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Autore

Lucio Paolo Raineri

in archivio dal 23 mar 2007

08 dicembre 1938, Genova

mi descrivo così:
Amo il bello dovunque e comunque

20 febbraio 2008

L'Avvoltoio

Intro: Un ritratto impietoso di un certo tipo di medico. Il Raineri non si risparmia e scrive con cognizioni di causa, come uno che certi meccanismi li conosce bene, e li rifiuta.

Il racconto

Mettiamo il caso che decideste o il Buon Dio, per voi, di andarvene all’altro mondo, guardatevi, allora, dall’Avvoltoio. Chi sarà mai questo essere? Sì, pensiamo di averne conoscenza nei film che abbiamo visto. Non è quell'infame uccello, ma un essere umano. E’ una comparsa quasi obbligatoria degli ultimi giorni dei mortali che vivono nelle nostre città. Non si sa perché appaia e chi lo chiami. Forse un parente, forse un conoscente fa girare questo nome nella camera dove voi state spirando.
Il vostro medico, che vi conosce da anni, ha compreso i limiti prossimi della vostra vita e purtroppo l’inutilità di quelle cianfrusaglie medicinali in suo possesso che nulla possono contro le porte aperte del fato. Ma c’è chi può, più di lui. E’ una carta segreta che gira in questi momenti dolorosi come un jolly ed ecco che improvvisamente ve la trovate ai bordi del letto.
Non avete scampo! Dovete soggiacere a questa ultima prova. E’ la comparsa di un personaggio che entra nella commedia della vostra vita con l’appellativo di Salvatore. Si dicono di lui cose fantasiose, addirittura degli “alzati e cammina” evangelici. Per contattarlo non è facile: risponde una voce bionda di una segretaria forse bruna che vi consiglia di incontrarla di persona. Il professore è occupato all’Università. Non sarà semplice persuaderlo ad una visita domiciliare, in quanto il professore non scende mai a questi livelli, propri del medico della mutua. Comunque viene stabilito il giorno e l’ora in cui  dovranno andarlo a prendere sotto il portone di casa. Il primo contatto sarà disastroso, saluterà appena e mostrerà di avere notevoli difficoltà nel trovare posto nel sedile angusto della vostra auto che avrà inondato di lavanda francese. Vestito scuro con cravatta firmata, occhiali orlati d’oro. Un tamburellare delle sue mani sul cruscotto evidenzierà un padellone di orologio, grandi marche. 
“Ma dove mai abita?” - sarà la prova fonetica della sua voce, pronta a denunciare una perdita di pazienza, sciupando il suo tempo preziosissimo per la scienza. L’auto si aggirerà nel traffico e all’arrivo:  “ Possibile al quarto piano, senza ascensore? “  Ma salirà ingoiando l’affanno.
“Ringrazio il mio footing mattutino”. Dirà, paonazzo, sulla porta d’entrata di casa vostra. Passerà le due file di parenti, amici, coinquilini, portierato, schierati ai lati del corridoio, non vedendoli. 
- “Dove sta il malato?” - chiederà ancora spazientito, scorgendovi, infine, boccheggiante sul vostro letto. Voi inconsapevolmente lo potreste scambiare per il funzionario delle pompe funebri che viene a prendervi le misure.
Ma lui si siederà sull’unica poltrona della vostra camera, stenderà le gambe e chiederà:
- “Sì, grazie, un caffè, se me l' offrite, lo prendo subito” - un drappello dei vostri cari si dirigerà in cucina per esaudire questa prima richiesta. 
Sorseggiando il caffè, chiederà poi a voce alta: “Chi è il medico curante?” E quando qualcuno dei presenti, a bassa voce, e con un po’ di vergogna, pronunzierà il nome del medico, dalla mimica del suo volto si giocherà il futuro di chi vi ha curato per un’intera vita.
Se apparterrà alla categoria dei magnanimi potrà dire: - “Un bravo ragazzo!” - Naturalmente all’indirizzo del vostro medico ultrasessantenne. Ma altre contratture dei muscoli mimici lasceranno dubbi spaventosi sulla fama cittadina del vostro medico.
Un parente gli offrirà un malloppo di cartelle cliniche dove c’è tutta la vostra vita di malato. Troppo tempo a scartarle ed a leggerle. Per cui le restituirà immediatamente e chiederà di suggerirgli la vostra malattia con: - “Ma insomma che ha?” Un silenzio imbarazzante lo costringerà ad aprire la sua borsa. No, non è come quella del vostro medico, enorme, piena di carte e scartoffie, di medicine per l’occorrenza. E’ una borsettina quasi femminile che racchiude un minuscolo fonendoscopio e un ricettario, niente più. Si alzerà e verrà verso di voi.
- “Seduto” - vi intimerà e subito correranno a sorreggervi i più cari dei vostri cari. Vi sentirete osservato dai suoi occhi a riflessi dorati, sentirete le sue mani fredde infossarsi nella vostra carne. Se avrete acquisito nella vostra vita un minimo di intuito, vi accorgerete che lui non starà pensando a voi, ma a qualcos’altro, la sua amante, l’uscita di una nuova potente auto.
A visita terminata vi abbandonerà e ricupererà la poltrona.
I volti dei cari chiederanno domande silenziose di speranza, ma lui, amimico, guardando il muro bianco, pronuncerà la frase: “Abbiamo perso troppo tempo… cercheremo di recuperarlo”.
E questa frase dividerà tutti i presenti in due fazioni: quelli per il medico curante, increduli al nuovo arrivato, e fedeli a lui e la fazione di quelli contro, che improvvisamente faranno traboccare antichi rancori verso questa figura quanto mai casalinga.
Il ricettario del professore ora compare dalla borsa: è fatto di fogli che sono il doppio di grandezza di quelli del medico della mutua e hanno una decina di righe di attributi del nostro. E’ il momento delle analisi da farsi. Ne sono state fatte a montagne, con regolarità negli ultimi giorni. Non le consulta minimamente. Redige una lunga fila di analisi banali ed altre con sigle sconosciute, che metterebbero a dura prova un analista. Ma l’analista è il suo, di fama e serietà non comuni. Anzi ne scrive l’indirizzo sulla ricetta. Ora tocca alla prescrizione delle medicine salvatrici. Qui la mano autorevole si scatena su omonimi ed altro, compreso gli onnipresenti “lavaggi”, essenziali per le credenze popolari.
Ma è la quantità che fa la sua grandezza. E quanto a questo è imbattibile. Un cesellatore dell’ovvio.  – “Iniziate subito” - ordina e qualcuno strappando la ricetta di mano già scende per le scale a saltelloni. Siamo all’epilogo.
Il nostro si alza, dà un colpo al fondo giacca; sembra togliersi la polvere di dosso accumulatesi nel frattempo.  “Manderò un mio assistente a controllare”. 
Una tossettina richiede il pagamento. “Professore mi dica?” -  Il parente economo si inchina a mo’ di paggio. -“ Facciamo, per voi, quattrocento euro. Per piacere, l’assegno lo intesti alla mia segretaria, la Claretta”.
Avrete ancora il tempo di chiedervi per quale malattia ve ne state andando.
Già, Lui si è dimenticato di dirvelo. Ma lo avrà capito? Ed è a questo punto che l’avvoltoio spiccherà il volo a cerchi larghissimi nel cielo azzurro, intravisto dalla vostra finestra.

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