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Autore

Lorenzo Annovi

in archivio dal 14 ott 2011

18 giugno 1987, Vignola (MO) - Italia

segni particolari:
Lettore, osservatore, amante del cinema, bevitore di vita, birra e lambrusco.

14 ottobre 2011 alle ore 0:18

Homunculus

Intro: Un racconto un po' gotico e ottocentesco sull'alchimia, scritto da me qualche anno fa. Da allora ho cambiato genere ma non mi sento di cambiare questo racconto, che all'epoca mi divertì e mi coinvolse molto nel pensarlo.
Quindi, se è acerbo, amen. Lo sarà di sicuro perchè lo scrissi a non più di 18 o 19 anni.

Il racconto

Il laboratorio era immerso in un’oscurità che sapeva di polvere, ossa, erbe rinsecchite e formaldeide.
La porta d’ingresso, in ferro battuto, era chiusa da chissà quanti decenni; la grossa serratura, nonostante la ruggine e i grumi di ossidazione dovuti all’umidità, era ancora robusta e sigillata. Come se ciò non bastasse, pesanti puntelli di ferro erano stati saldati alla bell’e meglio contro la  porta, impedendone anche la minima possibilità di apertura. Un lavoro grezzo, ma sicuramente efficace.
Lo spazio all’interno del laboratorio era angusto e saturo di oggetti in disordine: il grande tavolo operatorio occupava la maggior parte del pavimento; su di esso, lacci di cuoio sfilacciato se ne stavano sdraiati blandamente sulla superficie incrostata del ripiano, assomiglianti a serpenti morti nell’oscurità.
Tutt’intorno al tavolo erano sparsi alambicchi e provette, vasi pieni di strani liquidi densi e oleosi che nessuno al mondo avrebbe desiderato aprire...
C’erano infatti piccole sagome organiche all’interno di quei barattoli, rese opache dalla densa viscosità dei liquidi di conservazione. Anche se i contenuti dei recipienti non si riuscivano ad intravedere con chiarezza, era più che intuibile cosa fossero: un cuore, una mano rattrappita, una mascella... L’ultimo barattolo dello scaffale, nascosto da un grosso volume di medicina, conteneva una forma assomigliante ad un neonato.
Troppo piccolo per poterlo già essere. Abbastanza grande per essere comunque stato, a suo tempo, un essere vivente.
Quali abomini erano stati compiuti in quel misero stanzino?
Un’ombra si mosse all’interno del grande, vecchio armadio. L’unico mobile di legno presente nel laboratorio. Era di mogano scuro, ormai rovinato irrimediabilmente dal clima stantio e umidiccio che si era venuto a creare.
Gli abiti appesi all’interno del grosso mobile a due ante ora non erano altro che ammassi macilenti di stoffa divorata dalle tarme e dalla muffa.
L’ombra si mosse di nuovo, smuovendo un telo di stoffa che si sbriciolò come carta secca. Prese a sospirare ed ansimare, sempre più in fretta. Con un fruscio ed uno scricchiolio dell’armadio malmesso, una figura rantolante uscì dal mobile, aprendo lentamente l’anta di destra.
Il cigolio dell’anta fu sommesso e niente affatto sinistro, mentre la massa scura dalle fattezze umane poggiava i piedi nudi sul sudiciume del pavimento.
Avanzò lungo la stanza, affiancandosi ai barattoli colmi di ripugnanti campioni di tessuti e creature sotto spirito. Mentre oltrepassava il macabro campionario, una sua mano rachitica andava ad accarezzare delicatamente il vetro dei barattoli, in una deviata dimostrazione d’affetto.
La figura giunse al tavolo alchemico posto dietro a quello operatorio. Alambicchi contorti, piccoli recipienti e provette vuote erano disposte sul ripiano in una specie di formazione da battaglia, simili ad un esercito di soldatini di piombo posizionati da un bambino che gioca alla guerra in miniatura.
Di fianco ad essi, c’era una pila di libri sulle collezioni di eserciti di stagno, sulle strategie delle guerre napoleoniche e sul comando militare. A suo modo, la sagoma oscura si era creato una collezione di soldatini, e pareva intenzionato a rispettare la veridicità storica nei suoi sporadici momenti di gioco.
La figura si fermò ad osservare quella curiosa disposizione, reclinando la testa. In quel preciso istante, lui stesso pareva un bambinone indeciso che tentasse di capire se aveva voglia o meno di giocare con le sue statuine di fortuna. Rimase fermo per quasi cinque minuti, una forma nera appena distinguibile, poi decise di lasciar perdere. Afferrò due pietre focaie che erano state accuratamente riposte dentro ad un barattolo, insieme a numerose scatole di candele.
Per quanto le usasse di rado, il loro numero stava lentamente ma inesorabilmente diminuendo.
Tuttavia, almeno una volta all’anno, si concedeva la benedizione della luce in quel piccolo, recluso mondo di oscurità.
Con un gesto secco e deciso, sfregò le pietre focaie e accese la candela, che ripose su un supporto di ferro, lordo di cera sciolta.
La fioca luce fendette a fatica la densa oscurità carica di pulviscolo, ma lentamente si fece strada nel laboratorio.
L’uomo socchiuse gli occhi, per nulla abituato ad una luce seppur flebile. Dopo tanto tempo passato nel dormiveglia, si concesse un gemito di sollievo. Vedere la fiammella della candela era diventato per lui un dono incommensurabile; il fatto che una volta all’anno, in quel preciso giorno, si fosse imposto il rito di fare luce nel laboratorio, era diventato la sua ragione di vita, niente di meno.
Non osava pensare a come avrebbe fatto quando le candele si fossero esaurite, di lì a qualche anno. Non ci pensava perché la risposta sarebbe arrivata fin troppo rapida e decisa nella sua mente: si sarebbe ucciso.
Ora che la luce si irradiava nel laboratorio., il sudario del tempo era più presente che mai: ragnatele fitte e polvere erano ovunque.
L’uomo si osservò nel riflesso dello specchio incrinato posto sopra il tavolo alchemico: ciò che ricambio il suo sguardo, dall’interno dello specchio, non fu esattamente un uomo, in realtà.
Il cranio era deforme, la pelle scura e rugosa come quella di un ustionato grave.
Sorrise goffamente a se stesso, mostrando file di denti neri e marci. Come sempre, fu tentato di distruggere lo specchio con un pugno, oppure scagliandovi contro uno dei suoi soldatini-provetta. Come sempre, resistette all’impulso, sapendo che sarebbe stato un gesto avventato di cui si sarebbe pentito per tutti gli anni successivi: lo specchio, seppur spietato nel mostrare il suo aspetto patetico, gli ricordava che lui esisteva, che lui dopotutto era nel mondo e possedeva un volto. Vivendo per tanto tempo nell’oscurità,  quella apparente certezza veniva messa a dura prova dalla sua mente.
Quello che sapeva, oltre ad essere al mondo, era la consapevolezza di non essere uomo. Lui assomigliava ad un uomo, pensava come un uomo. Volendo, avrebbe anche potuto parlare come un uomo, anche temeva di aver disimparato a parlare dopo una vita di silenzio.
A parte tutto questo, rimaneva il fatto che lui non era nato come un uomo. Non era stato concepito da nessuna madre, non aveva origini. Era un guscio vuoto, e si detestava profondamente per questo, con tutto il cuore.
Prese la candela in mano, avanzando fino alla porta sbarrata. Appoggiò la mano sul freddo metallo dell’unica barriera che lo separava dal mondo esterno. Sapeva che c’era un mondo la fuori, ma la sua conoscenza non andava oltre. Si chiedeva spesso per quanti anni ancora quella porta sarebbe rimasta chiusa. Questa e altre mille domande affollavano la mente dell’uomo: Quel laboratorio era sulla superficie? O sottoterra?. Ed erano tutti come suo padre adottivo, la fuori?
Suo padre... Si sentì egoista per essersi quasi dimenticato si suo padre. Era per quello che si era svegliato, dopotutto. Non doveva trascurarlo in favore dei suoi patetici vaneggiamenti esistenziali, si disse tra sé e sé..
Si chinò su suo padre, che se ne stava seduto per terra, la schiena appoggiata alla porta, quasi temesse che i puntelli di ferro saldato e la serratura non bastassero a proteggere quel rifugio-prigione dal resto dell’universo.
Timoroso di parlare, per paura che anche solo la sua voce avrebbe sbriciolato i resti scheletrici del cadavere rannicchiato contro la porta,  egli decise di fare gli auguri a suo padre con il pensiero.
“Buon compleanno, padre. E che tu sia dannato”
L’augurio riecheggiò nella sua mente, l’unica dimostrazione autentica della sua vita, in quanto tutto il resto del suo corpo, seppur fatto di carne e sangue, non era da considerarsi realmente “in vita”. Semmai “in funzione”, ma senza vita vera al suo interno.
Con un soffio, spense la candela. Lo scheletro ammantato di ragnatele e lembi di vestiti gli scomparve alla vista, così come il grosso libro alchemico al suo fianco. Aveva letto solo una volta quel libro, pentendosi poi per anni e anni in seguito.
Non avrebbe mai voluto scoprire le sue origini, ma il grosso tomo era a terra, spalancato proprio alla pagina giusta...

Homunculus- Le basi per la creazione in vitro di un essere vivente, attraverso le formule alchemiche arcane.

Il risultato di questo procedimento è in genere un essere biologico di fattezze simil-umane, composto di sangue ed erbe.

Capitolo 1.
Il punto di partenza della ricetta di Paracelso è il seme dell'uomo, imputridito per quaranta giorni in un alambicco, incubato successivamente nello sterco equino attraverso procedimenti combinati di alchimia e magia. [...]
L’essere in questo modo generato deve poi essere nutrito con l'arcano del sangue umano per quaranta settimane. A procedura completata, ne risulterà un fanciullo biologicamente completo e funzionante, solo leggermente più piccolo della media e privo d’anima...

Solo leggermente più piccolo... solo privo d’anima.
In silenzio, colui che era vivo ma si pentiva di esserlo, tornò a dormire dentro all’armadio. In attesa del prossimo compleanno.

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