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Marcello A.

in archivio dal 09 lug 2011

Lecce

09 luglio 2011 alle ore 17:18

D.

Intro: racconto scritto qualche anno fa, necessiterebbe di una revisione o quantomeno di una rilettura, pie illusioni in questo momento di inerzia esistenziale.

Il racconto

Ore 12:34, giovedi credo. Non ho voglia di controllare. Questa stupida idea di appuntare i miei pensieri si sta rivelando una seccatura. Inizialmente poteva sembrare un buon modo per passare il tempo, ma forse sottovalutavo il fastidio che danno gli ordini imposti dall’alto. Quello che so, e questo sembra essere una cosa apprezzata, è che sono consapevole che è “per il mio bene”.
Cazzo, vorrei conoscere qualcuno che usa questa locuzione senza virgolettarla, nella sua forma pura, convinto del valore di quelle quattro parole collocate ordinatamente una dietro l’altra.
Certo, fare le cose controvoglia, odiarsi per il modo succube con cui si risponde ‘presente’ agli ordini, cazzo se non si fa per il proprio bene!
Comunque quello che qui sembra certo è che ho un problema.
Da qualche parte ho letto che il solo ammetterlo vuol dire già trovarsi a metà del percorso di guarigione.
Già, vallo a dire a chi ha un cancro.
Ecco, forse l’unico risvolto positivo della mia condizione è che il mio sarcasmo è arrivato quasi a livello dei peggiori professionisti della satira.
Per oggi basta, la mano continua a tremarmi, e per fortuna questo non ha ripercussione su materiale scritto al computer.
Però basta a contrariarmi.

Ore 15:52, venerdi credo, se ieri era davvero giovedi. Come ieri, non ho voglia di verificarlo. Oggi scriverò poco perché la mano destra è fuori uso. Non potevo certo immaginare che non sarebbe uscita indenne da un pugno sferrato contro una scrivania di mogano.
Resistente il mogano.
Ecco perché ci fanno le chitarre.
Comunque, non ho trovato quello che cercavo, ed il modo migliore che ho trovato per sfogare la rabbia è stato questo.
Si vede che la droga ti mangia i neuroni.
E ora, fanculo, non posso neppure suonare.
Devo trovare la lettera, non posso abbandonarmi all’idea di averla persa. Non è giusto, cazzo, tra tutte le maledette cose che possono benissimo andare a farsi fottere, non la sua lettera.
Cazzo.

Ore 13:32. Come sto? bene, grazie, dell’interessamento.
Quello? Si, è il mio vomito. Si, vi ho detto che sto bene, no, deve essere qualcosa che ho mangiato, ma no, figurati se l’eroina ti fa vomitare. Le occhiaie? È che ultimamente ho difficoltà a prendere sonno. No, ho già provato, la valeriana non funziona.
Comunque grazie per i preziosi consigli.
Imprescindibili.
Ora, se non vi dispiace, provo a tirare fuori il mio nuovo capolavoro dalla cara vecchia Martin a 5 corde (indovinato, il mi cantino ha detto ciao ed in queste condizioni non immagino come potrei sostituirlo).

Ore 23:49. Ogni mattina è sempre peggio. Ogni maledetta mattina, puntuale senza saltare mai un appuntamento, la Fame arriva, mi prende allo stomaco. Mi azzanna, mi trascina via.
Ormai faccio sempre più fatica a raggiungere il bagno.
Faccio ancora più fatica a guardarmi negli occhi, per quell’attimo che mi separa dalla mia dose.
Per il resto, non faccio altro che guardarmi le scarpe. Shoegazing, lo chiamerebbero alcuni, ma per tutt’altro motivo.
Disgusto il mio riflesso, è sempre lui il primo a distogliere lo sguardo, a lasciarmi qui nel mondo reale.
Ma senza, non ce la faccio.
Senza, non riesco nemmeno a provare disgusto per me stesso.
È uno stato simbiotico a tutti gli effetti.
Io sono Lei, e Lei è me.

Ore 10:04. Oggi. Ho composto un nuovo pezzo, stamattina, tra i fogli sparsi per terra e i miei liquidi organici. È paradossale che sia ancora a scrivere, che nonostante tutto questo vecchio pc tenga duro, ed io con lui. Sarà l’umana voglia di lasciare un segno, anche a costo di ridurlo a patetico resoconto dell’agonia di un individuo.

Ore 11:28. L’alone rosso intorno alla mia iride non accenna a scomparire.
La mia preoccupazione aumenta col passare dei giorni.
La sclera è oramai per la maggior parte rossa.
Non si riconoscono più le vene, non ci sono più quella sorta di sentieri di montagna definiti che vanno dall’estremo dell’occhio verso la pupilla, no, c’è un rossore diffuso, un albeggiare che avvolge l’azzurro del mio occhio.
Una volta da qualche parte ho letto che solo osservando attentamente l’occhio si potevano individuare le malattie e le disfunzioni dell’intero organismo.
Ci sono persone specializzate in questo, diceva l’articolo.
La loro visita consisteva nell’osservare l’occhio.
Punto.
Niente misurazioni, niente controllo dei riflessi, niente paletta sulla lingua.
L’occhio è lo specchio dell’anima? Se per anima intendiamo il complesso psicofisiologico, forse non siamo lontani da una verità.

Ore 04:38. Ah ah ah.
Fanculo il clichè della rockstar.
Sembrava tutto così figo, no?
Avrei potuto farmi un tatuaggio, invece.
Fare da testimonial per qualche marca di occhiali da sole.
No, io no.
Volevo andare più a fondo.
Ed è esattamente dove mi trovo ora.

Ore 23:04. Oggi. Sto svanendo. Scompaio poco a poco da questo piano della realtà. Ho smesso ormai da tempo di fare nuovi buchi alla cinta. Non c’è motivo di temere di fare brutte figure con i pantaloni a penzoloni.
Anche perché, passando la maggior parte del mio tempo steso (buttato, direbbero alcuni) in terra, non si nota nemmeno.
L’unica persona con cui posso fare brutta figura è me stesso, ed io non sono solito giudicare dalle apparenze. E poi, non immagino come potrei provare più disgusto per me stesso di quanto ne provi adesso.
Comunque, mi sto dilungando.
Come dicevo, ho composto un nuovo pezzo.
La chiusura di accordi sul do non mi convince ancora, rende il giro un po’ melenso e molto banale, ce ne sono milioni così, nel 2008 non si può chiudere un giro sul do a cuor leggero.
Pensavo ad un do diminuito.
Si, appena avrò la forza, scivolerò verso la chitarra e proverò.
Ottimo.

Ore 05:11. oggi diventa ieri e domani oggi. Le sinapsi fanno sempre più fatica a far muovere questo corpo macilento. Il loro continuo lavoro non sembra premiato da risultati soddisfacenti.
Maledizione.
Ormai sono un attaccapanni sul quale qualcuno ha steso una pelle umana.
Un fantasma.
Sto svanendo.
I muscoli mi abbandonano.
Grassi lipidi e carboidrati bruciano in questo sabba malefico.
Le fibre nervose battono in ritirata.
La necrosi mi mangia, le piaghe giocano a risiko su di me conquistando i loro territori e conficcando bandierine verdi e gialle nella pelle, i miei dotti lacrimali sono incrostati.
Perfino la melanina sembra non sopportarmi più.
Bianco pallido
Spettrale
Sono un fantasma.
Comprendo di essere niente.

Dicono che in questi casi bisogna trovare qualcosa alla quale aggrapparsi.
Meglio ancora, qualcuno.
(dov’è la lettera?)
Bè, io ce l’avevo, un’àncora.
Prima, quando tutto ciò non sembrava possibile, avevo una bussola.
(dove cazzo sarà finita?)
Avevo la mia costante.
Un tempo.
(maledizione.)
Silenzio.
Dissolvenza sul bianco.

Ore 6:08
Odio rileggere le penose cazzate che scrivo quando sono un po’ depresso.
Compiangersi è troppo semplice.

Ore 12:34. Provo ancora una volta il pezzo.
Inizia con un arpeggio stucchevole che mi convince sempre meno.
E vabbè, lo elimineranno in fase di missaggio.
La canzone è scarna, ridotta all’osso.
Come potrebbe essere diversamente?
È mia figlia, ha seguito il mio percorso di scarnificazione.
È il mio specchio.
Pelle e ossa.
Voce e chitarra.
Via tutti gli orpelli, tutti gli abbellimenti.
Via la coda strumentale.
Solo la sostanza.
Un solo giro prima di far entrare la voce.
Giusto per avere qualche secondo in più per coordinarmi.
Tipico pezzo in chiusura dell’album, classico momento per tirare fuori gli accendini, melodia zuccherosa e braccia intorno alle spalle di qualcun altro, silenzio assoluto tra la folla, tanto da poter sentire il rumore che produce il plettro, il suo leggero grattugìo.

Ore 5:21. Le contorsioni di breadcrumb trail mi avvolgono.
La mia mente è in uno stato alterato, è come la batteria di un’automobile che si sta esaurendo.
Sono in posizione fetale, steso sul fianco destro.
Vedo i miei capelli disperdersi sul pavimento.
Mi sento come una radio che fa un falso contatto.
Le sinapsi scaricano a vuoto, solo brevi e radi lampi, nessun messaggio.
Sparano a salve.
Segnali morse senza alcun significato.
Le chitarre, seccate dalle registrazioni albiniane, descrivono realtà allucinanti.
Gli occhi mi si chiudono, la mia posizione fetale si estremizza, sono ancora più contratto in me stesso, le ginocchia che quasi toccano la fronte.
Sembra che gli Slint stiano suonando nella stanza accanto.
Sin da quando ho iniziato ad ascoltare musica, ho notato un fenomeno particolare: in stato di dormiveglia, vedevo i suoni prendere vita, riuscivo a percepire qualcosa al di là della mera melodia, dinnanzi a me si dipanava una trama, una storia, la storia nascosta dietro quei suoni.
La comunicazione non verbale è uno strumento potentissimo.
È sull’interpretazione che i dibattiti possono farsi accesi.
Mi sono sempre chiesto da cosa dipenda, perché questa visione si realizzi nel pre-sonno.
Mah, saranno le onde theta.
Cazzo, il suono che tira fuori Albini da un gruppo è la cosa più vicina a quello che sente l’orecchio umano in una stanza insieme alla sacra triade chitarra-basso-batteria.
Dovevo chiedere di farmi produrre da lui.

Ore 19:25. Sono distaccato dalle cose, non provo empatia o qualsiasi forma di emozione che abbia a che fare con la percezione dei sentimenti altrui.
Sono diventato cinico e arido, prima ancora che l’avanzare dell’età mi giustifichi in questo.
L’offesa che la vita mi reca ogni giorno l’ho più che cercata.

che ore sono? La sua lettera, ecco cosa mi rimane.
Non è un’ancora, non è nemmeno una zavorra che rallenti l’ineluttabile deriva.
È però l’ultimo segno tangibile, l’ultima materializzazione del bene che qualcuno ha provato per me.
Sai, chiunque tu sia, la cosa buffa della scrittura è che lascia una traccia, una traccia indelebile, rende immortale il momento, e per certi versi è innaturale.
La scrittura fissa qualcosa di mutevole come il pensiero, portando all’equivoco che quello che uno scrive rispecchi un pensiero che si conserva uguale a se stesso per sempre.
Ecco, è come scattare una foto ad un cavallo che corre: la foto ti dà l’esatta posizione, l’esatto gesto, la precisa collocazione spaziale, ma non dà il movimento, il fluire, lo scorrere.
La foto è l’inganno, perché ferma qualcosa che in realtà è in movimento, perché è contro il naturale svolgersi dell’esistenza che ci si fermi in certe posizioni, che ci si fermi mentre si sta correndo, e si mantenga quella posizione.
Difficilmente si pensa a qualcosa di scritto come dettato dal fugace sentimento che in quel momento guida la mano.
E quindi scrivere cose forti, usare parole come amore, sentimento, unico, pelle, bacio, sempre, diventa pericoloso. Pericoloso perché le parole si dimenticano, mentre ciò che è scritto rimane, e se si dimentica lo si può rivedere, o peggio ancora, non si può evitare di rivederlo.
La responsabilità della parola scritta è enorme, ma nessuno sembra assumersela seriamente.

Ore 4:06. Nell’ultimo libro che ho letto(e qui l’ironia è che ultimo molto probabilmente significa ultimo) c’era una dedica che mi ha molto colpito. Non ricordo esattamente le parole, ed ora come ora non saprei nemmeno dove si trova il libro per trascriverle fedelmente.
Diceva più o meno “questo libro è dedicato ai miei compagni di viaggio, che sono stati puniti troppo severamente per ciò che hanno compiuto”.
Ecco, io non mi sento così, non mi sento di giustificarmi, però quest’immagine mi rassicura, mi riscalda.
Di certo la punizione per volersi divertire non può essere la cancellazione dell’esistenza, no, è un piano diverso, è uno scotto troppo grande, non puoi cancellare il quadro completo per un frammento che non ti piace.
Avrò peccato di ubris, questo è certo, e si sa che la giuria delle divinità greche non è clemente.

Ore 7:32. Ho progressivamente perduto la velocità di esecuzione sulla chitarra, conseguenza di un più generale ottundamento dei sensi, di un progressivo deperimento somatico.
Ci deve essere un ingorgo sulla strada che porta le informazioni dal mio cervello al corpo.

Ore 01:39. Mi sento come il soffitto di una chiesa bombardata.

Ore 03:12. Ho…ho questa immagine.
Questa immagine di me che corro sulla spiaggia, su una spiaggia qualsiasi.
È fuori stagione, il vento è molto forte, fa freddo, le onde sono alte, è tutto sbagliato.
Non può essere un ricordo perché non è in soggettiva, io riesco a vedermi, a vedere il me stesso di molti anni ed una vita fa, che corre.
Mi accorgo, osservandomi bene, che non sto semplicemente correndo, sto più esattamente correndo via da qualcosa, scappando.
Qualcuno mi insegue.
Le orme in terra diventano più profonde, il piede calca di più, produce più spinta verso il basso per riceverne in cambio di più verso l’alto.
Secondo principio della termodinamica, no?
Che sia una metafora che il mio cervello mi suggerisce, un elegante modo di vedere le cose?

Ore 12:38. Il mondo sta finendo. Ognuno legge i segnali a suo modo, nel modo a lui più consono. Ognuno interpreta i segni come vuole, i segni esteriori, i segni sul proprio corpo, le vene gonfie e le occhiaie. Ho sempre creduto che non ci sarà una fine, non ci sarà l’apocalisse, ma ognuno, nel suo piccolo, vivrà la sua: il mondo sta sempre per finire, per qualcuno.
Quando ero più piccolo, le storie dell’Apocalisse mi terrorizzavano, la fine del mondo mi faceva paura, il Giudizio mi spaventava, mi seguiva col suo enorme occhio, proiettando la sua ombra assoluta su di me.
Ora che sono cresciuto, ora che ho accumulato molte più esperienze, rimpianti e delusioni, sono giunto alla conclusione che immaginare la fine del mondo non è altro che l’estremo atto di razionalizzazione della propria singola fine da parte dell’uomo.
L’apocalisse non esiste, non ci sarà. Vi sono, invece, le piccole apocalissi domestiche, quelle che ogni secondo si svolgono da qualche parte nel mondo. Ogni istante assistiamo impotenti o inconsapevoli al collasso di interi mondi, di interi universi contenuti in un essere umano, alla distruzione della sua esistenza.
“muoia Sansone con tutti i filistei”, ovvero, la mia morte non porterà via solo me, ma lascerà un grande segno.
Come se questo palcoscenico chiamato mondo potesse concedere a ciascuno di noi singolarmente i suoi 15 minuti di fama.
E chi siamo noi per togliere a ciascuno la propria illusione?

Ore 17:09. Oggi ho distrutto tutti i vinili che ho trovato in bagno.
Si, ho dei vinili in bagno.
Si, ne ho abbastanza perché l’operazione sia durata diverso tempo, tenendomi occupato il pomeriggio.
Il tempo vola quando fai qualcosa di piacevole.
E, secondo me, nell’uomo l’istinto di creare si alterna scientificamente a quello di distruggere.
È il ciclo della vita, azione e reazione, creazione e distruzione, quelle stronzate che hanno permesso la vita sulla terra.
Omeostasi, la chiamano alcuni.
Karma, dicono altri.
Siamo la muffa accumulatasi su un frammento di un masso di dimensioni infinite che è esploso.
L’esplosione, per i ritmi e le dimensioni dell’universo, è appena avvenuta, e tutt’ora i frammenti si stanno allontanando, le schegge di universo spinte da questa forza centrifuga stanno fuggendo via.
È come immaginare che nel tiro al piattello, nel momento in cui colpiamo quello schifoso piatto rosa, sui suoi frammenti che si allontanano, esseri infinitamente piccoli si evolvano, si sviluppino e diano vita a civiltà, che combattano, costruiscano, si uccidano, distruggano, ricostruiscano e ridistruggano, e tutto questo mentre i pezzi devono ancora iniziare la fase di ricaduta sul prato.
Prima ancora che entri in azione la forza di gravità ed i frammenti si muovano verso il basso, la nostra civiltà di germi infinitesimali forse si sarà già estinta.
In quest’ottica, chi se ne importa di nulla?
Come potremmo preoccuparci o angosciarci di qualcosa che ha a che fare con la nostra vita, col nostro mondo, se le cose stanno così?
In questi brevissimi istanti dopo l’esplosione, siamo riusciti a porci domande esistenziali la cui unica risposta è consistita nella creazione di dio, questo ricettacolo di domande irrisolte a cui è stato dato uno stesso impenetrabile perché.
Mio dio.
Ecco qui che ritorna la formazione cattolica, il plagio, il marchio con cui veniamo cresciuti, ecco che torna a galla il bagaglio di conoscenze che ci trasmettiamo di essere umano in essere umano e di generazione in generazione.
Le nostre conoscenza mai verificate, tutto ciò che diamo per scontato.
Ma è per comodità, è per l’evoluzione della specie.
Non basterebbe una vita intera a verificare empiricamente tutte le conoscenze trasmesseci dai nostri antecedenti.
Ed ecco che allora è più facile accettare supinamente quello che ci viene detto e insegnato.
Ecco che siamo in un periodo storico in cui la terra è rotonda e quindi noi così crediamo vadano le cose.
Nel medioevo le convinzioni erano diverse, ma era con lo stesso vigore e la stessa cieca fiducia che la gente si abbandonava a queste credenze, le difendeva, era pronta a morire per esse.
Per tal motivo, è assai ingiusto definire ignoranti o stupidi gli antichi.
Anche noi, per i posteri, saremo “gli antichi”.
Anche noi, ai loro occhi, risulteremo stupidi, gretti, chiusi, ciechi.
Chissà cosa scopriranno nel futuro, chissà quale caposaldo della nostra civiltà verrà rimesso in gioco, chissà cosa distruggeranno della nostra scienza, della nostra vita.
Apro gli occhi.
Ci metto un po’ per abituarmi alla forte luce che entra dalla finestra, per un momento rimango abbacinato da tutta questa energia sotto forma di bagliore, da questo bianco lattiginoso che mi avvolge.
Volgo una mano verso la fonte di questa inondazione, vedo il mio arto in controluce e mi sembra quello di un estraneo, di un alieno, magro e smunto, le vene in evidenza, il bracciale grottescamente più largo, farebbe ridere se non fosse drammatico.
Sono l’unico spettatore di questa scena, di questa soggettiva in controluce, di questa metaforica lotta della larva notturna contro i raggi del sole.
Abbasso il braccio.
Non ho più la forza di tenerlo teso troppo a lungo.
Volgo la testa nella direzione opposta alla finestra.
Vedo la mia ombra coricata proiettata sul muro.
Vedo il mio profilo, il mio contorno.
Non vedo i miei occhi, la mia bocca.
Non so se sono sveglio, se sto sorridendo, se piango.
Vedo il contorno, non il contenuto.
Mi sposto di nuovo, la schiena sul materasso, e guardo il soffitto.
Il mio vecchio e fedele amico, il soffitto.
Sempre lì, non mi abbandona mai, mi protegge e veglia su di me.

Ore 16:42. Che senso avrebbe tradire l’ispirazione originale solo per ricavarci qualcosa?
Perché mentire e sembrare ciò che non si è?
Stringo il pugno della mano destra e vedendo il suo riflesso nello specchio mi accorgo che trema vistosamente.
Potrei tirare un pugno al vetro.
Potrei di nuovo essere preda di un raptus di violenza, che fa tanto uomo tormentato.
Potrei citare Martin Sheen nelle prime scene di Apocalypse Now, preda dei suoi demoni, ottundato dall’alcol, potrei tracciare un parallelismo tra la sua condizione e la mia, potrei individuare la mia missione, la mia ultima missione solo apparentemente redentrice, in realtà il passo definitivo verso la de-umanizzazione.
Mi ci avete condotto voi, avrebbe potuto dire il tenente Willard, non sono siamo stati noi, è la brutalità della guerra avrebbero potuto rispondergli, così il tenente avrebbe potuto avere qualcuno con cui prendersela, mettere a fuoco la sua nemesi, concentrare il suo odio, mantenersi sull’orlo della pazzia, ma mai caderci definitivamente, visto che Vendetta chiama, e lo fa solo se c’è qualcuno nel suo mirino.
Vendetta non è mai cieca.
Io invece non posso prendermela con nessuno, con nessuno all’infuori di me stesso e questo è disgustoso, schifoso ed in definitiva noioso, perché sembra un ultimo gesto di auto-colpevolizzazione, un prendersi le colpe fin troppo cristologico.
No, io devo andarmene nel modo più squallido possibile, perché sono troppo stanco di ribadire le mie colpe, sono esausto dalla mole di scuse e di commiserazione che mi vomito addosso.

Ore 12:35. Oggi. Cazzo. Rileggendo questo diario, sembra sempre più un grido di aiuto, sembra sempre più quello che non volevo sembrasse.
Mi sto lasciando prendere la mano dall’umano senso di pietà.

Ore 14:32
Lasciare qualcosa.
Lasciare un’ultima cosa.
Segno,
Testimonianza.

Un ultimo pezzo,
un ultimo brano,
un bis senza concerto,
una traccia di chiusura
il saluto
il commiato
l’addio

Ore 12:34. Ma non credo. Già, credo proprio che fuori sia buio, o questa e l’impressione che ricavo dal riflesso della finestra. L’orologio deve essersi fermato.
Premo play e rec contemporaneamente sul fedele quattro piste.
-colpo di tosse-
gran pensata, seppur spontanea: aumenta il senso di grezzo, di puro.
Il plettro sfiora le corde.
-ho quasi sbagliato-
la mano sinistra è riuscita appena in tempo a posizionare il mignolo sul re della seconda corda.
Ok, il primo giro è andato.
4/4.
4 accordi, 4 battute.
Un classico.
Non cambierà la storia della musica, non è il mio intento.
Ecco, al prossimo attacco, entra la voce.
Al prossimo Mi7, farò rantolare le mie corde vocali un’ultima volta.
Dal mio letto di morte
Dal mio stomaco rabbioso
Dalla mia testa vuota
Dalle mie mani tremanti
Dalle mie vene non più vergini
Io vi saluto

Quello che sono
Quello che ero
Tutto suona come un clichè

La mia pelle
Un costume cavo
Ormai indossato da cosi tanto
Una seconda pelle, la mia pelle

Sono io a parlare
O le medicine
Sono io a parlare
O lo senti anche tu?

Quello che sono
Quello che ero
Tutto suona per non dire niente

Dai miei 8 metri quadri
Dalle mie lenzuola sporche
Dal mio sorriso sarcastico
Io vi saluto

Quello che sono
Quello che ero
In verità non importa nulla

Dal mio ghigno mesto
Dalla mia voce piagnucolante
Dalla mia testa vuota
Dalle mie mani tremanti
Dalle mie vene non più vergini
Io vi saluto

E comprendo di essere niente
Comprendo di essere niente

Comprendo di essere niente

Già immagino la narrazione della mia fine, la ricostruzione che faranno dei miei ultimi istanti.
Non riesco però ancora a decidere il tono che daranno, se partecipe e poetico, o asettico e investigativo. Magari varierà da resoconto in resoconto.
A seconda dell’emozione che la testata che riporta la notizia deciderà di voler suscitare nell’ascoltatore.
potrebbe essere così:
“allora, il ragazzo ha osservato la polaroid, forse con un sentimento di malinconia, forse conscio per la prima volta di quello che sta per accadere. Poi ha dato uno sguardo all’orologio, per riportare a penna l’orario sul retro della foto. Dopo, l’ha infilata con cura in una busta. L’avrà osservata per un momento, forse con sguardo distante, gli occhi lucidi, poi avrà preso il foglio sul quale ha scritto e l’avrà piegato in quattro, per poi inserire anche questo nella busta. Sarà rimasto immobile per diversi secondi, agli occhi di un osservatore esterno indeciso sul da farsi e forse invece mai così convinto, si sarà alzato in piedi e avvicinato alla finestra. Dopo averla aperta si sarà forse voltato leggermente indietro, per poi tornare nuovamente verso la finestra, avvicinando le palme delle mani ai bordi.”

Asfalto.
Nero.
Silenzio.
Titoli di coda.

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