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Racconti di Luca Marchiano

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  • 10 gennaio 2012 alle ore 11:06
    Freakland - il mio paese è l'assurdo-

    Come comincia: Freakland - il mio paese è l'assurdo-

    "La vita è un'ombra che cammina, un povero attore / che si agita e pavoneggia la sua ora sul palco / e poi non se ne sa più niente.
    È un racconto / narrato da un idiota, pieno di strepiti e furore, / significante niente."

    William Shakespeare, Macbeth, 1605/08

    Guardo la luna fuori dalla mia finestra, cercando risposte.
    Non dormo da giorni e sono sicuro che Dio ci ha abbandonato tutti. Io sono un artista, che sogna di vivere creando immagini e storie
    dalla sua testa. Ma qui non è possibile.
    Perchè mi chiedete?
    Perchè qui non ci lasciano più vivere.
    Il mio paese è l'assurdo.
    Tutto è cambiato, il lavoratore è un fuori legge se chiede i suoi diritti, lo studente è sovversivo se chiede di studiare in scuole degne di tale nome.
    Rileggevo proprio ieri i fumetti di Alan Moore e David Lloyd, "V for Vendetta" e qui la realtà è anche peggio. Vecchi e mostruosi clown hanno capito
    che la politica paga più del circo e hanno deciso di levarsi le loro terrficanti maschere e raccontare bugie agli zombi -elettori.
    Mi rifugio nella mia casetta nel bosco meditando vendetta, un piano per uscire da questo paese assurdo.
    I ragazzini a undici anni sono alcolizzati, si spacciano per adulti ingenui e stuprati dalla vita. Le bambine si spogliano da donne e mettono le loro foto
    su internet sperando di essere ingaggiate da qualche pappone che le porterà nel letto di qualche mostro-clown-politico.
    Si, le bambine sono il loro passatempo preferito. E' orribile.
    Le scuole sono posti senz'anima e perdono insegnanti vailidi,  dichiarando fallimento proprio come i peggiori cinema porno di terz'ordine.
    Ci porteranno via tutto. In nome della crisi che inventano sui giornali di stato, nel nome di qualche mostruoso talk show in tv.
    Gli irreality show in tv ridono e gridano contro di me, io scappo nei boschi e chiedo consigli al silenzio.
    Voglio combattere, per me, per i miei figli. Allora scendo in strada e vago tra la folla, cerco negli occhi della gente una scintilla di vita, che non
    trovo, mi serve qualcuno per incominciare, non voglio fare la fine di Icaro o Don Chisciotte della Mancia, me ne sto appoggiato ad un muro e ascolto
    le loro parole, cerco.
    Dio ,parlano di calcio e modelli di macchine costose, cercano donne come quelle che vedono in tv. Ma cosa vi hanno fatto?
    Corro dai miei vecchi amici, li trovo storditi in un bar, a fare le stesse battute che facevano quindici anni fa. Scappo via in preda ad attacchi di panico.
    Torno nei boschi e mi perdo.
    Incontro un vecchio guerriero partigiano che piange su una tomba coperta dai rovi e dagli anni che passano sui ricordi. Mi dice che lo stato dei clown
    non gli riconosce più l'invalidità di guerra e con la sua misera pensione non riesce più a pagarsi le spese e che vive in una vecchia baita tra i monti.
    Ha freddo e fame e lo porto a  casa con me. MI dice che se avesse saputo, non l'avrebbe mai difeso il suo paese. Perchè il suo paese non ha mai difeso lui.
    Gli chiedo perchè piangieva sulla tomba. Lui mi risponde che era triste, triste per il soldato morto per difendere un mondo che forse doveva essere distrutto.
    Gli do tutto il conforto di cui sono capace.
    Il mio paese è l'assurdo.
    Perchè qui non c'è pace.
    C'è la guerra tra i giornali, tra le bugie e la verità, tra dio verde e dio rosso, ci si uccide per venti euro o perchè si è troppo ubriachi per guidare.
    Dov'è finita la vita e dov'è  la mia libertà?
    Perchè  i nostri nonni pregavano Dio e lo ringraziavano per i doni  ricevuti, dalla terra, dal mare, dal sudore.
    E perchè noi e i nostri figli pregheremo qualche fottuto direttore di banca e lo ringrazieremo per averci aumentato il nostro debito.
    Amen.
    Vi saluto e vi ringrazio dal Paese dell' Assurdo.
    Italia 2012
    Luca.

  • 03 maggio 2011 alle ore 20:13
    Ero il cancro.

    Come comincia: Uccidere è stato più facile di quanto pensassi.
    E stato così naturale.
    Mentre sentivo l'odore del suo sangue pensavo ai documentari sugli

    animali,
    quelli che fanno la domenica dopo pranzo, dove c'è il leone che afferra

    la gazzella per la gola,
    la scuote cercando di spezzarle il collo. Il sangue non mi impressionò

    affatto. Mi guardai le mani 
    piene di grumi, cervella, piccoli frammenti di ossa. Per un attimo ebbi

    la tentazione di assaggiare
    ciò che fuoriusciva dal corpo esanime della mia vittima, un

    irrefrenabile tentazione, una fame
    interiore , primitiva, essenziale.
    Non giudicatemi.
    Non condannatemi.
    Così come non condannate il leone che sbrana la sua preda e i suoi

    piccoli. 
    E' solo fame. E' solo istinto. Amore per la vita, sopravvivenza.
    Non  dovetti fare nessuno sforzo per squartare la carne con il coltello da

    cucina. Quello del set di mia suocera, che ci regalò al matrimonio.

    L'odore di morte, misto al suo profumo mi ricordò le notti di passione,

    sesso e alcool. Quando le emozioni si uniscono alle sensazioni, dove la

    razionalità si lascia soffocare dalla  bellezza dell' istinto.
    Infilai le mani nella profonda ferita, proprio al centro del ventre, alla

    ricerca della risposta, il motivo del mio atto violento. Spostai le

    interiora, ero convinto di trovare la sua anima cariata, la malattia

    che la cambiò, che la trasformò in quel essere odioso. Cosa aveva

    trasformato  in orribili e acidi borbottii la sua voce melodiosa, piena

    d'amore per me?  Chi aveva oscurato il suo sguardo pieno di

    compassione, trasformando le due perle di cielo dei suoi occhi in lampi

    di odio?
    Cercai strappando la carne, i tessuti , le ossa.  Mi ferii le mani

    grattando dentro di lei.
    Poi la verità mi raggiunse, arrivò alle mie spalle. Il suo alito gelido,

    fetido mi stordì. La mia risposta era uno spettro senza occhi, la bocca 

    orribilmente spalancata, il corpo privo di vita, ossa avvolte da pelle

    verdastra e  rinsecchita.
    Come? I ricordi mi travolsero.
    Ero io.
    Il cancro nella sua anima ero io.
    Guardai nella bocca dello spettro, nel suo pozzo nero infinito.
    Ricordai tutto.
    Quella notte, alcool rabbia, frustrazione.
    La notte in cui stuprai mia moglie.
    In quella notte gettai al vento la mia vita e rovinai per sempre la sua. 

    I suoi occhi si spensero per sempre.
    La uccisi già tempo fa.
    Il fantasma mi prese le mani. Nelle sue cavità oculari vidi il suo

    disgusto. Un mostro che prova disgusto per me!
    Io anima dannata!
    Prese il coltello da terra e me lo diede.
    - Fa quello che devi, disse rantolando. - Pregherò per la tua anima.

    Sussurrò prima di sparire.
    Rivolsi il coltello verso il pio petto e mi trafissi il cuore. Sentii la lama

    gelida entrare nella carne e portarmi via la
    vita. Lentamente.
    Lentamente.
    Chiusi gli occhi e si spalancarono le porte dell'inferno.
    La mia nuova lugubre , terrificante, casa.
    Che divido con demoni feroci  e anime dannate come la mia.

    Fine.

  • 02 aprile 2010
    Io suono

    Come comincia: Io suono.
    Non mi frega un cazzo se facciamo cagare.
    Intorno a me tutto è fuoco, Dio vorrei che tutto questo durasse per sempre. L'adrenalina mi corre dentro, vedo le luci intorno a me. Andiamo a mille all'ora. Grido nel microfono, cerco di non ruttare il vino acido che ho bevuto. Come faccio a spiegare quello che sento? Per voi è solo rumore, siamo uno di quei gruppi che fanno le cose che suonavano già venti anni fa i Clash, i Ramones. Ma come si fa a spiegare la forza che abbiamo dentro, guardami negli occhi mentre suono la chitarra e canto le mie poesie sconnesse. E' questa la mia dimensione. La pelle mi brucia di sudore. Il Kala sanguina sul basso, ma se ne fotte. E' ubriaco perso, non si ricorda gli accordi. Però ci crede, lo vedo che salta come un pazzo. Finale del pezzo. Mi giro lo zio alla batteria gronda di sudore, la fiacca sull'indice si è spaccata di nuovo, bestemmia e sanguina, le bacchette sono ormai un cumulo di schegge di legno. Picchia sul rullante come se avesse il diavolo dentro. Il concerto è finito, mollo lì il mio ferro con due corde rotte e l'ampli che fischia. Venti persone sotto al palco, centoventi chilometri fatti “aggratis”. Io sono esausto e felice. Ci facciamo un paio di birre prima di smontare.
    Come è andata?- Chiedo allo Zio mentre mi accendo una Camel. Sanguino, porco dio. Bene.- Mi risponde mentre si asciuga il sangue sulla maglietta nuova dei Converge.
    Il Kala mi porta un Montenegro. Siamo ancora in balia della adrenalina. Otto ore di lavoro sulle spalle, la coda al casello, ci siamo persi a Rho. Ma non molliamo. Il domani incombe su di noi, tre operai, ognuno la sua storia,ma cosa ci porta qui? Mi rendo conto di essere lontano da quello che i giornali e le tv raccontano quando parlano di musica, il fottuto rock 'n' roll. Siamo senza soldi senza talento senza droga, solo con qualche disco rumoroso nell'autoradio. E' bello sapere di essere fuori da tutto, non pensiamo ai soldi, mai. Siamo fuori dal tempo. Spesso fuori tempo. Vivo un sogno, il sogno di una band che suona solo per passione. Che suona una musica sconnessa e rumorosa ,estremamente sincera, tanto sincera da essere scontata. Noi non siamo musicisti, non scambiateci mai per tali. Sono le due di notte, alle sei la sveglia. Centoventi chilometri da casa,dalla mia famiglia. Qualcuno ride di me. Ho due figli, bellissimi. Ma la notte giro per i posti dimenticati dal buco del culo di dio come questo, grido e faccio rumore. E' la mia droga, non posso stare senza. Nessuno lo capisce. Solo chi suona con me può farlo. Cosa ci porta qui? In mezzo alla nebbia non vediamo un cazzo, lo zio mette fuori la testa dal finestrino, non si schiara una sega. Il giudizio degli altri importa poco. Noi abbiamo già perso in partenza, neanche ci mettiamo nelle competizioni provinciali tra super band. Siamo retrogradi,consapevolmente ignoranti. Cosa ci porta fino a qui? Chi ci riporterà a casa? Da questa nebbia non se ne esce. Alle cinque siamo a casa, neanche andiamo a dormire, tanto è tempo perso. Alle sei siamo in fabbrica. A chi importa ciò che sentiamo mentre suoniamo? Per voi è solo rumore, siamo uno di quei gruppi che fanno le cose che suonavano già venti anni fa i Clash, i Ramones. Ma voi non lo sapete chi sono I Clash? Lo volete il fuoco? Volete vedere cosa porta a fare la passione? Se non siete morti, ci vediamo sabato sera, in un posto di merda, in mezzo alla nebbia.

  • 16 novembre 2009
    Ultimo

    Come comincia:

    “Nell'acqua il detersivo sommerge il petrolio
    Tutto sussulta nella scia
    Della grande nave del progresso
    L'equipaggio non riesce a trovare il freno
    I clacson strombazzano
    L'ammiraglio grugnisce ordini
    I sottomarini bollono negli oceani
    Mentre gli eserciti combattono con gli astri.”
    Joe Strummer – Ghetto defendant.

     

    Lunedì.
    Erano già le nove e un quarto. Saltai fuori dal letto imprecando contro me stesso. Diedi un’occhiataccia alla radiosveglia sul comodino. Non aveva suonato. Sta stronza.  Lampeggiava segnando “0:00”, ricontrollai il mio orologio da polso, le nove e un quarto.  - Il temporale. Sussurrai mentre accendevo il cellulare. Composi il numero dell’ufficio per avvisare Cristina del mio ritardo, mi misi davanti alla finestra della camera da letto e guardai fuori. Era una bella giornata di Ottobre, il cielo era limpido e nel giardino di casa i passeri cinguettavano felici. Il cellulare non riusciva a chiamare. Non c’era campo.
    - Ma se hai sempre preso qui in camera, razza di uno stronzetto cinese! Gridai guardando il mio telefonino ultima generazione.
    Scesi le scale che portavano al soggiorno, mi sedetti su divano per chiamare l’ufficio dal telefono di casa. Squillava a vuoto, Cristina non rispose. Provai altre due volte. Niente. Cercai di nuovo di chiamarla, stavolta sul suo cellulare, ma niente, quel dannato telefonino non prendeva. Cercai di capire come mai i ragazzi non erano già in ufficio, mi precipitai verso il televisore cercando un notiziario.
    - Ma cosa cazzo succede? Dissi ad alta voce guardando lo schermo nero del mio tv al plasma. In tele non c’era niente. Girai tutti i canali.  Il nulla. Sulla Rai c’era una pubblicità di un detersivo per lavatrici che si ripeteva all’infinito. Provai a malmenare il televisore, ma non ci fu nessun cambiamento, anzi, l’immagine della donna che strappava una camicia si oscurò improvvisamente, come era successo con tutti gli altri canali. Mi grattai la testa in preda allo sconforto, poi mi diressi verso il PC portatile nuovo di zecca poggiato sul tavolo in cucina. La luce del sole entrava prepotente in casa mia facendo risplendere il piano di granito rosa della mia cucina. Accesi il PC. Connessione fallita. Riprovai. Connessione al computer remoto fallita. Gettai il computer a terra imbestialito. Si ruppe in due. Mi sedetti in poltrona guardando fuori, confuso. Riprovai a chiamare in ufficio. Ma nessuno rispose. Mi alzai e tornai in camera da letto. Misi la tuta della Nike che mi regalò Katia al mio compleanno, indossai le scarpe da footing e scesi di nuovo. Uscii fuori di casa guardandomi intorno, alla ricerca di un vicino o la signora Cadetti, la classica vicina che non si fa mai i cazzi suoi, ma non vidi nessuno. Mi incamminai lungo il viottolo tra i cespugli potati a forma di coniglietti e le edere rampicanti. Arrivai di fronte a casa di Michela. La mia bella vicina di casa, capelli rossi e occhi verdi, una bomba sexy. Si era appena trasferita da Milano, ma avevamo già avuto modo di conoscerci molto intimamente. Una sera andai da lei perché avevo finito il sale, ma quello che ricevetti fu molto di più.  Mi aprì la porta in accappatoio, aveva appena finito di farsi la doccia. Neanche il tempo di presentarmi che ero già sdraiato sul divano con lei seduta sulla mia faccia. Quella era il tipo di donna che faceva per me.
    Suonai il campanello per un minuto. Ma non venne nessuno ad aprirmi. Feci lo stesso con il campanello dei Moetti, dei Giannini e dei Calendri. Nessuno di loro era in casa. Tornai indietro e uscii dal cancello che delimitava il residence. La strada, solitamente trafficata specialmente alle dieci di lunedì mattina, era deserta. I negozi dall’altra parte della strada erano tutti chiusi. Mi misi al centro della strada e guardai in giro.
    - C’è qualcuno? Gridai. Gridai. E ancora gridai.
    Nessuno. Ero solo. Solo nel mio quartiere, ma avevo l’impressione di essere nel posto sbagliato al momento sbagliato. Un pesce fuor d’acqua. Attraversai la strada e mi diressi verso il bar dove facevo colazione. La porta era aperta, da dentro proveniva il ronzio di una radio priva di segnale. Chiamai il proprietario del locale.
    - Luciano. Chiamai.
    Il bar era deserto. Le luci accese, la macchina del caffè era calda.
    Ci fu una scossa di terremoto, alcune tazzine caddero a terra e la luce andò via per una frazione di secondo.
    Bestemmiai.
    Mi diressi verso il bagno del locale, non vi era nessuno, poi mi voltai verso la porta che portava alla cantina, sentii un rumore soffocato, quasi un rantolo, decisi di andare a vedere. Accesi la luce, ma le scale che portavano nello scantinato erano comunque poco illuminate, più scendevo e più il rumore si faceva nitido. Era un rantolo. Cercai di guardare tra gli scatoloni, tutto era in disordine, alcuni sacchi di caffè erano a terra rotti, sembrava che qualcuno avesse lottato. Spostai alcune scatole per passare e appena lo feci vidi Luciano con la faccia a terra, in una pozza di sangue. Era lui che rantolava agonizzante. Mi chinai su di lui. - Luciano, sono Sergio. Cosa è successo? Gli chiesi cercando di rigirarlo verso di me. Lui sbiascicò qualcosa di incomprensibile.
    - A…n…i..e..ni… Sussurrò. Io gli girai il viso verso di me per capire cosa stesse dicendo, ma vomitai appena vidi che l’altra metà del suo volto gli era stata strappata, riuscivo a vedere il suo teschio nitidamente. Era solo leggermente sporco di sangue ma era una scena da film del terrore. Non capivo come qualcuno avesse potuto recidere così nettamente la sua carne per poi asportarla con tale precisione. Vomitai di nuovo.
    -Vado a cercare aiuto. Dissi asciugandomi la bocca con la manica della tuta. Lui rantolò di tutta risposta. Mi girai verso le scale e fu allora che capii.
    Rimasi paralizzato dalla paura, dallo stupore. Erano alti due metri. La pelle verdastra, la testa ovale, come quelle degli alieni di Roswell. Solo più lunghe e acuminate. Erano alieni. Cazzo.
    - Stai fermo. Mi disse, ma la sua voce non uscì dalla bocca. Uscì direttamente dal suo cervello per entrare nel mio. Poi si girò verso il suo simile e gli fece un cenno. Poi si rivolse di nuovo a me. - Questo pianeta è nostro- Mi comunicò- e tu se l’ultimo rimasto. Disse.
    Si stava avvicinando. Non camminava, fluttuava a dieci centimetri da terra. Il suo odore era acre e forte.  Si fermò davanti a me.
    - Voi non avete cura di questo paradiso. Disse aprendo il palmo della grossa mano verdastra. Notai un piccolo foro proprio al centro, pulsava. Io mi inginocchiai, piangendo, ma l’unica cosa che riuscii a dire fu: - Scusateci.
    Dal palmo uscì un piccolo fascio di luce che mi colpì dritto al petto, sentii la mia carne bruciare e poi il mio cuore smise di battere. Con me si estinse la razza umana.
    Senza troppo rancore.
    Senza ipocrisia.
    Senza gloria. Io non li biasimo.

  • 27 aprile 2009
    La bambina sulle spalle

    Come comincia: La puzza di morto non ti molla più.
    Basta un attimo, un secondo. Ti entra dentro e non se ne va via più. Sembra di avere una mano putrida che ti prende alla gola e ti stringe ogni giorno di più.
    Lo sapeva bene Mario Salti.
    Si guardava allo specchio tutte le mattine e ci pensava, si riempiva di deodorante, apriva tutte le finestre del suo appartamento, ma niente. La morte era lì e lui la sentiva.
    Aveva provato anche a berci su pesante, ma la nausea che provava non aveva intenzione di andarsene.
    Mario era nell’esercito nel 1988 e aveva vent’ anni.
    Lo avevano spedito in Yugoslavia, in mezzo ad un cazzo di bosco con una decina di ragazzi come lui. Aveva paura. Dovevano solo controllare che in quella zona non vi fossero insediati militari del Kosovo.
    Camminarono per una notte intera, stanchi e incazzati arrivarono alle porte di un piccolo villaggio sperduto tra gli alberi. Una decina di capanne in croce, puzza di bestie e fango sotto i piedi.
    Alcune donne uscirono dalle loro abitazioni, i loro volti nascosti nell’oscurità.
    Mario e i suoi compagni avevano sete. Erano stanchi e terrorizzati dagli scheletri di legno e foglie che li circondavano opprimenti.
    Tra gli altri militari c’era Stefano Bannielli.
    Il classico coglione esaltato, uno che si credeva Rambo, che assomigliava a Rambo, solo più squilibrato.
    Mario non ricordava bene cosa successe. Spintoni. Urla.
    Bannielli tirò fuori la pistola. Sparò ad una donna.
    Grida, sangue.
    La confusione che ci fu dopo era simile ad una sbronza. Le immagini sfocate di una notte di follia.
    Poi fu giorno.
    Mario si svegliò grazie alla pioggia che gli cadeva sulla faccia. Intorno a lui le capanne erano ormai carboni fumanti. Si alzò in cerca dei suoi compagni.
    Nessuno.
    Si addentrò per qualche metro e fu lì che la vide.
    Bianca come la luna d’estate. Il volto sporco di terra e sangue. Avrà avuto dieci anni.
    Lui rimase senza parole, guardando quel corpicino immobile, nudo, privo di vita. Scacciò via le mosche posate su di lei, istintivamente, forse per darle solo quel po’ di dignità che qualcuno le aveva strappato.
    Decise di seppellirla. La carne della bimba stava lentamente marcendo sotto i suoi occhi.
    E l’odore. Non lo mollava più. Il panico non lo mollava più.
    I militari del suo comando erano scappati. Lui era solo in mezzo al nulla mentre seppelliva una piccola donna massacrata.
    Mario poi aveva solo dei vuoti di memoria, i processi e tutto il resto erano solo foto sfocate, inutili.
    Restava la puzza.
    Mentre si ubriacava di whisky, mentre scopava con qualche battona da venti euro. Lei era lì.
    Lui lo sapeva.
    A  volte la sentiva. Nel crepuscolo.
    Si alzava nel cuore della notte. Lui sapeva quando.
    Senza accendere le luci entrava nel bagno, apriva le persiane facendo filtrare la luce flebile della luna.
    Lui la vedeva. E ne sentiva il rantolo.
    Riflessa nello specchio, stava aggrappata alla sua schiena con le sue unghie infilzate nella carne, lo fissava. 
    Bianca come la luna d’estate. Il volto sporco di terra e sangue.
    Avrà avuto dieci anni.
    Fine.