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Autore

Luca Gamberini

in archivio dal 29 apr 2008

30 maggio 1967, Bologna - Italia

segni particolari:
Mi sono fatto da me, raramente in compagnia.

mi descrivo così:
Chi siamo ce lo dice l'avverso, chi non siamo ce lo dice lo specchio.

20 ottobre 2011 alle ore 17:24

Il mio amico Friedrich Wilhelm

Intro: Testo facente parte di una raccolta di brevi pensieri intitolata "Racconti per bambini adulti" 

Il racconto

Pensavo che l'autunno, la pioggia, la nebbia, il freddo mi aiutassero, invece no.
Oggi diluvia ed io sto annegando tra i pensieri.
Rinuncio ad alzarmi, sono le 7,47 quando con un movimento unico del corpo mi rigiro verso sinistra, trascinandomi panno e lenzuolo, i quali non sono più combacianti, segno evidente di una notte trascorsa in preda a sogni turbolenti.
Che mica poi mi ricordo in quale stato mi addormentai, non di certo in Polinesia e nemmeno alle Maldive, forse contavo le pecore nel basso Molise o fuggivo dalle corna di un Toro, proteso al mio inseguimento, nel far west Calabro. Fatto sta che questo cielo grondante di lacrime mi angoscia a tal punto da farmi rifiutare qualsiasi contatto col mondo esterno, fosse anche solo infilarmi le lenti. Friedrich Wilhelm mi osserva restandosene chiuso in se stesso, ah ecco, ora ricordo trascorsi in sua compagnia gli ultimi spiccioli di una serata da tressette con gli amici di mai. Mi massacrò ieri sera il mio amico Friedrich, che a dire il vero al principio lo facevo dalla mia parte, le sue parole parevano accondiscendermi, parevano fatte apposta per esaltare le mie frustrazioni demagogicamente orchestrate dal mio spirito dissacrato. Invece no, il suo dissenso era rivolto proprio a quelli come me, incapaci di imporsi e di architettare basi difensive volte a sopprimere. Più lo decantavo e più mi irrideva, e più mi irrigavo, tanto che ora mi veste perfino il senso di colpa di essere io la causa di quel lago di fango e rusco che invade la strada e sporca le scarpette e gli scarponi di chi sta imprecando contro il Dio Inverno dopo aver insultato ogni forma di calura estiva. Eppure le crepe, che disegnavano i percorsi alternativi di chi non sa affrontare la società che lo comprende, non erano offensive, si disponevano si a zona, ma non le vedevi protese a cercare di ingoiare chissà quale mondo. Ho freddo, e pensare mi fa male, certo avessi trascorso la serata con Eckhart mi sarei svegliato meditabondo, probabilmente avrei già fatto colazione, addirittura mi sarei rasato barba e capelli, e avrei optato per una passeggiata tra pozzanghere e foglie, a testa vuota. Ma era di Friedrich che avevo bisogno, di una scossa, di sentirmi dire che io faccio schifo al mondo poiché il mondo fa schifo a me. Avrebbe dovuto insultarmi pesantemente e invece ha fatto ancora di peggio, mi ha deriso,  smontandomi pezzo per pezzo, illudendomi prima e denigrandomi poi. Fossi cresciuto su un’isola deserta composta di cattedre e banchi non lo avrei mai incontrato, e allora penso a cosa me ne sarei fatto di un amico come Dante o come il Manzoni?
Chi avrebbe avuto il coraggio di prendermi per il bavero e cappottarmi, non certo uno che si inventa un personaggio scontato quanto un prete che non adempie ai suoi compiti, o un altro che parla di inferno paradiso e purgatorio quando fuori ad attendermi c’è ben di peggio tutte le mattine.
Mi son così goduto il mio inferno, da cui non riesco a uscire se non per ripetere gli stessi errori ai quali ormai sono affezionato più che al ricordo di chi non c’è più. Mi chiamano artista, ma di questa ideologia di persone sono uno degli ultimi della lista, propago dolore e speranza con la stessa dose con la quale un chimico prepara il farmaco che ti fa star così bene da non poterne fare più senza. Quando mi prendono slanci è perché colo a picco, e dire che tutti pensano che io dentro sia molto, troppo, ricco. Il non saper riempire i miei vuoti mi ha trascinato fino a me, tanto da farmi perdere fede e stima. No, non ho bisogno di un preventivo per ricostruirmi, e non esiste impresa che possa ai miei occhi riabilitarmi. Sono pietra, e per quanto preziosa tu mi possa vedere, sono pietra. E bene che mi vada sarò indossato, seppur per indole preferirei fare mucchio di solitudine in qualche fondale di affluente, così da esser umido e cocente a seconda delle più umane esigenze. Ogni mio respiro è un atto di cospirazione contro me stesso, ora mi alzo da questo letto e mi dirigo dritto dritto al cesso. Troverò ad attendermi lo specchio che non mi guarda più. Mi ha lasciato solo pure lui. Mi sono allontanato troppo dal prossimo per potermi sentire vicino a me stesso. Eh Friedrich, tu ascolti, mi guardi e non ti esprimi, e se ti contraddico basta una sola riga e mi deprimi, mi reprimi, mi costringi, mi comprimi, mi sveli, mi riveli. Forse mi vuoi bene?

Commenti
  • Giovanni Visco Una bella introspezione di se stessi in un momento di malinconia o, peggio, depressione. Mi piace ma mi sarebbe piaciuto di più se, invece di parlare di te stesso, avessi dato forma ad un personaggio e trasmesso le tue sensazioni su "qualcuno". In tal modo avresti evitato di fare un'autobiografia di un momento e avresti potuto lasciare ai posteri qualcosa di tuo senza che gli altri lo sapessero. Il racconto ne avrebbe giovato in credibilità e non sarebbe incappato in un giudizio di egocentrismo così come viene spontaneo assumere nel leggerlo. Attenzione! Non è una critica negativa, anzi, tutt'altro. E' soltanto il parere di un profano che, come te, trasferisce sulla carta le proprie sensazioni e nel leggere quelle degli altri riconosce le proprie.

    20 ottobre 2011 alle ore 18:44


  • Luca Gamberini Ringrazio per il commento, non ho assolutamente letto nulla di negativo nelle tue parole, anzi concordo pienamente con te Giovanni. E' un mio limite quello di non riuscire a scrivere in terza persona. Devo inventare me stesso ogni giorno che non riesco ad affrontare la fatica di inventare terzi. Eccedo in egocentrismo quando comincio a picchiare sulla tastiera, e scrivo, scrivo di me, non ho in fondo nulla da nascondere, e in questo mondo virtuale, dove altre persone ci inventano a loro piacimento per poi scaricarci nei meandri della loro assenza, è necessario mettersi in trasparenza. Nella speranza così di evitare spiacevoli incontri con copie di mille riassunti. Grazie per avermi donato attenzione.

    20 ottobre 2011 alle ore 19:13


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