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Autore

Loretta Carlucci

in archivio dal 19 gen 2009

25 luglio 1980, Matera

19 gennaio 2009

Radiografia dei miei pensieri

Intro: Una notte lunga, ricca di immagini, ricordi, visioni. Una notte che suona e canta con pizzica e vino, una notte fatta di analisi e domande, per inseguire la propria anima in un futuro ancora da decifrare...

Il racconto

Non mi basta il cappello. L'umidità si infiltra attraverso la lana e sento freddo. O almeno così mi pare.
Sono sul terrazzo, ha appena smesso di piovere. Piove spesso in questi giorni. A farmi compagnia una bottiglia di aglianico.
Un tamburello e la pizzica in testa da ballare. Guardo il mare, quand'è nero pare terra. Assomiglia alla mia terra, quella che non vedi altro da casa tua, dalla tua finestra. Quella che ti insegnano ad amare ancor prima di parlare. Quella per cui tua nonna, tua madre, tante nonne e tante madri hanno lottato.
Ecco, di sera il mare le somiglia. La terra è nelle mie viscere, è come un magone nel petto quando ami qualcuno. Quando la passione ti travolge. E non pensi ad altro che a dare e darti, come quando respirare non è importante quanto amare.
Amare, amore. Che palle. Viene sempre fuori. Ma stasera no, non ci voglio pensare, non ci devo pensare. Stasera si balla. Sul terrazzo, al freddo, guardando il mare. Cercando si scacciare i brutti pensieri. Il dolore.
L'ipocrisia. La piccolezza umana. Ballare fino a perdere le forze. Bere fino a perdere conoscenza. Entrare in contatto con me, quella me che sto imparando a conoscere. E che fino ad ora, ma dove cazzo è stata?
Una me stessa fragile. Forte. Incoerente. Sensibile. Immatura.
Una me stessa che viene fuori ogni giorno di più. A fatica, tentennando, ansimando, scalpitando.
Di cui sono fiera. Perché questa me stessa, pur nascosta fino a oggi, è il frutto di quello che sono, di ciò che sono stata. Della mia vita, del mio passato. Delle mie corde, dei miei errori.
Bevo un altro sorso. Agito il tamburello. Ballo. Balla anima mia. Sciogliti. Allèntati. Che è troppo quello che ti infilo dentro da una vita e non so se ce la farai ancora a tenere dentro tutto quello che deve ancora venire.
Le sensazioni che inseguirò, le emozioni che mi sforzerò di fermare, il dolore che mi farà tremare. Ancora e ancora. Ché la vita è fatta così. E quando pensi di aver conosciuto tutto, ecco che quel tutto diventa niente. E ti ritrovi bimba. Una, dieci, cento, infinite volte bimba. Entusiasta di scoprire, disarmata, inconsapevole, senza difese.
Ballare la pizzica è fantastico. E' ballare con una parte di te. Quella più profonda e vera. Quella per cui sei stupidamente orgogliosa di essere del Sud. Perché poi il Sud non è un posto. E' un colore, una sensazione. Un ricordo. Un sorriso.
Le pieghe della mano di mia nonna. E' tremenda nostalgia di non esserci. E' rabbia per non poterlo vivere. E' sole, afa, terra secca.
Tra un po' sarà Natale. E sarà il momento di tornare. Di assaporare l'odore pungente del fumo delle case. Di godere della vista delle cose certe della tua vita. La tua casa, le tue strade, la vecchia signora vestita di nero, rincoglionita, che ogni volta
che la saluti ti chiede ma tu chi sei? Da anni, la guardo, sorrido e me ne vado.
Fa freddo. Davvero. Ma mi piace sentire il freddo. Mi fa sentire viva. Mi fa venire voglia di lottare. E allora lotto. Ballo, bevo, respiro. E anche questa sera passerà. Come ne son già passate altre. Un po' così. Un po' saudagi.
Sono sola. Ma i miei pensieri stanno cazzeggiando rumorosamente. Penso a quanto io possa sembrare triste dall'esterno. Una matta che balla la pizzica in terrazza da sola e beve vino. M'immagino gli sguardi e i commenti di chi so io. Di chi io giovedì aperitivo, venerdì disco, sabato disco e domenica disco. M'immagino i loro occhi allibiti dinanzi alla scena. E sorrido, convinta che sto facendo proprio la cosa giusta.
Quello che mi piace. Conoscermi, ascoltarmi, prendere confidenza con i miei desideri, con le mie sensazioni.
Pensare ai colori. Altrimenti ma quando ce l'hai il tempo di pensare ai colori? Siamo fatti di colori. Di tanti colori.
Siamo rossi. Come 'sto benedetto amore, che inseguiamo da quando nasciamo. Ogni attimo, ogni istante. Cerchiamo cerchiamo cerchiamo. A volte non lo troviamo. Senza sapere che l'amore è lì, a portata di mano ma se non ha il volto di qualcuno non sappiamo riconoscerlo.
Rossi come la rabbia, quando t'ho cacciato da casa mia. Dalla mia vita. Rosso come questo vino. Rosso. Rossi. E basta.
O gialli. Come il sole. Come il grano che alto a giugno aspetta d'essere raccolto. Come la sabbia del mio mare. Come le ginestre della mia terra. Che sono loro le prime ad accoglierti d'estate. Ti fanno sentire a casa. Anche se mancano ancora chilometri.
Blu. come questo mare. Che se non lo guardo appena apro gli occhi, ogni mattina, non è un nuovo giorno. Blu come i tuoi occhi. Quando scrutandomi erano capaci di imbarazzarmi, di farmi sentire nuda, indifesa.
Come il cielo di Rino. Sempre più blu.
Verdi come le montagne. Anzi come gli alberi che abitano sulle montagne. Come l'erba dei prati. Come le tartarughe.
E neri. Neri come il mare. Come la notte. Come questa notte. E ogni notte. Come la paura. Di perdermi. Di non trovarmi più. Nero come quando ho perso te. E per rivedere il giallo ci ho messo un po' di tempo.
Poso il tamburello a terra. Asciugo il moccio al naso con la mano. Bevo un sorso. Mi siedo e guardo il mare. Mi perdo, vorrei scorgere terra dall'altra parte ma vedo solo il mare stanotte.
E galleggia su questo mare la tua faccia. I tuoi baci. La tua bocca. Ti conosco da così poco. Ma non voglio sapere chi sei. E forse non lo saprò mai. Non voglio sapere che vita vivi. Ho solo bisogno che tu ci sia. Devo amarti. Devo sentire che ci sei e che ci sono anche io lì con te. Ho bisogno di sentirti. guardarti, abbracciarti come fosse l'ultimo giorno della mia vita. Della tua vita. Come se fosse.
Non mi importa se non si deve fare, se non si può fare... non ti ho chiesto io di entrarmi dentro, di leggermi al punto da farmi sentire inutile e indifesa. Sto pensando vorticosamente a quanto mi piaci. Una goccia fa trillare il tamburello e torno sulla terra. Anzi no, sulla
mia terrazza. Quella del mio appartamento, dove, tolti i pensieri di ogni giorno, vivo. Dove accumulo panni sporchi, libri, polvere. Piatti sporchi nel lavello.
Torno in me, esco dal pensiero di te. Anche se mi rende felice. E, visto che non riesco neanche a ricordare l'ultima volta che lo sono stata, penso che in fondo me lo merito. Non è colpa mia se sono felice. E' successo.
Altro sorso di vino. Altro sguardo al mare. Mi alzo. Meglio tornare a ballare. Agito ancora il tamburello. Mi carica. Chiudo gli occhi. Il vino mi dà calore, confonde le mie idee. Rende insensati i miei movimenti. Rende meno duri i miei occhi che non vedo, ma è come se avessi uno specchio davanti. Ecco mi vedo. Vedo i capelli scompigliati sotto al cappello di lana grigio. I miei occhi neri svestiti e dolci. Le mie labbra rosse, secche, grandi. La pesantezza del mio viso, coi lineamenti segnati, perché il tempo passa anche per me. Mi vedo come se fossi allo specchio. E mi odio. Perché assomiglio a mia madre quando sono così. Le assomiglio così tanto che vorrei non assomigliarle affatto. Perché  devo fare i conti con lei. Con il nostro rapporto. Con le nostre incomprensoni. Col dolore dell'indifferenza della mia adolescenza. Con la maturità del rapporto che abbiamo oggi. Con le ferite, passate e di cui porto il segno. Insomma con mia madre. Ed è la cosa più difficile del mondo.
Eh già, il tempo passa e mi ritrovo a volte ad avere nostalgia degli anni passati. Di me in quegli anni. Che poi sono volati. Succhiati senza tregua. Finiti, andati. Passati. Che rivivrei volentieri. Anzi, che darei per riviverli!
Gli anni del liceo, degli amici, degli amori, della filosofia, della politica. Che forse non sembra ma ci sta anche quella nella mia vita. In questa mia vita che tutti giudicano e tutti vogliono vada per il meglio. Che però è solo mia. E non sempre va per il meglio. Nonostante i vostri desideri. Gli anni in cui scopri il mondo plasmi la tua figura come con il pongo. Ti dai forma e sostanza. E se sei fortunato lo fai a prescindere da tutto e da tutti. Dalla famiglia e dagli amici. E, giorno dopo giorno, ti accorgi che ci sei. Ce l'hai fatta. Anche se manca ancora tutto, la base c'è. E si può andare avanti. Gli anni in cui ti sperimenti. Sperimenti la tua forza. I tuoi affetti. Coltivi i tuoi interessi. Impari a soffrire ed amare. Progetti il tuo futuro, lo immagini lo vedi lo vivi, impari ad aspettarlo. Ti vedi donna, impegnata in un lavoro che ami, madre e moglie. Io mi sono sempre vista così. Non solo in carriera ma anche madre e moglie. Forse, da buona donna del sud, più madre e moglie che il resto. E non me ne vergogno. Ci penso spesso a un figlio. Lo vorrei più di ogni altra cosa. Ho tanto amore da dare. Troppo amore per me sola.
Ma non è il momento. O meglio il momento è giusto sono le contingenze ad essere sbagliate. O a non esserci per niente. Non devo pensarci stasera.
Alzo lo sguardo. Non ci sono stelle. Il cielo è nero come il mare. Stasera sembrano la stessa cosa. Magari sono la stessa cosa. E' la sostanza di cui sono fatti che cambia.
Mi fermo un attimo. La mia danza è stanca, senza ritmo ormai. Mi risiedo. Bevo. Mi frego le mani. Mi sento sola.
Dovrei rientrare. Sarebbe saggio rientrare. Inciampo nel tamburello. Tintinna. Non voglio rientrare. Ballerò ancora un po'. Mi sento in gabbia oggi. Come mi ci sentivo da bambina in gabbia. Quando mi chiudevano a scuola e io piangevo. Volevo stare in campagna con mia nonna.
Volevo inseguire le galline. Zappare la terra. Nascondermi dietro gli alberi. Amavo mia nonna. Cioè se si ama, l'amore dovrebbe continuare anche dopo la morte ma fa strano. O almeno credo.
Amo ricordarla. Il suo ricordo mi dà serenità.
Squilla il telefono. Lo ascolto trillare. Non ho nessuna voglia di rispondere e non risponderò. Chiunque tu sia. Fino a poco tempo fa ci vivevo col telefono. Non mi sarei mai sognata di non risponderti al telefono. Ero così ingenua quando t'ho conosciuto. Quando t'ho amato. Quando t'ho dato tutta me stessa. E forse anche di più. Ho passato anni ad amarti e a sperare che un giorno anche tu avresti smesso di succhiare il mio amore e avresti iniziato a darmene. Che anche io avrei avuto la mia parte. La mia fetta d'affetto, la mia parte di mondo. E invece no. Hai continuato a nutrirti di me, mi hai finita, sfiancata, mangiata. Fino a che con le mie poche forze ho strisciato fino al confine. E l'ho superato, alzando un muro per separarti da me. Costruendomi una gabbia per non farti più entrare, per non farmi più toccare. Per non soffrire più. Non che il nostro amore fosse sempre stato sofferenza. Ci sono stati momenti belli. Tempi felici. Te le ricordi le passeggiate al mare? Le ore passate a guardarci negli occhi? Le chiacchierate sul nostro futuro, sui nostri figli? Tutto il tempo passato a scrutarci, a scoprire i nostri corpi e a pensare che in fondo il paradiso non è poi così
diverso? Ci siamo diveriti noi due. Abbiamo riso. Pensato di esserci trovati. Finalmente. Per sempre. Invece hai visto come è finita? Ho strisciato. Meno male: il nostro amore era ormai morto. Sepolto sotto tonnellate di accuse, rancori, odio. E prima o poi te ne accorgerai anche tu. Anzi te ne sei già accorto. Devi solo ammetterlo e non al mondo, a te stesso. Semplicemente. E smetterai di chiamarmi di notte. Di darmi la colpa per la fine della nostra storia. Di riempirmi di parolacce. E dirmi che dopo di me non amerai più. Che poi non capisco e non lo capirò mai... m'avevi e m'hai ferita... me ne sono andata e ti è venuta voglia di guarirmi dal dolore che tu stesso hai provocato.
Ho sofferto per me. Tantissimo. Non per non averti più. In fondo non ho perso solo te. Dovevo, devo ritrovare me stessa. E questa è la parte più dolorosa. Anzi da quando ci siamo separati sono stata più serena. Meno rabbiosa, meno incazzata. Ma più fragile. Più confusa.
Guardo la luna. E' nascosta dal buio ma si lascia intravedere. Da chi come me la cerca con lo sguardo per trovare sollievo dal nero della notte. Di questa notte. Che se continuo a pensare a te si fa sempre più nero.
Mi stringo tra le braccia. Poi alzo le spalle e rewind, ricomicia la danza. Sempre più stanca  e scordinata. Ma vabbè io sono così.
Testarda  e incoerente. Incapace di ascoltare i propri limiti. Sempre pronta a sfidarli. Per poi perdere il più delle volte. Dovrei smetterla, rientrare in casa, dormire. Ma niente da fare. Non sarò mai saggia con me. Non sarò mai indulgente. Mai.
Sarà passata la mezzanotte. Un nuovo giorno sta per cominciare. E io sono qui. Al freddo a dare voce e movimento ai miei pensieri. A quello che mi passa per la testa. Credevo di aver raggiunto il traguardo. Mi sono illusa. Era uno start. Una partenza. Una nuova corsa in questa frettolosa vita.
Che una cosa almeno penso di averla imparata. Mai pensare d'essere arrivati. La vita è circolare, e una volta percorso il diametro della sfera che abbiamo in dotazione si ricomicia. Ci si rinventa o ci si accontenta di quello che si è. Comunque sia ci tocca camminare. Affondare i piedi nel fango o radicarli all'asfalto bollente d'estate per non perdere l'equilibrio. Trovare il passo, sentire il respiro. Evitare l'affanno, la stanchezza. Camminare, correre a tratti, rallentare. Trovarsi insomma.
Sorrido, ripenso a te. Che mi hai tolto il respiro, proprio quando ero convinta che non sarebbe più accaduto. Che mi hai ridato speranza. Nell'amore, nella passione, nella vita. Anche se so che te ne andrai. Che me ne andrò. Che finirà presto. Ma faccio finta di niente e mi lascio travolgere dal tuo sguardo.
E giuro non è il vino. E' che mi piaci talmente tanto che ti vedo dovunque. Che sei come una promessa che so di non poter mantenere. Ma la faccio lo stesso, come facevo da bambina. E in questo caso sono convinta che conti più l'intenzione.
Perché quando ci perderemo, quando vivremo altri occhi, altri sorrisi, altri odori saremo ancora là... che quelli come noi rimangono dentro... almeno un po'... si seminano nell'anima germogliano e crescono in fretta, e poi quando se ne vanno lasciano le radici a ricordare che ci sono stati. Hanno stravolto, travolto, vissuto. Con l'intensità di un pugno nel muro, di uno sguardo nero carbone, di un dolore lancinante, di una violenta mareggiata, di una scopata che inizia già finita...
Te ne andrai. Me ne andrò. Ma non questa notte. Sarai con me domani, lo so. E quando sarà il momento, lo saprò, lo sentirò. Dovrò viverti in fretta, con foga, con urgenza.
Non voglio parlare di te. Non voglio parlare di emozioni. Vino, vino. Maledetto vino. Sei il compagno più spietato, irriverente. Ti prendi gioco di me, mi ferisci, mi provochi, mi testi nel dolore. Impietoso. Lucido. Trasparente e vero come i pensieri che provochi. Agito il tamburello, suona stridulo. E tu smettila mare di stare a guardare. Non è un bello spettacolo. E' solo un cuore che cerca pace, una testa che cerca tregua, braccia e gambe che cercano sollievo, sfogo. Occhi stanchi di guardare e farsi guardare. Semplicità complicata. Universi da scoprire, esplorare, e provare a capire.
Ballo, ed è la mia vita a danzare. Giro, ed è la mia vita a girare. Parlo, ed è sempre lei a dettare le parole. Verrà Natale, ancora, tra poco. E sono una donna, cresciuta o forse solo cambiata. In fondo sempre la stessa bambina dai grandi occhi neri, capace di piangere, piangere e piangere. Piangere, oggi come allora,
per un cartone animato, per il lieto fine di un film, per un ricordo, per la vittoria di Obama, per la voglia di vivere...
E le ore passano, la notte è fonda e non trovo il tasto che mi spegne. Ballo, piuttosto mi muovo, ascolto stridere un tamburello e penso. Anche se non vorrei. Anche se sono stanca di pensare, analizzare, comprendere. In preda alla follia di una notte che, come per l'Innominato, sarà decisiva per la mia vita. Che da domani
vivrai. Magari non avrai ancora capito chi sei. E magari non lo capirai mai. Ma vivrai sapendo che sei. E sarà meraviglioso.
Notte di fantasmi quindi. Di stronzate e di pensieri seri. Di vino e danza. Di ricordi e speranze. Di passioni e amori. Notte che tra un po' se ne andrà. E chissa cosa mi resterà. Dentro, fuori. E chissa se m'aiuterà. Perché è difficile. Perché pensavo d'essere arrivata e mi trovo a ripartire. Perché faccio finta di non sapere chi sono ma chi sono urla forte e mi spacca i timpani. Perché odio stare da sola. Non funziono. E odio la compagnia. Perché chissà se ce la farò.
Bevo l'ultimo sorso. Bottiglia contro la luce. E' finita. E' finita anche la notte. E ora il rosso è del cielo. E' ancora giorno. Un nuovo giorno e chissà cosa m'aspetta. Ma penso che prima dormirò qualche ora.

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