username o email
password

Ti piace Aphorism?
Segnalaci su Google

Inserisci la tua e-mail per ricevere gli aggiornamenti

Autore

Lucio Paolo Raineri

in archivio dal 23 mar 2007

08 dicembre 1938, Genova

mi descrivo così:
Amo il bello dovunque e comunque

05 giugno 2007

O' passaggio

Intro: Un testo claustrofobico, dai ritmi incalzanti che accompagnano i protagonisti in una discesa misteriosa. Cosa li aspetta in fondo al passaggio?

Il racconto

Marco mi sorride sotto i baffetti da magistrato dell’ottocento. Sento la carne del mio fianco pizzicata dalla sua mano. Intuisco il perché e lo ricambio con un moto di assenso del volto. E’ il cordoncino del tanga di Carla che traspare sotto la tela del jeans. Stiamo camminando in questo cunicolo scavato nel tufo. Lei ci precede di pochi centimetri con un passo agile e sicuro, con scarpe di tela. Il silenzio è perfetto. La luce scende, a tratti, come una lama sulla superficie dei corpi, da piccole feritoie. Il piede intuisce ostacoli e li scarta.

 

- “Attenti a non farvi male, Dottò”-. La voce di Carla è sonora, genera una flebile eco davanti a noi.

- “C’è un poco da camminare, qua sotto, sapete, è giusto che sia così”- Carla ha un profumo che cerco di ricordare. E’ misto ad un odore di sudore, aspro, che le scende al centro della schiena, macchiando la camicetta. Mi accorgo improvvisamente di avere caldo. Faccio un atto volontario di respirazione profonda e avverto una corrente densa che mi scende nei polmoni. Sono claustrofobo e questo budello nero non finisce più. Lo stomaco si fa sentire con uno spasmo: è scattato l’allarme neurovegetativo del mio fisico. La frequenza dei battiti sta aumentando.

- “Carla, ma ce n’è ancora per molto?”- mi esce un tono tra il supplichevole e l’allarmato.

Carla si ferma di colpo e si gira verso di me. Il sorriso accende i tratti perfetti del suo volto. Mi attardo per attimi ad osservarla.  Solo così sono sicuro di dimenticare la mia fobia.

- “Va, fermiamoci, un attimo, dottò, - mi dic e- prendete fiato, sapete l’età! Vedete il vostro amico come è sereno?”- Mente. Guardo Marco e lo vedo, nei tratti del volto, più a disagio di me. Lui sicuramente, data la sua professione, sa di essere in un posto che non gli si confà. Ma la passione per l’antiquariato lo porta a questi estremismi. Infatti, mesi fa, lo avevo rassicurato: - “Quando Carla mi dirà che c’è un passaggio, te lo faccio sapere”- . E Carla era entrata in ambulatorio, ieri mattina, mentre stavo visitando, annunciandomi: “Ci sta nu passaggio”!  Mi aveva lasciato nell’imbarazzo del giudizio del paziente, di fronte a me. Mi chiedevo cosa avrebbe mai potuto pensare a quella frase. Telefonare a Marco, vincere la sua ritrosia, in quanto da una promessa vaga, lo ponevo di fronte alla realtà, e prendere un appuntamento con Carla, ci ha portati, entrambi, qua.

- “Forza, ce la fate. Ora si scende, sono cento gradini e non buoni. Statevi attento, dottò. Il Professore lo vedo più agile di voi. E’ più giovane!”

Non so dove Carla abbia preso una grossa torcia. Indirizza il fascio di luce in un buco nero ai nostri piedi.

- “Venitemi dietro e guardate dove posate il piede”-  Il cunicolo di tufo da orizzontale, ora ha quasi la verticalità di un pozzo.  Scendiamo con la luce della torcia che crea ombre improvvise al nostro piede insicuro. C’è un odore di muffa. Una goccia mi si frantuma sulle lenti. Continua a mancarmi il respiro. Sento il ritmo accelerato nel silenzio.

- “Ma dove cazzo, ci sta portando la tua amica?”- Marco ha cambiato umore. Non so cosa rispondergli, l’esperienza è nuova, anche per me.

- “Marco, sono qui per tua richiesta.” - Il mio tono è affatto amichevole, anche perché tutto il mio fisico, con la supervisione del mio cervello, è ad un passo dal panico.

Dobbiamo avere toccato il fondo. I gradini sono terminati e ritorna l’orizzontalità del cunicolo. Una luce tenue ci annuncia che c’è qualcun altro, oltre noi. L’odore di tabacco mi avverte che si sta fumando. Infatti, un colpo di tosse, secco si sperde lungo le pareti.
- “Siamo arrivati. Vincenzino ci sta aspettando”- Carla ci rassicura, affrettando il passo.

La camera di tufo, una catacomba, non altro può essere, ci appare improvvisamente, svoltando a gomito sulla destra. Una figura elegante, giovanile, in vestito blu, giacca e cravatta, occhiali a mascherina, alla moda, sta in piedi, al lato di un tavolo di legno fradicio e fuma una sigaretta. Sul tavolo, l’apparizione! Due vasi attici mi guardano dall’infinità dei loro anni. Sono stupendi, nella loro eleganza di forma. Quasi due verginee fanciulle, rasentate da una luce di una lampada a petrolio, che fa vibrare le linee di contorno. Intravedo le figure mitologiche, che si disegnano nella penombra. L’uomo in blu è fermo. Forse ha accennato un saluto con un movimento del capo. Ci sta guardando attraverso la maschera oscura dei suoi occhiali. Con la destra ha buttato per terra la sigaretta non terminata. Non la spegne. Resta questa piccola brace rossa nella penombra del pavimento. Quella inusuale vetrina di  museo, nelle viscere della terra,  sembra non legare con persone e luogo. I vasi ci guardano, muti nel loro splendore.  Sembrano esseri umani.

Carla è volta verso di noi. Ora indirizza lo sguardo sull’ipotetico acquirente, Marco. La guardo. I suoi tratti sono perfetti. Si aggiusta la maglietta e il suo seno, non abbondante, ma giovane, affiora.

- “Professore che ne dite? So’ na magnificenza, veramente!”-

Marco non lo vedo, ma lo sento alla mia sinistra in difficoltà, forse vorrebbe fuggire. Ingoia saliva rumorosamente. Non si aspettava questo. Pensava a qualcosa di più piccolo, ad un gingillo, un vasetto da mettere nella sua vetrina. So quello che sta pensando.

Queste due opere d’arte denunciano qualcosa di più delle sue aspettative.

- “Li vulite ? Sono quattro milioni l’uno… fate n’affare”- Carla si è fatta incalzante anche fisicamente. Si è avvicinata a Marco e sembra sfiorarlo con il suo corpo. Non sorride più. L’uomo in blu tace e resta immobile.

Marco sta balbettando.- “Veramente… io... non intendevo questo. Né volevo spendere questa cifra. Pensavo ad un vasetto per la mia collezione”. Carla mi guarda in volto, seria, ammiccante: - “Ma chiste è fesso?” - Le sorrido, imbarazzato e sento che sto entrando in crisi. Avverto un inatteso senso di colpa per tutta questa scena a vuoto, che ho procurato. Incomincio a balbettare scuse.

Una voce sorge dietro Carla. L’uomo in blu emette parole sicure, in perfetto italiano, senza intonazioni dialettali.  E’ estremamente rassicurante nei nostri confronti, quasi benevolo. In quell’antro ha l’aspetto di un oracolo. L’ambiente lo merita. E’ volto verso Marco:

“- … E non vi preoccupate, ve li ho fatti vedere, prima a voi, per rispetto per il dottore. Ma, vedete questi due…domani sera sono a New –York”.

Commenti
Accedi o registrati per lasciare un commento