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in archivio dal 18 apr 2011

Lucia Santarcangelo

13 settembre 1989, Pisticci - Italia

elementi per pagina
  • 18 aprile 2011 alle ore 17:25
    Diverso

    Il fiore giace sulla sponda del fiume.
    Mostra con naturalità la sua mansueta bellezza,
    solo,
    circondato da fasci di erba selvatica.
    Un’onda si eleva al cielo.
    Cerco di salvarlo
    Ma vano è il mio tentativo.
    Così viene estirpata la sua radice
    E viene travolto dal violento flusso dell’acqua,
    generata dalla sorgente dell’ipocrisia,
    Eliminato perché troppo scomodo,
    troppo bello fra quell’erbaccia
    frivola e senza significato.

     
  • 18 aprile 2011 alle ore 17:20
    Passione

    Come l’araba fenice
    Che rinasce dalla sue stesse ceneri,
    così il nostro amore
    subirà la sua continua reincarnazione
    e noi giaceremo insieme per l’eternità.

     
  • 18 aprile 2011 alle ore 17:13
    Anticonformismo

    Sulla cima del monte sorvola, leggiadra, l’aquila.
    Forte, veloce, temeraria, indistruttibile ed inesperta.
    Pensa di poter contrastare con la sua forza
    L’enorme ammasso di zolla
    Che si eleva al cielo sfiorando le nubi.
    Così parte e si schianta sulla roccia.
    Il cielo piange la sua fine,
    il coraggio non fu sufficiente a distruggere qualcosa di più grande,solido di lei.
    Il suo corpo inerme
    Viene investito dal raggio di sole che squarcia le nubi piangenti,
    celebrando con malinconica gioia la sua vana prodezza.

     
  • 18 aprile 2011 alle ore 17:12
    Morte

    Amarezza,
    è il gusto che assaporo fra le labbra dolenti.
    Calore,
    è il flusso che scorre lungo le mie braccia.
    Freddo,
    è la sensazione che pervade il mio corpo inerme
    che giace nel tentativo
    di trovare quella pace a lungo cercata e mai raggiunta.
    Così mi abbandono nella culla della materna morte.

     
  • 18 aprile 2011 alle ore 17:11
    Amarezza

    Di notte,
    mentre le civette intonavano il loro canto lugubre,
    mi ridestai dal sonno.
    Vidi il tuo viso,
    assaporai le tue labbra,
    accarezzai il tuo corpo.
    Però, come suole fare ogni sogno,
    al risveglio tutta la tua essenza era perduta.
    Insoddisfatta allungai il braccio,
    nel vano tentativo di sfiorare la tua figura,
    lì,
    fra le buie lenzuola,
    illuminate soffusamente da un debole fascio di luce.
    Il tuo fantasma mi aveva abbandonata.
    Mi lasciai cullare dalla materna notte
    Nella totale inquietudine della solitudine:
    “compagna eterna della mia esistenza”.