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Autore

Luca Brusati

in archivio dal 13 feb 2007

13 dicembre 1979, Vigevano (PV)

segni particolari:
Nessuno degno di nota.

mi descrivo così:
Amante della Spagna, dei viaggi e delle culture estranee all'Italia.

14 marzo 2007

Terra

Intro: "Si sta come d'autunno, sugli alberi, le foglie". Potrebbe partire da questi famosi versi di Ungaretti, il racconto di Luca Brusati. Riflessioni profonde di un soldato al fronte, prima della morte; una morte attesa e pensata.

Il racconto

Erano ore che stava rannicchiato dietro quel piccolo cespuglio; la sua mente e i suoi occhi vagavano alla ricerca di un minimo segno di vita. Nulla. O almeno così sembrava in apparenza. Si sentivano in lontananza gli echi delle granate. O forse erano tuoni lontani che venivano al di là delle montagne e che annunciavano l’arrivo imminente della pioggia. Non si sentiva però voce umana: forse quella maledetta guerra aveva sterminato tutto il genere umano e lui era rimasto l’unico uomo sulla faccia della terra. Era possibile, tutto è possibile in una situazione così. E nella sua vita soprattutto. Ma il rumore sordo delle granate lo riportò alla realtà. Qualcuno esisteva ancora; un qualcuno che cercava disperatamente di lottare per se stesso o contro qualcun altro e che cercava di dispensare morte tutto intorno. Ce l’avrebbero fatta anche con lui? Ebbe paura a rispondersi. Per ora gli bastava quel suo esile nascondiglio ma sarebbe arrivato il momento in cui si sarebbe dovuto muovere e avrebbe dovuto mostrare di nuovo la sua faccia al vento. Tale pensiero lo fece rabbrividire. E poi che senso aveva nascondersi? Non l’aveva cercata lui questa avventura? Molti anni prima si sarebbe detto “andare a cercar la bella morte”; ora tale concezione sembrava arcaica e superata dal tempo, ma in fondo sapeva benissimo che al di là delle parole era proprio quello per cui si era arruolato volontario. Nessuno era venuto a cercarlo. Era stato lui a cercare. Cercare che cosa? Forse cercava di fuggire da qualcosa o da qualcuno,  forse più semplicemente era alla ricerca di un atto speciale nella sua vita. E ora quell’atto era lì vicino a lui. A portata di mano. Bastava un sospiro ed uscire allo scoperto, fucile in mano e cuore in gola. Ma non era pronto. Non ora almeno.

 

Cominciò a piovere. Prima lentamente, poi le gocce cominciarono ad ingrossarsi sempre più ed in pochi minuti si trovò inzuppato fradicio. La sua divisa bagnata a contatto con la pelle gli procurava brividi su tutto il corpo e lo appesantiva. Tentò appena di muoversi ma un pensiero lo colpì: a pochi metri da lui doveva esserci qualcuno. Lo “sentiva” chiaramente pur senza vedere. Doveva esserci qualcuno. Rimase immobile con gli occhi chiusi. E cominciò a pensare. Da quando era arrivato al fronte aveva perso molti dei suoi compagni. Non aveva voluto legare in modo particolare con loro poiché sapeva che nella maggior parte dei casi non li avrebbe più rivisti; era meglio evitare qualunque forma di cameratismo amichevole in quei casi. Se la morte l’avesse colpito avrebbe dispensato agli altri lacrime e preghiere per la sua anima. Bisognava già pregare per coloro che si ammazzavano, i nemici, figurarsi se bisognava anche farlo per coloro che venivano ammazzati. Era meglio morire soli, senza disturbare e senza creare l’impaccio della sepoltura e dei vari riti. Sarebbe marcito sotto la pioggia e magari divorato da qualche animale. Meglio così davvero. Qualche tempo prima un suo camerata era caduto a terra colpito in pieno petto da una scheggia provocata da una bomba. Ci aveva messo più di dieci minuti a morire. Mentre osservava le persone attorno a lui che cercavano in modo isterico di prestare le loro cure al ferito provò un senso di disgusto: perché non lo lasciavano morire in pace? Era spacciato ormai. Perché non dargli gli ultimi attimi di vita tutti per lui? Se fosse mai capitato a lui avrebbe cercato di morire subito; avrebbe trattenuto il respiro fino a scoppiare. Il pensiero lo fece sorridere. Sapeva che al suo fianco non ci sarebbe stato nessuno. Si era auto-disperso da solo. Avrebbe combattuto ciò che rimaneva della guerra da solo. Senza l’aiuto di nessuno e senza dare aiuto a nessuno. Si sarebbe gestito gli ultimi attimi della sua vita in piena solitudine; avrebbe deciso di che morte morire e in quanto tempo.

La pioggia continuava a cadere forte ed incessante. A un tratto lo scoppio di una granata squarciò il suo mondo. Appoggiò la faccia al terriccio e sentì per un attimo sulle sue labbra il sapore dell’erba bagnata misto a terra. La morte lo aveva solo sfiorato ma non l’aveva riconosciuto. Non era la prima volta che accadeva e non sarebbe stata neanche l’ultima. O almeno sperava. –“Perché morire ?”- si domandò. Per un ideale, per una truffa, per un amore finito male. Non c’era una singola risposta; era un figlio della guerra e perciò questo doveva essere il suo destino. E capì che il destino si sarebbe presto compiuto.

Non poteva aspettare oltre; l’attesa lo stava consumando. Sarebbe uscito allo scoperto e avrebbe sparato; sparato per uccidere. Per l’ideale. La pioggia che cadeva gli fece coraggio: era come se le sue piccole gocce lo proteggessero da ogni nemico e da ogni ferita. Uscì. Non fece nemmeno in tempo a sentire il rumore sordo dello sparo ma vide chiaramente l’uomo con la sua stessa divisa che lo guardava incredulo. Mentre cadeva il suo più grande rammarico fu quello che nonostante tutto non sarebbe mai riuscito a morire da solo. In solitudine.

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