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in archivio dal 13 feb 2007

Luca Brusati

13 dicembre 1979, Vigevano (PV)
Segni particolari: Nessuno degno di nota.
Mi descrivo così: Amante della Spagna, dei viaggi e delle culture estranee all'Italia.

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  • 27 dicembre 2013 alle ore 14:55
    Memento

    Il vortice di polvere.
    Mille echi.
    Si cancellano dal cuore, dalla mente.
    Agli occhi svaniscono.

    Immagini perdute e poi riprese.
    Come vestiti sotto gli armadi.
    "Che tanto non vanno più bene"
    Coperti di polvere.

    Inganni del tempo.
    Abbandonati sulla battigia,
    lasciati marcire al sole.

    Il cercatore ritorna.
    Ci sono quei giorni in cui
    "Quasi quasi si potrebbe..".

     

     
  • 26 agosto 2008
    Adry

    Solleva lo sguardo,
    guardami poiché io sono qui.
    Davanti a te e nulla dietro.
    solo vento e spazi vuoti.


    Luce improvvisa che acceca
    da cui non distogliere gli occhi
    per paura del buio,
    che non fa muovere.


    7 piccole gocce d'acqua
    in un assolato pomeriggio d'estate
    che non bastano mai.


    Onda che alza la schiuma,
    che ti fa gridare di gioia
    e che te ne fa sperare un'altra ancora.

     
  • 05 novembre 2007
    Tempo

    Potessi fermare ora il tempo
    ritornerei un attimo indietro.
    Ma correndo con pugni chiusi
    perché so che lui è impaziente.


    Torno e rimodello la vita,
    il mondo e le mie ore.
    Un gesto e mille parole scadenti
    e scaccio via i dolci ricordi.


    Ma ora sono che qui
    loro mi appaiono vitali
    per costruire un nuovo domani.


    Perchè solo loro sanno
    come dare l'opportunità di curare
    una mente e un cuore infedeli.

     
  • 07 maggio 2007
    Immaginandoti

    Pensando. Pensando a te.
    Rivedendoti in un qualunque posto.
    Vicino o lontano.
    Mi puoi bastare così?


    L'immagine offuscata in realtà viva;
    il sapore del tuo corpo e della tua pelle.
    Il calore delle tue mani e il profumo dei capelli.
    No, questo non lo posso ricreare.


    Ricreo amore, sentimento, voglia di vita.
    La mia voglia di te. Di noi.
    Per farti riaprire gli occhi.
    Per farti risentire il senso del vivere.


    Stringimi di più.
    La mia mano ha bisogno del dolore.
    Della forza. Della paura. Naturale.
    Di te.


    E i tuoi occhi che si fermano. Fissano.
    Parlano e ascoltano.
    E mi dici che non ti è mai successo.
    E che non è normale.


    E allora non essere normale.
    Alzati. Alziamoci.
    Per mano. Ridendo. Di tutto.
    E credendo che il tempo ci appartiene ancora.
    Il nostro tempo.


    Immaginando. Immaginandoci.

     
  • 05 aprile 2007
    Sera

    Leggerezza di una sera primaverile,
    una dolce carezza che ci tenta e ci intriga
    nell'assoluta insicurezza del futuro
    che fa vagare le nostre menti.


    Le voci più alte per farci sentire
    anche se attorno tutto tace;
    circondati dal silenzio della notte
    e da voglie e desideri inappagabili.


    E il profumo dei tuoi capelli
    e l'odore della tua pelle
    da me smpre conosciuto e desiderato.

     

    Mille parole sussurrate pian piano
    per non interrompere l'incanto del silenzio
    nella prima vera notte di primavera.

     
  • Credevo per un attimo,
    un momento, un istante
    di poter rivedere quel sole.
    Quelle nuvole lontane.


    Il rumore dell'onda,
    il soffiare del vento,
    il profumo del selvatico,
    l'odore del sale.


    Tanti tramonti sono passati,
    nuove lune mi hanno illuminato
    ma non dimentico ciò che vidi.


    Quello che sentii su di me.
    La voglia che non finisse mai.
    Spettacolo per pochi.

     
  • 19 marzo 2007
    Respiro

    Non basta la pioggia,
    né lo squarcio di un tuono,
    neppure la luce del lampo,
    per smuovere il mio corpo.


    Addormentato e in attesa,
    il mondo mi passa davanti
    senza spingere
    ma col passo veloce.


    Fermati e aspettami
    dammi il tempo per tornare,
    per riprendere fiato.


    O andiamo più veloci;
    riportami il sorriso.
    E camminerò con te.

     
  • 12 marzo 2007
    Corpo

    E' tempo. Sono qui ora.
    Puoi vedermi chiaramente. Più di tutti.
    Aperto con il mio petto.
    Per farti guardare.


    Osserva attenta. Guardami.
    Cosa vedi davanti a te?
    Vedi un corpo, un contenitore.
    Da accarezzare o di cui non ti fidare.


    E io guardo immobile.
    Ho paura di muovermi. Osservami.
    Soddisfa la curiosità. Ma sono io.
    Il mio corpo.


    Osserva i particolari.
    Dettagli di mille esperienze,
    mostrati a te che osservi.
    Stupisciti di più.


    Osservami e pensa di volermi.
    Desiderami per un minuto.
    Per un sempre. Per quanto vuoi.
    Ma osservami e desiderami.


    E saprai che tutto è davanti a te.
    Quello che cerchi. Quello che non trovi.
    Ferendomi e accarezzandomi.
    Dopo avermi osservato.

     
  • 07 marzo 2007
    Benito

    Una piccola foglia che cade
    o un leggero rumore estraneo
    tutto attira il tuo sguardo.
    Mai spento, sempre acceso!

    E poi correre senza sosta.
    Perché sei libero e senza catene,
    non hai domani né ieri.
    Solo oggi ti importa.

    Non smettere di esserlo
    in fondo siamo noi a sbagliare
    tu, gatto, sei libero.

    Gioca, riposa e dormi.
    Sogna anche per me adesso.
    Sognami che io sia come te.

     
  • 07 marzo 2007
    Fu

    Di mille parole che non tornano
    Ora ne ho solo ricordi vaghi.
    Tutto è cambiato, emozioni e progetti

     

    Noi siamo cambiati.
    Insicurezze e paure.
    Anche quelle sparite.

    Siamo spariti entrambi.
    Gli anni sono spariti.


    Oggi ho nuove paure.
    Diverse eppure sempre uguali.
    Che mi fanno male.

    E' strano vedere come tutti cambiano
    come gli anni cambiano;
    ma in fondo tutto rimane uguale.

     
  • 05 marzo 2007
    Scegliere

    Aspettative di un'attesa
    che lenta scorre e intriga
    perché ogni giorno aspettiamo
    la novità di una differenza.


    Dimenticare la speranza,
    chiudere il cuore e le porte.
    Fissare davanti senza attendere nulla
    logorati dal tempo e dal silenzio.


    Scelgo allora di logorami.
    Scelgo i sospiri di una speranza.
    Scelgo la vita e l'accetto.
    Scelgo di lottare.


    Scelgo il momento di crisi.
    Scelgo il momento bello che arriverà
    Scelgo di stringere i pugni e conquistare.
    Scelgo di non mollare.


    Scelgo di essere me stesso.
    Scelgo di risollevare.
    Scelgo di stare vicino.


    Ho scelto di vivere.

     
  • 02 marzo 2007
    Temporale

    Nuvole lontane davanti ai miei occhi
    non lasciano presagire che pioggia
    e forti venti di temporale
    che spazzano il cielo.


    I campi di grano piegati dalla natura
    terribile e magnifica.
    Mille oggetti che si rincorrono sulle strade
    Con l'odore di pioggia sull'asfalto.


    Ma poi tutto si placa
    Tonalità d'azzurro fanno breccia nel grigio
    S'odono solo sgocciolii dalle grondaie.


    Ritornano a gridare i bambini
    che corrono felici per le strade
    per vedere dove cade l'arcobaleno.

     
  • 01 marzo 2007
    Imperativo

    Non vi deve essere paura nella felicità
    O timore di quello che potrà essere
    Tempo per scoprirlo ce ne sarà
    Ho spesso ucciso le speranze del futuro
    I sogni e le speranze
    Nuove porte da aprire
    Guardando al passato


    Ieri non tornerà più
    Senza più peso il passato


    Wonderland è la terra che non esiste
    Ricercarla ora è stupido
    Iniziamo però a capire la gioia
    Tentando di non precludercela
    Tenendoci per mano nel momento scuri
    E gridando ai passati dolorosi:
    Non ci cambierete mai!

    !

     
  • 01 marzo 2007
    Mai

    Non conosce limiti colui che guarda oltre
    E non si accontenta dei suoi occhi
    Vola aldilà dell'oceano e dei monti
    E scopre cose che altri non possono neanche immaginare
    Relegati nelle loro paure
     
    Guarda oltre e non si domanda
    Il tempo necessario per farlo
    Vive per quegli istanti
    E i giorni gli sembrano minuti
     
    Un'utopia di vita che ci lega e ci tiene stretti
    Per mano e per cuore e per corpo.

    !
     

     
  • 28 febbraio 2007
    Emy1

    Capire chi siamo; capire chi sei.
    Vorrei potere guardarti dentro.
    Esplorare il tuo mondo che poi vorrei mio
    Tornare indietro estasiato e inebriato.


    Amore, felicità, oblio e ricordi
    Parole dure e difficili ora;
    ora che il sole è pallido e nulla lo colora
    neppure i fuochi di una passione.


    Grido al vento, spaventato e furioso
    Grido mille "perché" e non ottengo risposte
    ma solo rauchi suoni per me incomprensibili
    che mi tormentano e mi accompagnano.


    E vedo nei tuoi occhi tristi
    la paura di amare e di aprire il tuo cuore
    aprirlo ad uno nuovo vento di primavera
    perché quello d'inverno era freddo e tagliente.


    Eppure se guardo al futuro
    ti vedo serena e felice
    Con i capelli spettinati da venti tiepidi e colorati
    che ora non tagliano ma accarezzano


    E vederti chiudere gli occhi
    per immaginarti in un posto che vuoi,
    con il vento al tuo fianco.

     
  • 26 febbraio 2007
    Parole

    Vi sono mille parole non sussurrate
    che giocano nella mia mente
    che rimbalzano da un pensiero all’altro
    come piccole api sui fiori

     

    Parole che rimangono in gola
    troppo pesanti per uscire facili
    troppo leggere per poterle udire
    troppo mie per essere condivise

     

    Ma come leggere salgono nella mia mente!
    Come sono pesanti dentro di me!
    Con voglia di gridarle al mondo!

     

    Potessi anche cancellarle per un istante
    vorrei ritrovarle poi subito
    per apprezzarne la loro potenza

     
  • 26 febbraio 2007
    Il mare

    Potrei perdermi davanti all'onda
    davanti a una forza che non controllo
    davanti al suono della mia infanzia
    e l'odore di salato nella bocca


    Calma piatta liscia per nuotare
    o agitato per eroiche sfide da bambini
    con la sabbia che compare dal nulla
    che lascerà poi spazio alle pietre


    e poi il fiato che manca
    nel guardare oltre quell'onda
    aspettandone un'altra


    e gli sguardi della gente
    ai piccoli eroi della giornata
    che sfidano il loro grande amico

     
  • 26 febbraio 2007
    Tornando

    Con un passo incerto
    e con i pensieri pieni
    riflettevo sul corso delle mie azioni
    mai calcolate, così spontanee
     
    Risate e lamenti
    tutto questo dentro di me
    impossibilitato nel farmi capire
    da quelli che speri vicini
     
    Mi ricordavo nel cielo una luna
    così diversa da quella che speravo
    ma pur sempre una cosa da condividere
     
    e allora la voglia di farlo uscire
    in parole e piccole frasi
    con occhi che si chiudono sperando nel domani

     
  • 26 febbraio 2007
    Dedicata a te

    Violenta sensazione di lotta.
    Voglia di respirare libero
    con la testa alta verso il cielo,
    con lo sguardo fiero e feroce


    Conquisterò il mio ideale.
    Lo modellerò e lo dominerò.
    o forse ne sarò dominato
    ma sarà pur sempre mio.


    Guarderò in faccia le mie paure
    e loro impaurite scapperanno
    in cerca di salvezza o dannazione eterna.


    Mi guarderò indietro un momento
    e vedendo le mie orme sorriderò
    perché capirò che sto comunque camminando.

     
  • 22 febbraio 2007
    Febbraio 2007

    Potrei forse sussurrare o forse dovrei gridare
    al vento e al sole di questo febbraio infame
    e lasciare uscire il mio vuoto per riempirlo con un altro
    e camminare nel vuoto dei chilometri


    Potrei sentire le mille parole e i mille richiami
    di altri vuoti che si sommano al mio
    Fino a riempire il mio essere
    con un deserto di emozioni


    Dovrei librarmi libero nel'aria spessa
    con la pienezza del freddo in faccia
    con mille spade che trafiggono


    Dovrei sentire la rabbia crescere dentro me
    farla crescere e ancora di più e farla urlare
    per riempire il mio vuoto e il mio silenzio.

     
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  • 08 settembre 2015 alle ore 14:41
    ANDARE AL LAVORO (mattina)

    Come comincia: Cioè sembra notte. Forse lo è pero. Le 06.22, fa un freddo che uno devo provarlo per credere. Riscaldamento della macchina al massimo. Buio, buio e buio. Mentre guido penso che andare al cinema ieri è da pazzi quando poi ti devi svegliare alle 06.00: -“Stasera alle 09.00 a letto”- penso.
    C’è del magico nell’essere una delle poche macchine in strada. Soprattutto in inverno, ti sembra di essere un sopravvissuto ad una catastrofe naturale. Ti viene voglia di salutare con i fanali le (poche) macchine che incroci.
    La radio della macchina deve essere accesa, per forza. E’ una compagna inseparabile. Al mattino le note della musica sembrano essere diverse: non ci credete? Provate ad ascoltare Shine on you Crazy Diamond al mattino presto e provate ad ascoltarla in un banale pomeriggio. La differenza la trovate da soli. Poi è meraviglioso salire in macchina e scegliere che cosa ascoltare: inanzitutto devi scegliere tra notizie o musica. Nel primo caso ti becchi quello che c’è: morti famosi, la politica, l’ennesima strage. Non puoi scegliere; uno dei vantaggi è che sei una delle persone più informate sulle ultime notizie in quel momento rispetto alla maggioranza delle persone che la radio la accendono verso le 7, 7 e mezza. Con la musica invece è diverso: in base all’umore si sceglie l’artista che più si confà. Pink Floyd, Led Zeppelin, De André e i Doors. Queste sono solitamente le scelte dell’alba.
    Mentre guido penso a quello che dovrò fare: la mente ricomincia la routine quotidiana. Il primo pensiero, ad essere onesti, è “A che ora finisco oggi”. In base alla risposta non solo guidi più o meno leggero ma hai anche più o meno sonno.
    ‘Well show me the way to the next whiskey bar…’ Caro James Douglas Morrison adesso è troppo presto per un whiskey; io mi accontento anche di un caffè al volo….’Oh don’t ask why, oh don’t ask why’  guarda, è meglio non chiederselo.  ‘For if we don’t find the next whiskey bar I tell you we must die, I tell you we must die’ .  In effetti senza il caffè non è facile sopravvivere al mattino. Soprattutto in inverno. D’estate tutto è diverso. Assolutamente diverso.
    Per andare al lavoro devo attraversare un ponte sul fiume, il Ticino; come al solito in questo periodo non si vede nulla. Può essere pieno o svuotato ma la nebbia ti impedisce di capirlo.
    La cosa bella del partire presto è però una in particolare: non c’è traffico. Non c’è coda. Non c’è nulla. Quello che normalmente ti impiega quasi 2 ore oggi lo faccio in 1. Sai che soddisfazione poi: arrivare al lavoro alle 07,30 con l’ufficio che apre alle 09.00. Poi uno si chiede perché si esaurisce. Cioè cominci a lavorare un’ora e mezza prima del dovuto ma perlomeno hai trovato parcheggio al primo colpo (o quasi), non hai fatto fila al casello e last but not least puoi permetterti di mandare mail ai colleghi già di prima mattina. Chissà cosa pensano…”Cazzo! E’ già al lavoro” oppure “Ma che cazzo ci fa al lavoro alle 07 e mezza?”.
    Intanto penso a chi sta a casa, a chi un lavoro non ce l’ha e a chi pagherebbe per svegliarsi presto e avere qualcosa da fare. Sono pensieri che vengono in un istante e in un istante se ne vanno. E vengono sostituiti dal “Se fossi a casa oggi che farei?”. Mille risposte: andare a correre, andare a comprare quella cosa o quell’altra, fare una passeggiata…Il bello è che quando ti capita non fai niente di quello che in teoria vorresti fare. Ti limiti a dormire e buonanotte. Anzi, se si tratta di una giornata di ferie già programmata, a metà mattina ti prende quella tristezza che ti porta a pensare -“Beh quasi quasi un salto al lavoro lo faccio”-
    Poi dicono che uno non sta male.
     

     
  • 26 gennaio 2011 alle ore 22:51
    Achille

    Come comincia: Il caffè. Chissà come mi era potuto venire in mente una cosa così stupida in quel momento. Ma d’altronde era vero: lo avrei preso davvero dopo la mia corsetta intorno al quartiere. Che mattina radiosa di sole il 28 aprile! Una corsetta mi avrebbe certo fatto dimenticare o perlomeno avrebbe posticipato il pensiero della mia misera esistenza. Mantenere il corpo in esercizio sempre, a qualunque costo, la mia filosofia di vita. La filosofia che doveva essere quella degli italiani e che non hanno capito; anzi, hanno preferito non capirla, quella massa di panciuti e parassiti! Io mi accontento e mi sono sempre accontentato anche  delle mense dei poveri: mangio per vivere, non vivo per mangiare!
    Ma adesso i problemi sono altri. Cosa vogliono da me questi individui? Scalmanati con i loro fazzoletti rossi al collo. Gentaglia che, insieme agli ebrei, avevo giurato di estirpare con il Capo durante  i bei tempi. E’ forse questo il prezzo del fallimento? L’essere insultato fino alla fine? Schernito dai lacchè, odiato dagli arrivisti, disprezzato dai poltroni e adesso i banditi mi insultano e mi percuotono. Lasciatemi dico, grido, sussurro ma so che tutto è inutile. Tocca seguirli. Chissà se sono venuti per me o ,al contrario, sono semplicemente il risultato di una caccia fortunata…Lo vorrei chiedere ma temo la loro risposta. Io credo che tutti si siano dimenticati di me. Sono solo un ricordo lontano per gli italiani e per il Capo. Figuriamoci per loro. Eppure questi mi trascinano. Calci e pugni. La bocca mi fa male ma non piango. Non do soddisfazione ai banditi.
    Milano mescola macerie all’aria della primavera; le strade sono ancora in buone condizioni tenuto conto dei bombardamenti. Erano mesi che non passavo da queste parti, da questi quartieri: Porta Romana poi, non ci avevo mai fatto caso a quanto fosse bella. Peccato sia deturpata da quelle maledette bandiere rosse. Sembra di stare a Mosca. L’automobile sfreccia per le vie della città, mi sembra di stare in movimento da ore. Chiedo che ore sono: e l’ora che la paghi e ridono, ridono quelli scellerati! Non ridevano fino a 10 anni fa. Quando avevamo il mondo ai nostri piedi. Prima acclamavano tutti e adesso tutti odiano. Italiani! Ecco il frutto della propaganda ebraica. Mi viene voglia di sferrare un pugno a questi disgraziati; cosa ho da perdere? Io sono morto, lo so. O forse mi vogliono solo umiliare, non so. D’altronde cosa ho mai fatto di male? Se c’è una persona che più ha sofferto la guerra questa sono io: in Abissinia ho perduto camerati fedeli, poi Lumezzane e il campo di concentramento. Esiliato dal mondo. Cosa vogliono ancora? Che forse vogliano servirsi di me per il futuro? No, lo ha detto chiaro, “è l’ora che la paghi”. Niente illusioni.
    La macchina si ferma. Scendi, mi urlano, scendo e mi trovo addosso donne e uomini che mi sputano addosso e mi schiaffeggiano in testa. Quella donna ha provato persino a lanciarmi addosso ortaggi; sono in loro balìa. I miei carcerieri adesso sono diventati le mie guardie del corpo, sembrano preoccuparsi della mia incolumità (ma sarà così poi?) e scacciano urlando tutti quei selvaggi. Ma  i segni sul corpo ci sono eccome: qualcuno mi ha colpito sulla gamba con un calcio o con un bastone non so. E adesso dove mi portano? Il Politecnico? Cosa faccio al Politecnico? Non faccio in tempo a chiederlo e mi trovo scaraventato in un aula, già occupata. Mi puntano un mitra contro. Ci siamo, penso. E invece no, incomincia il processo al criminale di guerra Achille Starace. Il giudice, o presunto tale, parla, i membri della corte mi fanno domande ma sembra che non vogliano neppure sentire le risposte. Le risposte già le hanno. Crimini di guerra? Cosa sono? Chi ha mai visto una guerra senza crimini? Lo dico, questo lo voglio dire a costo di farmi riempire di pugni ma il giudice grida “silenzio! L’imputato non è interrogato”. E allora cosa ci sto a fare in quel posto? Forse, visto l’ambiente, il giudice si crede il docente che insegna e io sono solo lo studente che prende appunti. Sto per domandare del mio avvocato ma subito mi rendo conto che sarebbe una sciocchezza: questo non è un processo, questa è una sentenza già scritta. Il tribunale del popolo si ritira per deliberare: ci impiegano dieci minuti. In nome del popolo italiano (quale popolo poi?) il criminale Achille Starace è riconosciuto colpevole. Mi toccano le spalle, mi abbracciano e si fanno fotografare sorridenti, mitra in mano. “Sorridi bestia” mi dice una donna. Sorrido. Chiedo un po’ d’acqua, mi arriva subito e mi danno anche una coperta. Stanotte rimarrò li. E poi?
    La notte passa. Per la verità sono riuscito ad addormentarmi con facilità anche se ogni tanto qualcuno mi sveglia per fotografarmi e riversarmi addosso insulti di ogni genere. Mi avevano anche portato da mangiare ma lo stomaco è chiuso. E poi chissà quando avrei potuto smaltirlo, questi vanno in giro solo in macchina, sfaticati! E’ tempo di andare mi dicono, mi portano di nuovo fuori e l’aria del mattino mi investe con tutti i suoi profumi. Camminiamo un po’ e intanto sento un vociare che cresce sempre di più. Arriviamo in un grosso incrocio dove c’è gente tutta affollata intorno. Ogni tanto si sentono degli spari, adesso ho paura, mi sento inerme, sono circondato e spinto da questa massa, non vedo neppure più i miei “vecchi” carcerieri. Due persone mi prendono sottobraccio e mentre mi spingono uno dei due mi dice di guardare in alto. Allora mi accorgo di tutto. Delle persone sono appese sulla pensilina di un distributore. Ma non le riesco a scorgere. Sono a testa in giù. Poi sempre quello di prima mi dice di salutare il mio Duce. Guardo bene e lo vedo. Ha il viso che non si riconosce. Mio Dio! Il Duce! Non riesco a parlare, sento solo le risa e gli insulti. Vicino a lui una donna, ma non è Donna Rachele. Sembra quella puttana della Petacci. Ma non ci giurerei. “Ammazzalo quel fascista!” si sente urlare. Va bene. E allora così sia. Dico loro di fare presto. Sento caricare i mitra. Si avvicina la fine, lo sento sulla pelle ma prima voglio salutare il mio Duce. “W il Duce” grido o penso di gridare perché poi non sento più nulla. Tutto è buio.

     
  • 26 gennaio 2011 alle ore 22:50
    JACK

    Come comincia: -“Finalmente una giornata di sole!”- Ero raggiante; Londra in quel periodo mi sembrava l’anticamera di una enorme ciminiera. Grigio, grigio e grigio ancora. La solita pioggerellina sottile sottile che ti obbligava a portare con te l’ombrello per evitare raffreddori e influenze varie…Non avevo dormito bene quella notte e al risveglio mi immaginai di trovarmi di fronte la solita desolante scena di grigio ed invece…
    Mi preparai con calma, un bagno in una tinozza d’acqua semi bollente, un te (rigorosamente col latte, senza è una bevanda da barbari) e mi incamminai verso Victoria Embankment. C’era parecchia gente per strada, nonostante fosse domenica, e le piccole taverne su Exeter Street erano già affollate di persone d’ogni età. C’era concitazione nelle loro voci, agitazione…Possibile che la gente non riesca a godersi la pace domenicale e debba sempre essere in costante apprensione?
    Arrivai a Scotland Yard verso le dieci. Gli uffici erano semideserti. Domenica per tutti, anche per i segugi. Ovviamente solo per una parte dei segugi. Io ero al mio posto, ligio al dovere come sempre.  George Lusk era già li ad attendermi nel suo ufficio: -“Buongiorno James, novita’?”- chiesi. Scrollò la testa e getto davanti a se una copia dello Star. Sulla prima pagina una foto di una “cosa” sfocata con una scritta  “Jack è tornato! Un’altra prostituta trovata morta a Whitechapel”. Guardai  George. Era pallido e non riusciva a nascondere il suo nervosismo tamburellando le dita in modo costante. –“Un’altra!”- esclamai. –“Non so cosa fare, giuro non so cosa fare, è gia’ la quarta, quel maniaco non si ferma. Avevamo predisposto staffette su Whitechapel per tutta la notte è questo è il risultato. Cazzo! Questo è il risultato!”- concluse George con un pugno sul tavolo. –“Non farne un fatto personale”- risposi –“umanamente hai fatto tutto quello che si poteva fare ma questo tizio sembra essere un professionista. Non sbaglia una mossa. Bisogna insistere”-. Mi guardò con un amaro sorriso: -“Insistere? Forse lo faranno gli altri. Si, io ho deciso. Domani mattina scrivo al gran capo. Voglio essere sollevato dall’incarico. Non voglio avere sulla coscienza altre vittime, ne ho abbastanza.”- Lo guardai sbalordito. Era George Lusk. L’uomo che dopo i primi due delitti di Jack aveva chiesto di potersi occupare del caso, lui che conosceva Whitechapel come le sue tasche (o almeno così sosteneva). Non ci potevo credere. –“George non dirai sul serio? Ti rendi conto che senza di te quello avrà ancora di più via libera?”-. Un altro sorriso: -“Direi che più via libera di così non ne potrà mai avere”-. Riprese: -“La vittima si chiamava Catherine Eddowes, è stata trovata a Mitre Square. Solita firma. Ti risparmio i particolari”-. –“Posso ben immaginare”- . –“Avevo piazzato un paio di agenti sulla Duke’s, è a meno di 100 metri dalla Mitre ma niente. Il tizio sembra invisibile, prende la vittima, uccide e svanisce chissà dove”-.Non fu facile, dovete credermi, convincere George a rivedere i suoi propositi. Dopo mesi di indagini lasciare tutto sarebbe stato umiliante per lui. Sarebbe stata  l’ammissione del suo totale fallimento. Non lo potevo permettere. Era un amico, uno di quelli che ti capita di incontrare una sola volta nella vita. La nostra amicizia risaliva sin dai tempi dell’infanzia. Abitavamo entrambi nel East End fino ai dieci anni. Poi le nostre famiglie si trasferirono proprio a Whitechapel dove in pratica condividemmo le gioie e i dolori dell’adolescenza. A differenza mia George era sempre stato un  ragazzo molto curioso e vivace. Ogni strada era la sua strada. Credo che per ognuna di esse conoscesse anche il numero delle finestre che vi si affacciavano. Lo spronai: -“George, quel bastardo non la passerà liscia! Dobbiamo riprovare. Dobbiamo indurlo all’errore. Si sente sicuro e questa sua sicurezza sarà la sua rovina! Credimi! Ho già in mente un piano”-.
    Tornai verso casa dopo aver sbrigato le solite faccende burocratiche  in ufficio. Perlopiù si trattava di esaminare casi di ladruncoli disperati che sarebbero dovuti finire sotto processo per aver rubato qualche penny e nulla più. Erano le cose che più mi facevano innervosire. Londra sta vivendo un incubo e la polizia che fa? Si occupa di questi rubagalline…Mah! Per strada non si parlava che della povera Eddowes. La gente sembrava ingorda di particolari scabrosi, “L’hanno trovata senza un rene, no mancava il cuore, lo hanno trovato per metà mangiato” e via di seguito. Arrivai a casa disgustato.
    In realtà il piano di cui avevo parlato a George non esisteva. Lo avevo detto solo per prendere un po’ di tempo, per far calmare la situazione ma era indubbio che qualcosa andava fatto per risolvere la situazione. Qualche cosa avrei trovato.
    Passò più di un mese e dello squartatore nessuna notizia. Con George avevamo concordato il seguente piano. Oltre agli agenti dislocati su tutta Whitechapel  saremmo andati anche noi di persona a vigilare nel quartiere. Era tempo che George lasciasse la sua bella scrivania e venisse con me in prima linea nell’inferno, a casa di Jack. All’inizio George non si era mostrato troppo entusiasta dell’idea poiché avrebbe preferito coordinare i suoi uomini dall’ufficio, spostandoli sulla mappa come pedoni su una scacchiera. Il tutto, a sua opinione, rispondeva ad una logica di strategia. Ma alla fine si convinse nel seguirmi in quelle che sarebbero divenute le nostre battute di caccia notturne.
    La notte dell’8 novembre una nebbiolina fine fine penetrava tra le vie del quartiere. Per strada si sentiva chiaramente la presenza della polizia. Qua  e la si intravedevano le figure degli agenti con i loro pompose uniformi che gironzolavano per gli angoli delle vie. Alcuni passanti sembravano volersi unire a questa caccia, come in una sorta di grande gioco collettivo. Stupidi!
    Io e George arrivammo fino a  Gunthorpe Street tenendo d’occhio la situazione. Fermammo una persona che stava gironzolando vicino alla Old Castle ma scoprimmo che abitava proprio li. Falso allarme. Decidemmo di dividerci. Io avrei preso la parte ad est di Gunthorpe mente George avrebbe proseguito sulle parallele ad ovest. Camminai fino ad arrivare in Miller’s Court dove vidi una giovane ragazza dai capelli rossi. Mi sembrava alquanto agitata. Mi avvicinai: -“Posso esserle d’aiuto?”-. Mi  guardò e si mise a ridere: –“Mi scusi, sono una sciocca ho solo perduto il mio fazzoletto era un ricordo di una persona cara, devo averlo perso proprio qui”-. La guardai: -“E’ per caso rosso il suo fazzoletto signorina?”- dissi mostrandole quello che avevo appena trovato per strada. –“Oh dio mio! E’ proprio questo grazie!”-. Mi toccò la spalla. –“E’ meglio che vada in casa ora signorina, a quest ora, di questi tempi per una ragazza come lei può essere pericoloso starsene in giro da sola”-. –“Oh, ma io abito proprio qui, stavo appunto rincasando, lei piuttosto cosa fa in giro a quest’ora?”-. –“Sono un agente di pattuglia”- dissi mostrando il mio tesserino “controllo la sua zona”-. –“E’ un sollievo saperlo. Ma perché non entra? Le preparerò una tazza di te bollente. L’aiuterà per il resto della notte!”-. Accettai di buon grado ed entrammo. Il suo appartamento traspirava povertà da tutte le crepe. Non era difficile immaginare come recuperava i soldi per l’affitto mensile. Mi tese la mano: -“A proposito mi chiamo Mary Jane ma i miei amici mi chiamano Ginger. Lei come si chiama?”- Sorrisi. –“Un nome vale l’altro. Ma a questo punto credo tu possa chiamarmi Jack”-.

     
  • Come comincia: Il rintocco della campana li riportò alla realtà. Le sette di sera. Già intorno a loro si muoveva una massa enorme di persone , destinazione casa. Un freddo pungente penetrava sotto i loro cappotti e sciarpe facendo rabbrividire e facendo desiderare il calore di un salotto o di una cucina.
    Le toccò le guance e si accorse al tatto che piangeva. Gli occhi arrossati. Il deglutire faticoso.
    -"Cosa vuoi fare allora?"-. Lei non rispose ma sembrò rinchiudersi ancora di più nel suo cappotto quasi a volersi nascondere. Lui riprese: -"Vuoi che..."- ma lei lo interruppe -"Non voglio nulla ora, voglio solo pensare, pensare e pensare. Tutto sarà più facile dopo"-. -"Non credi che dovremmo parlarne anche con tua madre?"- azzardò lui. -"Mia madre!"- esclamò lei ironica -"mia madre non sa neanche cosa sto facendo ora, non gli è mai fregato di nulla di niente e di nessuno, lo vuoi capire?"-.
    Stettero per qualche istante in silenzio. Lui la guardava con intensità quasi a volere carpire i suoi pensieri e a leggere dentro di lei. Non si era mai trovato in una situazione simile. Per la prima volta avrebbe dovuto guidarla in una decisione, avrebbe dovuto consigliarla sempre che lei fosse disponibile al consiglio. Il portone davanti a loro era ancora aperto.
    -"Vuoi che vada io?"- le chiese con un filo di voce -"non è un problema davvero"-. -"E questo cosa cambierebbe spiegamelo"-. Principio di isteria nella sua voce. -"Brutto segno"- pensò lui, ma continuò -"Non si tratta di cambiare la situazione, si tratta di fare qualcosa"-. -"Sei tu l'uomo"- fece lei all'improvviso -"avanti allora, fai qualcosa. Sì, hai ragione. Si tratta di fare qualcosa. Dimostrami che sai fare qualcosa, dimostralo!"-. -"Cosa vorresti dire? Ti ho mai negato il mio aiuto, mi sono mai fatto pregare per un consiglio"- si interruppe: un uomo tendeva la mano verso di loro. Farfugliava qualcosa in chissà quale lingua. La mano tesa però e lo sguardo valevano più di mille parole. Si frugò in tasca e trovò un paio di monete: -"Meglio che niente"- pensò mentre le lasciava cadere nella mano guantata dell'uomo che ringraziò sempre in un linguaggio incomprensibile, prima di allontanarsi da loro. Riprese il discorso: -"Capisco il tuo momento ma adesso non è che posso diventare la tua valvola di sfogo. Sono disposto ad aiutarti, lo sai, lo sono sempre stato in tutta la mia vita e lo sarò anche ora ma ti prego. Non escludermi da te. Non credere che sia una persona estranea che si trova accanto a te per puro caso. Dammi fiducia. Voglio dimostrarti che su di me potrai sempre contare, anche in momenti come questi, ma devi darmi la possibilità di farlo. Non puoi rinchiuderti a riccio e lasciare venire fuori solo gli aculei. Insieme possiamo farcela e ce la faremo anche ora, vedrai! L'importante è non farsi prendere dall'isteria."-. -"Dall'isteria?!"- rispose ironica tutta in un fiato -"e cosa dovrei fare? E' Già la terza volta, capisci? La terza volta! La prima volta non andava bene il colore, la volta dopo era troppo largo... cazzo! Ma  è mai possibile che per fare un regalo a tuo padre debba sempre fare queste figure con i commessi. Sono 3 volte che lo riporto indietro 'sto maglione. Chissà cosa penseranno! Mi vergogno come una ladra a rientrare qui dentro, lo capisci o no?"- e riprese a piangere.
    Il suono della campana lo fece trasalire dai suoi pensieri. Le otto del mattino. Osservava il corpo steso sul marciapiede coperto da un lenzuolo. Chiese al più vicino di loro: -"Aveva documenti addosso, o un qualcosa di personale, che so, una foto magari?"-. L'altro scosse il capo. -"Niente di niente commissario. Gli abbiamo trovato solo fazzoletti sudici, una sigaretta e un euro e cinquanta centesimi. Un altro disperato ucciso dal freddo. Questa notte è andata a meno sette e  aveva solo una camicia a coprirlo. c'era da aspettarselo. E' già il terzo senzatetto in una settimana che ci lascia la pellaccia"-. -"Ok, chiamate l'ospedale che lo vengano a prendere, io vi raggiungo tra poco"-. Si accese una sigaretta e guardo la vetrina. -"Bello quel maglione, quasi quasi..."- pensò.
    Il portone era ancora aperto.

     
  • 29 ottobre 2008
    Il Giudizio

    Come comincia: La campana emetteva il suo rintocco da quasi un minuto buono quando XX aprì gli occhi e guardò la strada spazzata dal vento. Il sole di metà pomeriggio illuminava i tetti delle case e sembrava rendere colorata l'aria che si muoveva veloce.
    Dovevano essere quasi le 4 pensò stropicciandosi gli occhi ancora socchiusi. La bevuta fatta a pranzo per festeggiare l'arrivo in città del nuovo governatore si era protratta per più di due ore e aveva lasciato il segno su molti dei presenti; la maggior parte si era placidamente abbandonata a dormire per terra, in mezzo all'erba del grande giardino, mentre i camerieri e la servitù si affrettavano a togliere gli avanzi e a risistemare il disordine venutosi a creare.
    Cercò di pensare al discorso del neo-governatore, ma il solo risultato fu quello di accorgersi del terribile mal di testa che lo opprimeva. Si ricordava i particolari del pranzo, il cibo servito su piatti che pretendevano di essere puliti, l'elegante svolazzo di abiti di seta femminili e lo sguardo preoccupato della servitù. Ma erano immagini senza suoni, che sembravano appartenere ad un sogno.
    Il vento soffiava ora più forte e già si intravedevano le nuvole, nere e compatte, aldilà della montagna. Lo sbattere delle persiane e il latrato dei cani avvertivano che presto sarebbe
    cominciato a piovere. In tal caso sarebbe rimasto a dormire, non prima di aver preso due analgesici, per lenire quel maledetto dolore alla testa.
    - "Porta novità questo temporale"- disse la donna entrando nella stanza, -"Le carte..." - cominciò. -"Vai al diavolo tu e le tue maledette carte"- rispose lui con un lieve sogghigno, -"ti ho già detto che non voglio queste diavolerie da strega in casa mia!"- Lei abbassò gli occhi e mormorò qualcosa in quella lingua che lui mai aveva imparato a decifrare. -"E comunque nessuno ti ha chiesto di venire. Semmai ne avessi avuto voglia ti avrei fatta chiamare"- riprese lui. Lei guardò fuori dalla finestra e disse ancora qualcosa a bassa voce che poi fece verso di tradurre: - "E' tutto così chiaro"- e rimase a guardare fuori.
    Lui aveva già chiuso gli occhi per cercare di scacciare dalla sua mente quell'immagine fastidiosa ma come per incanto gli si presentò nella mente un nuovo pensiero. Aveva capelli ondulati, scuri con occhi color madreperla. Il corpo nascosto in quel vestito nero che lasciava intravedere le caviglie nude e le mani piccole e scure. Quell'immagine gli fece male; non riusciva ad associarla ad un momento particolare del pranzo, ma sicuramente avrebbe dovuto rivederla in giornata. Avrebbe voluto darle un nome, ma in realtà non l'aveva mai saputo né forse l'aveva mai chiesto. Pensò che non avrebbe più potuto vivere senza di lei e che in fondo andare a quel pranzo era stata volontà di Dio. Si alzo d'improvviso dal letto e si mise l'abito della festa di lino chiaro, il cappello bianco e le scarpe di tela. -"Dove vai?"- gli chiese. -"Al diavolo"- rispose lui, -"o da un angelo"- proseguì bisbigliando.
    Le foglie e il polverone della strada lo accolsero appena messo piede fuori dalla porta. Il barbiere sostava fuori dall'uscio della sua bottega, col tabacco in bocca e guardava il cielo che si andava riempiendo di nuvole. Si salutarono con un cenno del capo e un piccolo movimento delle mani. Pensò di dirigersi verso il palazzo del governatore, forse lei era ancora la e quando l'avrebbe vista le avrebbe detto che la sua vita, da quel momento in avanti, sarebbe dipesa da lei. Niente di più. Camminava sempre più veloce col rumore del temporale alle sue spalle pensando che dopotutto se non l'avesse trovata al palazzo qualcuno gli avrebbe dato delle informazioni su di lei. Incrociò due guardie che trascinavano un uomo sulla mezza età; un ladro forse, uno dei tanti colti sul fatto. Il nuovo governatore aveva emesso un bando contro di loro per cui se il furto era reiterato il colpevole era passibile di morte. Era l'unica soluzione per fermare quella piaga sociale ed era stata accolta perlopiù con soddisfazione dalla gente. Dove per gente si intendeva tutti coloro non appartenenti alla plebaglia.
    Scomparvero dietro un angolo della strada principale e fu allora che si accorse di essere arrivato alla meta. Il portone era socchiuso; si guardò attorno e si decise a bussare. Nessuna risposta. Ma dopo pochi attimi sentì distintamente i passi lenti del custode che da li a poco apparve sulla soglia, sigaretta in bocca. Disse il motivo della sua visita pensando: "La conoscerà o la ricorderà di sicuro". -"Ma lei è il difensore?"- gli rispose il custode. Rimase sorpreso: -"Difensore di cosa?"-. - "Beh, in tal caso è tardi"- riprese il vecchio -"la signorina è già stata consegnata al giudice. Immagini un po': 3 tentativi in due mesi. Ma questa volta 2 palle nella schiena non gliele leva nessuno. Amico compreso"-. Rimase attonito mentre quello continuava: - "Pensi: venire a rubare in casa del governatore-" disse ridendo mentre gettava la sigaretta davanti ai suoi piedi - "poi uno dice che non se le cercano!"
    E dopotutto pensò che le carte avevano avuto ragione.

     
  • 01 febbraio 2008
    Alba

    Come comincia: Chiediti perchè valga la pena alle volte svegliarti presto alla mattina.
    Forse perchè il mattino d'inverno ha dei colori così particolari, così freddi eppure vivi allo stesso tempo che nessun artista potrebbe mai né immaginare né dipingere.
    Quel colore nero che si tramuta piano piano in un profondo blu scuro, ma forse blu non è la parola adatta, e che all'improvviso comincia ad assumere tonalità arancioni e turchesi. Come se verso est il mondo fosse in fiamme, come gli ultimi falò della sera prima. E poi dalle acque sale quella nebbiolina leggera, quei vapori e mentre li osservi per qualche attimo, il colore che prima avevi davanti agli occhi si è già tramutato, ed è come se il sole cominciasse ad infilarsi il cappotto per preparasi ad uscire. Nel suo abito migliore.
    E quel freddo che è pungente, che sembra fare da specchio a centinaia di stelle. Perché le stelle ci sono, eccome...
    E poi il silenzio, solo il rumore della macchina, ma tutto intorno è spento. Dura un'attimo, appena prima dell'arrivo del sole il mondo si popola e tutto torna come prima. Ma gli attimi precedenti!
    Chiediti perché valga la pena svegliarti presto alla mattina. E risponditi così.

     

     
  • 05 luglio 2007
    Pioggia

    Come comincia: La pioggia cade incessante e dense nuvole si addensano sulla città plumbea. Il rumore del mondo sembra ovattato dal suono incessante che gentilmente cade al suolo. Persino i rumori delle macchine sembrano provenire da un altro mondo. Un mondo distante, estraneo, lontano. Che non appartiene più.

     


    La pioggia rende frenetico l'andare delle cose: la gente corre per strada alla ricerca di un riparo, di un tetto. Magari un bar: cappuccino e brioche e un'occhiata al giornale. Prima però, posare l'ombrello lucido d'acqua, vicino agli altri suoi simili, perché tenerlo in mano non ti dà la sensazione di essere al riparo. E poi, tazzina in mano, osservare la gente al di là del vetro, quel piccolo e sottile confine che separa "i sommersi e i salvati". E la luce del bar sembra ancora più luminosa del solito e il vociare dei clienti più rumoroso e confuso che mai.


    Gli è sempre piaciuta la pioggia. Osservarla, toccarla, viverla. C'è qualcosa in lei che gli ricorda il suo essere uomo sulla terra. Parte integrante del meccanismo più antico del mondo.


    "Oggi non si esce: piove". Forse non ha mai pensato neppure lontanamente al concetto di tale idea. La pioggia ti invita ad uscire, ad abbandonare la tua oasi di tranquillità terrificante per rimetterti in gioco. E sfidare ciò che è convenzionale. Con la pioggia, pensa, si lavano via detriti e sedimenti depositati lungo il tuo cammino da tempo. Con violenza e senza il tempo di una scelta o di un rimpianto. La pioggia non fa sconti. Non può farne neppure se volesse. Porta nel vortice di un tombino tutto quello che incontra: dalla foglia ormai secca a quel piccolo foglio di carta che distrattamente hai lasciato cadere. Sgualcito e inghiottito.


    Tende la mano ora: ne sente le gocce, piccole ed insistenti e gli viene voglia di non ritirarla indietro più. Le sente tutte dentro di sé, vita che entra, linfa vitale che gli permetterà il privilegio di ristenderla nuovamente, ogni qualvolta vorrà, sotto ogni goccia di pioggia diversa che racchiude dentro di sé un piccolo segreto.


    Sarà il fato a decidere cosa dovrà sapere e cosa gli rimarrà per sempre oscuro. Un fato bagnato che, attraverso i vetri rigati dall'acqua, ricopre e nasconde presente e futuro del mondo di oggi.


    Sotto la pioggia.

     
  • 07 giugno 2007
    Corda

    Come comincia: Quando si alzò per prima cosa guardò fuori dalla piccola finestra del suo soggiorno: era ancora notte fonda; le quattro. Una cappa di buio infinita attanagliava la vecchia città. Si meravigliava di come quello scenario, seppure a lui abituale, avesse il potere ogni volta di sorprenderlo e di intimorirlo allo stesso tempo. Il buio era diventato una sorta di buongiorno per lui e tutti i suoi colleghi. Da più di venti anni era così e chissà per quanto tempo ancora lo sarebbe stato. Ne valeva la pena? Ogni volta se lo chiedeva e si rispondeva ma paradossalmente la volta dopo si domandava quale fosse stata la sua risposta il giorno prima. Non lo ricordava o forse non voleva ricordarlo dopotutto.
    Mentre attraversava il piccolo soggiorno ebbe un brivido di freddo alla schiena: gennaio con un riscaldamento che funzionava saltuariamente. Se gli fosse venuto in mente quando era ancora a letto alzarsi sarebbe stata un’impresa. Ritornare sotto le coperte? Come al solito tale pensiero scomparve con la stessa rapidità con il quale era venuto. Ma ne valeva la pena? Lentamente cominciò a vestirsi. Aveva lasciato i suoi indumenti vicini al termosifone con la speranza che al mattino li avrebbe trovati almeno un po’ tiepidi, ma ancora una volta sentì con amarezza la fredda lana del suo maglione blu scuro sulla sua pelle. Le quattro e un quarto. Buio pesto. Avrebbe volentieri preparato un caffè caldo ma si ricordò che si era dimenticato di comprarlo il giorno prima. O forse erano due giorni prima? Guardò in camera da letto dove lei stava dormendo profondamente. Aveva una specie di sorriso sul suo viso. Forse stava sognando in pace con se stessa e con il mondo. Avrebbe voluto accarezzarle i capelli ma temeva di svegliarla perciò decise di uscire subito e cominciare ad incamminarsi.
    Fu assalito subito da una ventata gelida. Sembrava che il vento corresse per tutte quelle viette strettissime che assomigliavano ad un intricato labirinto, fischiando e colpendo col suo freddo tutto ciò che incontrava. Non c’era anima viva in giro. Da lontano sentì indistintamente il suono di una nave che forse attraccava o forse lasciava il porto. Cominciò a camminare più veloce per tentare di riscaldarsi. Aveva sonno, nonostante l’abitudine. Non capiva perché volesse continuare a fare una vita di tali sacrifici. O forse lo sapeva ma in quel momento non lo ricordava. Sua moglie in fin dei conti avrebbe potuto trovargli un altro impiego. Aveva una posizione di rilievo nella società cittadina. La consideravano una sorta di nobildonna con il gusto dello strambo. Una nobildonna non certo molto ricca intendiamoci. Però possedeva abbastanza averi da permettersi una vita se non agiatissima comunque tranquilla. Lo strambo era sicuramente lui. Faceva il pescatore da quando era ragazzo. Non conosceva altri mestieri se non il suo mestiere. Nessuno capiva come fosse stato possibile per entrambi innamorarsi l’uno dell’altro. Forse era stata questa loro diversità ad attirarli tanto e a legarli. Comunque sia si erano subito trovati bene e quella che era stata definita anni addietro come un’unione impossibile era in realtà funzionata e di questo lui ne andava giustamente orgoglioso. –“Ma perché ti ostini tutte le mattine con questo lavoro?”- gli aveva chiesto lei una volta. Qualcosa lui le aveva risposto, non si ricordava però. Ebbe però la sensazione di non averle dato una risposta sincera.
    Seguendo il filo dei suoi ragionamenti si ritrovò senza accorgersene al porto. Il mare era liscio e se non fosse stato per le piccole onde che si infrangevano contro la banchina di cemento del porto si sarebbe detto di vetro. Si girò e guardò in alto verso la città. Tutto era calmo e silenzioso. Tutti dormivano, lei anche. - “Forse anche lei” - pensò poi, ma non riusciva a capire a chi si stava riferendo. Attraversò a passi decisi il pontile di legno e si fermò all’interno del bar messo proprio lì nel mezzo. C’erano tutti naturalmente. I suoi compagni lo salutarono come sempre con un mezzo cenno del viso e un “buongiorno” detto a bassa voce, come se avessero avuto paura di svegliare la città che ancora dormiva. Le cinque meno dieci. Ordinò il caffè che non aveva potuto bere a casa e si sedette al tavolino per dare una piccola occhiata ai giornali. Gli altri stavano discutendo della giornata che li aspettava, facevano previsioni sullo stato del mare e sui posti in cui avrebbero tentato la fortuna quel giorno. Ogni mattina sempre la stessa cosa, Le stesse parole e le stesse immagini. Ma nonostante tutto non provava noia. Soltanto una certa dose di impazienza. Per chi o per che cosa ancora non lo sapeva o forse non lo ricordava.
    Si sentì suonare una campana. Era il segnale che stava cominciando la loro fatica quotidiana. Buio e freddo. Ma soprattutto buio. Salì a bordo e cominciò a lavare una parte del pavimento della nave dove venivano buttati i pesci. Era ancora sporca dal giorno prima e già era consapevole del fatto che il giorno dopo sarebbe stato uguale. Uguale come il buio.
    Erano in viaggio da più di un’ora. Tutti stavano preparando le attrezzature, chi fumando e chi continuando a bere il caffè conservato dentro al termos. Quando ebbe finito di sistemare il tutto, si alzò e uscì a prua. Si appoggiò al parapetto che era intrecciato da una corda spessa, marcia d’acqua e di sale che sembrava essere lì da centinaia di anni o forse lo era davvero. Chiuse gli occhi e respirò profondamente. Pensò a casa sua, a sua moglie che forse in quel momento aveva finito di sorridere mentre dormiva e al riscaldamento che magari in quell’istante stava funzionando.
    Si chiese il perché di tutto questo: il perché di una vita così. Apri gli occhi e vide la sua risposta e la sua fortuna. Ad est il sole si stava lentamente alzando dal fondo del mare. Sembrava l’occhio socchiuso di una persona che stava vigilando su di lui. In pochi minuti l’occhio fu aperto del tutto e sotto di lui il mare stava bruciando ed aveva assunto l’aspetto di una enorme colata lavica. I gabbiani incominciarono a stridere nell’aria e la barca si ripopolò. I rumori quotidiani lo svegliarono una seconda volta. E allora capì e ne fu un po’ rattristato: lì stava la sua risposta, il suo motivo e la sua giustificazione di vita ma già pensava che l’indomani se ne sarebbe dimenticato come sempre. E che si sarebbe svegliato per andarli a cercare di nuovo.

     
  • 07 giugno 2007
    Regalo

    Come comincia: "E ora cosa significa questa faccia? Non mi vorrai dire che non te lo aspettavi? Ma su dai, era ovvio! Ovvio, ovvio!

     


    Pensavi di potermi trattare come una pezza, come uno senza palle che china la testa e ubbidisce guardando sempre per terra?


    Cosa ti aspettavi? Ora sei felice? Sei soddisfatta?


    Un passo indietro. Che faccio senza problemi. Perché lo faccio guardando comunque avanti. Avanti."


    "Ma scusa non è che ci vuoi ripensare, magari?"


    "Ma magari cosa? Ripensa piuttosto tu a quello che mi hai detto! Umiliazione. Denaro rubato. A chi? A te? Al mondo?


    No, io non ci sto. Non vado in alto per poi cadere causa vertigini. Non volo alto se so che le mie ali non reggono il peso. Perché me la hai impiombate. Grigie e plumbee. Come le giornate vissute qui".


    "Ma non potevi dirlo prima?"


    "Dire cosa? Cose che già tu sapevi? Non hai una memoria? Però la coscienza quella sì. Guardami in faccia e abbassa lo sguardo. Non lo puoi reggere con me. E ora i sorrisi non valgono. Valgono uno sputo."


    "Non credo di meritare questo!"


    "Meriti peggio. Ma non ti colpirò. Perché non è la mia prerogativa ora. Non hai potere su di me. Sputerai veleno tra qualche tempo. Fallo! Coraggio! Mi saprò difendere con i denti e con l'onore. E con la mia personalità onesta. E racconta ciò che vuoi: sarò onorato delle storie che si racconteranno su di me!"


    "Tutti abbiamo dei momenti così"


    "Ma tu non puoi saperli. Chi sei tu per dirmi questo? Non rappresenti nulla. Sei l'ennesima nuvola durante un temporale. Pioverebbe lo stesso con o senza di te. Ma io sarò al riparo. E mi bagnerò se ne avrò voglia. Se. Capito? Se."


    E la conversazione finì.

     
  • 06 giugno 2007
    Lungomare

    Come comincia:

    Il vecchio scrutava, pipa in bocca, l’orizzonte marino. Un vento di grecale gli attraversava la sua faccia a sinistra, portando con sé innocue nuvole. Glielo avevano insegnato sin da bambino: il grecale non porta pioggia, solo un po’ di freddo.  I gabbiani stridevano la loro voce nell’aria cercando di lottare disperatamente controvento. Il mare cominciava ad assumere quella caratteristica forma di increspato, di un colore verde intenso, quel colore con cui tutti immaginano il mare in inverno.
    Si era ritrovato sul lungomare senza un apparente perché. Non aveva niente da fare quel giorno e perciò aveva pensato che quello fosse un modo come un altro di riempire quelle ore vuote che lo attendevano. Così, appoggiato al parapetto, continuava a scrutare alla ricerca di un segno, di un qualcosa che rompesse l’equilibrio di quel verde e dell’orizzonte blu scuro. Neanche una barca si vedeva.  O perlomeno non quelle che lui definiva barche che consistevano poi in piccole imbarcazioni a vela o rustici pescherecci che portavano ogni mattina e ogni notte centinaia di pescatori nel bel mezzo del loro “habitat di lavoro”. Quelle barche ultramoderne e spaziose, con quei colori chiari metallici erano piuttosto (o almeno lui le considerava come tali) degli intrusi del mare. Delle novità non richieste. - “Ecco cosa deve aver provato l’indios americano il 14 ottobre 1492” - si trovava sovente a pensare. Tre imbarcazioni piene di diavolerie d’ogni sorta che avrebbero turbato per sempre l’equilibrio e la vita del loro popolo. E lo stesso accadeva per il mare. Solo che alle volte il mare si era ribellato con conseguenze assai spiacevoli per questi invasori, buttando alla deriva e strappando gli ormeggi di barche ritenute “capolavori dell’ingegneristica”.
    Si spostò di qualche metro più in la, per cercare di vedere il paesaggio marino nascosto dallo stabilimento balneare che d’inverno assumeva la forma di una casa fantasma tutta diroccata. Se non fosse stato per le reti e i remi appoggiati sulla terrazza si sarebbe detta abbandonata da sempre. Sputò per terra e riprese a fumare con evidente piacere la sua vecchia pipa. Ogni boccata sembrava avesse il potere di ripararlo dal freddo. Il grecale ora soffiava con maggiore forza. Si tirò su il colle del maglioncino blu notte. Non che il freddo lo spaventasse. Ne aveva patito così tanto da giovane che ora le sue ossa, le sue labbra e il suo viso erano entrati in simbiosi con lui. Un dono gentilmente offerto dal suo lavoro.
    Gli si avvicinò e cominciò anch’egli scrutare il mare. 
    - “Se non cala il vento stanotte la vedo dura” - .
    Lo guardò di sfuggita e assentì.
    -“Maledetto tempo. Alla domenica non si muove mai una foglia, in settimana decide di farci ballare a tutti quanti” - e sospirò amaro.
    -“Come è andata ieri?” gli chiese.
    L’altro riprese: - “Uno schifo. Non so neanche come farò a ritornarci stasera. Non appena trovavi il posto buono quelle onde del cavolo facevano rollare il tutto. Addio stabilità e addio tutto. Ad un certo punto ho pensato che non sarei più tornato neanche a riva. Ho avuto paura. Brutto segno, brutto segno”. - “Era la prima volta?” -. 
    - “Giuro, la prima e spero anche l’ultima. Se cominci ad avere paura di non rivedere la terraferma è meglio cambiare lavoro. Manco ci devi pensare alla terraferma la in mezzo”- e indicò con un cenno il mare.
    Poi proseguì: -“A te è mai capitato?”- .
    Il vecchio lo guardò con un sorriso: -“Può darsi. Non ci giurerei però; gli anni passano, la memoria svanisce e i ricordi delle paure sono i primi che se ne vanno”-.
    Accese una sigaretta e si aggiustò il berretto in testa. Aveva dormito solo poche ore e il rumore del vento che sentiva mentre era sdraiato sul suo letto, invece di invitarlo a dormire lo convinse ad uscire di casa. Magari di pomeriggio avrebbe cercato di riposare un po’ prima di uscire nuovamente. Altrimenti, sicuro, non avrebbe retto la notte.
    -“Si sa niente di ***?”- domandò, così, d’istinto. Il vecchio continuava a fissare il mare.
    - “Nulla”-. 
    - “Per me quello ha salutato tutti e ora chissà dov’è. Lo diceva che un giorno avrebbe mollato il mare per i campi. Alla fine lo ha fatto. Era sempre stato un suo chiodo” -.
    Il vecchio non rispose.
    - “Però è un peccato. Conosceva il mestiere meglio di tutti. Gli avevi insegnato bene. Peccato quel chiodo di idea. Cosa ci troverà la gente nella terra…” -. 
    Il grecale soffiava ora impetuoso.
    –“Maledetto vento. Ci manca solo la pioggia ora”-.
    - “Non ne porta, non ne ha mai portata”- ribattè subito il vecchio.
    - “Sarà, ma giuro che se piove io stasera salto; vado alla taverna e mi rinchiudo. Cerco di rifarmi di domenica; maledetto baro!”- e sorrise con rabbia.
    - “E’ tempo di andare ora va, a presto. Ci vieni tu da ### domenica?”-.
    -“Non so, farò sapere”-.
    Il mare continuava ad incresparsi sempre più. Ora i gabbiani sembravano in piena balia del vento; forse avevano deciso di lasciarsi trasportare e punto. Pensò a ***: chissà cosa stava facendo, se stava facendo. Sperava che dovunque fosse stato, quel maledetto grecale gli avrebbe dato una tregua almeno a lui. Ora che si era autoesiliato dal mare. Che aveva perso il suo essere. Il mare ora era in burrasca.

     
  • 05 giugno 2007
    Pub

    Come comincia: L’idea o meglio l’interrogativo gli venne mentre scendeva le scale. E se fosse stato un giorno diverso? No, non poteva esserlo in realtà. Intendiamoci: avrebbe potuto esserlo se avesse voluto ma così, senza nessuno sconvolgimento da parte sua, poteva giusto immaginare e sognare. Sapeva già cosa lo attendeva: l’ufficio con le sue mille carte sulla scrivania e il telefono che non si sarebbe mai stancato di suonare. E se avesse cambiato percorso? Se avesse sbagliato strada solo per una mattina? Guardò il cielo azzurro dell’estate. All’orizzonte si intravedevano nuvole e per un attimo si sentì felice: poteva quasi ammirare l’orizzonte da quel punto, senza i soliti palazzi che ostruivano la sua vista e i suoi sogni. Un leggero vento soffiava da est. I rumori della città gli giungevano però distanti quasi come fossero al di la di un vetro spesso.

     

    Camminava. Si rese conto della velocità dei suoi pensieri perché in realtà aveva fatto pochi metri da casa sua. Sembrava passata un’eternità. Un’eternità di sogni. Decise. Quello sarebbe stato il suo giorno; l’inizio di un nuovo futuro. Un futuro in cui non ci sarebbero più stati né ufficio né moglie né nulla. Il cuore gli batteva forte nel petto. La decisione era presa ma attuarla non sarebbe stato facile. Non ricordava quale poeta o scrittore avesse scritto un giorno “tra il primo pensiero di un’azione terribile e il suo compiersi l’intervallo è come un sogno notturno popolato di fantasmi e di paure”. Chiunque l’avesse detto era la sua frase, senza dubbio. Come avrebbe cominciato? Telefonare a sua moglie per dirle che non sarebbe più tornato era troppo difficile per lui. Non era umanamente possibile; si erano lasciati sulla soglia di casa da dieci minuti e tutto era stato come al solito. Terribilmente di routine. Abbandonare tutto ora sarebbe stato un azzardo e un gioco assurdo. Si chiese se ne sarebbe valsa la pena e si rispose di no. - “In fondo ho tutto ciò che voglio qui” - pensò.
    Ma cosa voleva davvero? Vivere una vita come aveva sempre fatto o cambiare verso il nulla, verso l’estraneo? Non riusciva più a camminare ora. Era come immobile anche spiritualmente. Se non prendeva una decisione in poco tempo sarebbe rimasto lì paralizzato, nel bel mezzo di un marciapiede. La gente che passava di fianco a lui sembrava non accorgersi di nulla. Sicuramente però lo stavano osservando. Fermo in mezzo al marciapiede con la bocca semiaperta e con espressione da idiota stampata sul viso. Gli sembrava di sentire i loro pensieri: - “Poverino, così giovane e già malato”, “Ubriaco”, “Non è che si sente male?”-

    Un sussulto lo fece muovere. Ricominciò a camminare ma non sentiva più nulla nella mente. Era confuso e sentiva anche freddo ora. Sentiva solo che il vento aveva cominciato a soffiare sempre più forte e che il cielo andava via via oscurandosi.

    Un temporale. Un temporale d’estate. La voce del cielo che si faceva sentire o lo riportava all’ordine. O forse lo stava spronando. Ma ancora il tuono non si sentiva. La gente intorno a lui cominciò ad affrettare il passo; tra pochi minuti il cielo avrebbe lasciato cadere un oceano. Forte e violento. Terribile e distruttivo. Cosa stava pensando fino a cinque secondi prima non lo ricordava più. Aspettava solo un segno o un qualcosa che gli facesse tornare in mente qualcosa che aveva pensato di fare fino a poco prima. Non riusciva a capire, non riusciva più a respirare bene. Piangeva e non se ne accorgeva. La gente ora stava correndo come impaurita o trasportata di forza dal vento che ora soffiava impetuoso mentre un’enorme nuvola nera era sopra di lui. Ma il tuono dov’era? Dov’era?

    Erano ormai più di cinque ore che si era rinchiuso in quel pub. Aveva ordinato una pinta dopo l’altra, all’inizio quasi con timore e vergogna ma poi l’alcool gli aveva sciolto i movimenti e i pensieri. Non gli importava molto del fatto che non aveva mai bevuto di mattino. Lo stomaco comunque aveva retto. Almeno fino a quel momento. Sul viso aveva stampato un sorriso e nella bocca si sentiva la lingua come anestetizzata. Osservava dalla grande vetrata la gente che correva con gli ombrelli per strada. Si perché stava piovendo. Ma il tuono dov’era? Non poteva più sentirlo ormai. La musica del pub, le voci degli altri avventori e le porte chiuse non permettevano un collegamento con il mondo di fuori. Sembrava come il primo spettatore di un film muto. E poi all’improvviso si ricordò di tutto. Era ubriaco ma non per questo meno lucido. Doveva andare a casa e dirlo. Tutto doveva finire per cominciare qualcosa di nuovo.

    Ritornò a casa in un attimo e salì le scale di corsa. Non sapeva bene cosa le avrebbe detto per giustificarsi. Ma lo avrebbe detto di sicuro. Aprì la porta e vide il vuoto. Lo doveva capire, avrebbe dovuto capirlo. Solo una lettera con mille giustificazioni e mille lacrime. E fu allora che finalmente sentì il tuono.

     
  • 24 aprile 2007
    Conversare

    Come comincia:

    Piove.


    "Allora come stai ?"


    Ma perché me lo chiedi? Forse non lo vedi? Come stai?


    "Si tira avanti"


    Perché non glielo chiedo anche a lei? Se lo aspetterebbe forse. Gentilezza, cortesia. In fondo basta poco per apparire corretti. Ma non sono sicuro della tua risposta. Stare bene e stare male. Qual è la differenza? Posso credere ala tua risposta?


    "E tu ?". Alla fine bisogna chiederlo. Si deve.


    Bere. Una Guinness o una Kilkenny. 


     "Dovrei smettere sai?". Ma in fondo non ci credo neppure io.


    "Faresti bene".


    Ecco. Qualcuno si preoccupa per me. Ma in fondo la considero una scusa. Cercare di stare bene e di non pensare ad altre cose che... che... insomma ci siamo capiti. Perché negare?


    "Lo sai che ti voglio bene?". Era chiaro che venisse fuori. Maledizione, così non va. Non può funzionare. Come ci si fa a credere davvero? E se non fosse vero? Fosse solo voglia di carne, di sesso, di sudore?


    "Lo so". Lo sai? Questo mi consola. Non tanto però. Ma se mi avessi detto "anche io" cosa sarebbe successo? Ci saremmo guardati come ora?


    La Guinness arriva. Si sta assestando. Nera o rossa rubino. Non l'ho mai capito o l'ho scoperto troppo tardi. Ne vale la pena saperlo? Un sorso. Profondo. Fumoso. Da Pub. Shane McGowan canta If I should fall from grace with God.


    Piove.


    "Sai amare ancora?". Questa non se l'aspettava. Mi guarda fissa. Poi abbassa gli occhi. Mi riguarda. Guarda il bicchiere. Lo guardo anche io ma non lo tocco. "Amare": cosa vuole dire? Ha un significato? Eppure la domanda è semplice. Sì o no. Hai mai amato in vita tua? Se lo hai fatto sai di che cosa parlo. Lo sapresti rifare ancora e ancora?


    "Non lo so".  La risposta più ovvia. Come facevi a saperlo? Non puoi. Non vuoi saperlo.


    "Che facciamo?". Ci guardiamo. E rimaniamo sospesi. Qualcosa accadrà. La Guinness è finita. La giornata pure. Noi? Abbiamo appena iniziato o forse abbiamo appena cominciato la fine.


    Piove.

     
  • 11 aprile 2007
    Spiaggia

    Come comincia: “Se c’è un posto dove puoi essere te stesso quello è qui”. Ora si trova a pensarlo.
    Sono solo in due: Lui e lui. Il mare e quel piccolo granello. Di sabbia. Di vita.
    Alla fine del viaggio pensava a cosa poteva trovare: lo sapeva, ma appariva nella sua mente come una verità ovvia ma celata, nascosta, indefinita.
    L’azzurro e il verde davanti a lui gli parlano. -“Di cosa hai bisogno?”-
    In realtà di tutto. Si tratta di pensare che cosa è il tutto. Amore , gioia, felicità, sole. Oppure tutto il contrario.
    Ride.
    -“Sono davanti a Lui e c’è il sole”-. E l’amore?
    L’onda porta una ventata di salato e di gelo. Il rumore delle pietre. La risacca.
    Pensa.
    Non aveva mai pensato che potesse esistere una solitudine piena. In realtà non esiste, solo che oggi c’è Lui. Una sola entità che però gli si pone sempre davanti. Sempre. Gira lo sguardo ma è sempre davanti. Verde azzurro prima e blu intenso più in là. Al largo.
    Allora è questa la solitudine? Se così fosse eliminerebbe la stirpe umana, si siederebbe per un attimo lungo un sempre davanti a Lui e comincerebbe un dialogo infinito. O meglio, un monologo.
    E parlerebbe e ascolterebbe.
    E non si stancherebbe mai.
    Guarda gli scogli.
    Sono lì da secoli, sono sempre con Lui eppure non se ne vanno. Conoscono tutti i segreti degli uomini e del sale. Non soffrono di solitudine, loro.
    L’acqua lambisce i suoi piedi ora.
    Fredda, tagliente, eppure per un momento…
    Ora chiude gli occhi: la può vedere. Non serve averla davanti. Ha la sensazione che lei sappia, che lei conosca, che lei veda tutto ciò che sta facendo. Non lui, ma Lui. Il mare. Il mare.
    Ne ha la certezza.
    E ora vorrebbe un po’ di tempo per lui. Quel tempo che si sta rubando giorno dopo giorno. Qua lo può ritrovare. Ha davanti a sé l’opportunità di fermarsi, di fermare l’andare delle cose e del tempo. Il suo tempo.
    Il tempo non ha un significato: qui non si misura in minuti o in ore ma in onde. E nel loro rumore.
    Forse anche nelle barche che tagliano l’orizzonte.
    Ma poi si ferma un attimo: e l’amore?
    Può esistere l’amore in un posto come questo? Non sarebbe sminuito da ciò che ha davanti agli occhi?
    Scuote la testa.
    Non ha risposte per questa domanda.
    Forse non vuole chiederselo.
    Forse qualunque sia la risposta ne sarebbe spaventato. Perché dovrebbe scegliere. E non può scegliere ora. Ne ha paura. E poi cosa succederebbe se si alzasse ora e levasse il suo sguardo da Lui?
    No, ora no.
    Rimane seduto o forse è in piedi, non importa.
    Le onde continuano a scandire il tempo. Il suo tempo.
    Il sole illumina ancora  il suo palcoscenico. Si sente il primo attore. Ma non ha paura di guardare la sua platea.
    Ha solo paura di un applauso falso o di un sorriso forzato. Da Lui, da lei.
    Ma più le onde risuonano e colpiscono e più lui è tranquillo.
    Il suo ambiente è quello, la sua storia è lì. Ha tutto per lui.
    Ha trovato l’amore.
    Ora deve solo raccoglierlo.

     
  • 29 marzo 2007
    Novità

    Come comincia: Se avesse avuto il tempo necessario l’avrebbe pedinata per tutto il giorno. Il suo istinto lo avrebbe portato a seguirla per tutto il tragitto; l’avrebbe aspettata fuori dal lavoro, sempre che ne avesse avuto uno, data la crisi, e poi sarebbe stato la sua ombra fino a quando sarebbe tornata a casa. Era la prima volta che gli succedeva una cosa del genere. Un momento di follia forse o forse un desiderio già progettato da tempo che semplicemente si era nascosto tra le pieghe della sua quotidianità. Questo non riusciva a capirlo davvero ma di una cosa era certo: era davvero bella. Una bellezza sensuale e graffiante. Un corpo perfetto, i vestiti scelti con cura che lasciavano trasparire un certo desiderio nel mostrarsi. Insomma in poche parole, la sua donna ideale.
    Era sposato da quasi tre anni e i rapporti con sua moglie erano comunque buoni; certo la passione iniziale aveva lasciato posto ad una sorta di rituale che, seppure divertente, era solo un lontano parente di ciò che era agli inizi. Già, gli inizi. Si erano conosciuti esattamente un anno prima di sposarsi. Si erano semplicemente trovati; nessuno aveva fatto presentazioni né nulla: era bastato un semplice sguardo e si erano ritrovati in un letto a fare l’amore. E da allora era stato un continuo cercarsi a vicenda, un volersi carnale e spirituale, una costante ricerca della soddisfazione l’uno nell’altro. Tutti  si chiedevano come era stata possibile un’intesa così immediata; in realtà nessuno dei due sapeva rispondere con esattezza a questa domanda. Non che importasse molto dopotutto; si accontentavano che fosse così, punto. A quel punto il matrimonio era inevitabile per entrambi. Nessuna titubanza, nessun ripensamento dell’ultima ora. In un anno furono marito e moglie.
    Ma ora di queste cose lui se ne ricordava a malapena; ora ricordava con esattezza quello che era accaduto dopo. Cioè nulla. Tutto procedeva sui soliti binari. Mai un gesto fuori posto né una litigata da potersi chiamare con tale nome; qualche incomprensione certo era inevitabile ma si trattava perlopiù di scambi d’opinione con un tono di voce più alto del solito. E poi il sesso. Quello ancora funzionava ma certe volte sembrava che entrambi studiassero le mosse dell’altro in modo da potersi preparare per chissà che cosa. Mancava tutta la dolce spontaneità degli inizi, a volte anche violenta, che caratterizzava le loro prime notti. Erano avvisaglie senza dubbio ma non lasciavano presagire nulla di irreparabile.
    Ed ora era li. E senza rendersene conto cominciò a seguirla per davvero. Si teneva a distanza debita ma non così lontano da non poterla ammirare in tutta la sua bellezza. Telefonò al lavoro, inventò una scusa difficilmente credibile per giustificare la sua assenza e continuò nella sua missione segreta. Prima o poi però avrebbe dovuto prendere una decisione: seguirla per fare cosa? L’avrebbe fermata con qualche scusa o semplicemente si sarebbe accontentato di essere il suo accompagnatore segreto per tutta la giornata? Quella era una decisione difficile in realtà. Entrambe le opzioni non lo soddisfavano  completamente; o meglio, la prima sarebbe stata perfetta in caso di buon esito. Ma in caso contrario sarebbe stata la più colossale figura della sua vita. Roba da ricordarsene per una vita. E se un giorno l’avesse rincontrata per caso? Meglio non pensarci… La seconda ipotesi però lo soddisfava ancora meno: che senso avrebbe avuto seguirla senza poi concludere nulla e restare con una visione, un’immagine di lei che nel tempo sarebbe svanita?
    Seguendo il filo dei suoi ragionamenti non si era accorto che si stava dirigendo verso il parco comunale. Erano anni che non andava più li. Veniva chiamato anche “parco dell’amore” per via delle frequentazioni costanti da parte di coppie clandestine e non. Beh, dopotutto poteva trattarsi di un segno del destino. Finire nel “parco dell’amore” con una sconosciuta. L’idea lo eccitava. Ad un tratto la vide fermarsi davanti ad un piccolo chiosco di fiori proprio prima dell’ingresso del parco. Gli venne un brivido; forse aveva un appuntamento con qualcuno. Era stato un idiota a non pensarci prima ma la cosa era perfettamente plausibile. Cominciò a sudare freddo. Intanto lei aveva già pagato il mazzo di rose rosse appena acquistato. Rose rosse, pensò, allora doveva davvero vedere il suo innamorato li dentro. Fu tentato dal desistere ma alla fine la curiosità prevalse e continuò a seguirla col cuore in gola. Fece in tempo a fare solo pochi passi e poi accadde quello che aveva immaginato.
    Si gettò tra le braccia del suo amato, anzi sarebbe corretto dire della sua amata, e la baciò sulla bocca con passione e veemenza. Quindi aveva intuito giusto; aveva già una persona che le voleva bene. Tale pensiero lo fece piangere; la sua avventura era finita e poco importava se dietro i capelli della sua “donna ideale” aveva visto con chiarezza il viso felice e arrossato dal piacere di sua moglie.

     
  • 14 marzo 2007
    Terra

    Come comincia: Erano ore che stava rannicchiato dietro quel piccolo cespuglio; la sua mente e i suoi occhi vagavano alla ricerca di un minimo segno di vita. Nulla. O almeno così sembrava in apparenza. Si sentivano in lontananza gli echi delle granate. O forse erano tuoni lontani che venivano al di là delle montagne e che annunciavano l’arrivo imminente della pioggia. Non si sentiva però voce umana: forse quella maledetta guerra aveva sterminato tutto il genere umano e lui era rimasto l’unico uomo sulla faccia della terra. Era possibile, tutto è possibile in una situazione così. E nella sua vita soprattutto. Ma il rumore sordo delle granate lo riportò alla realtà. Qualcuno esisteva ancora; un qualcuno che cercava disperatamente di lottare per se stesso o contro qualcun altro e che cercava di dispensare morte tutto intorno. Ce l’avrebbero fatta anche con lui? Ebbe paura a rispondersi. Per ora gli bastava quel suo esile nascondiglio ma sarebbe arrivato il momento in cui si sarebbe dovuto muovere e avrebbe dovuto mostrare di nuovo la sua faccia al vento. Tale pensiero lo fece rabbrividire. E poi che senso aveva nascondersi? Non l’aveva cercata lui questa avventura? Molti anni prima si sarebbe detto “andare a cercar la bella morte”; ora tale concezione sembrava arcaica e superata dal tempo, ma in fondo sapeva benissimo che al di là delle parole era proprio quello per cui si era arruolato volontario. Nessuno era venuto a cercarlo. Era stato lui a cercare. Cercare che cosa? Forse cercava di fuggire da qualcosa o da qualcuno,  forse più semplicemente era alla ricerca di un atto speciale nella sua vita. E ora quell’atto era lì vicino a lui. A portata di mano. Bastava un sospiro ed uscire allo scoperto, fucile in mano e cuore in gola. Ma non era pronto. Non ora almeno.

     

    Cominciò a piovere. Prima lentamente, poi le gocce cominciarono ad ingrossarsi sempre più ed in pochi minuti si trovò inzuppato fradicio. La sua divisa bagnata a contatto con la pelle gli procurava brividi su tutto il corpo e lo appesantiva. Tentò appena di muoversi ma un pensiero lo colpì: a pochi metri da lui doveva esserci qualcuno. Lo “sentiva” chiaramente pur senza vedere. Doveva esserci qualcuno. Rimase immobile con gli occhi chiusi. E cominciò a pensare. Da quando era arrivato al fronte aveva perso molti dei suoi compagni. Non aveva voluto legare in modo particolare con loro poiché sapeva che nella maggior parte dei casi non li avrebbe più rivisti; era meglio evitare qualunque forma di cameratismo amichevole in quei casi. Se la morte l’avesse colpito avrebbe dispensato agli altri lacrime e preghiere per la sua anima. Bisognava già pregare per coloro che si ammazzavano, i nemici, figurarsi se bisognava anche farlo per coloro che venivano ammazzati. Era meglio morire soli, senza disturbare e senza creare l’impaccio della sepoltura e dei vari riti. Sarebbe marcito sotto la pioggia e magari divorato da qualche animale. Meglio così davvero. Qualche tempo prima un suo camerata era caduto a terra colpito in pieno petto da una scheggia provocata da una bomba. Ci aveva messo più di dieci minuti a morire. Mentre osservava le persone attorno a lui che cercavano in modo isterico di prestare le loro cure al ferito provò un senso di disgusto: perché non lo lasciavano morire in pace? Era spacciato ormai. Perché non dargli gli ultimi attimi di vita tutti per lui? Se fosse mai capitato a lui avrebbe cercato di morire subito; avrebbe trattenuto il respiro fino a scoppiare. Il pensiero lo fece sorridere. Sapeva che al suo fianco non ci sarebbe stato nessuno. Si era auto-disperso da solo. Avrebbe combattuto ciò che rimaneva della guerra da solo. Senza l’aiuto di nessuno e senza dare aiuto a nessuno. Si sarebbe gestito gli ultimi attimi della sua vita in piena solitudine; avrebbe deciso di che morte morire e in quanto tempo.

    La pioggia continuava a cadere forte ed incessante. A un tratto lo scoppio di una granata squarciò il suo mondo. Appoggiò la faccia al terriccio e sentì per un attimo sulle sue labbra il sapore dell’erba bagnata misto a terra. La morte lo aveva solo sfiorato ma non l’aveva riconosciuto. Non era la prima volta che accadeva e non sarebbe stata neanche l’ultima. O almeno sperava. –“Perché morire ?”- si domandò. Per un ideale, per una truffa, per un amore finito male. Non c’era una singola risposta; era un figlio della guerra e perciò questo doveva essere il suo destino. E capì che il destino si sarebbe presto compiuto.

    Non poteva aspettare oltre; l’attesa lo stava consumando. Sarebbe uscito allo scoperto e avrebbe sparato; sparato per uccidere. Per l’ideale. La pioggia che cadeva gli fece coraggio: era come se le sue piccole gocce lo proteggessero da ogni nemico e da ogni ferita. Uscì. Non fece nemmeno in tempo a sentire il rumore sordo dello sparo ma vide chiaramente l’uomo con la sua stessa divisa che lo guardava incredulo. Mentre cadeva il suo più grande rammarico fu quello che nonostante tutto non sarebbe mai riuscito a morire da solo. In solitudine.

     
  • 28 febbraio 2007
    Luce

    Come comincia: Alle 5 esatte del pomeriggio l’arena si alzò in piedi; la banda musicale cominciò a suonare  un paso doble . Era questo il segno che presto la lidia, o se vogliamo, la corrida, sarebbe cominciata. I battiti di mano degli aficionados rimbombavano in tutta la plaza; avevano un qualcosa di rituale e primordiale quasi fossero un invocazione a qualche dio dell’antichità. Battiti, battiti e ancora battiti.

     


    Il battito del pendolo svegliò l’uomo che ancora dormiva; le 5. Guardò fuori. Il sole ancora illuminava le strade intasate dal traffico del pomeriggio. Si girò alla sua destra. Lei ancora dormiva. La testa appoggiata per metà sul cuscino e per metà sul materasso. Era in una posizione innaturale; sembrava vi fosse stata buttata sopra quel letto, non sembrava possibile il suo dormire in quello stato. La fissò per qualche istante e sospirò.


    Sospirando il matador cominciò la sua faena, la sua opera; il toro non era certo enorme ma esteticamente il nero lucido del suo manto incuteva se possibile ancora più di timore. Lo stava  ricevendo, per utilizzare il gergo della corrida, per la prima volta: avrebbe capito la sua natura e le sue predilezioni d’attacco. Il pubblico seguiva col fiato sospeso il rituale che precedeva la suerte de pica. Ancora erano i preliminari quelli, sia per lui che per l’animale. Ma quest’ ultimo era già ben sveglio.


    Lei si svegliò da quella scomoda posizione e si stiracchiò; le sembrava di aver dormito da sempre. Si girò verso di lui che ancora la fissava in silenzio. Gli sorrise e cercò di afferrargli la mano ma lui con un movimento rapido e inaspettato, almeno per lei, si alzò e si diresse verso la finestra. Seguì con la testa i suoi passi e fece una piccola smorfia; il collo le faceva male, tutta colpa di come si era messa a dormire.


    Il toro lanciò un gemito. Mentre la pica, la lancia, gli penetrava nel collo realizzò all’istante che qualcosa stava succedendo; qualcosa di terribile. Provò a ribellarsi tentando di colpire il cavallo su cui montava il picador, ma questi con un gesto rapido lo aveva già fatto allontanare dall’animale inferocito. Il matador quindi cominciò ad incitarlo. Il toro caricò con violenza ma non riusciva più a tenere sollevata per bene la testa; il dolore era lancinante. Dopo pochi istanti tutto era pronto per la faena successiva ovvero la suerte de banderillas.


    Lui cominciò a parlarle; la sua voce era ferma e decisa ma lasciava trapelare un’emozione forte e violenta. Sarebbe bastato poco e si sarebbe trovato senza parole. Mano a mano che le parole gli uscivano dalla bocca, il viso di lei diventava sempre più pallido e la bocca si dischiudeva sempre di più. Ogni parola sembrava una ferita, non mortale, ma che sommata alle altre indeboliva sempre di più il suo fisico e la sua anima, fino a farla vacillare del tutto.


    Era ormai la sesta e ultima banderilla; il toro continuava a dimenarsi con violenza. Le sue corna cercavano il corpo dei banderilleros ma senza fortuna. Ogni banderilla ricevuta era per lui un dolore e una ferita che lo indebolivano sempre di più. Ormai la sua schiena era piena di speroncini colorati che, se non fosse stato per il sangue che sgorgava dalla schiena del toro, si sarebbero detti delle allegre e variopinte decorazioni. Le banderillas comunque non potevano certo uccidere il toro; erano una sorta di preparazione alle due successive fasi dello spettacolo in cui si sarebbe deciso il destino dell’uomo e dell’animale.


    Mano a mano che le parole uscivano dalla bocca di lui, lei sentiva che il proprio destino stava per compiersi. Era un destino al quale mai aveva pensato e che niente e nessuno aveva mai previsto. Non riusciva a fare altro che subire passivamente il peso di quelle sue parole. Che ancora non avevano detto tutto ma che lasciavano presagire quale sarebbe stato il loro fine. Semplicemente non era ancora pronto per dirle l’essenziale, per arrivare al momento della verità.


    La muleta vibrava veloce davanti alla testa del toro che ormai lottava più per difendersi che per attaccare. Non capiva, non riusciva a capire cosa stava succedendo. O meglio: capiva che tra un po’ sarebbe finita ma non capiva il perché di tutto questo. Perché lui? La gente attorno continuava ad incitare il matador che nel suo traje bianco, il colore della purezza, si muoveva come un ballerino. Elegante nei suoi movimenti e spietato nei suoi gesti. La banda continuava a suonare in segno di approvazione. Già si vedevano spuntare i primi fazzoletti bianchi tra il pubblico, segno di gradimento. Il toro era ormai sfinito. La testa e il collo gli dolevano terribilmente. La bocca era ormai semiaperta e dagli angolavi colavano spesse gocce di bava. Ormai tutto era pronto per la suerte de matar. L’atto finale.


    Lei ormai non riusciva più a sentire ciò che lui stava dicendo: solo percepì le sue ultime parole, quel “Addio!”, lanciato in modo sprezzante sul suo viso. E con un gesto rapido delle mani, che forse voleva essere un saluto ironico o un insulto o un congedo sincero la lasciò stesa sul letto, pallida, senza forze, immobile. Solo da lontano gli giungeva l’eco della strada e il vociare della gente.


    La lama era penetrata perfettamente nel cervello del toro al primo colpo. Con un gesto rapido il matador aveva effettuato l’ultima sua faena con destrezza, ferocia e una terribile lucidità. Senza pietà. Il toro cadde pesantemente al suolo; senza forze e con la vita che ormai gli stava scivolando via, la sua ultima sensazione cosciente furono le grida degli aficionados che sventolavano migliaia di fazzoletti bianchi.

     
  • 13 febbraio 2007
    Vuoto

    Come comincia: L’uomo camminava con passi decisi nelle strade ancora piene di gente; ogni tanto si soffermava per guardare quell’angolo di strada che gli appariva come un lontano ricordo ormai perso nel tempo. Eppure lui ci era nato in quei luoghi. Aveva vissuto tutta la sua infanzia tra quelle strade immense, che portavano con loro un enorme brulichio di gente a qualunque ora del giorno. Era come ritornare a casa; mancava dai quei posti da ormai 5 anni. Aveva deciso di tentare fortuna da un’altra parte e Dio sa se ci era riuscito. Ce l’aveva fatta. Era riuscito a guadagnare tanti di quei soldi che ora, se avesse voluto, avrebbe potuto comprarsi metà dei negozi che vedeva. Si sentiva tornato a casa ma aveva la sensazione che forse quella non era la sua casa dopotutto. Forse non avrebbe dovuto ritornare. Perché lo aveva fatto?

     

     

    Le luci della strada principale continuavano a splendere nonostante già si abbassassero le prime saracinesche; si stava facendo sera ed un’altra giornata stava terminando. I negozianti prima di chiudere lanciavano un’ultima occhiata fuori in strada, come per assicurarsi che i clienti, per quel giorno, fossero davvero finiti. Dopodiché abbassavano con forza la grata ed il sipario cadeva sull’attività della giornata. Guardò l’orologio: le 19. E già chiudevano? Lui, era il primo ad aprire e l’ultimo a chiudere. Quando gli altri negozi chiudevano lui era ancora in piena attività. Poteva sembrare un sacrificio ma era riuscito a fare fortuna in questo modo. Provò una sorta di compatimento per quei negozianti: - “Vanno a casa prima di me, questo sì, ma a fare che?” -. Gli venne da sorridere a quell’idea.

     

    Camminando si trovò vicino alla chiesa. Era uguale, era sempre stata così. Molto probabilmente, pensava, era stata così sin dal primo giorno. Non avevano dovuto costruirla. Era già così. Per un attimo gli venne la tentazione di entrare per vedere se conosceva qualcuno. Sicuramente avrebbe trovato qualche faccia nota, ma poi lo avrebbero tempestato di domande, di richieste, di informazioni. No, meglio di no. E poi cosa doveva spartire ancora con loro? Non gli avevano riso in faccia quando aveva espresso il suo desiderio di partire per tentare la fortuna altrove? Provava una sorta di profondo risentimento verso di loro. Non avevano creduto in lui, nella sua determinazione e nelle sue potenzialità. E adesso avrebbero fatto ameno di lui. E anche il suo socio, anzi il suo ex-socio. Non aveva mai tentato di coinvolgerlo nella sua avventura che stava intraprendendo. Gli mancava mordente a lui, non era adatto, non era un uomo d’azione e di rischio. Gli aveva solo comunicato la sua decisione una mattina di tanti anni prima. Se ne sarebbe andato e avrebbe lasciato tutto nelle sue mani; senza rancore, ma quella vita non faceva per lui. Lui che non si accontentava di nulla mentre l’altro si adagiava sui frutti di un piccolo guadagno o di una soddisfazione temporanea. Come poteva andare avanti così?

     

    Passò oltre la chiesa e si strinse ancora di più nel suo cappotto; l’aria fredda della sera penetrava nel suo corpo come la lama di un assassino. Notte buia quella. Da lontano si sentiva l’eco di voci di bambini che correvano allegramente per la strada, mentre il rumore delle macchine sembrava cercasse di occultare le loro voci. Tornò a ripensare a lui. Chissà dov’era ora e cosa stava facendo? Chissà se aveva continuato la sua attività o aveva mollato? Questa ipotesi non lo avrebbe stupito più di tanto; alla prima difficoltà aveva sempre avuto la tentazione di mollare tutto. Era stato lui ad incitarlo a continuare e a scuoterlo. Quando gli chiedeva il permesso di tornare a casa con un po’ di anticipo, lo guardava con compatimento e gli rispondeva “vai pure”. Tanto la sua presenza lì era perfettamente inutile. Lui si occupava di tutto e non avrebbe mai permesso il contrario. Alle volte si domandava come fosse stato possibile per lui sopportarlo così tanto. Anni e anni insieme; mai una traccia di amicizia e mai un compito portato a termine con serietà. E l’altro se ne rendeva conto, eccome. Quella mattina lo aveva pregato di restare, di riflettere un attimo ma lui era stato irremovibile. Colpa sua. Se avesse messo un po’ più di serietà in quello che faceva non si sarebbe trovato così in difficoltà. Pagava il frutto delle sue azioni mentre lui aveva guadagnato i frutti delle sue azioni. Questa era la differenza.

     

    Ad un tratto gli venne la curiosità di andare a vedere; non lui ma il negozio, il “suo” negozio. Era cambiato? Le insegne erano rimaste uguali? Mentre si dirigeva verso la sua nuova meta mille domande continuavano ad affacciarsi nella sua mente. Ancora pochi istanti e avrebbe saputo tutto. E lì vide il suo orrore.

     

    Dove prima c’era l’elegante vetrina da lui tanto agognata era rimasto un enorme buco con pezzi di calcinacci che pendevano dal soffitto. Il muro era completamente rovinato e ricoperto da uno spesso strato di muffa. Tutto era buio. Si avvicinò incredulo; ma come diavolo aveva fatto, cosa era successo? Cercò di entrare ma fu bloccato dalla puzza che proveniva dall’interno. Sul pavimento c’erano bottiglie rotte, scatoloni e fogli di giornale vari. Sembrava un luogo dimenticato da Dio. E tutto questo in 5 anni, 5 anni! Si fece coraggio ed entrò e non riconobbe nulla di quello che era sempre stato. Il suo negozio, la sua prima vita. Si girò all’improvviso. Un uomo lo stava fissando. – “Cosa fa lì dentro? Non sa che è pericoloso? Ogni notte ci sono dei crolli e qualcuno si fa sempre male.” - gli disse aspramente. Lo guardò senza rispondere; non riusciva a capire. Poi finalmente domandò: - “Ma cosa è successo qui dentro?” - L’uomo sospirò. –“Da quando il vecchio proprietario è morto, nessuno ha voluto più rilevare l’attività. Era un bel negozio sa? Ma purtroppo non riusciva a gestirlo da solo. Troppo stress e una notte il suo cuore non ce l’ha fatta. Faceva di quegli orari assurdi. La luce non si spegneva mai fino alle 10 di sera e alle volte anche oltre”-. Rimase senza fiato. Non poteva essere. – “E’ successo tre anni fa” - riprese – “una volta erano in due a gestirlo poi l’altro socio se n’era andato, non so perché, e lui era rimasto solo. Che disgrazie eh?” - .
    Guardò ancora un po’ attorno, gli raccomandò prudenza, lo salutò e se ne andò.

     

    Lui uscì. Fissava ancora incredulo quell’abominio. Però non era colpa sua in fondo. Lui aveva cercato fortuna, ne aveva il diritto. Non era colpa sua, non poteva pensarlo. Ma guardando le rovine del suo vecchio negozio ebbe la sensazione che la cancrena che lo aveva divorato, e che aveva divorato l’altro che ora dormiva per sempre, avrebbe rovinato per sempre tutto quello che aveva costruito in 5 anni. E a quel pensiero, pianse amaramente.

     
  • 13 febbraio 2007
    Rumore

    Come comincia: Non appena ebbe esploso il colpo di pistola gli tornò alla mente la sua infanzia e la sua gioventù: era sempre  stato quello che normalmente si definiva un ragazzo normale, senza troppe distrazioni, magari non di un’intelligenza acutissima. Si ricordava ogni momento di quell’epoca ormai lontana e la ricordava con nostalgia, una nostalgia che però lo faceva sorridere. Ancora sentiva la voce di sua madre che lo richiamava a casa; e lui che non rispondeva facendo finta di non sentire perché impegnato, sì proprio così, impegnato a scoprire mondi tutti suoi che poco avevano a che fare con la vita reale di tutti i giorni. E ancora lo voce chiamava e chiamava. Al terzo richiamo doveva per forza abbandonare quel mondo in cui si sentiva protetto e per certi versi di cui si sentiva padrone, per tornare a quello che molti anni dopo gli apparve come la monotonia quotidiana del vivere.

     

     

    Andava regolarmente a scuola insieme a tutti gli altri bambini, ma si lui si sentiva differente e privilegiato. Non era una questione di soldi; era una questione di mentalità. Si sentiva in grado di vedere o di cominciare a vedere dove gli altri non potevano arrivare. Pur non essendo un buono studente era capace di ottenere profitti discreti nella vita scolastica. Non che gli piacesse imparare: la scuola era per lui solo un obbligo dal quale non si poteva fuggire e che prima si faceva, prima sarebbe finito. I suoi maestri non riponevano grande fiducia in lui e anzi spesso si accorgevano di questo suo “trasferirsi” in un altro mondo e in un’altra realtà. A nulla serviva richiamarlo all’ordine. Il viaggio era per lui la componente essenziale della sua vita. Sovente si isolava dalle persone e dai suoi coetanei; mentre gli altri giocavano, lui preferiva rintanarsi in qualche angolo remoto del mondo, che poi distava solo poche centinaia di metri dagli altri e cominciava a viaggiare.


    Il suo mondo consisteva nello stare a contemplare ciò che di bello c’era nella natura intorno a lui fuggendo nello stesso tempo la noia del quotidiano. Lo si vedeva, ammesso che qualcuno lo trovasse, fissare per ore uno stagno pieno d’acqua e a scavare piccole buche nel terreno in cui seppelliva o comunque introduceva una goccia d’acqua o una foglia dell’albero. Così facendo era convinto che dalla terra sarebbe nata una nuova bellezza da contemplare e che magari un giorno avrebbe mostrato a qualcuno che lo avrebbe saputo apprezzare. Non raccontava mai a nessuno di queste cose; sua madre si sarebbe preoccupata e i suoi amici, o forse era meglio dire i suoi conoscenti lo avrebbero preso in giro per sempre. D’altronde lui vedeva dove gli altri si arrendevano. Non si limitava alle apparenze.


    -“E’ strano come certe cose ti accompagnino per tutta la vita” - pensava dopo aver sparato. –“Sono come delle cicatrici che possono anche diventare più piccole e sbiancare ma alla fine te le porti sempre sulla pelle” -.


    Aveva sempre avuto paura degli scoppi o comunque dei rumori forti e assordanti. Non fastidio, paura. Un giorno si era trovato nel bel mezzo di un temporale mentre era all’aperto in una delle sue consuete avventure. Ad ogni tuono corrispondeva un singhiozzo e un lamento disperato e in pochi minuti si trovò a piangere. Piangere per la paura. Ancora non riusciva a capire il perché di tutto ciò; in fondo il tuono non uccideva nessuno, non era un’arma mortale. Ma era una paura irrazionale, che non poteva controllare. E anche quel colpo di pistola gli faceva paura. Aveva chiuso gli occhi nel preciso istante in cui premeva il grilletto come se chiudendo gli occhi il rumore sarebbe stato meno forte e penetrante.


    Non poteva dimenticare il giorno in cui era tornato a casa dal suo mondo e aveva trovato la fine di tutto. O forse l’inizio. Sua madre giaceva ancora sulla piccola sedia della cucina. Non si sarebbe detto il corpo di una persona morta ma piuttosto quello di una persona che dormiva profondamente; le labbra erano socchiuse e un piccolo sorriso sembrava giungere da quel viso. L’unica cosa che davvero stonava di quella scena era quel piccolo foro all’altezza dell’orecchio destro da cui scendeva un sottile filo rosso che rigava la guancia pallida. Non riuscì a piangere; non sentiva necessità di piangere ma solo quello di rifugiarsi un’altra volta nel suo mondo, in cui la morte non esisteva. La sua unica consolazione era che perlomeno non aveva sentito il colpo e perciò non si era spaventato; con un dito sfiorò la guancia della madre e una piccola goccia di sangue gli rimase sul polpastrello. Corse fuori e scavò una buca perché un giorno quel sangue sarebbe germogliato e sua madre sarebbe rivissuta in un fiore o in una qualunque cosa della natura; sempre dentro il suo mondo però.


    Ora che l’aveva trovato, dopo tanti anni, realizzò che quello sparo non voleva essere frutto della vendetta ma più semplicemente avrebbe dato inizio ad una vita di fuga e una vita in cui dormire sotto le stelle sarebbe stato naturale. Ora non avrebbe più dovuto rifugiarsi nel suo mondo: ora ci avrebbe vissuto e basta. Guardò il cielo; da lontano apparivano nuvole minacciose cariche di pioggia e di ricordi lontani; sperava tanto che non portassero con loro anche i tuoni.