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in archivio dal 23 mar 2009

Marcello Affuso

14 febbraio 1989, Alessandria
Segni particolari: Studente, blogger e aspirante scrittore.
Mi descrivo così: Uno, nessuno e centomila.
Coautore di "A un passo da te - Sincronizza il battito!" (Linee Infinite Edizioni)
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  • 27 aprile 2009
    S’i fossi pocho

    S’i fossi pocho, me divertirei ‘n mondo; solcherei veloce come el vento campi erbosi sotto croscianti applausi e anche nelle peggiori sconfitte e nelle più buie notti conforto troverei nelle braccia di fascinose ammiratrici; ginnastica infusa a finto amore non ha mai recato danno alcuno;


    S’i fossi vento, di tanto in tanto alzerei tempesta solo per soffiar via parrucchini da vispi vecchietti ed arroganti presidenti, riportando giustizia in su la terra e sulle teste di capelli e di materia grigia troppo spesso rimaste orfane;


    S’i fosse acqua, sgorgherei fluente tra le mani di chi ne ha necessitate; a chi di tanta fortuna e sprechi fa vanto impressione di annegamento farei provare; umiltà non conosce l’omo finché non gli è posto insormontabile ostacolo davanti;


    S’i fossi Iddio, speranza e cura agli ammalati darei e tormento ai credenti peccatori... sollievo nell’atroce dolore e incertezza per chi con le azioni crede di conquistare un posto meritevole nel più alto dei cieli;


    S’i fossi papa, allor non sarei affatto iocundo; sacre vestigia mai nessun baldo iovane ha indossato e anche se di immenso splendore illuminato mi ritroverei fianco a fianco con sorella morte;


    S’i fossi 'mperator, ben lo farei; a tutti i vigliacchi, traditor e politici taglierei lo capo tondo; tondo come lo mondo che stan lentamente rovinando con la lor indesiderata presenza;


    S’i fossi morte, anderei misericordioso da Matuzalemme che poretto ha quasi l'etade di ser Andreotti e merita di trovar un po’ di pace, almeno lui;


    S’i fossi vita, darei nuovo splendore alla natura distrutta dall’omo e di fronte a cotanto spettacolo in ginocchio, nudo davanti ad un paesaggio lo lascerei a sospirare e vergognarsi;


    S’i fossi caos regnerei sovrano, il fine giustifica mezzi e azioni e per equità e pari diritti per ognuno, non ci sarebbe altro modo che sedermi al potere


    S’i fossi Marcello com'i' sono e fui, lascerei gloria e successo travolgermi per le oneste parole di cui vi fo dono e terrei le donne giovani e leggiadre, le zoppe e vecchie lasserei altrui.

     
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  • Come comincia: (...) E così decisero che sarebbe stato un ragazzino il primo a viaggiare nel tempo. La scelta cadde su di me per due fattori: il mio altissimo q.i. che mi rendeva il più affidabile tra i pretendenti ma, soprattutto, il fatto che, essendo orfano, nel caso nessuno sarebbe venuto a reclamarmi. Nessun modulo da far firmare, né assicurazione da stipulare, quindi. Probabilmente pochi di voi hanno mai sentito parlare di questo progetto prima di questa mia conferenza stampa. La chiesa ci era stata talmente con il fiato sul collo, per la paura venissimo a conoscenza di verità scomode, che abbiamo dovuto far finta di chiuder baracca ricominciando tutto di nascosto. Non mancando gli investitori fu cosa abbastanza semplice. L’ esperimento per come era stato previsto non doveva essere solo un’ indagine scientifica e la prova innegabile del raggiungimento di un livello tecnologico altissimo, ma l’apri-strada per una rivoluzione nella storiografia. Con i miei appunti infatti la “compagnia” avrebbe potuto ricostruire periodi storici rimasti oscuri, colmando le lacune che i “cronisti” nel corso degli anni avevano creato. A questo scopo mi dotarono di vari gadget con i quali potei registrare e filmare tutte le mie avventure e non solo. Avevo inoltre un traduttore istantaneo per poter dialogare con chiunque avessi incrociato sul mio cammino e un dispositivo spazio-temporale che ogni due mesi mi spostava in un’altra epoca. E per non farmi notare troppo, mi fecero indossare una speciale tuta in grado di trasformarsi adeguandosi all’anno in cui mi trovavo. Non mi furono imposte regole specifiche, ma non avevo neanche particolari libertà. Mi dovevo limitare ad osservare e trascrivere, sfruttando a mio vantaggio le varie situazioni. Fondamentale era non influire sul corso della storia: se avessi cambiato il passato chissà cosa sarebbe successo ai giorni nostri! Dovevo essere concentrato a non attirare su di me attenzione, essere quasi invisibile insomma. Immagino avrete molte domande da pormi su questa straordinaria traversata, ma essendo il mio rapporto ancora sotto esame non potrò rispondere ad alcuna. Quindi per ora accontentatevi di questo breve racconto e della conclusione a cui sono arrivato. Tornando a noi, per la data di partenza e di arrivo “l’agenzia” scelse due giorni in cui non c’erano festività in modo che quelle 48 ore fossero poi ricordate da tutti come l’inizio e la fine della “la svolta”. Fortunatamente tutto andò secondo i piani e dopo esattamente 1 anno e 10 mesi, tornai sano e salvo nello stesso posto da cui ero partito. Ma guardando altre, almeno dal mio punto di vista, tirando le somme di questa esperienza, vi assicuro che non c’è proprio niente da festeggiare. (…) Ho visto gli schiavi dei romani costruire il Colosseo e, una volta terminato, goduto degli spettacoli dei gladiatori. Ho visto Cristo sulla croce e tremato con tutta la terra nel momento del suo spirare. Ho visto, nascosto sotto un colle, Napoleone lasciare desolato il campo di battaglia a Waterloo e pianto con lui. Ho ammirato con il primo europeo gli splendidi tramonti dell’Australia e con lui sospirato per tanto splendore. Ma i lati positivi, testimonianza della evidente potenziale grandezza umana, non sono così forti da cancellare tutto il resto. Morti, guerre, persecuzioni, villaggi distrutti, la polvere da sparo, la bomba atomica. Nei 3000 anni che ho visitato, lo dico ora e aprite bene le orecchie, solo un cosa non è realmente cambiata: gli abiti, le tradizioni, il modo di coltivare e di conoscersi si è evoluto, migliorando palesemente. Non ci saranno più le malattie di una volta, non ci vorranno mesi per costruire una sedia e nessuno più darà la caccia alle streghe, ma questo è un dettaglio. Un dettaglio di fronte alla incomprensibile incapacità dell’uomo di imparare dai propri errori. Bastardo, meschino ed egoista era, e così è tutt’ ora. Eravamo e restiamo gli unici esseri in natura ad uccidersi tra di loro per futili motivazioni. E tutta l’intelligenza che con orgoglio mostriamo e con cui ci poniamo a capo del mondo, ci rende ancora più ridicoli, perché nonostante tutto non riusciamo a dominare la nostra natura, una natura malvagia, tesa al male.

     
  • Come comincia: Le città in cui viviamo possono essere paragonate a degli enormi set cinematografici in cui ognuno di noi ha il suo ruolo. Partiamo tutti come comparse, giovani attori in cerca di gloria e per molti quello sarà il ruolo fisso da interpretare tutta la vita. C’è chi fa il “cameraman” e sceglie di seguire le persone da lontano, in modo distaccato, filmando tutto quello che vede per poterlo poi utilizzare in un imprecisato futuro. Ci sono i “registi”, coloro che controllano costantemente che la situazione vada secondo i loro piani, gli stuntman, quegli individui disposti a fare qualsiasi cosa pur di apparire, ma soprattutto gli attori. Pochi sono quelli che riescono ad emergere e diventare delle star, ma non conta; l’importante è riuscire ad essere protagonisti della propria vita e in parte di quella di chi abbiamo accanto. L’importante è che ognuno di noi sappia vivere la sua vita come un film dove tutto è possibile, senza tagli né censure e con una scenografia e copioni tutti da scrivere. E quando mi chiedono quale sia stato fino ad ora la scena più bella in cui io abbia “recitato”, racconto sempre l’aneddoto che segue, i cui risvolti mi ha portato al traguardo più ambito (non l’Oscar): la felicità!. Era un giorno di metà Aprile. Stavo andando, come al solito di corsa al lavoro, quando sentii qualcuno dietro di me urlare, blaterare qualcosa. “Questa volta mi licenziano davvero se faccio tardi” pensai, ma essendo estremamente curioso, mi voltai e vidi un vecchio zoppo che si avvicinava alle persone chiedendogli di aiutarlo ad attraversare. I suoi modi erano scorbutici ed arroganti e probabilmente era questo il motivo per cui nessuno gli avevo dato retta, fino ad allora. Ma a me fece una tale pena che decisi di andare da lui e gli chiesi dove fosse diretto. Mi rispose sorridendo che doveva semplicemente superare quel pericoloso incrocio, poiché era poco distante da casa, ma essendo menomato non se la sentiva di andare oltre da solo. Intanto una jeep blu era sfrecciata a tutta a forza senza rispettare il semaforo, alzando un polverone di commenti e di insulti che mi distrassero un istante. “Mi stai ascoltando??!”. ”Si,si mi scusi”. La mia attenzione, dopo la breve distrazione tornò sull’anziano, che rassicurai e lentamente arrivammo dall’altra parte. Nel suo sguardo lessi un’immensa solitudine e amarezza e notai che lasciò quasi a malincuore il mio braccio. Non è facile per nessuno invecchiare né tanto meno ammettere i propri limiti. Mi salutò calorosamente e prima di lasciarmi, mi diede una delle tante lettere che gli sbucavano dalle tasche del giaccone. “Non aprirla fino a quando non sarà venuto il tempo” si raccomandò, poi sparì lentamente all’orizzonte. Senza pensarci troppo, allungai nuovamente il passo fino a ritrovarmi esausto. Sotto l’azienda dove lavoravo. Trovai i cancelli chiusi e uno dei miei superiori lì fuori ad aspettarmi. “Affuso, questo è il terzo ritardo in una settimana”. “Ma veramente io..”. “Niente scuse,lei è trasferito nuovamente alle spedizioni”. Abbassai la testa, ringraziandolo di non avermi licenziato… Non ero ironico, poteva andarmi anche peggio e lo sapevo. Ma ero comunque affranto ed arrabbiato, poiché solo pochi giorni prima ero stato promosso nel reparto gestionale dopo anni di e anni di attesa. Mi voltai e sorpreso notai seduta sul marciapiede una mia collega che sapevo avere lo stesso mia vizio. “Laura,non mi dire che anche tu…”. Mi guardò con i suoi stupendi occhi azzurri facendo cenno di si con la testa. “Beviamoci su… che ne dici?” L’inaspettata proposta mi suonò particolarmente piacevole e senza esitare un attimo accettai e uscimmo a fare due passi. Sul momento non mi resi conto quanto stupenda stesse diventando quella serata che non avrei mai dimenticato. La mia testa era altrove, persa più che negli occhi di Laura, nei tanti pensieri che mi avrebbero impedito di prender sonno. Passarono un paio d’ore e dopo il drink, l’accompagnai a casa, facemmo appuntamento per il giorno successivo e poi ci salutammo. E per me ricominciò il tormento. “È proprio vero che il tempo è denaro”. Non riuscivo proprio a realizzare il fatto di aver perso il lavoro per aiutare qualcuno. Lo trovavo assurdo e quasi paradossale. Non amavo quell’impiego, ne avevo semplicemente bisogno per arrivare a fine mese. Passarono alcune settimane prima che mi rassegnassi all’idea di dover portare pacchi su e giù per dieci ore. Sarà un imprevisto a farmi rivalutare completamente quella mia faticosa occupazione. Mentre stavo andando ad un appuntamento con la mia splendida nuova ragazza, infatti, vidi sulla prima pagina di un giornale un articolo che rubò subito la mia attenzione lasciandomi di stucco: “Milionario muore e lascia la sua enorme eredità al cane e a degli sconosciuti messi alla prova”. “Assurdo” pensai e incuriosito guardai meglio la foto, riconoscendo in essa il vecchietto che una decina di giorni prima avevo aiutato. Avvertii che avrei fatto ritardo e corsi al mio appartamento a controllare cosa ci fosse in quella lettera che mi aveva dato ma che non avevo aperto. Ero felice come un bambino a Natale. “Magari sono io uno degli ereditieri, magari lì dentro c’è il numero di telefono del sul avvocato”. Purtroppo le mie aspettative e i miei “magari” furono palesemente delusi. Trovai infatti solo un bigliettino con su scritto “A te ho lasciato qualcosa più importante dei soldi”. Nessun numero… nessun indirizzo… neanche un euro!!!. “Cosa ci può essere più importante dei soldi?” sbuffai e pensai tra me e me di essere stato sfortunato anche in quella strana circostanza, quasi la cattiva sorte mi avesse preso di mira. Mi sbagliavo e non di poco… Quelle parole potevano, dovevano avere un senso,ma quale? Non facevo altro che ripetermele. “A te ho lasciato qualcosa più importante dei soldi”, “A te ho lasciato qualcosa più importante dei soldi”. Guardai l’orologio per capire di quanto fossi nuovamente in ritardo ed ebbi l’illuminazione necessaria ad aprirmi gli occhi. Non c’è nulla di più prezioso del tempo… e lui me ne aveva regalato tanto altro. Ripensai a quella famosa giornata; la jeep blu che non si era fermata, frettoloso come ero se non l’avessi aiutato, mi avrebbe sicuramente investito. Avevo, avevo... e ho ancora i brividi a pensarci avuto inoltre la possibilità quella stessa sera, in quella serie di “coincidenze” di farmi conoscere dalla ragazza che poi si era rivelata essere l’amore della mia vita. In più l’azienda per cui lavoro, per problemi interni, aveva poi messo in cassa integrazione tutti quelli degli uffici, lasciando al loro posto solo gli impiegati delle spedizioni. Corsi da lei. “Ti spiego dopo, seguimi”. La portai al cimitero. C’era una persona che non potevo non ringraziare. Posai il mio orologio sulla lapide solitaria e strinsi forte Laura. Le sussurrai con le lacrime agli occhi come erano andate le cose e dello stupendo dono che avevo ricevuto,poi dolcemente la presi per mano ed insieme ci inginocchiammo e cominciammo a pregare.

     
  • Come comincia: Si è fatto davvero tardi stasera e nel letto un ultimo pensiero a quell’abbraccio, prima di vederti di nuovo andar via, mi accompagna da Morfeo. Busso alla sua porta ma non avendo risposta e non potendo tornare indietro, mi siedo pensieroso su uno scalino e la mente comincia a vagare ignorando la stanchezza accumulata; è giunto ormai il momento di affrontare e ricomporre, seduto al tavolo delle trattative con il mio passato, i pezzi di un puzzle che una volta completato porrà fine ad un incubo che mi perseguita da tempo. Portata al massimo la concentrazione, mi ritrovo a camminare nel buio tra le pagine di un libro ancora aperto, convinto però questa volta a chiuderlo per sempre o quanto meno a passarci sopra… a tornare finalmente a casa o nel posto che più sento appartenermi. Le favole non esistono se non nel cuore di chi le vive; io la mia l’ho scritta e questo è uno dei suoi capitoli: c’era una volta. Sperando non ci sia ancora… un dolce Pollicino perso nel fitto bosco di ricordi, immagini, canzoni. Disperato lasciava cadere sulla sua strada tante piccole briciole che alzavano talmente poca polvere da non essere viste da chi gli stava accanto. Scendeva una cascata imponente sulle rocce nel frattempo e nessuno, pur volendo, avrebbe potuto notare il suo faccino triste... Arrivato in un vicolo cieco, davanti ad un burrone che precedeva un enorme montagna, dentro le sue scarpe rotte sentì un formicolio... aveva l’estremo bisogno di qualcosa... senza lasciargli il tempo di capire cosa volesse davvero fare, la sua testa fu assalita dalle vertigini, malessere derivante dalla nostra incapacità di spiccare il volo… ma non voleva buttarsi nel vuoto anche se questo gli fosse servito a spiegargli le ali, così non andò oltre. Sentì lungo la schiena un brivido, aria di cambiamento sulla pelle di chi non getta la spugna, ma la stringe forte... non cede, ma sa in qualsiasi momento sa di poterlo fare... e decise di guardare in faccia quel monte, puntando in alto e urlare a gran voce un nome... il Suo nome, sperando che qualcuno lo stesse cercando o almeno udendone l’eco di ritrovare quantomeno se stesso nella solitudine … ma niente... anche la sua voce non pareva appartenergli… Allora cominciò a saltellare da un angolo all’altro del cubo di Rubik in cui era rinchiuso, ma qualsiasi faccia esso mostrasse, qualsiasi combinazione riuscisse a tirar fuori non era mai quella giusta... giusta per gli altri,per la società... per vivere sereno… per tornare a stringere il suo corpo, abbracciare il suo io… Vide un fiumiciattolo e provò a tuffarsi sperando di non venire trascinato dalla corrente… ma non trovò nessuna risposta tra le dolci acque... quindi uscì contrariato e tutto fradicio. Prese tanto freddo da sentirne ancora gli aghi sulla pelle al solo pensiero... Quando smise di cercare,finite le briciole e il verde attorno, cominciò a trovare le risposte... la soluzione è sempre proprio sotto il tuo naso... e mentre sconsolato andava dove lo portavano i piedi ormai scalzi sfiorando ostacoli e sabbie mobili, vide una pozzanghera. Aveva piovuto… avrebbe potuto non smettere mai... si fermò. Una rana sguazzava allegramente e senza farlo apposta gli sporcò il viso con del terriccio. Aveva la barba, lo sguardo spento e 2 grosse borse sotto gli occhi, quasi essi si preparassero a reggere altri pesi oltre quelli che regala un mondo in cui non trovava più posto. Si lavò la faccia e con una mano si accarezzò le gote, poi il mento… il collo... e notò che sulla punta del naso era ancora sporco… un accenno di sorriso comparve sul duo delicato faccino…  era di nuovo in sé… si accorse che non c’era altro da trovare... basta un piccolo gesto, anche involontario a volte, per cambiare la vita ad una persona. Questa storia non ha fine né morale... perché la sto ancora vivendo… Un sottile filo di Arianna mi riportava alla realtà e con esso scivolavo dolcemente nel luogo dove niente è negato o è amorale... dove fulmini e tempeste non sono che effimeri lumini di fronte alle passioni, reale espressione della voglia di vivere… Il bosco per me era tornato ad essere città, la pozzanghera vetrina di nuova speranza  tutto ora sembra sorridere in modo beffardo, tanto che non ho più necessità di indossare quelle scarpe, cammino scalzo se non nudo a volte... non ho più bisogno di alcuna maschera. E mentre la barba veniva rasata e le maniche rimboccate di assi... qualcos’altro è cambiato... mi accorgo di esser circondato da persone che mi adorano… Per quanto il sole batta senza sosta sul fango, nei giorni caldi che seguono la tempesta, esso non si asciuga, anzi tende presuntuoso a trattenere quell’acqua inconsistente e superficiale che gli ha dato vita... i giorni passeranno e il sole rimarrà sole, il fango non altro che melma, sola, indifesa, calpestata e denigrata... perché se neanche la più bella tra le donne riesce a mostrare tutto il suo splendore se non illuminata e scaldata da quei raggi, immagina quanto risalto possa avere chi già di per se nasconde quel che vale dietro le apparenze... le sue incertezze… ma ora mi è chiaro… non voglio essere fango… ma girasole… e in parte luminosa stella se a qualcuno serve conforto e sostegno… ci sei… ci siete e questo mi basta per essere felice. Si è fatto così tardi stasera e su uno scalino felice aspetto il domani e Morfeo che ancora non mi onora della sua presenza… ma una cosa l’ho imparata in questa strana dormiveglia: voglio continuare a vivere tenendo gli occhi chiusi e il cuore aperto… non desidero altro.

     
  • 27 aprile 2009
    Voglio morire

    Come comincia: "Voglio morire", così ripeteva e lentamente si accasciava su quello scomodissimo e odiato divano che gli faceva da letto da quando sua moglie lo aveva lasciato, con lo sguardo fisso nel vuoto; si sentiva solo, troppo solo per parlare e lottare ancora, quindi prese una penna e cominciò a scrivere. Cumuli di frasi al vento gli parevano le strofe e incerte le dita non riuscivano a seguire le righe del foglio; ”Un'altra prigione in cui le mie emozioni sarebbero state rinchiuse” pensava. Allora arrabbiato, si alzò e decise di prendere da un cassetto una vecchia foto, con un soffio debole, quasi quanto un sospiro, tolse la polvere che la ricopriva e ricordò di quando in marina gli avevano detto che, per quanto lo amasse, non era fatto per il mare, era un uomo di mondo lui e nel mondo doveva vivere ed inseguire i suoi sogni; lo aveva fatto, ma troppo spesso questi gli erano sembrati tanto lontani che anche con un binocolo non sarebbe riuscito a vederli tanto chiaramente da farli suoi, o almeno provare a realizzarli correndogli dietro; la persona che amava, la più bella tra le stelle, si era rivelata una delusione completa dalla quale non si era ancora ripreso; e forse non voleva farlo poi più di tanto. Aveva ormai perso la fiducia per il mondo e camminare da solo, senza potersi appoggiare a nessuno, non avrebbe avuto più senso... Nel posare l’istantanea si guardò le mani, le stesse con cui aveva toccato tutto quello che prima gli sembrava oro, ma come la leggenda di Re Mida insegna, chiedere che tutto splenda di una luce aurea non è possibile. Per quanto tu dia importanza a qualcosa, a qualcuno, devi prima valutare se essa sarà in grado di renderti davvero ricco, ricco dell’unica cosa che davvero conta: la felicità."Voglio morire" così borbottò prima di addormentarsi e alti i suoi occhi alla luna scrutavano nel tiepido candore della sera il senso di giornate così inutili oramai stanco dell’insostenibile monotonia della sua esistenza Sla sua salvezza. Qualche giorno dopo, infatti, mentre ne stava comprando un altro, forse l’ultimo, incontrò una giovane donna anche lei spaventata dalla luce troppo forte del sole che spesso riscalda, ma d’inverno non da alcuna certezza e subito se ne innamorò alla follia. Ne passarono di istanti, scanditi questa volta non da un freddo quadrante, ma da una sequenza di emozioni che si susseguivano e che lo portarono a superare ogni suo limite in ogni singola occasione, nel disperato tentativo di riconquistare quello che gli era stato rubato, nel disperato tentativo di tornare ad amare se stesso conquistando quell’incantevole creatura... Dopo due lunghe settimane, affrontate con l’aria chi non ha più paura del rifiuto altrui, ”Se pensi di non aver niente da perdere, hai solo da guadagnare” canticchiava mentre si guardava di nuovo orgoglioso allo specchio, ci riuscì e tornato a casa una sera con lei in braccio, come novelli sposini alla prima notte di nozze, capì il vero significato delle parole che aveva scritto poco tempo prima. Tutto era diventato chiaro. Quei versi erano poesia, quella fotografia chiusa in un cassetto uno splendido ricordo da conservare, quei giorni noiosi che aveva trascorso non altro che amata routine; poi il silenzio, un bacio. La donna che amava e che non l’avrebbe mai più lasciato solo, lentamente si accasciava con lui su quel fantastico e comodissimo divano. Solo un bisbiglio nella notte: "Voglio morire.”

     

     
  • Come comincia: C’era una volta, in un luogo molto molto lontano, sperduto tra i monti dell’illusione, un paesino piccolo piccolo dove sorgeva, nella piazza principale, un enorme tempio di cristallo. Si diceva fosse stupendo, l’ottava meraviglia del mondo, e per questo ogni giorno giungevano persone da tutto il mondo per visitarlo e nonostante la strada per arrivarvi fosse molto impervia, vi era sempre un’enorme fila all’ingresso...
    Ogni visita rappresentava un’esperienza diversa, poiché questo aveva una particolarità che lo rendeva unico... cresceva e diventava sempre più bello alimentato dai sogni e le speranze di ogni abitante del paesino, i quali avrebbero potuto avere una vita tranquilla e serena basata su agricoltura e caccia, come tutti gli altri popoli della zona che lentamente tramite la creazione del commercio avevano raggiunto un buon grado di evoluzione… ma essendo estremamente avari e sognatori avevano costruito solo case di sabbia e sale, chiese di sabbia e sale, e tutto fatto di questo miscuglio per risparmiare il più possibile, per poi trasferirsi in una metropoli, avere una vita lussuosa e comoda... non c’era quindi tempo per il presente… come le lancette di un orologio che non si possono mai fermare...
    I bambini passavano tutto il giorno sui libri, proiettati a quello che la società moderna avrebbe richiesto loro, così che il parco gioco del paesino, anche esso fatto di sabbia e sale, appariva sempre desolato… persino Babbo Natale, passando dalle casette, non lasciava doni... non c’era stato tempo per scrivere le lettere.
    Le donne non perdevano tempo a truccarsi e, ansiose di trovare un principe azzurro, passavano tutto il giorno in cucina per prendere mano con i fornelli e i servizi di casa in modo da essere un giorno delle perfette casalinghe… non uscivano la sera, preferivano dormire e sognare nei loro letti di sabbia e sale… Non esistevano parrucchieri né estetiste, né acconciature... tanto che tutte le donne si lasciavano crescere i capelli a dismisura lasciando che solo il colore le differenziasse... Gli uomini non avevano tempo per avere passioni, hobby, godersi le gioie di stare in compagnia e andavano a fare praticantato altrove di tutti i mestieri che poi avrebbero fatto fruttare loro un’enorme fortuna… non c’erano stadi, né automobili… non c’era sorriso e gioia di vivere….
    Nel frattempo il tempio diventava sempre più grande e splendente... e intorno il paesaggio sempre più desolato per i visitatori che pensavano di entrare in una città fantasma, poiché ogni famiglia pensava a sé e a quello che avrebbe avuto un giorno... si rinchiudevano nelle proprie prigioni fatte di immagini fragili e confuse, nella nebbia di ricordi mai costruiti: nessuno camminava per le strade per prendere un po’ d’aria, nessuno sospirava davanti al tramonto... nessuno piangeva, soffriva, rideva, si arrabbiava, nessuno viveva insomma… nessuno faceva altro se non aspettare che arrivasse il giorno, il momento che tanto attendavano: domani.
    Dopo qualche mese, dopo che i pilastri di sabbia e sale non potevano più reggere l’enorme peso del maestoso monumento sempre più traballante, l’imponente cristallo implose causando un terribile terremoto... A quel punto non avendo “sprecato” giorni preziosi a fortificare gli edifici, questi non ressero la scossa e crollarono... a quel punto non rimase nulla agli abitanti... se non sabbia, sale e tanti rimpianti…

     

     
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