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Autore

Luca Biolcati

in archivio dal 25 feb 2009

20 ottobre 1973, Magenta (MI)

03 maggio 2011 alle ore 16:20

1 miliardo di euro

Il racconto

Lo avevo avvertito la scorsa notte dal mio sonno leggero, intervallato, spezzettato da sfilacce di sogni irrequieti: sarebbe stata una giornata particolare, questa.
Poi, di colpo, il display del cellulare sul comodino si illumina, proiettando un fumetto blu elettrico sulla porta della cabina armadio di fianco al letto. Una telefonata.
“Signor Biolcati, buongiorno!, chiamo dalla (nome di un’agenzia a me più sconosciuta dei rituali di riproduzione dei coleotteri…). Ci occupiamo di rintracciare eredi sparsi in tutto il mondo, ignari di avere ricevuto un’eredità. E’ in ascolto?”
Uno sbadiglio sontuoso è tutto quello che riesco a rispondere a quell’operatrice tanto professionale quanto monotona. Sono in ferie e, quando sono in ferie, ignoro la buona creanza prima delle nove del mattino…

Poi ripenso alla parola eredità. Eredità?
Cerco di rimediare alla mia cafonaggine con una prontezza di parola assolutamente artefatta, da animatore di villaggio vacanze (che detesto; c’ero stato solo una volta in vita mia, vicino a Otranto. Mai più, mi ero detto…). Riverso addosso alla telefonista un’ondata di cordialità impostata e male calibrata da gaffeur consumato:
“Buongiorno signorina, come sta? Ma alla vostra agenzia lavorate anche ad agosto, con questo caldo? Ma non si prende una vacanza, che so, a Otranto?”
Più gelida di un bisturi prima di una tonsillectomia, con voce monocorde, vagamente infastidita, la ragazza mi risponde:
“Le comunico che ha ricevuto un’eredità da un suo lontano parente in India, a Madras, il signor Rabindranath Singh Biolcati. Ne ha sentito parlare?”
“No, mai.” Cerco di immaginarmi questo ignoto congiunto del Golfo del Bengala, appena deceduto. “E quanto mi avrebbe lasciato questo signor Singh Biolcati?”, chiedo con malcelata curiosità.
“62 miliardi di rupie”, ribatte pronta l’operatrice.
“Uhm, sembra una discreta somma. E in euro quanto farebbe?”. Ormai la mia curiosità galoppa sfrenata più di una mandria di bisonti del Montana…
La risposta di lei, fredda, lapidea: “Circa 1 miliardo di euro”.
“Bene”. L’unico bisillabo che riesco a pronunciare…
La sua voce, come da prassi, professionale fino al parossismo: “Un nostro incaricato sarà da Lei alla fine del mese per il disbrigo di tutte le pratiche. A presto”. Poi, con voce biliosa: “E comunque a Otranto ci vive quel bastardo del mio ex dopo che mi ha lasciata, per un’animatrice greca, il giorno prima di sposarci. Buona giornata”.

Clic. La conversazione si chiude.
Ecco, ho detto la mia… 

Ma chi se ne frega della gaffe, con il miliardo di Mr. Singh. Viva Mr. Singh, Bollywood, il cricket, il Mahatma Gandhi, Brahma, Shiva e anche Vishnu. Om Mani Padme Hum.
Un miliardo di euro.

Nella vita ci vuole autocontrollo, dominio di sé, capacità di resistere ai colpi.
Bene, dimentichiamolo. Sono tutte cazzate (scusate la parola, ma non sono ancora le nove del mattino e sono ancora in ferie...). Quando ricevi una notizia del genere, tutte le tue piccole pareti crollano, demolite. Entri in un mondo parallelo, attraversi il corridoio d’ambra che divide il mondo di tutti i giorni da quello dei Prescelti, dei Predestinati. Per un momento,  per un istante che dura una vita, la lady bendata ha aperto gli occhi e ha guardato te, solo te. Addirittura ti ha fatto una visibile avance,  e da quel momento si è legata a te, inestricabilmente.

Pensi a un’esistenza in cui l’unica vincita era stato un dieci al Totip di 36 mila lire a 13 anni nel 1986 (nella divisa del mio amato e lontano de cuius fanno un po’ più di 1000 rupie…), più qualche premio a lotterie sparse di beneficenza: una bilancia pesapersone, una cintura orrenda color melanzana, un simpaticissimo pesce rosso moribondo… E, soprattutto, ripensi a tutte le altre volte in cui non hai vinto nemmeno quello, nemmeno l’adesivo di Orazio e Clarabella nel concorso su Topolino…

1 miliardo di euro. Suona bene. Comincio ad abituarmi all’idea.
E ora? Domanda fondamentale: cosa farne?
1 miliardo di euro non sono 1 milione di euro e neanche 100.000 euro. Sembra banale, ma, per quanto venale uno possa essere (e io, solitamente, non passo per esserlo più di tanto, almeno a detta di chi mi conosce…), il godimento soggettivo di una tale somma risulta di difficile realizzazione nell’arco di un’esistenza.
Che fare, come scriveva qualcuno di bolscevica memoria?

Poi, come l’apparizione improvvisa del mare dopo la curva tra Masone e Genova Voltri, sfolgora un’idea… 

Ho scritto prima che io (come molti di voi, credo) sono stato svariate volte, fino a questo momento, destinatario di sbadata disattenzione da parte della sorte e del prossimo, o addirittura, in certi momenti, di energico respingimento.

Numeri che non uscivano.

La ragazza che ti faceva impazzire, all’università, che manco ti si filava.

L’evidente imbarazzo di una cerchia di colleghi che interrompevano il discorso al tuo avvicinarsi, per farti capire che non dovevi capire. 

E tutte quelle volte in cui avevi un’idea che ti pareva geniale e rivoluzionaria, ma non trovavi investitori che credessero in te?

E i concorsi in cui arrivavi primo, ma degli esclusi? O i colloqui di lavoro andati male?

E poi, i giochi che facevi da bambino, in cui non eri desiderato. Ricordo ancora oggi, dopo 35 anni circa, la crudeltà di una bambinetta poco più grande di me, all’asilo, quando mi disse: “Tu sei troppo piccolo, non puoi giocare ai lupi…”. Ai lupi…

Insomma, tutte quelle occasioni in cui ti sei sentito messo da parte, trascurato, rifiutato. Ecco, rifiutato…

Fortunatamente c’è stato tanto altro nel corso degli anni, occasioni sfruttate e attenzioni inattese (magari anche da parte della ragazza che all’università non ti si filava...). Per me e per molti di voi, spero. Vedi la telefonata di oggi.
Ma alcuni ricordi bruciano ancora… Per questo vorrei cercare che succedesse il meno possibile ancora ad altre persone.

L’idea, dicevo…

Mi dico: con un miliardo di euro, potrò creare qualcosa che permetterà a coloro che, a vario titolo, siano stati rifiutati nella loro vita, di sentirsi a casa. Una fondazione. La chiamerò FONDAZIONE “I RIFIUTI”. E’ un nome forte e provocatorio, mi rendo conto, ma servirà a focalizzare l’attenzione del pubblico.
Con questo cospicuo patrimonio, potrò:

1. Finanziare iniziative e progetti contro l’esclusione sociale nella mia comunità (riqualificazione di quartieri trascurati; inclusione degli stranieri; centri per vecchie e nuove fragilità; servizi per disabili e familiari; servizi di reinserimento di ex detenuti, tossicodipendenti e malati psichici; case di accoglienza e riferimento per senza tetto e ragazze di strada). Insomma, tutti quei progetti utili, sostenibili e innovativi che permetteranno, a chi approderà dalle mie parti, di non sentirsi più rifiutati.  (Settore erogativo)

2. Gestire direttamente un Festival dei Rifiuti. In cosa consiste? Si tratta di una kermesse annuale di una settimana (settembre, per esempio), in cui qualunque persona dotata di un certo talento (scrittori, poeti, musicisti, cineasti, pittori, inventori, chef, stilisti, artisti in genere in vari settori) potrà cimentarsi nelle vie di Novara e di alcune città della provincia, magari nei meravigliosi cortiletti spagnoli del nostro centro storico, o nelle cantine sociali delle nostre colline … L’unico requisito? Non essere “nessuno”, essere stati rifiutati da discografici, produttori, editori, case di moda, uffici brevetti, enti locali. Un occhio di riguardo sarà per le persone accolte nel primo punto. Noi diamo loro un’opportunità di mettersi in evidenza, e magari trovare qualcuno che crede finalmente in loro, anche economicamente. Sarebbe bello se proprio l’Azienda di Smaltimento Rifiuti della nostra città ci desse una mano nell’organizzazione. (Settore operativo).

Ma quando mi sono svegliato mi sono reso conto che, disgraziatamente, non esisteva nessun signor Singh Biolcati di Madras, India: restava solo il comodino, il mio cellulare silente, la mia selvaticheria prima delle nove del mattino in ferie, le lingue di sole fra le feritoie delle persiane …. E un bellissimo sogno in cui credere ancora: il potere giocare, finalmente, “ai lupi”.

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