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in archivio dal 19 gen 2009

Manlio Martorana

26 agosto 1987, Palermo

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  • 17 luglio 2009
    L'essenziale

    Le valigie in questa vita
    sono sempre pronte,
    ce le hanno ammonticchiate
    ad ogni angolo di parete
    nel caso ce ne dimenticassimo,
    nel caso ci balenasse l’idea
    di cambiare le sfumature
    al disegno.

    Le valige in questa vita
    sono sempre pronte,
    te ne accorgi ora che stanno lì,
    a dividere le mie gambe dalle tue,
    a farle marciare inverse.
    Ci sono sempre state,
    e non abbiamo voluto vederle.
     
    Anche tu le prenderai per mano,
    un giorno, 
    annidandoti per le vie del mondo.

    Ma io ti scoverò, amore mio.

    Quando si tratta di te
    so essere testardo.

    Le valigie in questa vita
    sono sempre pronte,
    stanno fisse, verticali,
    smaniose di gettare l’ancora
    al prossimo porto.
    Noi ne dobbiamo sostenere il peso,
    è questo che ci viene chiesto,
    è questo che si deve fare.

    Ma io ti scoverò, amore mio.

    Quando si tratta di te,
    si tratta dell’essenziale. 

     
  • 17 luglio 2009
    Posti riservati

    Ho in serbo per te
    la sponda gaia delle cose,
    lo spettacolo della vita
    riservato agli innamorati.

    Saremo due cuori in prima fila.

    In meraviglia muterà ogni bruttura,
    che sia la tenebra più minacciosa
    o il più spietato criminale.

    Ho in serbo per te
    la sponda gaia delle cose,
    campi sterminati di poesie
    e lettere d'amore.

    Per ogni uomo sulla terra
    la cima del tuo cuore
    è fatica da sudare;
    tu mi ci hai portato
    imboccandomi scorciatoie;

    saprò essere all'altezza
    di così tanta fortuna?

    Alla fine di questi versi
    volgerò un altro soffio
    al fuoco del tuo camino,

    e scaldàti,
    ci addormenteremo.

     

     
  • 17 luglio 2009
    Fortuna

    Il nome che porto
    per diversi anni ho odiato.
    Della vita ho preferito
    il tempo in cui era lecito
    versare il vino
    sul bicchiere sbagliato.

    Sono stato il bambino felice
    e il bambino lamentoso,
    ho avuto sempre sufficiente udito
    per sentire certi cuori
    battere per me a intervalli regolari.

    Dell’amore ho preferito
    i baci inaspettati,
    li ho avuti,
    li ho dati.

    Sono stato il figlio ingrato
    e il figlio premuroso,
    ho avuto sempre sufficiente gioia
    per fare sogni pieni di colore,
    ho avuto sempre sufficiente tempo
    per vederne la fine.

    C’è ancora molto da sudare
    per dirmi cresciuto,

    e mille vite per ripagare
    la fortuna
    di potermi dire amato.

     
  • 17 luglio 2009
    L'abbandono

    Abbocato all'amo a batter le pinne,
    capita, mi dico,
    come a voler alleviare lo strazio:
    uscire da me stesso, -
    diventare la scogliera
    che argina il mare,
    la cernia, la murena, la spigola,
    l'anguilla, qualunque creatura
    di questi abbissi -
    rivolgermi lo sguardo: non basta.
    Ti ho dispersa nelle salmastre,
    ti ho cercata nelle dolci, nelle salate,
    non ti ho scovata.
    Nell'abbandono mi sono trovato.
    Il mio carico di baci lo tengo in serbo,
    in caso di ritorno.

     
  • 17 luglio 2009
    Quello che eravamo

    Eravamo occhi meravigliati
    di fronte a qualsiasi cosa,
    suole consumate dalla voglia
    di arrivare in prima linea
    sull’emozione.

    Avevamo mille domande sul cuore,
    ma poche armi a disposizione
    per scolpire le mura del dubbio,
    il mistero delle donne,
    l’avvenire.

    Eravamo stupori perpetui
    sul ciglio di una montagna,
    corpi immersi nel torpore
    e l’aria triste di chi sogna
    troppo forte.

    Eravamo scoppi di risate,
    fuochi d’artificio nella notte,
    ladri di un magico istante
    custodito in cassaforte,
    immortalato in una foto.

    Eravamo fragili fiducie,
    confessori di segreti,
    quelli a cui bastava una birra
    bevuta insieme
    per essere felici.

    Eravamo amici.

     
  • 30 giugno 2009
    Poesia del Bambino

    Com'è triste guardare
    l'allungarsi del bambino,
    da brioso, a poco a poco, riflessivo.
    I giochi abbandonati
    nell' eternità d' una soffitta,
    e la polvere, che come i vermi
    sui cadaveri li monta.
    Com'è triste il bambino
    che s'accresce frettoloso,
    gli occhi si riducono
    di pari passo allo stupore,
    le ginocchia sbucciate
    si fanno crosta, orma nell'oblìo,
    ricordo smarrito.
    Com'è triste il tempo
    che dà malizia ad ogni dito,
    che la notte s'accuccia
    sulle camerette del cosmo
    e saccheggia l'incanto
    per un batuffolo di neve,
    per la delizia d'un candito.
    Com'è triste il bambino
    che è cresciuto.

     
  • 30 giugno 2009
    Attitudini

    Alla parte preferisco l'insieme,
    al singolo il mucchio, la folla,
    il gruppo, la moltitudine.
    Al frammento l'intero.
    All'eroe solitario la banda,
    la brigata, la squadra, il reparto.
    All'io il noi.
    Al monologo la conversazione.
    Il plurale al singolare.
    Chi, come me, preferisce questo
    ha un attitudine:
    la solitudine.

     
  • 30 giugno 2009
    Non puoi dirmi ti amo

    Non puoi dirmi "ti amo",
    caveresti un cane randagio
    dalla strada,
    non sono pronto
    ai parquet profumati di nuovo,
    non ancora.
    Non puoi dirmi "ti amo",
    prometteresti balocchi colorati
    ad un bambino,
    non sono pronto
    a scartare pacchi d'indumenti.
    Sappi che un "ti amo"
    è un colpo di pistola,
    t' inonderei del mio sangue a fiotti,
    e schianterei.
    Non basterebbero soccorsi
    e tamponi di seta,
    dopo un "ti amo"
    non si può mai
    tornare in vita.

     
  • 30 giugno 2009
    Le ragioni di una veglia

    Un pianoforte suona
    lieve
    nella notte,
    pare carezzarci
    la pelle,
    sfiorarci le bocche.
    Io so che potrei
    ascoltarlo in eterno,
    come so
    che potrei guardarti
    che dormi
    fino alla morte.

    Sì,
    consumerei la mia vita
    in questo
    groviglio di lenzuola,
    e se solo
    potessi vederti
    come ti vedono
    i miei occhi ora,
    capiresti della mia veglia
    ogni
    singola
    ragione.

    Tenendo per mano
    una candela
    accesa,
    potrei
    calpestare in eterno
    il dolce scompiglio
    di questa casa,
    abbracciare al mattino
    l'arrivo del sole.

    Spalancherò le finestre,
    così che
    indiscreto
    ci possa sbirciare.

     
  • 12 marzo 2009
    Amore in bilico

    Sono stato io,
    il candelabro dei tuoi giorni bui,
    luminoso nel buio,
    ho partorito la luce
    spargendo ombre sulle pareti.
    Sono stato io,
    i tuoi appartamenti vuoti ho arredato
    con la cura che mi chiedevi,
    di variopinte sfumature ho imbrattato il grigiore
    delle tue ansie,
    dimenticando di chiederti quale fosse
    il tuo colore preferito.
    Hai stracciato le mie vesti, io le tue,
    il tempo ha stracciato noi,
    nel mezzo di un ponte cigolante
    aspettiamo che il destino
    ci dia un segno.
    Sono stato io, ma non serve più
    attribuirsi colpe,
    ho promesso di rifarti mia
    a qualunque prezzo, a qualunque ora,
    nelle stesse stanze che un tempo
    sapevamo come riempire.

     
  • 19 gennaio 2009
    Quando ero una metà

    Io ero una metà,
    la metà di qualunque cosa del mondo.
    ero una canzone da ultimare,
    un biglietto seppellito dalla polvere,
    una storia incompiuta.

    Aveva i lineamenti incerti
    e il passo lento d'una tartaruga,
    quattro lacrime in tasca nel caso mi perdessi,
    e il timore d'un bacio sbagliato,
    d'una carezza di troppo.

    Io ero una metà,
    ero la paura del mare e delle sue onde,
    gli occhi dubbiosi di fronte al sangue,
    il pianto della sera prima di dormire,
    l'agitarmi tra le lenzuola.

    Io ero una metà,
    la metà di qualunque cosa del mondo,
    inconsapevole che un bacio
    avesse la forza di completare l'anima
    e di custodirla gelosamente.

     
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  • 18 gennaio 2010
    La ragazza alta

    Come comincia: Andrà tutto bene. Le parole di tuo padre continuano a frullarti nella testa. Ti sforzi di credere che siano vere, ma non ci riesci. Nella sua voce hai sentito solo paura. La stessa paura che provi tu. Fin da quando la nave ha preso ad allontanarsi dal molo, senti il cuore agitarsi impazzito dentro il petto. Fai lunghi respiri per calmarlo, ma non basta. Guardi la gente intorno a te e ti sembra che sia felice. I bambini più di tutti. Si rincorrono sorridenti e fanno un gran baccano. Alcuni rivolgono uno sguardo tenero e incantato verso il mare, sembra quasi che lo vedano per la prima volta. Ti piacerebbe tornare ad essere un bambino. Crescere non è affatto divertente. Succedono cose molto strane. I peli iniziano a sbucare da ogni dove, ricci e bitorzoluti, e negli ultimi tempi ti è capitato di svegliarti con un impiastro bianco e denso a sgocciolare tra le gambe. Non è divertente. I bambini hanno la fortuna di non capire. Ecco. Ecco cosa vorresti più d’ogni altra cosa. Vorresti non capire. Avresti creduto alle parole di tuo padre, se fossi stato un bambino. E quel sorriso ti sarebbe sembrato quello che tuo padre voleva ti sembrasse: un sorriso di conforto. Il guaio del crescere è proprio questo, che ti accorgi di tutto, anche di quelle cose che sarebbe meglio restassero un mistero. Andrà tutto bene, ti ha detto, e tu non gli credi. Hai capito che in realtà non lo sapeva neppure lui come sarebbe andata, e allora sei venuto qua fuori e hai pianto, senza che lui ti vedesse. Gli avresti spezzato il cuore, se ti fossi lasciato vedere. I bambini continuano a rincorrersi. Talvolta si fermano, scalmanati, recuperano il fiato. Un bambino non si sarebbe lasciato intimorire da una nuova città, dal fatto di avere dei nuovi compagni di scuola. Tu invece te la fai addosso. E ogni tanto chiudi gli occhi e t’immagini che la nave cambi rotta e ritorni indietro. Un altro guaio del crescere è che cominci ad avere un mondo interiore tutto tuo, un mondo talmente strano da non poterlo condividere con nessuno. Hai paura anche di questo, perché sei convinto che i tuoi coetanei ti prenderebbero per matto se solo sapessero le cose che pensi. Cominci a sentire freddo. Ti fai largo tra la gente per rientrare da tuo padre. Poi vedi qualcosa che ti è familiare, un qualcosa di già visto e rivisto mille volte. Una ragazza. Una ragazza alta. E allora cominci a far vivere il tuo mondo interiore. E rimugini silenzioso sul fatto che le ragazze alte hanno qualcosa in più, un’imponenza che fa sprofondare chi le guarda in un oceano di soggezione. Questa poi, ha un’aria davvero solenne. Guarda il mare mentre il vento le scuote i lunghi capelli biondi e crespi, ma in realtà, tutto questo, pensi non sia altro che un’impressione. In realtà, per come la vedi tu, è il mare a guardare la ragazza. Stessa cosa vorresti dire per le spume bianche. Pensano tutti che a generarle sia il passaggio della nave, ma non è così. È la ragazza la vera artefice: un po’ come se quelle effervescenze fossero il solo segno tangibile che il mare abbia in dote per comunicarle che si è innamorato di lei. Ecco. Ecco un esempio del tuo mondo interiore. Ti dici di avere solo dodici anni, di non poter fare certi ragionamenti. E ti senti triste, destinato ad accumulare questi pensieri nel cervello, convinto che un giorno o l’altro scoppierà e che tu morirai. Per l’ennesima volta, ti chiedi con chi potresti condividere queste impressioni e concludi di non avere molta scelta. Questa storia della ragazza alta, ad esempio: se la riferissi a tuo padre, sei sicuro che ti guarderebbe comprensivo, non escludi che potrebbe arrischiarsi a dirti che il tuo è un discorso straordinariamente intenso e profondo… ma poi, alla prima occasione, racconterebbe a qualcuno la sua inquietudine, sottovoce, e considererebbe l’idea di farti vedere da uno in gamba, il migliore sulla piazza, possibilmente. Non lo biasimi. Se c’è uno da biasimare, pensi che quello sei certamente tu. E comunque, sempre riguardo alla condivisione, i tuoi amici, per quello che ne sai, avrebbero reagito ancora peggio. Avresti rischiato lo sberleffo della scuola intera, personale non docente compreso, per quello che ne sai. Non ti lamenti, comunque. Non sei uno di quegli adolescenti che per manifestare il loro disagio si mettono a dare spettacolo tagliandosi le vene ai polsi o ingolfandosi la gola di psicofarmaci. Non rientra nel tuo stile, se mai un ragazzino di dodici anni possa avere già un suo stile. E poi credi che tutti, più o meno, abbiano una propria interiorità da tenere custodita. Per cui no, pensi che sarebbe inutile farne una tragedia. Inutile e dannoso.
    La ragazza alta dai capelli lunghi e biondi e crespi che mette soggezione e che ha già rapito il cuore dell’oceano, ora cammina, con passo lento. La testa bassa. Una mano a scostare una ciocca di capelli dagli occhi. Ti pare proprio di conoscerla. Ha un’aria così familiare! Devi ammetterlo: ti senti come non potessi più fare a meno di guardarla. Non sapresti dire precisamente, ma è come se il solo fatto di guardarla ti mettesse pace addosso. Ecco un’altra di quelle cose che sarebbe preferibile tenere sotto chiave. Ti ripeti che farne una tragedia sarebbe inutile e dannoso. Ma adesso hai come un’illuminazione. Tutta questa interiorità inespressa, ora che ti viene in mente, non si limita soltanto ad imbottire il cervello col rischio che questo salti per aria. No. Ancora di più, per quello che ne sai, contribuisce a determinare quella spregevole sensazione con la quale non hai ancora imparato a convivere, quella sensazione alla quale sei certo che non ti abituerai mai: parli di questo fatto di sentirti solo. Sei confuso. Perché sai che questa sensazione, nella realtà concreta delle cose, non ha nessuna ragione d’esistere: hai un padre affettuoso, un abbondante numero di amici con i quali hai trascorso momenti allegri e importanti, un cane randagio a cui hai portato i rimasugli delle tue cene, un vecchio vicino di casa che ti ha preso a cuore e ti ha consigliato un mucchio di libri da leggere per le vacanze estive; non c’è davvero nessuna ragione di sentirti solo. Eppure, continui a pensare che potresti conoscere e diventare amico di ogni essere vivente su questa terra che continueresti a sentirti solo sempre e comunque. Vorresti piangere ancora, come dopo le parole di tuo padre. Sei certo che l’unica soluzione sarebbe trovare qualcuno a cui poter dire senza vergogna una cosa tipo: “Adesso devo seguire quella ragazza alta eccetera perché quella lì, non so come, mi mette pace addosso”. Allora sì che questa spregevole sensazione di solitudine si attenuerebbe. In fondo non credi di chiedere molto. Ti basterebbe un cervello che riesca a recepire certe tue follie come cose normali e che - perché no? - te ne fornisca altrettante, così che possa sentirti simile a qualcuno, un tipo comune, uno come gli altri. Andrà tutto bene. Le parole di tuo padre fanno un breve giro e ritornano alla tua mente, come una manciata di mosche dispettose. I bambini hanno smesso di giocare. Alcuni piagnucolano per richiamare l’attenzione dei genitori. Ti scopri invidioso. Ti viene voglia di squartarne uno e scippargli il cervello. Sarebbe fantastico avere il cervello d’un bambino. Riusciresti a convivere col tuo mondo interiore senza provarne vergogna, crederesti alle parole di tuo padre, eviteresti di congetturare sulla ragazza alta. Ti guardi intorno e non la vedi più. Il cielo si è fatto scuro e pieno di nubi grigie e bitorzolute. I passeggeri della nave rientrano spintonandosi, come se il cielo che diventa scuro e un improvviso acquazzone fossero diventati la medesima cosa. La voce di tuo padre ti chiama e ti dice di rientrare, ma fai finta di non sentirlo. Per qualche strana ragione sei convinto che la ragazza sia rimasta fuori. Hai bisogno di trovarla. Raggiungi la poppa della nave e la trovi lì. Rivolge lo sguardo all’oceano sotto di lei, e a quelle spume, come volesse farsi desiderare ancora un po’. Un tuono improvviso illumina il cielo per un istante. Ecco l’acquazzone, stavolta è arrivato per davvero. Te ne stai sotto la pioggia, fradicio, a guardare la ragazza alta che adesso si volta. Lei non si è ancora bagnata, com’è normale che sia. La pioggia le cade addosso, ma lei non si bagna, rimane asciutta. Il viso, i capelli, il cappotto nero nel quale è avvolta, tutto resta integro.
    “Vorrei essere come te”, le dici.
    “Ma tu sei me”, ti risponde.
    E allora sussurri che lo sai e continui a bagnarti. E intorno a te ci sono i tuoni, la ragazza alta, la voce di tuo padre che ti chiama, e ci sei tu, tu che ti senti così solo. Chiudi gli occhi. Andrà tutto bene, dici.
    Andrà tutto bene.