username o email
password

Ti piace Aphorism?
Segnalaci su Google

Inserisci la tua e-mail per ricevere gli aggiornamenti

Autore

Luca Gamberini

in archivio dal 29 apr 2008

30 maggio 1967, Bologna - Italia

segni particolari:
Mi sono fatto da me, raramente in compagnia.

mi descrivo così:
Chi siamo ce lo dice l'avverso, chi non siamo ce lo dice lo specchio.

22 febbraio 2012 alle ore 21:02

Autunno e Primavera

Una stanza vuota, colma di oggetti, si ingoiò il tramonto.
Così intuii dove si nascondeva, quando mi era davanti.
Le sue parole, vuote come quella stanza, 
ingoiavano la luce dei miei occhi.
Sono stato presenza in sua assenza,
sono stato dolore del suo scherno,
sono stato un fiore partorito dal suo letame,
sono stato giovane prima di conoscerla,
sono stato l'ospizio del suo non trovarsi,
sono stato tutto quello che non sono ora
che non so chi sono,
ma so che amo.
A una stanza vuota, gravida di promesse,
apparve il sorriso di costiera dal velo di vetro e gli occhi di Venere,
spogliata di tutte le cose che non fanno più un cenno al domani,
ma la fanno leggera quanto una lacrima, che cadendo
non sa più dove andare a finire,
e si fece subito tardi,
ma tu lo sapevi che dovevo partire, non tornare.
Mi perdetti nel suo cielo, una volta partito,
consapevole non mi sarebbe bastato tutto quel blu
per scriverci sopra ciò che avevo veduto, provato, trovato.
Dove ci porterà il vento che se ne esce, sbattendo gli infissi,
senza essere entrato?
E ancora non dormo al solo pensiero di esser felice,
mai più son tornato in quell’arido luogo privo di sale
in cui seminavo poesia, raccogliendo sorrisi abortiti
dalla semplice idea dello star bene di un altro.
La mia vita è oggi, il mio mestiere è riempire quel cielo
che d’improvviso da azzurro si fa tutto nero.
Che bel colore il nero quando si riveste di azzurro,
non esiste un bianco che lo valga,
non c’è nulla di più ambiguo di un bianco candido
sul quale i miei difetti non incido.
La mia vita è oggi, è la tua voce che il mio nome dice,
riuscendo a far stare i nostri desideri all’interno della medesima cornice.
Ancora non ho capito, chi, di noi due,
quella finestra la vestì e, chi, la spogliò, quasi fosse una foglia.
Io e te siamo l’incontro tra l’autunno e la primavera,
impossibile a dirsi,
ma a noi che ci importa del dire,
io e te lo abbiamo fatto.
Possiamo, così come una foglia,
cadere, volare, seccarci, inseguirci,
cambiando colore,
umore, odore, senza farci del male,
sappiamo che è il vento,
che è lui a decidere dove andremo a finire,
che quando si cade basta un soffio leggero per ricominciare,
a volare.
Fu proprio così, in quel sentirmi vuoto, come una stanza,
che mi sono inghiottito il dolore
e ho partorito i tuoi occhi,
all’ora nella quale, in quel precipitare lento,
va ad accasciarsi il sole.

Commenti
Accedi o registrati per lasciare un commento