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Autore

Lucio Paolo Raineri

in archivio dal 23 mar 2007

08 dicembre 1938, Genova

mi descrivo così:
Amo il bello dovunque e comunque

31 luglio 2007

Un orso in Piazza Sanità

Intro: Quanto è bravo il Raineri a raccontarci le sue storie. Ci riporta in una Napoli pittoresca, dimenticata, riscoperta e amata. E poi i suoi personaggi sono speciali, come la mamma protagonista di questo racconto da non perdere.

Il racconto

Il limite tra possibile e impossibile è un solco precario, dettato dalla nostra fantasia.
Ripenso a quella immaginazione sbrigliata della nostra infanzia che ci rendeva tutto magicamente possibile. Il solo baluardo insormontabile era la volontà del genitore… allora, ma oggi, non più.
Il mio ambulatorio in Piazza della Sanità, un piano rialzato, un’unica sala con volte a botte a ridosso di una gemente parete di tufo. Dal 1646 ha difeso, con il suo silenzio, chi vi abitava dalla storia che trascorreva a pochi metri: sovrani e vescovi in visita alla chiesa di S. Maria della Sanità, maestà imperiali di passaggio, per arrampicarsi su per salita Capodimonte con fastosi carri, trainati da affaticati buoi, a raggiungere la Reggia.
Moti popolari, pestilenze, colera, carrette colme di cadaveri verso le grotte delle Fontanelle. Durante i temporali fiumi di pioggia, veri torrenti sassosi, scendevano a valle, la “lava dei vergini” che distruggeva tutto, portando via uomini e cose.
Sotto il pavimento dello studio a pochi metri, le catacombe di S. Gaudioso, misteriosi cunicoli nel tempo. Sino a pochi anni fa un gommista cercava forature in un loculo allagato, nel palazzo affianco. Poi distrusse tutto per un bagno piastrellato. In questo luogo, ora ambulatorio, qualcuno è nato, vissuto nel riverbero dei signori che abitavano ai piani nobili, ed è morto. Le parole, i pianti, le risa, i sospiri sono come polvere impalpabile su queste mura. Sarebbe divenuto, forse, il magazzino di un commerciante del posto se io non gli avessi donato ancora un’occasione di vita… perché vita è quella che vi scorre ogni giorno nelle ore di visita.
Una vita dura, a volte tragica, ma pronta a scoppiare in rumorosa allegria. A volte sono rappresentazioni vere di una commedia popolare a cui si accompagnano applausi.
Anni fa, durante un'epidemia misteriosa che mieteva vittime tra i lattanti, mi venne ad intervistare un reporter di una rivista svizzera. Era reduce da una sanguinosa guerra in Congo e quella pausa, mi disse, per lui aveva i caratteri di un “bizzarro carnevale, un paradiso inatteso”. Non ho mai ritenuto degradante appartenere a questa rappresentazione perché ben conoscevo gli ambulatori asettici e sicuramente al confronto, molto squallidi, in zone più nobili della città. Mi ritengo uno di loro, oramai dopo quarant’anni, e vivo con loro per otto ore al giorno.
Torniamo a quel limite del possibile, di cui parlavo inizialmente per raccontarvi uno dei mille fatti che mi sono accaduti nel tempo. Ero tornato da una vacanza oltre il Circolo Polare. Allorché si valica questo parallelo invisibile nella immensa foresta norvegese, il consumismo è pronto ad accoglierti con i suoi mille articoli: diploma da esploratore, in pergamena, dove una bionda vichinga vi appone il vostro nome ed altre carabattole.
Mi aveva colpito la riproduzione di un’insegna stradale che avevo realmente incontrato lungo la rotabile: un triangolo di pericolo con raffigurato al centro un orso bianco. Su quelle strade, d’inverno, è un incontro ipotizzabile.
Lo acquistai e decisi, in seguito, di metterlo in studio sulla porta che dal mio ambulatorio conduce ad un secondo stanzino con i servizi. Ogni porta, soprattutto se non la si chiude, è uno stimolo di curiosità per i miei piccoli pazienti. Trovai indovinata, dopo aver apposto il cartello sulla porta, la mia frase scherzosa: “Bambini, di là non si può andare, c’è l’orso… vedete il cartello?”.
Concetta Arrichiello era una madre giovane, una ragazzina in jeans e scarpe da ginnastica, una della nuova generazione, per intenderci, spigliata, attenta ai due suoi figlioli: Genni, sei anni e Damiano otto anni, frequentavano la scuola ed erano vestiti con cura. Quel mattino li visitai entrambi.
Avevano scorto il cartello e Genni, il più discolo, si diresse verso la porta, deciso a valicarla. Attendevo quel gesto per sfoderare la mia arma: -“Ragazzo di là non si può andare, c’è l’orso, non vedi il cartello?”
Genni restò per un attimo sconcertato e venne ad abbracciare la madre che stava seduta di fronte a me, mentre scrivevo le ricette. Intuii che parlava sottovoce con lei. Concetta doveva rispondere qualcosa che non riuscivo a decifrare.
Al momento del commiato si alzò e si diresse lentamente ed incerta verso l’uscita. I ragazzi la seguivano sconcertati, guardandomi. Arrivata alla porta Concetta mise la mano sulla maniglia, poi la lasciò e fece un passo indietro voltandosi verso di me.
I nostri occhi si incontrarono. Ci fu una pausa imbarazzante. Il tempo si era fermato. I figli seri, guardavano la madre. Concetta non distolse lo sguardo dai miei occhi e disse: - “Dottò, posso chiedervi una cosa?” -
- “Dimmi Concetta” - risposi non indovinando la sua richiesta.
- “Dottò, potreste far vedere, per un attimo, l’orso ai miei figli?”

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