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Autore

Luca Biolcati

in archivio dal 25 feb 2009

20 ottobre 1973, Magenta (MI)

16 marzo 2009

La vera storia di Pirin e Rila

Intro: Fiaba tenera e ricca di speranza per un mondo migliore. Si percepisce la pulizia dei protagonisti che si amano in un mondo profumato e ricco di colori, dove anche un pesciolino può rappresentare la salvezza...

Il racconto

Ci fu un tempo in cui la lontana Tracia, oggi ricca di montagne, era una regione completamente pianeggiante. Sentite la storia che ho da raccontarvi.

C’era una volta, nelle lontane pianure di Tracia (care a Dioniso e a Orfeo, ma questa è un’altra storia….), un giovane pescatore di nome Pirin. Era, questi, un fanciullo allegro e spensierato, dal cuore buono, sempre circondato da amici che, come lui, amavano la pesca e il sorriso lucente delle fanciulle sognanti che popolavano i boschi di quel remoto angolo di Terra.
Fu in un mattino di sole acceso che, in un laghetto di acqua argentea tutto circondato da alberi fronzuti, Pirin e i suoi amici scorsero, sulla riva opposta, un gruppo di fanciulle di bellezza abbagliante intente a rinfrescarsi. Amici miei, che splendore di occhi e di sorrisi, che capelli lunghi come i giorni dell’estate, che seni ardenti! Questi dovettero, a occhio e croce, essere i pensieri del gruppo di giovani che, a rapide bracciate, raggiunsero la sponda di fronte.
Dapprima sorprese, forse spaventate, le giovani mutarono rapidamente il timore in un invito e convinsero (non ci volle poi molto!) il gruppo di pescatori a seguirle nei loro giochi fra gli alberi.
Alla fine del giorno, terminate le allegre schermaglie nel bosco attiguo allo specchio d’acqua, il gruppo si riposò su di un prato fiorito e odoroso. In particolare una fanciulla, bella fra le belle, colse un mazzetto di fragranti rose, iris, crochi e narcisi, quindi lo donò a Pirin; infine, dopo aver baciato dolcemente le sue giovani labbra, suggellò il gesto con queste parole:
- Mi chiamo Rila e sono la figlia della regina di queste terre. So che ti chiami Pirin e che sei un ragazzo allegro e buono. Ricorda questo profumo e seguine la scia; così, quando vorrai, mi troverai.

Immaginate lo stupore del giovane nell’udire queste parole: una principessa, anzi la principessa, si era innamorata di lui! Pirin era così felice che si mise a correre all’impazzata. Trenta volte girò intorno al lago, cento volte nuotò in quelle acque, avanti e indietro, da una riva all’altra, vanamente rincorso dai suoi amici anch’essi ebbri di fiori, di guance di pesca e di estate.

Il mattino seguente Pirin, intento a pescare nel suo solito laghetto, sentì nell’aria un profumo talmente intenso e familiare che persino le piante volsero i rami verso la fonte di quella magnificenza. Beh, amici miei, non ci volle molto; il giovane mollò gli strumenti da pesca e iniziò a correre a perdifiato fra i sentieri freschi del bosco. Al termine dell’arboreto, stremato, immaginate chi trovò: Rila, in una veste candida e ricamata, nei suoi lunghi capelli inghirlandati, bella da far rabbrividire l’incandescenza dell’estate, ardente da far lacrimare la corona del sole….

Da allora, per tutti i giorni di un anno generoso, i due giovani si incontrarono su quelle rive e fra quella vegetazione ombreggiata e fragrante, accesi e innamorati…

Si può dire che da allora vissero felici e contenti? Beh, non proprio così. Chi predisponesse il proprio animo a una storia d’amore benedetta, rimarrebbe alquanto deluso e ben poco conoscerebbe della lebbra dell’invidia. Ascoltate ancora un po’, mettetevi comodi….
Pirin e Rila si incontravano ormai da un anno, tutte le mattine, sulle sponde del lago, all’inizio del bosco. Un bel mattino luminoso, seduti sulla riva, i due ragazzi stavano pescando (Pirin aveva insegnato a Rila l’arte della pesca; la principessa lo aveva iniziato alla raccolta delle essenze e alla composizione di squisite tonalità olfattive…), quand’ecco che sbucò, dal fondo dell’acqua, incastrato all’amo di Rila, un minuscolo pesce dorato, dalle squame luminose, dagli occhietti rossi, mobili, vispi e dalla dentatura affilata, molto affilata, da piccolo predatore:
- Lasciatemi giù, lasciatemi giù, vi prego – disse l’animaletto, allarmato.
Immaginatevi i due giovani: un pesce parlante, per di più di una foggia mai vista prima da Pirin, che, in quanto a conoscenza di animali acquatici, non aveva rivali in tutta la Tracia…
- Lasciatemi giù, lasciatemi giù, vi prego – ripeté il pesciolino – Io vi posso aiutare, credetemi.
- Ma perché dovremmo credere a un pesce che parla? – rispose stizzito Pirin – e, soprattutto, non vedi come siamo felici? Non abbiamo preoccupazioni, di quale aiuto avremmo bisogno secondo te?
- Fidati di me, Pirin, ti conosco e so che sei un giovane mite e giusto – insistette, col poco fiato rimastole, la bestiolina abbagliante del lago – C’è chi non approva il vostro amore e vi sta tendendo una trappola tremenda. Ah, l’invidia, ragazzi miei, ha infestato anche queste terre. State attenti…
- E perché non dovremmo farti finire in padella, pesce? – attaccò, non proprio principescamente, Rila, che finora aveva taciuto, incuriosita dalla situazione.
- Ah, Rila, Pirin, io vi posso garantire che, se mi ributterete in acqua – ribatté agonizzante, con un filo di voce, la bizzarra creatura – non avrete nulla da temere da anima viva; ripeto, solo da anima viva. Di più non riesco a dirvi, di più non posso fare. Vi prego, lasciatemi andare, sto soffocando...
Impietositi da quell’appello e allarmati da quelle terribili rivelazioni, i due ragazzi decisero di ributtare il pesciolino parlante nel lago; questi, dopo essere sparito brevemente sotto lo specchio d’acqua, guizzò, fra geometriche piroette, fuori dalla superficie, strizzando loro un occhiolino di riconoscenza. Quindi, nella luce di una scia dorata, scomparve definitivamente, inabissandosi.

Il giorno successivo all’apparizione del pesciolino dorato, la potentissima regina di Tracia, madre di Rila, decise che era finalmente giunto il momento di convocare un banchetto al Palazzo Reale, per celebrare il fidanzamento fra i due innamorati.
Era, la regina, una donna ormai sfiorita dal noioso trascorrere degli anni e dalla precoce vedovanza. Infatti, il padre di Rila, grande e valoroso re di Tracia, era morto al comando del proprio esercito in una feroce battaglia, quando la principessa era ancora infante. La prematura scomparsa del sovrano aveva lasciato un grande vuoto in tutto il regno e una giovane consorte inconsolabile. Ben presto, però, lo sconforto dell’augusta vedova virò verso le fosche tinte della cattiveria dei soli, venata di invidia per l’altrui felicità e di gusto per la macchinazione, sempre più crudele e vendicativa nel corso degli anni. Rila era sempre stata all’oscuro di tutte le nefandezze della madre, sulle cui atrocità non basterebbero interi volumi e, comunque, si era sempre sentita amata della regina.
Per questo motivo, quando la sovrana volle convocare il banchetto di fidanzamento per la figlia e per il pescatore Pirin, Rila accolse con entusiasmo una tale deliberazione.
Tutto era pronto a corte, ogni cosa era al suo posto quella maledetta sera di festa.

Durante la cena, sfarzosa e ricolma di ogni genere di leccornie del regno, i due fidanzati furono pian piano colti da un irresistibile torpore. Dopo che si furono addormentati, la regina dispose di spalancare due botole sotto le sedie dei due giovani, rispettivamente l’una per lui, l’altra per lei.
In un nulla, Pirin e Rila furono inghiottiti dalle segrete del Palazzo. Al fondo di un vano buio e putrido, perpendicolarmente alle due aperture sovrastanti, stavano due vasche dalle pareti alte e strette, per metà ricolme di acqua profonda, gelata, stagnante, in cui precipitarono rispettivamente, a breve distanza l’uno dall’altro, il corpo di Rila e quello di Pirin. Il giovane cadde nella vasca di sinistra; la principessa sprofondò a destra. Repentinamente, pesanti inferriate, da cui filtrava un rivolo di aria malsana, sigillarono le sommità dei due bacini.

Subito dopo, quando l’acqua gelida ebbe ridestato i due, essi si accorsero di trovarsi in trappola: pareti scoscese, vasche chiuse in cima, poca aria, niente cibo, acqua imbevibile.
Impossibile scappare, impossibile salvarsi.
Dalle loro rispettive prigioni inespugnabili, Pirin e Rila udirono solo poche frasi provenienti dal piano di sopra, dove poco prima si era tenuto il banchetto. Era la voce crudele della regina, che si rivolse così alla figlia:
- Povera Rila! Tua madre aveva grandi aspirazioni per te. Potevi sposare ricchi principi, potenti sovrani, condottieri carichi di gloria. Invece no, ti sei innamorata di un pescatore, di un pezzente. E quel che mi fa più rabbia, è che sei felice, troppo felice. Sono invidiosa. Io non posso tollerare l’altrui felicità, figlia mia. Sono infelice: chiunque accolga gioia nel proprio cuore, verrà da me trattato come un traditore. Perirà, quindi, in modo atroce…
Ma nessuno dei due sventurati poté replicare: infatti, l’invidiosa sovrana proruppe in un pianto fragoroso e inesauribile che, per tutta la notte, coprì a lungo le loro voci, ora supplichevoli, ora rabbiose. L’acqua che sgorgava dai suoi occhi malvagi era talmente copiosa da invadere tutte le stanze della reggia, una dopo l’altra.

Il mattino seguente, il lamento finalmente cessò e, dal soffitto buio delle segrete, iniziarono a gocciolare le lacrime della regina, provenienti dal piano superiore…
Minuto dopo minuto, ora dopo ora, giorno dopo giorno, il livello dell’acqua delle due vasche si innalzava. Plic plic plic. Piovevano lacrime, tante, salate, l’una dopo l’altra, a intervalli regolari; il livello saliva, saliva, saliva.
Si sentivano disperati. E non riuscivano neanche a farsi coraggio a vicenda, perché ognuno nella rispettiva vasca era solo, senza l’altro…
Sarebbero sicuramente morti…di asfissia, di fame, di freddo, di solitudine…
Ma andò veramente così?

Passavano i giorni, le settimane, i mesi. Pirin e Rila si accorgevano che, contrariamente a ogni aspettativa, invece di deperire lentamente fino a morire, si stavano abituando all’ambiente acquatico. I due carcerati, giorno dopo giorno, al posto di braccia, gambe e sembianza umana, stavano sviluppando branchie, squame e pinne.
Erano diventati pesci, veloci, colorati, guizzanti ed erano ormai in grado di trarre una sorta di nutrimento dai microorganismi del liquido fetido in cui erano immersi.  Crescevano belli, floridi, pasciuti.
Ma non erano liberi. E non erano insieme. Questo li faceva soffrire più della cattività. Mesi interi senza potersi guardare, parlare, accarezzare, abituati com’erano a incontrarsi ogni giorno… 
Per ora.

Doveva essere già passato un anno quando ognuno dei due prigionieri, un bel mattino, udì con somma gioia, sotto il pavimento della propria gabbia, come uno sfregare di mandibole voraci. Improvvisamente entrambi si accorsero che, dai fori sottostanti che si stavano creando, due branchi di minuscoli pesci dorati, muniti di dentatura aguzza, stavano rosicchiando le fondamenta delle due prigioni, come solerti operai. Morso dopo morso, i due pavimenti alla fine cedettero. Subito, due straripanti cascate d’acqua melmosa li spinsero per un labirinto di canali, vie, viuzze…
Dopo un viaggio che parve loro interminabile, al movimento ritmato delle loro pinne e delle loro branchie e guidati dai loro acquatici liberatori, i pesci Pirin e Rila si trovarono in uno specchio d’acqua pura e trasparente. Finalmente liberi, finalmente insieme…
Dalla felicità, i due saltarono fuori dalla superficie fra mille piroette. Alla milleunesima, si riscoprirono nuovamente uomo e donna. E che piacere ritrovare, dopo così tanto tempo, il loro laghetto, scenario quotidiano dei loro appuntamenti. Un lungo bacio sulla riva incorniciò quella mattina di liberazione e metamorfosi…

Al termine di questo idillio, un pesce del branco liberatore guizzò fuori strizzando loro l’occhiolino rosso e vispo: era il pesce parlante che li aveva messi in guardia dall’altrui invidia molto tempo prima. Subito si indirizzò a Pirin e Rila:
-  Cosa vi avevo detto? C’era qualcuno che vi voleva male. Ma la vostra generosità nel liberarmi tempo fa è stata premiata. Così, io e i miei piccoli e voraci amici abbiamo liberato voi.

Mentre il pesciolino dorato concludeva il suo breve discorso, la scena si completò, sull’opposta riva del lago, di un corteo funebre, ricco, sfarzoso, alla presenza di dignitari e sovrani dei più remoti angoli della Terra. Lacrime regali, strepiti, lamenti, musica di morte…
Incuriosito, Pirin prese la parola e si rivolse al pesce:
- Spiegami un po’, amico, chi è morto?
- La regina è morta, amici miei – rispose prontamente l’animaletto – Dovete sapere che, mentre voi vi pascevate beati nelle vostre rispettive prigioni, salvati dalla vostra bontà nei miei confronti, la sovrana deperiva sempre più, rosa nelle più intime fibre dalla sua stessa crudeltà e dalla sua stessa cattiveria. Mille medici furono chiamati da tutta la Tracia e mille furono mandati a morte per la loro, si disse a corte, incapacità nel guarire la regina. Ma era il suo malanimo ad essere inguaribile, nessuna scienza o dottrina avrebbe potuto salvarla…
Sul volto di Rila non si disegnò nemmeno una lacrima, in quel mattino chiaro…

 Dopo qualche tempo, Rila divenne legittima regina di Tracia e Pirin ne fu il fedele, augusto consorte. L’uno accanto all’altra, essi regnarono, in pace e armonia con tutti i sudditi, per centocinquant’anni, circondati dall’amore di numerosi figli, nipoti, pronipoti, per sette generazioni.
Un triste giorno, i due, guardandosi negli occhi, sorridendosi come sempre si erano sorrisi, spirarono all’unisono, senza soffrire, con leggerezza. Il pesce l’aveva predetto al momento di essere ributtato in acqua: Pirin e Rila non avrebbero avuto nulla da temere da anima viva; contro la natura, però, nulla si sarebbe potuto.
Tutta la Tracia li pianse. Anche i regni limitrofi furono commossi dalla duplice dipartita dei sovrani…
Persino il buon Dio, circondato dai suoi angeli (altro non erano che i pesciolini liberatori di Pirin e Rila…), toccato intimamente dal duplice lutto, decise che era giunto il momento di ricordare degnamente i due sovrani traci e il loro immenso amore…

Da quel giorno, in prossimità del laghetto dove i ragazzi Pirin e Rila erano stati soliti celebrare i loro incontri, al posto della terra fino allora pianeggiante, spuntarono due montagne alte e verdeggianti, collocate l’una di fronte all’altra, destinate a guardarsi e sorridersi per l’eternità, così come i due innamorati avevano sempre fatto in vita, giorno dopo giorno.
Il primo monte, il Pirin, è ricco di laghetti pescosi; il secondo, il Rila, è odoroso di ogni specie floreale… da allora, la Tracia fu rinomata come regione montagnosa.

Si racconta ancor oggi che, nelle notti di luna incendiate da fuochi di stelle, si possono vedere distintamente due fenditure arcuate poste l’una di fronte all’altra sulle pareti dei monti, l’una sul Pirin, l’altra sul Rila… qualcuno racconta che le anime dei due innamorati, defunti nella notte dei tempi, continuano a sorridersi, sorridersi, sorridersi…

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