provocante insieme...
    Nell’ambito limitato della casetta volante, tutto questo era lampante, nonostante all’apparenza non fossero altro che una serie di inaccettabili paradossi.
    Lei passava le giornate ad esistere, a vivere. Con tranquillità, semplicità e la ferma convinzione di stare bene. Il ché trasformava la sua vita in quello che più si avvicinava alla felicità assoluta: la mattina, alzatasi di buon ora, usciva di casa e contemplava il sorgere del sole. Sapeva di essere sospesa nel cielo, ma non aveva idea dell’altezza né di cosa ci fosse sotto di lei. A dire il vero, non era sicura neanche se ci fosse qualcosa sotto di lei. La sua concezione del mondo iniziava e terminava con il fazzoletto di terra erbosa, mentre il cielo era il suo universo protettivo circostante. Niente di più.
    Trascorreva le giornate in attività semplici che la rendevano più viva e felice che mai: curare l’orto, sua fonte di nutrimento, tenere ben pulita ed ordinata la casetta, accertarsi che il letto del ruscello fosse sempre in buone condizioni...
    In casa, nel comodo salottino di legno chiaro, arredato a puntino, possedeva anche una libreria e un telaio che non necessitava di gomitoli di lana, in quanto provvedeva a creare il filo da solo.
    La vita di Lei era la pace dei sensi fatta ad esistenza, e lei era ben felice di essere parte di tutto questo.

    Quella mattina era stata simile a tutte le altre innumerevoli mattinate che Lei aveva vissuto fino a quel momento; Dopo aver fatto colazione con fragole e zucca al vapore, aveva contemplato il cielo per un po’, senza avere in testa un concetto ben preciso di cosa fosse il tempo, né di come potesse in qualche modo misurarlo; Il tempo era un aspetto del suo microscopico universo che non necessitava di molta considerazione.
    A metà mattina aveva letto una fiaba da uno dei suoi libri preferiti, che non possedevano né autore, né data di pubblicazione.
    In quel preciso istante, stava pulendo con un panno la parete candida della casa, quando gettando lo sguardo all’infinito del cielo blu vide qualcosa che si stava avvicinando molto rapidamente.
    Socchiuse gli occhi, scrutando incuriosita la sagoma scura che fendeva le nuvole bianche, puntando dritto dritto verso l’isola volante.
    Solo quando la “cosa” fu quasi giunta a destinazione che Lei si rese conto con sgomento che cosa fosse in realtà: una persona.
    O meglio, visto che non possedeva la cognizione che ci fossero altri esseri con fattezze simili alla sua, vide una creatura molto simile a Lei, tranne che in qualche evidente dettaglio...
    Era un ragazzo.
    Snello e giovane, come lo era Lei. Ma mentre Lei aveva lunghissimi capelli neri che gli scendevano quasi fino alle caviglie, la chioma del ragazzo era candida come la luna piena e terminava poco sotto le spalle. Vestiva un elegante abito nero, bordato di pizzi argentei, che esaltava la linea sinuosa e atletica del corpo. Consapevole di indossare semplici abiti di lana chiara fatti a mano, per la prima volta Lei provò qualcosa che si sarebbe potuto descrivere come un abbozzo di vergogna.
    Abbassò lo sguardo, la mano chiusa in un pugno tremante a coprirle la bocca. Si sentiva spaesata e colta alla sprovvista: Chi era? Cosa era? Perché era lì?... Tutte domande, queste e mille altre, che il suo minuscolo mondo personale non le aveva mai imposto di chiedersi.
    -Salve a te, fanciulla!- Disse gioiosamente il ragazzo, esibendo un inchino sfarzoso, quasi compiacendosi della propria grazia innata.
    Da quanto tempo Lei non parlava? Non si ricordava neanche come fosse la sua voce... Stentava a credere di possedere una voce, addirittura.
    -S-s-s-aaalv-v-e...- Disse lei, arrossendo per lo sforzo.
    Il ragazzo si guardò intorno, il volto per metà stupito e divertito assieme.
    -Sei accasata magnificamente qui!- Disse, allargando le braccia.
    Lei non seppe che dire. Quello che riuscì a fare fu sondare profondamente gli occhi di lui: occhi blu più del cielo dietro le sue spalle, occhi profondi e giovali che divoravano con allegria ogni cosa su cui si soffermavano. Ogni cosa... e ogni persona.
    Si sentì avvampare.
    -Da dove vieni?- Chiese Lei, più fiduciosa nel parlare, questa volta.
    Lui parve sorpreso, ma manteneva quell’atteggiamento di fondo che era divertito ma anche un po’ troppo scanzonato.
    Allungò il braccio, l’indice teso verso il cielo. Con un tuffo al cuore, Lei vide che oltre a indicare il cielo, l’indice del ragazzo puntava anche leggermente verso il basso.
    In basso... Sotto il cielo.
    -Vengo dalla città-Mondo, là sotto...- Disse il ragazzo, scrollandosi una ciocca di capelli nivei dalla fronte con uno scatto della testa. Poi chiese la domanda che a quel punto Lei attendeva e al tempo stesso temeva di più: - La vuoi vedere? Te la mostro io...-
    La mano del giovane si rese verso di lei, il palmo verso l’alto, le dita affusolate pronte a stringere le sue.
    Lei, abituata da chissà quante eternità all’amorevole sicurezza dell’isola volante e della sua casetta di malta, ebbe paura.
    Una paura che non era infantile, o immaginifica, come quella che provava negli incubi. Una paura reale... La paura dell’ignoto, di perdere ciò che si ama e su cui si fa affidamento nella vita.
    Eppure c’era qualcosa nello sguardo del ragazzo... Pareva quasi che avesse un ché di magico. Qualcosa che la spingeva a desistere, vincendo la paura e affrontando quella nuova, inaspettata sfida che le era stata offerta.
    Si avvicinò al ragazzo e strinse la sua mano. Sentì il calore di un corpo che non era il suo e questo calore si espanse dentro di lei come un incendio. Ansimò, emozionata come non mai.
    -Non avere paura, non corri alcun rischio a volare con me...- Disse il ragazzo. E lei ci credeva, con tutto il cuore.
    Si staccarono dal suolo entrambi, silenziosamente, senza muovere un alito di vento che già non fosse presente nell’aere fresco del cielo.
    Lei scoprì di non avere affatto paura di volare: la stretta salda e forte del ragazzo era più rincuorante persino della stabilità offerta dalla casetta volante. Si stupì di questa sensazione, provando anche uno strano disagio... Scoprì di sentirsi ingrata verso il limbo volante che fino a quel momento l’aveva accudita come un utero amorevole.
    Ma un istante dopo, quando partirono veloci come uccelli marini sferzati dal vento, tutto scomparve. Rimase solo il lussurioso piacere del volo... E di lui.
    Lei voltò lo sguardo un’ultima volta, osservando l’isola; non l’aveva mai osservata dalla distanza: sembrava una grossa zolla di terra marrone a forma di cuneo, con la punta rivolta verso il basso. Grosse radici sbucavano sulla parte sinistra, dove sorgeva l’orto, abbeverandosi delle minuscole sacche di umidità offerte dalle nuvole.
    Con un riso esuberante e cristallino, il ragazzo proruppe in una picchiata verso il basso. Fu un esperienza da brivido per Lei, ma tutto sommato divertente. Risero insieme per tutta la durata della velocissima picchiata, mentre l’aria, ora fresca e ora calda a seconda delle correnti ascensionali che fendevano, sferzava i capelli di entrambi.
    All’improvviso, davanti a loro, le nubi si aprirono come i lembi di un sipario paradisiaco, e sotto di loro apparve la città-Mondo.
    Lei perse il fiato, incapace anche solo di pensare, di accettare quello che gli si profilò dinnanzi.
    Fin dove l’occhio poteva scrutare, si innalzavano palazzi di magnificenza inaudita, torri e pinnacoli argentei che scintillavano al sole come i diamanti di una corona sontuosa. Ponti dai raffinati bordi intarsiati correvano da una torre all’altra, mentre gli edifici più bassi formavano un tappeto uniforme di quartieri e piazze, scalinate e portici. Lei vide la vita brulicare dentro a quegli edifici e quelle strade. Una vita diversissima da quella che aveva vissuto fin’ora, fatta di pace e solitudine assoluta. Quella che osservava ora era una massa di esistenze pulsanti, frenetiche, parte di una collettività troppo grande da poter comprendere, almeno per lei.
    -Ti piace?- chiese il ragazzo.
    -E’ bellissimo!- gridò lei, la voce così acuta da apparire quasi isterica.
    -Bene! Lo sai, io sono il principe di questa città-Mondo! Sono colui che decide le sorti delle future vite altrui. Sono colui che fa maturare gli animi e apre gli occhi a coloro che sono rimasti troppo a lungo a crogiolarsi nell’innocenza...-
    La voce del ragazzo si era improvvisamente caricata di una sgradevole tonalità distorta. Se solo Lei avesse ne conosciuto il significato, la parola le sarebbe saltata alla mente in un lampo: cinismo.
    Il ragazzo posò la mano sugli occhi di Lei, e quando la tolse successe il finimondo.
    Come la pittura di un dipinto avvolto dalle fiamme, la realtà che si stendeva davanti agli occhi di Lei prese a sciogliersi, deformandosi e perdendo consistenza, per lasciare trasparire quello che realmente era celato al di sotto di essa.
    La sfarzosità splendente della città-Mondo si sgretolò, aprendo crepe sulle superfici dei palazzi e frantumandone le immagini in grossi cocci luccicanti che piovvero al suolo in una cacofonia di schianti e frantumi. Al di sotto di questi frammenti, Lei vide una città-Mondo diversa, fatta di povertà e brutture, sporcizia ed edifici rugginosi, cavi di rame sbilenchi che si intrecciavano in perverse ragnatele metalliche, interi quartieri avvolti da fumi ed esalazioni tossiche... Quella città così sconfinata che le era apparsa come una visione paradisiaca in realtà era la rappresentazione concreta del marciume.
    Le vite brulicanti che affollavano le strade non le parvero più energiche, ma povere e miserabili, avvolte dalla disperazione. Si sentì soffocare dalle loro grida e da tutte le emozioni distorte di quella massa commiserevole.
    Un boato vibrò nell’aria, talmente forte da scuotere il cielo. Lei strillò, terrorizzata, quando davanti a loro una enorme massa scura precipitò verso il basso, squarciando il manto nuvoloso con la forza della propria caduta libera.
    Con orrore infinito, Lei osservò la propria isola volante, su cui si ergeva l’amata casetta con l’orto e il ruscello, cadere come un enorme sasso lanciato giù per un pozzo.
    Disperata, Lei si volse lo sguardo al ragazzo, che era rimasto dritto come un fuso fino a quel momento, continuando imperterrito a volare in linea orizzontale.
    Il volto del ragazzo incrociò quello di Lei, ed ella vide che qualcosa era cambiato: la pelle pareva più pallida e tesa sul cranio; le labbra più sottili e bluastre; ma gli occhi, più di ogni altra cosa, sconvolsero lei: non più giovali e spigliati, ma febbricitanti di malignità pura.
    Il ragazzo parlò e quando lo fece, Lei sentì un acuto senso di repulsione da quel volto, così si costrinse ad osservare la sua vecchia isola che continuava a precipitare dinnanzi a loro, mentre la voce sibilante del ragazzo gli arrivava alle orecchie, leggera come un pensiero di sottofondo a quella scena di terribile distruzione.
    -Osserva la sofferenza delle persone sotto di te, ragazza... Senti la loro miseria, l’alone di fetido disgusto che provano per loro stessi e l’uno per l’altro...-
    ...L’isola cadeva, cadeva, sbriciolandosi in grossi segmenti di terra avvolte da polvere scura e detriti...
    -Inutile rifugiarsi in stupidi nidi di illusione e ignoranza. Il tuo posto è laggiù, tra i miasmi della feccia mortale che marcisce a causa della sua stessa gretta avidità...-
    ...All’improvviso, la casetta di malta si sradicò dal suolo dell’isola. Le fondamenta si strapparono dal suolo, le travi di legno si spezzarono come ossa vecchie e polverose. Sotto di essa, l’isola di terra si frantumava sempre di più...
    -Guarda il tuo patetico guscio ultraterreno che acquista il suo reale valore terreno: un ammasso di rottami, inutili e sbriciolati. Questo è il potere della realtà, ossia distruggere tutto ciò che non gli appartiene, rendere l’immateriale qualcosa di tangibile ma al tempo stesso patetico...
    ...Vide le piante dell’orto che venivano tritate e fagocitate dalle voragini della terra, che si apriva con crepe simili a ferite inferte nella scura carne dell’isola volante. La casa ormai era nient’altro che una nube di calcinacci bianchi in caduta libera, leggermente più in alto rispetto alla massa di detriti...
    - Tu sei un anima senza guscio, ragazza. Non hai ancora preso il tuo posto nella realtà che senti la sotto. Fino ad ora ti sei beata di questa tua condizione privilegiata, lassù nel tuo caldo rifugio; ma viene sempre il momento di affrontare la realtà... La dura, orrenda, sporca, putrida, mortale realtà. E questo momento, ragazza, è ORA!-
    Mentre quel che rimaneva della sua vecchia isola volante si sfracellava al suolo, sollevando una nube nera che si innalzò come un’esplosione, il ragazzo lasciò la presa e Lei cadde nel vuoto. Precipitò, urlando disperatamente, mentre sotto di lei la città-Mondo si faceva ogni istante più vicina, più appuntita, più arrugginita, più putrida, più viscida e tangibile...
    E poi ci fu bianco, infinito, innominabile...

    La neonata venne al mondo in uno dei tanti vicoli maleodoranti dei bassi fondi di città-Mondo. Il ciottolato della viuzza buia era bagnato di umidità, sudiciume e liquame.
    La madre morì durante il parto. La bambina rimase qualche tempo lì, accanto al corpo esangue del suo unico genitore, avvolta dal sangue e dalla placenta.
    I mendicanti e gli accattoni osservarono la scena con un certo distacco, ignorando il pianto disperato della neonata, oramai abituati a quelle scene di squallida vita e morte quotidiana.
    Tuttavia ci fu un momento durante il quale il pianto della piccola si fece improvvisamente fortissimo, quasi disperato, tanto che alcuni dei passanti si fermarono a guardare, incuriositi.
    Non videro niente di diverso da poco prima. La stessa bambina, ancora immersa nei fluidi del parto.  Piangeva come se provasse un qualche tipo di dolore fisico.
    Non videro la sagoma leggiadra del ragazzo che osservava la neonata nel bel mezzo del vicolo, il ghigno dilatato oltremisura che gli deformava il volto affascinante, gli occhi blu pieni di spietata soddisfazione.
    -Benvenuta nel mondo dei mortali, ragazza...- sussurrò il Demone delle Nascite Infauste... o forse non fu altro che un alito di vento.

     
  • 14 ottobre 2011 alle ore 0:34
    Notte di lei, una di tante.

    Come comincia: Notte.

    La vecchia camera da letto era uno scrigno di oscurità e ombre sbilenche; L’unica fonte di luce era la luna a tre quarti che filtrava tra le imposte.

    Solo rimanendo in quell’ambiente buio per parecchi minuti, gli occhi si sarebbero abituati al buio e avrebbero intravisto lo scarno arredamento della camera: un vecchio comò a fianco del letto massiccio, un alto armadio a due ante rozzo e scrostato dagli anni, infine una bassa cassettiera che dall’aspetto pareva aver vissuto svariati anni in più dei suoi originari padroni, questo è certo.

    Come tutte le notti, lei stava immobile sotto il lenzuolo, respirando piano, come se questo potesse alleviare i suoi timori. Come se ci fosse qualcosa, un’entità esterna e superiore, che giudicasse ogni suo singolo gesto, anche il più banale come l’atto di respirare.

    Lei era lì, sotto le coperte, respirando piano.

    Completamente sveglia. In attesa che lui rincasasse.

    Teneva le orecchie tese verso il piano inferiore, dove l’ingresso del vecchio casolare introduceva ad una ampia cucina di quelle di una volta, anteguerra, con il camino a muro e la stufa di ghisa ben saldata contro la parete.

    Teneva le orecchie tese perché dal semplice suono di lui che rincasava, aprendo la porta e poi richiudendosela alle spalle, poteva essere in grado di dedurre se quella notte sarebbe stata bella o brutta.

    Si era resa conto da tempo che quando rimaneva sveglia e in attesa, aspettando lui, iniziava a ragionare come se fosse di nuovo una bambina di dieci anni, o poco più.

    Raggomitolata sotto le coperte, rigida come una pietra, smetteva di pensare come una giovane donna quale era: si limitava solo a sperare, a pregare che quella notte in particolare non sarebbe stata una di quelle brutte, ma una bella, senza paura e senza le brutte cose.

    “Molto infantile da parte mia“, si ripeteva durante il giorno, quando la luce e le attività giornaliere tenevano lontane le brutte cose da lei.

    Ma la notte, tutto cambiava.

    Lei si trasformava. La realtà si trasformava.

    Ritrovandosi a letto, verso mezzanotte e trattenendo il respiro, rifletteva che non c’era niente di innaturale in quell’atto di regressione; la sua mente si ritraeva dietro a quel velo fatto di assoluti, di “cose belle e cose brutte”. Il bianco e il nero. La facilità delle cose semplici da affrontare.

    A quel punto lei si rassegnava al fatto che non poteva fare niente, perché era la sua mente inconscia a reagire da sola, senza controllo, per pura e semplice preservazione.

    Dall’esterno, nel cortile di casa, giunse d’improvviso il rumore degli pneumatici che scricchiolavano sul selciato di ghiaia.

    Un cigolio di freni consumati e una leggera sgommata sui sassolini a causa della frenata troppo brusca.

    Non un buon segno, pensò lei, stringendo le palpebre e cercando di ingoiare la paura.

    Una portiera si aprì con un clangore che evidenziò gli anni e la ruggine dell’auto.

    Lei la conosceva bene quell’auto: una scassata Renault R5 vecchia più di vent’anni, che rimaneva funzionante con poco di più di nastro da pacchi, silicone e sputo.

    Odiava quella macchina, perché era la rappresentazione perfetta del suo proprietario: scalcinata, rozza e ridotta ad un rudere esattamente quanto lui, che in quel momento scagliava la portiera con forza esagerata.

    La portiera dell’auto si chiuse con un tonfo metallico, seguito da un brontolio assonnato e stordito di chi l’aveva chiusa. Un brontolio arrabbiato.

    Sempre peggio, pensò stringendo le coperte nei pugni.

    Ciò nonostante, continuò ad ascoltare, speranzosa.

    Un rumore tintinnante. Incerto.

    Un mazzo di chiavi che sferragliò come un grosso sonaglio arrugginito.

    Odiava anche quel suono, forse più della macchina. Avrebbe trovato più rilassante il lamento di una sirena antincendio piuttosto che quel maledetto sonaglio di chiavi, che significava il ritorno a casa di colui che odiava con tutto il suo essere.

    Il mazzo di chiavi cadde per terra. Si capì benissimo: un clangore di oggettini di ferro contro il suolo di ghiaia polverosa. Una voce roca ed impastata imprecò in dialetto modenese, una sonora bestemmia che avrebbe fatto rigirare nel sonno un prete.

    Lei emise un singulto strozzato.

    Prima ancora che lui fosse entrato in casa, lei già sapeva che quella sarebbe stata una notte di quelle brutte. Tanto, tanto brutte.

    D’un tratto si chiese perché fosse così stupita e spaventata da questo fatto: insomma, lui il giorno dopo sarebbe partito per un mese intero di viaggi; era naturale che avesse passato la notte a bere in osteria, così come era naturale che quella notte si sarebbe levato ogni sfizio immaginabile prima della partenza.

    L’ovvietà della cosa, e la tranquillità con cui all’improvviso si ritrovò ad affrontare l’idea, la colpirono come uno schiaffo sulla guancia.

    Che stupida, si disse mentalmente tra sé e sé. Certo che sarebbe stata una notte brutta-brutta. Non

    avrebbe nemmeno dovuto sperare il contrario, si sarebbe evitata un sacco di false illusioni.

    D’un tratto sentì un senso di gelido distacco pervaderle il corpo, sciogliendole la rigidità che fino ad allora l’aveva tenuta tesa come un fuscello di bambù.

    Si accorse di essere rigida come un fuso e di non sentire più nulla di realmente importante.

    Era inevitabile. Era già lì.. Perché morire di angoscia, quando poteva lasciar correre, sopportare e finirla senza fare storie?

    Si sentì impotente e passiva, e se ne vergognò con se stessa, perché in fondo era proprio lo stato in cui lui amava trovarla, le notti brutte.

    Passi pesanti salirono le scale, con ritmo irregolare. Si fermarono davanti alla porta della sua camera, socchiusa.

    -Ehi bimba, si può?- Chiese una voce ubriaca fradicia.

    Lei si sentì avvampare. Come osava chiamarla sempre bimba, durante le sere brutte?

    Si sentiva violata già da quel dettaglio insignificante.

    -Sì- disse in un sussurro.

    La porta si aprì piano, cigolando sui cardini. La luce ambrata del corridoio gettò un alone giallastro nella camera polverosa; Lei alzò di poco lo sguardo dal guanciale, quel tanto che bastò per vedere la grossa sagoma dell’uomo stagliarsi nella voragine della porta, incorniciato dalla luce malaticcia della lampadina a risparmio.

    -Domani parto,bimba. Sto via un mese intero. Tanto, troppo tempo lontano da te…-

    Il tono era languido, distorto e patetico.

    A giudicare dal modo in cui l’uomo scandiva le parole, le singole lettere persino, pareva che stesse facendo uno sforzo immenso per districare i pensieri dal turbinio sbilenco dell’alcool, e una fatica ancora maggiore per riversare tali pensieri fuori dalla bocca.

    -Lo so che parti. Lo so-. Disse lei con voce flebile. Che altro poteva fare, se non dare ragione a tutto quello che diceva quell’ubriaco schifoso?

    -E non ti dispiace neanche un po’?- Chiese lui, improvvisamente adirato per qualche misteriosa ragione, che solo il suo cervello annebbiato aveva saputo creare in quell’istante.

    -Non ti dispiace se parto? Eh?- Ripeté, con tono petulante e furioso.

    Il vinaccio bevuto lo aveva reso fin troppo nevrotico ed emotivo.

    Praticamente, era già incazzato.

    Ecco, pensò lei. Il pretesto perfetto. Se l’era servito da solo su un piatto d’argento.

    Buon appetito, signore. Gradisce un’antipasto?

    Ridacchiò isterica a quel ragionamento grottesco. Subito si tappò la bocca con la mano, tentando di non farsi udire. Ma lui era sbronzo, non sordo.

    Si precipitò con due passi sgraziati ai piedi del letto, afferrò le coperte con una mano e le strappo via, lasciando lei scoperta in reggiseno e mutandine, raggomitolata come una micia indifesa davanti ad un cane feroce.

    -Io lavoro come un negro, girando in lungo e in largo, e tu ridi di me?-

    -No, non intendevo ri…- La voce flebile di lei si spense non appena lui parlò.

    -Passo mesi e mesi lontano da casa, facendo un lavoro di merda da anni, ANNI!...mandandoti i soldi per posta e permettendoti di fare la puttanella in giro per tutta Vignola… quando l’unico a cui dovresti regalare attenzioni sono io… io e nessun altro… E TU RIDI DI ME?-

    Ruggì talmente forte che il cane nell’aia prese ad abbaiare.

    Lei iniziò a piangere silenziosamente. Stasera sarebbe stata la peggiore di tutte, lo sapeva. Non si era mai arrabbiato tanto. Pregò che non le facesse molto più male del solito.

    Con movimenti lenti e impacciati, si mise a cavalcioni su di lei, togliendosi la maglietta e scoprendosi il ventre appesantito da anni di bevute ed eccessi.

    Lei era quasi certa di ricevere un ceffone, un pugno persino.

    Strinse i denti e strizzò gli occhi.

    Inaspettatamente, sentì la mano dell’uomo lisciarle dolcemente la guancia, seguendo la linea arrotondata dello zigomo e infine della mascella.

    Il calore della sua mano era eccessivo e gonfio di minacce.

    Aprì gli occhi e scoprì che anche lui stava piangendo. Aveva gli occhi lucidi e languidi, arrossati dalle lacrime e dal vino allo stesso tempo.

    -Ti voglio così bene…- sussurrò, un sibilo che sapeva di alcool rancido.

    Lei non disse nulla. Si limitò a guardarlo con espressione vuota.

    -Ti voglio bene- ripeté lui, -Sei la cosa migliore che io abbia mai avuto in vita mia. Sei così bella!-

    Come a confermare l’ultima frase, appoggiò una mano callosa sulle una delle cosce snelle di lei. La mano strinse, bruciandogli di dolore l’interno coscia, poi prese a salire, salire… finché le dita tozze dell’uomo pizzicarono la stoffa sottile delle mutandine.

    A quel punto, le dita si infilarono sotto la stoffa

    Con un gemito che era per metà piacere, per metà disperazione, lei cercò di divincolarsi, ma lui la teneva saldamente sotto il suo peso.

    Era grosso e determinato.

    Il volto dell’uomo era adagiato sui seni minuti, ansimante come un mastice; la mano sinistra stringeva forte la spalla della ragazza, poi guizzava ad afferrare fianchi, pancia, natiche di lei;

    la mano destra invece, era sotto le sue mutandine fino al polso. E lì rimaneva.

    Andò avanti per molti, troppi minuti. Lui fremeva sopra di lei come una grossa sanguisuga ansimante.

    Lei teneva la testa appoggiata al legno scuro del letto, con il viso imperlato di sudore freddo e un’espressione di muta disperazione dipinta su di esso. Ogni tanto sussultava di piacere, suo malgrado. Ogni volta che questo accadeva, era come se qualcosa dentro di lei si consumasse, eroso dal dolore come roccia marina corrosa da un’onda.

    -Adesso basta!- Disse finalmente quando riuscì a raccogliere forze e voce necessarie.

    Lui fece finta di niente. Continuò imperterrito.

    -Basta. Ho detto basta. Smettila!-

    -PAPA’, SMETTILA!- urlò infine.

    Lui si ridestò e alzò lo sguardo incrociando gli occhi verdi di sua figlia. Qualcosa di inafferrabile fluì tra di loro, mentre si guardavano negli occhi.

    Qualcosa di sbagliato.

    -Sssssssssssh…- fece infine l’uomo, con l’intenzione di essere dolce.

    Poi riprese da dove aveva interrotto.

    Il mattino dopo, lei si svegliò che aveva ancora gli occhi gonfi di pianto. La luce mattutina filtrava dalle imposte chiuse, disegnando sottile lamine chiare che attraversavano l’aria della camera, mettendone in risalto la polvere svolazzante.

    Alzandosi dal letto, la ragazza si accorse che involontariamente si era addormentata in posizione rannicchiata, proprio come una bambina impaurita, nella stessa posizione in cui si era ritrovata molte volte, da piccola, la mattina dopo un brutto sogno.

    Toccò le lenzuola con un gesto lento ed automatico: le sentì ancora umide per la sera prima.

    Con un sussulto strozzato, si alzò di scatto, togliendosi da sopra le coperte come se fossero state roventi. Si sentiva improvvisamente nauseata di restare solo un istante di più su quel letto.

    Si lavò, rimanendo lunghi, interminabili minuti con la faccia sotto lo spruzzino della doccia, mischiando lacrime all’acqua corrente.

    Una volta asciugata, indossò una maglietta sformata e sbiadita, un paio di short da ginnastica, poi aprì le imposte della camera, inondando la stanza di luce. Fuori, il mondo era bello, ignaro di quello che accadeva tra le mura di quella casa.

    La campagna di alberi da frutto, nonostante fosse già spogliata in parte dall’arrivo dell’autunno, era luminosa e non c’era un ombra di foschia nell’aria. Il sole era vivace, quasi eccessivo considerando che ormai era ottobre.

    L’aria era fresca e frizzante, solo leggermente pregna di umidità.

    Abbassando lo sguardo sul cortile ricoperto di ghiaia, la ragazza vide che l’odiosa renault R5 era ancora parcheggiata lì dove era stata lasciata la notte prima.

    Per un orribile istante, lei pensò che suo padre non fosse partito, nonostante quel viaggio fosse stato stabilito giorni prima.

    Con il cuore stretto di angoscia, la ragazza prese a scendere le anguste scale che conducevano al piano di sotto, nella vecchia cucina del casolare. Quasi si aspettava di vedere la figura massiccia del padre seduta a tavola, mentre faceva colazione con caffelatte corretto al Jack Daniel’s.

    Non sarebbe stata la prima volta, dopotutto.

    Nella sua mente, lei vide il viso sformato del padre alzare gli occhi dalla scodella, osservarla con quel penetrante sguardo tra l’affettuoso ed il voglioso, e levarsi dal tavolo a fatica, ordinando di tornare in camera e sdraiarsi ancora sul letto, che aveva ancora voglia di farlo, che la notte prima non gli era bastato per un cazzo, che… che…

    Al penultimo gradino della rampa di scale, le ginocchia della ragazza cedettero al terrore di quel pensiero. Cadde in avanti, dando una spallata al muro e afflosciandosi lungo di esso, mentre il respiro si faceva faticoso. Qualcosa in lei era cambiato. Lo sentiva.

    Nonostante fossero anni ormai che suo padre abusava di lei, non le era mai capitato di sentire quella sensazione, subito dopo una delle “notti brutte”.

    Quella volta era stata diversa.

    Era un eruzione interna di rabbia e dolore, che aumentò in lei a tal punto da farle credere che il petto sarebbe esploso e le costole sarebbero state lanciate contro le pareti come schegge di una bomba.

    Cresceva, cresceva da morire, un falò dentro di lei che le imperlò la fronte di sudore e la fece urlare selvaggiamente nella solitudine del casolare di campagna.

    Quando finalmente passò, quasi mezz’ora dopo, si sentiva sfiancata.

    Aveva il fiato corto e la gola le bruciava a causa del tanto urlare a squarciagola.

    Ma soprattutto, era come se qualcosa dentro di lei si fosse incrinato, crepato, una sbeccatura del bordo argentato del suo essere, piccola ma inevitabile .

    Alzandosi finalmente dal fondo delle scale, andò in cucina. Non sentiva più addosso la paura cieca di trovarvi dentro suo padre.

    Infatti non c’era nessuno. La cucina era sgombra, a parte un paio di piatti ed un bicchiere che sicuramente suo padre aveva utilizzato per una frugale colazione e successivamente aveva lasciato nel lavello, immersi nell’acqua.

    Sul tavolo, c’era una lettera non sigillata. Sulla carta della busta era scritto in modo rozzo e frettoloso:

    “da papà per la sua Bimba”

    (con la maiuscola, brutto stronzo bastardo, vorrei che morissi in un incidente d’autostrada, stritolato dalle lamiere affilate della cabina del tuo TIR…)

    Lei aprì la busta con sguardo neutro, e lesse:

    “Cara mia, sono partito stamattina alle 5 in punto. Mi sono fatto accompagnare da Gianni al deposito dei camion, quindi ho lasciato la Renault in cortile. Chiudila nella rimessa, mi raccomando. Io tornerò fra circa quattro settimane. Ti ho lasciato un po’ di soldi nello sportello della credenza, in mezzo alle tazze da caffè. Non sputtanarlo subito tutto facendo la baldracca in giro, mi raccomando. Non avrò modo di mandarti altri soldi, quindi fatteli bastare. E poi, non hai motivo di spenderli per qualcosa che non sia comprare da mangiare, perché tu sei la mia bambina, la mia bimba, e sei mia e basta.

    Saluti da papà”.

    Fissò la lettera per qualche istante dopo averla letta. Osservò con attenzione la calligrafia sbilenca, la carta ruvida e giallastra, come se contenessero significati reconditi in realtà inesistenti.

    Quando fu trascorso poco più di un minuto d’orologio, appallottolò tra le mani la lettera, accartocciandola con quanta più forza avesse nelle mani.

    Fatto questo, uscì nel cortile, assaporando la temperatura gradevole del mattino.

    Si stava bene fuori da quella casa. Fuori, era autunno. Uno di quelli miti, dalle giornate frizzanti.

    Aprì la rimessa, spalancando le grosse porte di lamiera che cigolarono sui cardini rugginosi, poi si diresse alla vecchia auto.

    Le chiavi erano inserite nel quadro comandi, aspettavano solo lei.

    Come in una visione, lei si figurò lo spettro di suo padre che, dopo essere uscito di casa, infilava la testa nel finestrino abbassato, per controllare di aver lasciato le chiavi a disposizione della figlia.

    Talvolta era così amorevole… Altre volte, era un mostro, l’incarnazione dei babau che da piccola affollavano la sua immaginazione di bambina.

    Entrò in macchina. La vecchia R5 cigolò persino sotto il lieve peso della ragazza, tanto era disastrata.

    Con un paio di manovre rapide, lei parcheggiò l’auto dentro al garage, mentre dagli occhi colavano altre lacrime silenziose che nemmeno lei sapeva spiegare completamente.

    Chiuse il garage e rimase immobile in mezzo all’aia.

    Il gallo cantò il suo inno stridulo un paio di volte.

    Una ragazza bionda, a pochi metri da lui, si chiedeva se un giorno sarebbe mai stata in grado di ucciderlo. O uccidersi.

    .

     
  • 14 ottobre 2011 alle ore 0:26
    L'Uomo Allegro, la città e la pira.

    Come comincia: La strada era scura, bagnata e urlava.
    Una pioggia oleosa e grigiastra cadeva lentamente da un cielo invisibile.
    Plumbeo e temporalesco, eppure celato: così era il cielo; coperto da strati infiniti di filamenti e teli lattiginosi, talmente fitti l’uno con l’altro, da apparire come uno sbilenco intreccio di fasci candidi; gli occhi del cielo non si potevano posare sulla città, e viceversa la città non era in grado di alzare il suo sguardo compassato e triste senza incontrare nient‘altro che intrecci della bianca fibrosità dei sogni.
    Cosa avrebbe dato ogni singolo abitante della città per tendere la mano, ergersi al di sopra dei tetti sgraziati, spioventi dei palazzi in rovina, e riafferrare con foga quegli ammassi lattiginosi appesi come panni lavati da poco, che tuttavia marciscono giorno dopo giorno e si lordano inevitabilmente al contatto con i miasmi della città.
    Il cielo era al di là di tutto questo.  Celato dal bianco che era più terrificante di tutti i neri ammassi tempestosi di nubi e tempeste che la mente potesse concepire.
    Ciò nonostante, la pioggia, pesante e untuosa com’era, si accumulava sulla superficie di questi strani veli bianchicci, creando conche stracolme di liquame dalle screziature arcobaleno dell‘inquinamento.
    Le pozze d’acqua tendevano i fasci bianchi di membrane setose fino ad abbassarle verso il suolo, come malinconiche bave di ragno dalle pance gonfie di acque luride.
    Attraverso le fibre fittissime eppur traspiranti delle membrane candide, la pioggia filtrava, scavando e lambendo la stoffa, per poi piovere nuovamente sulla strada urlante, ancor umida e unta ma in qualche modo lievemente purificata.
    Ma della pioggia interessava poco e niente alla strada.
    La strada urlava.
    I tombini vibravano di grida stridule della ghisa che, rabbiosa, risuonava nell’aria come la voce adirata di un golem metallico.
    Le finestre, le porte e le imposte di legno dei palazzi e retrobottega si esibivano in cacofonie di scricchiolii e schiocchi legnosi, accompagnati dal rumore tamburellante di schegge invisibili infrante contro i muri ammuffiti.
    I lampioni e i pali dell’energia (un’energia che nessun abitante della città si era mai premurato di capire) sfrigolavano con soffi di puro odio felino, emanando nuvole di vermiglie scintille che piovevano, ad intervalli regolari, simili a sciami di lucciole malate e incattivite.
    Ogni cosa inanimata, persino il selciato di ciottoli e i muri di calce delle case, nonostante fossero affievoliti da strati e strati di intonaco e pavimentazioni, emanava lamenti e stridii.
    L’uomo affrettò il passo.
    Odiava quelle strade. Le più vecchie della città. Era in quel luogo da pochi giorni, suo malgrado, e già odiava quelle strade. Ma non voleva perdersi d’animo, così pensava al meglio, concentrandosi sull’idea ferrea che si sarebbe trovato bene lì, avrebbe potuto piegare quel luogo a lui così ostile a favore della sua inesauribile forza d’animo.
    Però, ogni volta che si fermava ad ascoltare il suono della città, rabbrividiva inevitabilmente.
    Quelle strade…
    Talmente vecchie, putrescenti e disperate da accumulare un carico empatico di odio dalla forza incalcolabile, al punto di esplodere in suoni rabbiosi e incontrollati: vibrazioni talmente vigorose da diventare grida inanimate, generate dalla strada stessa e da tutto ciò che essa contenesse.
    L’uomo affrettò il passo, a disagio, ma ciò non poteva tappare le sue orecchie né  nascondere la sua anima dalla malvagità che aleggiava tutt’intorno, dentro il più profondo recesso di ogni cosa.
    Odiava camminare tra i muri scossi da gemiti , piangenti nubi di vecchi calcinacci in caduta; il dover sopportare piogge di scintille incandescenti che gli ricadevano sul collo scoperto pungendolo con il loro calore ustionante, al punto da indurlo a credere che quelle scintille piovessero da lampioni e centraline energetiche al solo scopo di recare dolore alla sua persona. Che fossero nubi di sputi ardenti, colmi di ardore e disprezzo.
    Nelle strade urlanti, e in quella strada in particolar modo, la città esprimeva a piena potenza tutta la sua insofferenza per il mondo, per la vita, per gli abitanti che, come formiche affamate, popolavano e scarnificavano il suo ventre. Sempre di più, sempre più a fondo.
    Rimanevano solo i drappi candidi e gonfi di pioggia.
    Apparentemente inermi ma al tempo stesso immuni a tutto quell’odio traboccante, svolazzavano quasi annoiati, mossi da brezze che non erano avvertibili tra i dedali cittadini.
    Tali drappi ciondolavano lentamente ai venti afosi che regnavano sopra quel luogo. Ingrigivano, ma resistevano. Come l’animo di colui che incassa le disgrazie della vita, ma piano piano ingrigisce dentro.

    Ma non sono certo pensieri così malinconici a sfiorare la mente dell’uomo che in questo istante, dopo aver attraversato la strada urlante in preda al disagio, giunge all’altezza di un basso edificio rossiccio ed entra finalmente dentro ad una piccola porta nera e incrostata, alla base di esso.

    La porta si aprì con violenza sotto il peso della sua spalla.
    L’uomo entrò tendendo il braccio in segno di saluto e sorridendo.
    -Salve a voi, gente bella!- Esclamò, piegando una gamba dietro all’altra in un accenno di inchino dal retrogusto guascone.
    Il tugurio fumoso che aveva l’onore di esser chiamato “locanda” non badò minimamente a lui, nemmeno per un istante.
    Il vociare rimaneva basso ma costante come lo scrosciare di un fiume, intervallato da qualche colpo di tosse e sovente dai sonori sputi catarrosi di qualche avventore che aveva fatto sua una sputacchiera.
    Più che una locanda, quel buco era da considerasi una lurida cantina con un bancone di legno graffiato e deformato dall’umidità e dalla birra versata nel corso degli anni; quel misero tocco di legno marcio doveva aver vissuto molte notti come quella, generazione dopo generazione di ubriaconi sbilenchi dalla mano di burro.
    Se il posto era rivoltante, gli avventori contenuti al suo interno non erano da meno: corpi deformi e grezzi, scheletrici o grassi o bitorzoluti; alcuni di loro erano talmente imbruttiti dalle bevute e dalla vita, che stavano iniziando a perdere i connotati umani più sottili e personali, in una metamorfosi lenta e inesorabile che rendeva taluni simili a grosse statue di creta malamente abbozzate.
    L’urlo della strada era decisamente attutito, ma nei rari momenti durante i quali per pura coincidenza le persone del locale abbassavano il tono di voce, l’orecchio acuto avrebbe potuto cogliere il sussulto ovattato di pareti e travi, inferiate e finestre a vetro opaco.
    Tuttavia visto che tali lamenti erano rivolti verso il mondo, all’esterno, anche in condizione di silenzio assoluto l’effetto sarebbe stato imparagonabile al baccano intimorente che regnava al di fuori, nel vicolo.
    L’uomo andò al bancone, togliendosi il pesante pastrano nero e ripiegandoselo malamente sull’avambraccio.
    Incrociò lo sguardo dell’Oste: un uomo talmente grasso, che il suo stesso volto era parzialmente nascosto da rotoli di disgustosa pelle adiposa, tanto da rendere quasi impossibile l’atto di incrociare il suo sguardo.
    Non che all’uomo interessasse particolarmente scambiare giochi di sguardi con quell’individuo fetido.
    -Un boccale di Falsa Speranza! E fammelo bello schiumoso!- Enunciò l’uomo, mentre con la mano che non reggeva il cappotto, sollevava il cappello a tesa larga ancora gocciolante, in un saluto teatrale che sapeva di sberleffo. Tuttavia la gioia stampata sul viso dell’uomo pareva sincera.
    -Finita…- Ruttò l’oste con sarcasmo, mentre con le mani grasse puliva boccali grandi quasi quanto le sue stesse dita.
    -Allora una pinta di Caparbietà bella forte, con un goccio di Ottimismo per il futuro! Non troppo Ottimismo, mi raccomando, non voglio che mi salga troppo alla testa, ho mangiato leggero questa sera…- Ritentò l’uomo, ammiccando verso l’Oste come se lui e quella palla di lardo si conoscessero sin dai tempi in cui entrambi succhiavano avidamente il latte materno. Lo stesso latte materno.
    L’Oste poggiò la brocca sbeccata che stava tentando di pulire (invano, impossibile far passare i suoi enormi polsi all’interno di essa) e scrutò l’uomo. Almeno, così parve, visto che quel volto rugoso non aveva praticamente occhi.
    -Sei nuovo di qui eh?… -
    L’uomo si grattò il capo, a disagio.
    -Beh, non proprio, mi pare di esserci già stato,  ma…-
    L’Oste scosse il capo e sbuffò, dimostrando eloquentemente che le opinioni personali di colui che aveva davanti lo interessavano quanto un ballo di gala canino organizzato all’interno di un cratere lunare.
    -Qui nel mio bar, solo questo serviamo.-
    Detto questo, l’Oste prese un bicchiere da mezzo litro e ci versò dentro mezza dose di Disillusione, un quarto di Tristezza cronica e coronò il suo capolavoro con un goccetto di Odio sprezzante per le Diversità e le Novità.
    Dal bicchiere salì istantaneamente un tanfo rancido che fece cadere stecchiti sul bancone due mosconi grossi come un unghia di pollice, accidentalmente sul tragitto dell’olezzo generato dalla bevanda.
    L’uomo tuttavia non si fece tante domande e trangugiò l’intruglio.
    Aveva fatto troppa strada ed era troppo intirizzito per rifiutare un cicchetto, anche se si presentava decisamente male.
    Sentì il liquido viscido anche più della pioggia stessa scendergli per l’esofago, rotolando in un miscuglio di sapori, umori e sensazioni completamente negativo e anacronistico.
    Immediatamente un gelo attanagliante si accumulò nello stomaco dell’uomo, propagandosi lungo tutto il corpo come se vene, arterie e capillari stessero diventando ghiaccioli invernali di diametro diverso, malamente intrecciati l’uno con l’altro in un sinistro percorso ad incastro.
    Lo sguardo dell’uomo, prima vispo ed energico, a poco a poco perse intensità. Un velo bianco, una cataratta, scese sulle iridi verdi smeraldo che spiccavano così tanto su quel suo volto rugoso ma al tempo stesso senza età, proprio come quel luogo.
    Con movimenti lenti e cadenzati, l’uomo appoggiò il pastrano sullo sgabello al suo fianco e si sedette. Ogni suo gesto, dal più evidente a quello più impercettibile, era improvvisamente diventato l’opposto di quelli che aveva sfoggiato all’entrata, esuberanti e carichi di allegria.
    Chinò il capo, come tutti avevano fatto prima di lui, e senza proferir parola ordinò un altro giro, semplicemente alzando l’indice ossuto verso l’Oste.
    Mentre l’uomo una volta allegro, ora grigio e stanco, ordinava un altro giro di “MalDiVivere” (così il panciuto Oste aveva chiamato la sua bevanda principe, ostentando un compiacimento a conti fatti esagerato), un manto candido e lattiginoso, simile in tutto e per tutto a quelli appesi a mezz’aria sopra tutta la città, apparve intorno al corpo dell’uomo, per poi dissolversi nuovamente un istante dopo.
    Nel momento esatto dell’apparizione del telo candido e fibroso, che sembrò svolgersi via dall’uomo come se fino ad un attimo prima lo circondasse, l’Oste proruppe in una risata obesa, soffocata dai doppi menti esagerati impilati l’uno a ridosso dell’altro.
    Tutti gli avventori si unirono alla prima risata, producendo un coro distorto di ghigni agghiaccianti e secchi, alcuni stentati, altri orribilmente squillanti, altri grotteschi e soffocati da bile e salive e bevande mal trangugiate.
    -Benvenuto nella città senza Arte né Parte!- Esclamò l’Oste tendendo una grossa caraffa lercia, colma di Cattivi Pensieri, Malvolenza e Superficialità Gretta.
    Fatto questo, portò la caraffa alle labbra carnose e bevve in sonore lappate canine, rovesciandosi una buona metà della bevanda sul grembiule di pelle e sul petto peloso.
    Altre risate risuonarono, più forti stavolta, e finalmente anche dentro il tugurio infernale risuonarono chiaramente gli stessi lamenti grezzi e gutturali del Vicolo Rabbioso della Città senza Arte né Parte, famosa per avere decine e decine di Vicoli, tuguri e Cittadini identici a coloro che stavano ammucchiati tristemente in quel buco di calce soffocante.
    Trascorse la notte, una notte dove la pioggia continuò a cadere flaccida sui drappi bianchi dei Sogni e delle Belle Qualità personali che, ad uno ad uno, erano volati via dall’animo di ogni abitante della Città, tanto che avevano presto riempito il cielo, coprendo la vista a tutto ciò che albergava al di sopra di essi.
    La mattina successiva, un sole malato e verdognolo sorse a EstOvest, nella non-direzione dove era sempre sorto e probabilmente non avrebbe mai smesso di brillare di quella sua fioca luce sbagliata.
    La porticina nera venne spalancata con forza dall’Oste, tanto che si infranse contro al muro facendo cadere un paio di mattoni.
    Un lamento più vigoroso degli altri si levò dalla parete colpita ma nessuno degli avventori, davvero nessuno, se ne curò minimamente, inebriati com’erano di sbronze tristi, emozioni depresse e rassegnazioni interiori.
    I clienti deformi e bitorzoluti uscirono dal locale, trascinando i piedi e ciondolando come anime infernali ritornate nel mondo dei vivi in attesa del Giudizio Universale.
    In realtà, ogni loro notte era un inferno.
    Ogni nuova mattina il proprio personale Giudizio Universale.
    Tutti quanti, persino il “fù” uomo Allegro, ora rinato come uno dei tanti Uomini Senza Arte Né Parte, sapevano dove andare.
    Completamente ottenebrato dal terribile miscuglio di cattiva umanità servito dal perfido Oste, l’uomo non più Allegro si sentiva ormai parte della comunità cittadina,  legato a tutti coloro che lo circondavano da grondanti sentimenti di malevolenza, pregiudizio e odio.
    Aveva trovato la sua nuova casa. Lo diceva che non avrebbe dovuto preoccuparsi di quel luogo, che l’avrebbe piegato alla sua indole, lo diceva ed era stato uno sciocco a temere il contrario.
    Era tutto giusto, era tutto come doveva essere. Era tutto orribile  e cattivo e spietato ed era esattamente come voleva che fosse.
    Si diressero lungo il viottolo Urlante, che dopo pochi metri scendeva in una leggera pendenza verso il centro cittadino. Lentamente, ma inesorabilmente, ogni abitante della Città stava facendo la stessa, identica cosa: si incamminava, in silenzio, in un rito collettivo e silente.
    Non c’erano uccelli in quel limbo di pena. Nessun volatile solcava il cielo sulfureo e sporco, costellato di pioggia perenne, perché in quel luogo nemmeno il più feroce degli animali meritava di perdersi nel oblio del circolo vizioso che governava la Città senza Arte né Parte.
    Certo è, che se un uccello fosse esistito, e in quell’istante avesse scrutato con la sua vista acuta le strade e i dedali di ciottolato lercio che componevano la Città, avrebbe visto file e file di formiche umane, nere e vuote, che avanzavano verso la grande piazza ottagonale posta esattamente al centro dei sette ottagoni concentrici che formavano la Città.
    Lì, esattamente nel mezzo della piazza, sorgeva la più grande Pira Infuocata che occhio umano, volatile o di altra natura avrebbe mai potuto osservare.
    Una Pira alta decine di metri e che mai si consumava, ardendo con un fragore che pareva provenire dalle viscere stesso Dio punitore che aveva forgiato quel luogo.
    La Pira, che ardeva costantemente senza mai consumare nemmeno un ciocco di legna, rendeva pesante l’aria e insudiciava irrimediabilmente i bianchi teli delle Anime ormai corrotte, rendendo i più vecchi ormai grigi come un cielo invernale.
    Lì, intorno alla Pira di innaturale grandezza, gli abitanti si radunavano in cerchi concentrici esattamente come i quartieri della Città.
    Una volta radunatisi in quel luogo, rendevano omaggio al loro fuoco guida, all’ispirazione per il loro rinnovato stile di vita nella Città.
    L’ardente odio per ogni cosa.
    Rendevano grazie in silenzio. Fissavano la Pira con occhi vitrei, incuranti del calore indicibile che bruciava loro i capelli o ustionava le pelli.
    Rendevano grazie così, senza fare niente di significativo, senza pronunciare nessuna parola che fosse degna di essere udita.
    La Pira bruciava e bruciava, immutabile.
    I teli bianchi e fibrosi, raccoglievano la pioggia insudiciata dalla Pira e dalle sue zaffate sulfuree, e ingrigivano.
    Ingrigivano sempre di più.

     
  • 14 ottobre 2011 alle ore 0:18
    Homunculus

    Come comincia: Il laboratorio era immerso in un’oscurità che sapeva di polvere, ossa, erbe rinsecchite e formaldeide.
    La porta d’ingresso, in ferro battuto, era chiusa da chissà quanti decenni; la grossa serratura, nonostante la ruggine e i grumi di ossidazione dovuti all’umidità, era ancora robusta e sigillata. Come se ciò non bastasse, pesanti puntelli di ferro erano stati saldati alla bell’e meglio contro la  porta, impedendone anche la minima possibilità di apertura. Un lavoro grezzo, ma sicuramente efficace.
    Lo spazio all’interno del laboratorio era angusto e saturo di oggetti in disordine: il grande tavolo operatorio occupava la maggior parte del pavimento; su di esso, lacci di cuoio sfilacciato se ne stavano sdraiati blandamente sulla superficie incrostata del ripiano, assomiglianti a serpenti morti nell’oscurità.
    Tutt’intorno al tavolo erano sparsi alambicchi e provette, vasi pieni di strani liquidi densi e oleosi che nessuno al mondo avrebbe desiderato aprire...
    C’erano infatti piccole sagome organiche all’interno di quei barattoli, rese opache dalla densa viscosità dei liquidi di conservazione. Anche se i contenuti dei recipienti non si riuscivano ad intravedere con chiarezza, era più che intuibile cosa fossero: un cuore, una mano rattrappita, una mascella... L’ultimo barattolo dello scaffale, nascosto da un grosso volume di medicina, conteneva una forma assomigliante ad un neonato.
    Troppo piccolo per poterlo già essere. Abbastanza grande per essere comunque stato, a suo tempo, un essere vivente.
    Quali abomini erano stati compiuti in quel misero stanzino?
    Un’ombra si mosse all’interno del grande, vecchio armadio. L’unico mobile di legno presente nel laboratorio. Era di mogano scuro, ormai rovinato irrimediabilmente dal clima stantio e umidiccio che si era venuto a creare.
    Gli abiti appesi all’interno del grosso mobile a due ante ora non erano altro che ammassi macilenti di stoffa divorata dalle tarme e dalla muffa.
    L’ombra si mosse di nuovo, smuovendo un telo di stoffa che si sbriciolò come carta secca. Prese a sospirare ed ansimare, sempre più in fretta. Con un fruscio ed uno scricchiolio dell’armadio malmesso, una figura rantolante uscì dal mobile, aprendo lentamente l’anta di destra.
    Il cigolio dell’anta fu sommesso e niente affatto sinistro, mentre la massa scura dalle fattezze umane poggiava i piedi nudi sul sudiciume del pavimento.
    Avanzò lungo la stanza, affiancandosi ai barattoli colmi di ripugnanti campioni di tessuti e creature sotto spirito. Mentre oltrepassava il macabro campionario, una sua mano rachitica andava ad accarezzare delicatamente il vetro dei barattoli, in una deviata dimostrazione d’affetto.
    La figura giunse al tavolo alchemico posto dietro a quello operatorio. Alambicchi contorti, piccoli recipienti e provette vuote erano disposte sul ripiano in una specie di formazione da battaglia, simili ad un esercito di soldatini di piombo posizionati da un bambino che gioca alla guerra in miniatura.
    Di fianco ad essi, c’era una pila di libri sulle collezioni di eserciti di stagno, sulle strategie delle guerre napoleoniche e sul comando militare. A suo modo, la sagoma oscura si era creato una collezione di soldatini, e pareva intenzionato a rispettare la veridicità storica nei suoi sporadici momenti di gioco.
    La figura si fermò ad osservare quella curiosa disposizione, reclinando la testa. In quel preciso istante, lui stesso pareva un bambinone indeciso che tentasse di capire se aveva voglia o meno di giocare con le sue statuine di fortuna. Rimase fermo per quasi cinque minuti, una forma nera appena distinguibile, poi decise di lasciar perdere. Afferrò due pietre focaie che erano state accuratamente riposte dentro ad un barattolo, insieme a numerose scatole di candele.
    Per quanto le usasse di rado, il loro numero stava lentamente ma inesorabilmente diminuendo.
    Tuttavia, almeno una volta all’anno, si concedeva la benedizione della luce in quel piccolo, recluso mondo di oscurità.
    Con un gesto secco e deciso, sfregò le pietre focaie e accese la candela, che ripose su un supporto di ferro, lordo di cera sciolta.
    La fioca luce fendette a fatica la densa oscurità carica di pulviscolo, ma lentamente si fece strada nel laboratorio.
    L’uomo socchiuse gli occhi, per nulla abituato ad una luce seppur flebile. Dopo tanto tempo passato nel dormiveglia, si concesse un gemito di sollievo. Vedere la fiammella della candela era diventato per lui un dono incommensurabile; il fatto che una volta all’anno, in quel preciso giorno, si fosse imposto il rito di fare luce nel laboratorio, era diventato la sua ragione di vita, niente di meno.
    Non osava pensare a come avrebbe fatto quando le candele si fossero esaurite, di lì a qualche anno. Non ci pensava perché la risposta sarebbe arrivata fin troppo rapida e decisa nella sua mente: si sarebbe ucciso.
    Ora che la luce si irradiava nel laboratorio., il sudario del tempo era più presente che mai: ragnatele fitte e polvere erano ovunque.
    L’uomo si osservò nel riflesso dello specchio incrinato posto sopra il tavolo alchemico: ciò che ricambio il suo sguardo, dall’interno dello specchio, non fu esattamente un uomo, in realtà.
    Il cranio era deforme, la pelle scura e rugosa come quella di un ustionato grave.
    Sorrise goffamente a se stesso, mostrando file di denti neri e marci. Come sempre, fu tentato di distruggere lo specchio con un pugno, oppure scagliandovi contro uno dei suoi soldatini-provetta. Come sempre, resistette all’impulso, sapendo che sarebbe stato un gesto avventato di cui si sarebbe pentito per tutti gli anni successivi: lo specchio, seppur spietato nel mostrare il suo aspetto patetico, gli ricordava che lui esisteva, che lui dopotutto era nel mondo e possedeva un volto. Vivendo per tanto tempo nell’oscurità,  quella apparente certezza veniva messa a dura prova dalla sua mente.
    Quello che sapeva, oltre ad essere al mondo, era la consapevolezza di non essere uomo. Lui assomigliava ad un uomo, pensava come un uomo. Volendo, avrebbe anche potuto parlare come un uomo, anche temeva di aver disimparato a parlare dopo una vita di silenzio.
    A parte tutto questo, rimaneva il fatto che lui non era nato come un uomo. Non era stato concepito da nessuna madre, non aveva origini. Era un guscio vuoto, e si detestava profondamente per questo, con tutto il cuore.
    Prese la candela in mano, avanzando fino alla porta sbarrata. Appoggiò la mano sul freddo metallo dell’unica barriera che lo separava dal mondo esterno. Sapeva che c’era un mondo la fuori, ma la sua conoscenza non andava oltre. Si chiedeva spesso per quanti anni ancora quella porta sarebbe rimasta chiusa. Questa e altre mille domande affollavano la mente dell’uomo: Quel laboratorio era sulla superficie? O sottoterra?. Ed erano tutti come suo padre adottivo, la fuori?
    Suo padre... Si sentì egoista per essersi quasi dimenticato si suo padre. Era per quello che si era svegliato, dopotutto. Non doveva trascurarlo in favore dei suoi patetici vaneggiamenti esistenziali, si disse tra sé e sé..
    Si chinò su suo padre, che se ne stava seduto per terra, la schiena appoggiata alla porta, quasi temesse che i puntelli di ferro saldato e la serratura non bastassero a proteggere quel rifugio-prigione dal resto dell’universo.
    Timoroso di parlare, per paura che anche solo la sua voce avrebbe sbriciolato i resti scheletrici del cadavere rannicchiato contro la porta,  egli decise di fare gli auguri a suo padre con il pensiero.
    “Buon compleanno, padre. E che tu sia dannato”
    L’augurio riecheggiò nella sua mente, l’unica dimostrazione autentica della sua vita, in quanto tutto il resto del suo corpo, seppur fatto di carne e sangue, non era da considerarsi realmente “in vita”. Semmai “in funzione”, ma senza vita vera al suo interno.
    Con un soffio, spense la candela. Lo scheletro ammantato di ragnatele e lembi di vestiti gli scomparve alla vista, così come il grosso libro alchemico al suo fianco. Aveva letto solo una volta quel libro, pentendosi poi per anni e anni in seguito.
    Non avrebbe mai voluto scoprire le sue origini, ma il grosso tomo era a terra, spalancato proprio alla pagina giusta...

    Homunculus- Le basi per la creazione in vitro di un essere vivente, attraverso le formule alchemiche arcane.

    Il risultato di questo procedimento è in genere un essere biologico di fattezze simil-umane, composto di sangue ed erbe.

    Capitolo 1.
    Il punto di partenza della ricetta di Paracelso è il seme dell'uomo, imputridito per quaranta giorni in un alambicco, incubato successivamente nello sterco equino attraverso procedimenti combinati di alchimia e magia. [...]
    L’essere in questo modo generato deve poi essere nutrito con l'arcano del sangue umano per quaranta settimane. A procedura completata, ne risulterà un fanciullo biologicamente completo e funzionante, solo leggermente più piccolo della media e privo d’anima...

    Solo leggermente più piccolo... solo privo d’anima.
    In silenzio, colui che era vivo ma si pentiva di esserlo, tornò a dormire dentro all’armadio. In attesa del prossimo compleanno.

     
elementi per pagina
  • La scomparsa dell'erebus è uno degli ultimi libri dell'ormai famoso Dan Simmons, autore che grazie alla saga di Hyperion, e altre sue successive creature letterarie, si è ormai guadagnato una cerchia di fan ben nutrita.
    Alcuni inneggiano ad un nuovo Stephen King, più vario e stilisticamente versatile, altri ad un ottimo scrittore del genere cositteddo "fantastico", altri ancora lo trovano freddo e poco incisivo.
    Io personalmente ho letto solo questo suo lavoro, uno degli ultimi, e posso dire che pur non trovandoci di fianco ad un nuovo messia, per quanto mi riguarda ci si presenta un onestissimo, ottimo scrittore che non ha paura di tuffarsi in progetti (da quel che leggo e vedo) completamente diversi l'uno dall'altro.
    "La scomparsa dell'Erebus" è sostanzialmente un romanzo storico/marinaro. Nel suo inizio, pare quasi un romanzo di Patrick O'Brien, l'autore delle famigerate serie marinare che hanno ispirato, tra le altre cose, il bel film Master & Commander.
    E, per lo meno all'inizio, di questo si tratta: gli eventi che hanno portato alla prima vera spedizione europea atta a "sfondare" il circolo polare artico.
    La famigerate spedizione della Erebus e della Terror. Coppia di vascelli rompighiaccio realmente esistita.
    Da questo presupposto, Simmons imbastisce una trama che se parte come puro romanzo ottocentesco di ventura marinaresca, diventa poi qualcosa di più simile ad una curiosa fusione tra un mystery sovrannaturale (con qualche richiamo a stili molto "J.J. Abrhams"/Lost, ma senza esagerare nella maniera e nel tedio come la serie stessa), e un horror tra i ghiacci quasi Carpenteriano, con situazioni che mischiandosi a scene di disperazione e stenti che solo equipaggi dell'epoca potevano patire bloccati tra i ghiacci, intrecciano un vero e proprio "thriller/horror/avventura di sopravvivenza/storico".
    Tutto questo grazie ad una non ben precisata (all'inizio) creatura evanescente e sfuggente, che rende la vita già difficoltosa di queste due navi, bloccate per l'inettitudine del loro tronfio condottiero, un vero e proprio incubo viscerale tra i ghiacci (ecco il perchè del riferimento Carpenteriano, che cita qua e la da suggestioni splendide di quel pezzo di cinema che è "La Cosa").
    La lunghezza del romanzo regge il confronto, nonostante qualche momento di stanca e il fatto che la cura certosina di Simmons nel ricreare sulla pagina una narrazione colma di dettagli e sfaccettature storiche e di contesto, porti inevitabilmente ad un accumulo di pagine descrittive che, per quanto curate, possono qua e là suonare un pò ridondanti e tediose.
    In generale però, si ha l'idea che prima di imbarcarsi in questo viaggio da brivido si sia documentato oltre misura per essere fedele, o quantomeno credibilissimo nelle sue licenze poetiche.
    Il libro tiene fino alla fine, che può soddisfare o meno (in questo caso, come molti libri di King, pare che il mantra dell'autore sia "quel che conta non è la destinazione ma il viaggio e la suspence durante il viaggio stesso").
    Per quanto mi riguarda, non si tratta di un brutto finale, anzi, lo trovo appropriato. Semplicemente, molti si aspetteranno altro o di più. Non è il mio caso.
    "La scomparsa dell'Erebus" non è un capolavoro, chiaro, ma è decisamente un gran bel pezzo di libro, atipico, affascinante nel suo contesto da esplorativo/survival/ottocentesco che rimescola contesti storici realmente esistiti.

    [... continua]