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in archivio dal 04 apr 2007

Lorenzo de' Medici

1449, Firenze
1492, Firenze
Segni particolari: detto Lorenzo il Magnifico. Caterina Sforza disse di me: "Natura non produrrà mai più un simile uomo."
Mi descrivo così: Signore di Firenze nella seconda metà del Quattrocento, fui un letterato e mecenate nonché fine diplomatico, appartenente alla dinastia dei Medici.

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  • 27 luglio 2011 alle ore 18:21
    Vivo contento e stommi lieto in pace

    Vivo contento e stommi lieto in pace,
    perché così al mio caro signor piace.

    Vuol ch'io sia lieto più che alcuno amante
    la donna mia e 'l mio gentil signore,
    e cacciate ha le pene tutte quante,
    né vuol ch'io senta più pianto o dolore:
    e di tanta dolcezza ha pieno il core,
    ch'è per morir in mezzo alla sua pace.

    Non fece Amor alcun mai tanto lieto,
    quanto son io, e d'allegrezza pieno;
    e s'io il tenessi nel mio cor secreto,
    per la troppa dolcezza verre' meno.
    Non fu già mai il ciel lieto e sereno,
    quanto il cor a cui troppo il suo ben piace.

    Fuggan da me tutti i sospiri e ' pianti,
    fugga dal core ogni maninconia;
    felice e lieto par fra li altri amanti,
    ché così vuol la bella donna mia:
    la qual, poich'è verso il mio cor sì pia,
    la vita per servirla sol mi piace.

    S'io non temessi che la ria Fortuna,
    forse invidiosa a mia troppa dolcezza,
    color mutassi e diventassi bruna,
    sare' certo la mia troppa allegrezza:
    poiché la fonte d'ogni gentilezza
    mi fa contento stare in tanta pace.

     
  • 27 luglio 2011 alle ore 18:18
    Con tuo promesse e tuo false parole,

    Con tuo promesse e tuo false parole,
    con falsi risi e con vago sembiante,
    donna, menato hai il tuo fedel amante,
    sanz'altro fare; onde m'incresce e duole.

    Io ho perduto drieto a tua bellezza
    già tanti passi per quella speranza,
    la qual mi die' la tua gran gentilezza
    e la beltà, che qualunque altra avanza:
    fida'mi in lei e nella mia costanza,
    ma insino a qui non ho se non parole.

    Di tempo in tempo già tenuto m'hai
    tanto, ch'io posso annoverar molt'anni;
    ed aspettavo pur di tanti guai
    ristorar mi volessi e tanti affanni;
    e conosco or che mi dileggi e inganni:
    la fede mia non vuol da te parole.

    Donna, stu m'ami, come già m'hai detto,
    fa' ch'io ne veggia qualche esperienzia:
    deh! non mi tener più in cotanto aspetto,
    ché forse non arò poi pazienzia:
    se vuoi usare in verso me clemenzia,
    non indugiare e non mi dar parole.

    Questo tenermi come m'hai tenuto
    pensa, donna, che l'è la morte mia.
    Il tuo indugiare è pur tempo perduto:
    poiché tu sai quel che 'l mio cor disia,
    deh! fatti alquanto più benigna e pia;
    tra'mi d'impaccio, e non mi dar parole.

    Va', canzonetta, e priega il mio signore
    che non mi tenga più in dubbio sospeso;
    di' che mi mostri una volta il suo core,
    e s'è perduto il tempo ch'io ho speso:
    come io arò il suo pensiero inteso,
    prendo partito, e non vo' più parole.

     
  • 27 luglio 2011 alle ore 18:13
    Prenda pietà ciascun della mia doglia

    Prenda pietà ciascun della mia doglia,
    giovane donne, e sia chiunche si voglia.

    Sempre servito io ho con pura fede
    una la qual credea fussi pietosa
    e che dovessi aver di me merzede,
    e non, com'è, altera e disdegnosa:
    or m'ho perduto il tempo ed ogni cosa,
    ché s'è rivolta come al vento foglia.

    Oh, lasso a me!, ch'io non credetti mai
    ch'e suoi occhi leggiadri e rilucenti
    fusser cagione a me di tanti guai,
    di tanti pianti e di tanti lamenti:
    ah! crudo Amore, or come gliel consenti?
    Di tanta crudeltà suo core spoglia.

    Oh, lasso a me!, questo non è quel merto
    ch'io aspettava di mia fede intera;
    questo non è quel che mi fu offerto;
    questo ne' patti nostri, Amor, non era:
    folle è colui che in tua promessa spera,
    e sotto quella vive in pianti e in doglia.

    Cantato in parte v'ho la doglia mia,
    che vi debba aver mosso âver pietate;
    e quanto afflitta la mia vita sia,
    perché di me compassione abbiate:
    e priego Amor che più felici siate,
    e vi contenti d'ogni vostra voglia.

     
  • 20 luglio 2011 alle ore 17:14
    Nel picciol tempio, di te sola ornato,

    Nel picciol tempio, di te sola ornato,
    donna gentile e più ch'altra eccellente,
    o de' moderni o dell'antica gente,
    pel tuo partir poi d'ogni ben privato,

    sendo da mia fortuna trasportato
    per confortar l'afflitta alma dolente,
    m'apparve agli occhi un raggio sì lucente
    che oscuro di poi parmi quel che guato.

    La cagion, non potendo mirar fiso,
    pensai lo splendor esser d'adamante
    o d'altra petra più lucente e bella,

    per ornar posta, ornata lei da quella;
    ma poi mutai pensiero, e il radiante
    raggio conobbi, ch'era il tuo bel viso.

     
  • 20 luglio 2011 alle ore 17:12
    Poi che a Fortuna, a' mie prieghi inimica,

    Poi che a Fortuna, a' mie prieghi inimica,
    non piacque, che potea, felice farmi,
    né parve dell'umana schiera trarmi,
    perché beato alcun non vuol si dica;

    colei, Natura in cui tanta fatica
    durò per chiaramente dimostrarmi
    quella, la qual mortale al veder parmi,
    nelle cose terrene non s'intrica;

    qual più propria ha potuto il magistero
    trar della viva e natural sua forma,
    tal ora è qui: sol manca ch'ella anele.

    Ma, se colui ch'espresse il volto vero,
    mostrassi la virtù che in lei s'informa,
    che Fidia, Policleto e Prassitèle?

     
  • 20 luglio 2011 alle ore 17:08
    La debil, piccioletta e fral mia barca

    La debil, piccioletta e fral mia barca
    oppressata è dalla marittima onda,
    in modo che tanta acqua già vi abonda,
    che perirà, tanto è di pensier' carca.

    Poiché invan tanto tempo si rammarca,
    e par Nettuno a' suo prieghi s'asconda
    tra scogli, e dove l'acqua è più profonda;
    or pensi ognun con che sicurtà varca.

    Io veggio i venti ognor ver' me più feri,
    ma Fortuna e Amor, che sta al timone,
    mi disson non giovar l'aver paura;

    ch'è meglio in ogni avversitate speri.
    E par che questo ancor vogli ragione,
    che colui alfin vince, che la dura.

     
  • 20 luglio 2011 alle ore 17:07
    Non potêr gli occhi miei già sofferire

    Non potêr gli occhi miei già sofferire
    i raggi del suo viso sì lucente;
    non poté la mia vista esser paziente
    a qual vedea de' dua belli occhi uscire.

    Ma par contr'a ragione se io ne ammire,
    perch'è cosa divina, sì eccellente,
    che non patisce che l'umana mente
    possa la gran bellezza sua fruire.

    Costei cosa celeste, non terrena,
    data è agli uomin', superno e sol dono,
    e è venuta ad abitare in terra.

    Ogni alma, che lei vede, si asserena;
    ed io per certo infelice pur sono,
    che agli altri pace dà, a me sol guerra.

     
  • 20 luglio 2011 alle ore 17:06
    Felice terra, ove colei dimora

    Felice terra, ove colei dimora,
    la qual nelle sue mani il mio cor tiene,
    onde a suo arbitrio io sento e male e bene,
    e moro mille volte e vivo l'ora.

    Or affanni mi dà, or mi ristora:
    or letizia, or tristizia all'alma viene;
    e così il mio dubbioso cor mantiene
    in gaudii, in pianti: or convien viva, or mora.

    Ben sopra l'altre terre se' felice,
    poi che duo soli il dì vedi levare,
    ma l'un sì chiar, che invidia n'ha il pianeta.

    Io veduto ho sei lune ritornare
    sanza veder la luce che mi queta,
    ma seguirò il mio Sol, come fenice.

     
  • 20 luglio 2011 alle ore 17:03
    Occhi, poi che privati in sempiterno

    Occhi, poi che privati in sempiterno
    siate veder quel Sol che alluminava
    vostro oscuro cammino e confortava
    la vista vostra, or piangete in eterno.

    La lieta primavera in crudo verno
    or s'è rivolta, e 'l tempo ch'io aspettava
    esser felice più e disiava,
    m'è più molesto: or quel ch'è Amor discerno!

    E se dolce mi parve il primo strale,
    e se soave la prima percossa,
    e se in prima milizia ebbi assai bene,

    ogni allegrezza or s'è rivolta in male,
    e per piacevol via in cieca fossa
    caduto son, ove arder mi conviene.

     
  • 20 luglio 2011 alle ore 17:02
    Felici ville, campi e voi silvestri

    Sonetto fatto quando una donna che era ita in
    villa.


    Felici ville, campi e voi silvestri
    boschi e' fruttiferi arbori e gl'incolti,
    erbette, arbusti, e voi, dumi aspri e folti,
    e voi, ridenti prati al mio amor destri;

    piagge, colli, alti monti ombrosi alpestri,
    e fiumi, ove i be' fonti son raccolti;
    voi, animal' domestici e voi, sciolti
    ninfe, satiri, fauni e dii terrestri;

    omai finite d'onorar Diana,
    perché altra dea ne' vostri regni è giunta,
    che ancor ella ha suo arco e sua faretra.

    Piglia le fere ove non regna Pana:
    e quella che una volta è da lei punta,
    come Medusa, la converte in pietra.

     
  • 20 luglio 2011 alle ore 17:00
    Era nel tempo bel, quando Titano

    Era nel tempo bel, quando Titano
    dell'annual fatica il terzo avea
    già fatto, e co' sua raggi un po' pugnea
    d'un tal calor, che ancor non è villano;

    vedeasi verde ciascun monte e piano,
    e ogni prato pe' fiori rilucea,
    ogni arbuscel sue fronde ancor tenea,
    e piange Filomena e duolsi invano;

    quando io, che pria temuto non avria,
    se Hercole tornato fussi in vita,
    fu' preso d'un leggiadro e bello sguardo.

    Facile e dolce all'entrar fu la via;
    or non ha questo laberinto uscita,
    e sono in loco dove sempre io ardo!

     
  • 20 luglio 2011 alle ore 16:58
    Tanto crudel fu la prima feruta

    Tanto crudel fu la prima feruta,
    sì fero e sì veemente il primo strale,
    se non che speme il cor nutrisce ed ale,
    sare'mi morte già dolce paruta.

    E la tenera età già non rifiuta
    seguire Amore, ma più ognor ne cale;
    volentier segue il suo giocondo male,
    poi c'ha tal sorte per suo fato avuta.

    Ma tu, Amor, poi che sotto la tua insegna
    mi vuoi sì presto, in tal modo farai,
    che col mio male ad altri io non insegna.

    Misericordia del tuo servo arai,
    e in quell'altera donna fa' che regna
    tal foco, onde conosca gli altrui guai.

     
  • 27 maggio 2011 alle ore 17:31
    Trionfo di Bacco e Arianna

    Quant'è bella giovinezza
    che si fugge tuttavia!
    Chi vuol essere lieto, sia:
    di doman non c'è certezza.

    Quest'è Bacco e Arianna,
    belli, e l'un dell'altro ardenti;
    perché 'l tempo fugge e inganna,
    sempre insieme stan contenti.
    Queste ninfe ed altre genti
    sono allegre tuttavia.
    Chi vuol esser lieto, sia:
    di doman non c'è certezza.

    Questi lieti satiretti,
    delle ninfe innamorati,
    per caverne e per boschetti
    han lor posto cento agguati;
    or da Bacco riscaldati,
    ballon, salton tuttavia.
    Chi vuol esser lieto, sia:
    di doman non c'è certezza.

    Queste ninfe anche hanno caro
    da lor esser ingannate:
    ora insieme mescolate
    suonon, canton tuttavia.
    Chi vuol esser lieto, sia:
    di doman non c'è certezza.

    Questa sòma, che vien drieto
    sopra l'asino, è Sileno:
    così vecchio è ebbro e lieto,
    già di carne e d'anni pieno;
    se non può star ritto, almeno
    ride e gode tuttavia.
    Chi vuol esser lieto, sia:
    di doman non c'è certezza.

    Mida vien drieto a costoro:
    ciò che tocca, oro diventa.
    E che giova aver tesoro,
    s'altri poi non si accontenta?
    Chi vuol esser lieto, sia:
    del doman non c'è certezza.

    Ciascun apra ben gli orecchi,
    di doman nessun si paschi;
    oggi sian, giovani e vecchi,
    lieti ognun, femmine e maschi;
    ogni tristo pensier caschi:
    facciam festa tuttavia.
    Chi vuol esser lieto, sia:
    di doman non c'è certezza.

    Donne e giovinetti amanti,
    viva Bacco e viva Amore!
    Ciascun suoni, balli e canti!
    Arda di dolcezza il core!
    Non fatica, non dolore!
    Ciò c'ha esser, convien sia.
    Chi vuol esser lieto, sia:
    di doman non c'è certezza.