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Autore

Luca Brusati

in archivio dal 13 feb 2007

13 dicembre 1979, Vigevano (PV)

segni particolari:
Nessuno degno di nota.

mi descrivo così:
Amante della Spagna, dei viaggi e delle culture estranee all'Italia.

07 giugno 2007

Corda

Intro: Ci sono cose nella vita che non si possono spiegare a parole, bisogna viverle per comprenderle fino in fondo e dargli un senso. E se ciò ci fa stare bene, si possono rivivere ogni giorno.

Il racconto

Quando si alzò per prima cosa guardò fuori dalla piccola finestra del suo soggiorno: era ancora notte fonda; le quattro. Una cappa di buio infinita attanagliava la vecchia città. Si meravigliava di come quello scenario, seppure a lui abituale, avesse il potere ogni volta di sorprenderlo e di intimorirlo allo stesso tempo. Il buio era diventato una sorta di buongiorno per lui e tutti i suoi colleghi. Da più di venti anni era così e chissà per quanto tempo ancora lo sarebbe stato. Ne valeva la pena? Ogni volta se lo chiedeva e si rispondeva ma paradossalmente la volta dopo si domandava quale fosse stata la sua risposta il giorno prima. Non lo ricordava o forse non voleva ricordarlo dopotutto.
Mentre attraversava il piccolo soggiorno ebbe un brivido di freddo alla schiena: gennaio con un riscaldamento che funzionava saltuariamente. Se gli fosse venuto in mente quando era ancora a letto alzarsi sarebbe stata un’impresa. Ritornare sotto le coperte? Come al solito tale pensiero scomparve con la stessa rapidità con il quale era venuto. Ma ne valeva la pena? Lentamente cominciò a vestirsi. Aveva lasciato i suoi indumenti vicini al termosifone con la speranza che al mattino li avrebbe trovati almeno un po’ tiepidi, ma ancora una volta sentì con amarezza la fredda lana del suo maglione blu scuro sulla sua pelle. Le quattro e un quarto. Buio pesto. Avrebbe volentieri preparato un caffè caldo ma si ricordò che si era dimenticato di comprarlo il giorno prima. O forse erano due giorni prima? Guardò in camera da letto dove lei stava dormendo profondamente. Aveva una specie di sorriso sul suo viso. Forse stava sognando in pace con se stessa e con il mondo. Avrebbe voluto accarezzarle i capelli ma temeva di svegliarla perciò decise di uscire subito e cominciare ad incamminarsi.
Fu assalito subito da una ventata gelida. Sembrava che il vento corresse per tutte quelle viette strettissime che assomigliavano ad un intricato labirinto, fischiando e colpendo col suo freddo tutto ciò che incontrava. Non c’era anima viva in giro. Da lontano sentì indistintamente il suono di una nave che forse attraccava o forse lasciava il porto. Cominciò a camminare più veloce per tentare di riscaldarsi. Aveva sonno, nonostante l’abitudine. Non capiva perché volesse continuare a fare una vita di tali sacrifici. O forse lo sapeva ma in quel momento non lo ricordava. Sua moglie in fin dei conti avrebbe potuto trovargli un altro impiego. Aveva una posizione di rilievo nella società cittadina. La consideravano una sorta di nobildonna con il gusto dello strambo. Una nobildonna non certo molto ricca intendiamoci. Però possedeva abbastanza averi da permettersi una vita se non agiatissima comunque tranquilla. Lo strambo era sicuramente lui. Faceva il pescatore da quando era ragazzo. Non conosceva altri mestieri se non il suo mestiere. Nessuno capiva come fosse stato possibile per entrambi innamorarsi l’uno dell’altro. Forse era stata questa loro diversità ad attirarli tanto e a legarli. Comunque sia si erano subito trovati bene e quella che era stata definita anni addietro come un’unione impossibile era in realtà funzionata e di questo lui ne andava giustamente orgoglioso. –“Ma perché ti ostini tutte le mattine con questo lavoro?”- gli aveva chiesto lei una volta. Qualcosa lui le aveva risposto, non si ricordava però. Ebbe però la sensazione di non averle dato una risposta sincera.
Seguendo il filo dei suoi ragionamenti si ritrovò senza accorgersene al porto. Il mare era liscio e se non fosse stato per le piccole onde che si infrangevano contro la banchina di cemento del porto si sarebbe detto di vetro. Si girò e guardò in alto verso la città. Tutto era calmo e silenzioso. Tutti dormivano, lei anche. - “Forse anche lei” - pensò poi, ma non riusciva a capire a chi si stava riferendo. Attraversò a passi decisi il pontile di legno e si fermò all’interno del bar messo proprio lì nel mezzo. C’erano tutti naturalmente. I suoi compagni lo salutarono come sempre con un mezzo cenno del viso e un “buongiorno” detto a bassa voce, come se avessero avuto paura di svegliare la città che ancora dormiva. Le cinque meno dieci. Ordinò il caffè che non aveva potuto bere a casa e si sedette al tavolino per dare una piccola occhiata ai giornali. Gli altri stavano discutendo della giornata che li aspettava, facevano previsioni sullo stato del mare e sui posti in cui avrebbero tentato la fortuna quel giorno. Ogni mattina sempre la stessa cosa, Le stesse parole e le stesse immagini. Ma nonostante tutto non provava noia. Soltanto una certa dose di impazienza. Per chi o per che cosa ancora non lo sapeva o forse non lo ricordava.
Si sentì suonare una campana. Era il segnale che stava cominciando la loro fatica quotidiana. Buio e freddo. Ma soprattutto buio. Salì a bordo e cominciò a lavare una parte del pavimento della nave dove venivano buttati i pesci. Era ancora sporca dal giorno prima e già era consapevole del fatto che il giorno dopo sarebbe stato uguale. Uguale come il buio.
Erano in viaggio da più di un’ora. Tutti stavano preparando le attrezzature, chi fumando e chi continuando a bere il caffè conservato dentro al termos. Quando ebbe finito di sistemare il tutto, si alzò e uscì a prua. Si appoggiò al parapetto che era intrecciato da una corda spessa, marcia d’acqua e di sale che sembrava essere lì da centinaia di anni o forse lo era davvero. Chiuse gli occhi e respirò profondamente. Pensò a casa sua, a sua moglie che forse in quel momento aveva finito di sorridere mentre dormiva e al riscaldamento che magari in quell’istante stava funzionando.
Si chiese il perché di tutto questo: il perché di una vita così. Apri gli occhi e vide la sua risposta e la sua fortuna. Ad est il sole si stava lentamente alzando dal fondo del mare. Sembrava l’occhio socchiuso di una persona che stava vigilando su di lui. In pochi minuti l’occhio fu aperto del tutto e sotto di lui il mare stava bruciando ed aveva assunto l’aspetto di una enorme colata lavica. I gabbiani incominciarono a stridere nell’aria e la barca si ripopolò. I rumori quotidiani lo svegliarono una seconda volta. E allora capì e ne fu un po’ rattristato: lì stava la sua risposta, il suo motivo e la sua giustificazione di vita ma già pensava che l’indomani se ne sarebbe dimenticato come sempre. E che si sarebbe svegliato per andarli a cercare di nuovo.

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