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in archivio dal 24 gen 2009

Marcello Caloro

13 ottobre 1960, Taranto

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  • 07 ottobre 2012 alle ore 8:49
    Ikebana di ricci di castagno

    Piovono ricci
    di Inverno forieri
    su piante sparse
    ----------------------
    Coppie racchiuse
    in bozzoli acuti
    fronde trafitte
    ----------------------
    Mattini scuri
    puntute le custodie
    su foglie rosse
    ----------------------
    Scrigni aguzzi
    sapore di Autunno
    tolte le spine
    ----------------------
    Rami ignudi
    mine di castagno
    ultimi soli

     
  • 06 luglio 2012 alle ore 17:55
    Heléna B.

    Dove la città che inganna
    si traveste da campagna
    il verde è un’intuizione

    Lei si china stanca
    raccatta un fiore giallo
    ai piedi del lampione

    Nel nero che attende l’alba
    Heléna soltanto mostra
    I grandi occhi bianchi

    I suoi quarti a troppi noti
    adesso può celare
    vestita di leopardo

    Venti volte a notte piange
    oppure ci son botte
    a farla lacrimare

    Ora che torna a casa
    l’asfalto le si oppone
    un passo e l’altro avanti

    E pensa a quando scalza
    sfuggiva ad un leone
    correndo tra le zolle

    Tornava alla capanna
    per tetto della paglia
    il padre uno stregone

    Discende tre gradini
    la chiave nella toppa
    accorta a non destare

    Le altre Vacche a letto
    le prime a rincasare
    nella stalla del maiale

    Dove la città che inganna
    si traveste da campagna
    si spegne ogni illusione.

     
  • 26 ottobre 2010
    Il pescatore e l'Autunno

    Sabbia sarchiata dal tramaglio
    messi pescate sempre più scarne;
    rabbia nel cuore: inizia il travaglio!

     

    Pescatore che bestemmia e sputa
    a voce troppo bassa perché Dio senta;
    peccatore scaltro: la luna spunta!

     

    Barca arranca fin sulla cresta
    poi scivola veloce nel cavo d’onda;
    parca si risparmia: che notte cresca!

     

    Sorta ancor non è neppure l’alba
    che rete ha issato sul logoro assito;
    sporta magra: un polpo e un’alga!

     

    Riporti le stanche ossa ora in porto
    cigola sotto i piedi il legno marcio;
    riparti verso casa: il polpo è morto!

     

    Desta ti attende moglie, dorme tua figlia
    asciuga il pianto al vento, fingi sorriso;
    testa protesa a Borea: vola una foglia!

     
  • 05 ottobre 2010
    Canzone per Alessandra

    Quante cose ancora  avrei con te condiviso,
    anche il mio mare per cessare d’esser Narciso:
    specchiarmi tra le onde, solo, ed esser deriso!


    Ero tanto vicino da poterlo sfiorare,
    con un po’ di coraggio, l’avrei dovuto afferrare,
    ma l’amore è sfuggente e spesso scompare,
    come la finestra di cielo che a volte appare
    a piacere del vento che fa le foglie spostare,
    per rivelare l’azzurro che non posso guardare
    quando nel fitto bosco mi vado a rintanare.


    I miei occhi ora guardano verso un punto preciso,
    dove Qualcuno per noi ha già tutto deciso:
    sentimento troppo vivo, andava subito ucciso!
    Resta solo il ricordo del tuo triste sorriso,
    della goccia iridata, che solcava il tuo viso
    e di quelle poche parole per dirmi:” E’ inviso,
    il nostro amore deva appassire come fiore reciso!”


    Ora devo soffrire, non poss’oltre aspettare,
    mi mancan le forze per tornare a vagare,
    rincorrere un’altra te e ricominciare a sognare.

     
  • 09 dicembre 2009
    Al bosco amico

    Nel querceto il vento si leva
    e concerto di frasche diffonde
    la ghiandaia lasciate le cime
    è posata sul ramo più spoglio.

     

    Famiglie di funghi odorosi
    a cibare voraci lumache
    la civetta si snida dal tronco
    ruotando la testa assopita.

     

    E sfronda dal fitto il capriolo
    lambito da un raggio di luce
    il ragno tra sparuti cespugli
    distende il disegno di seta.

     

    Il muschio si china ai miei piedi
    carezzando le piante piagate
    lo sguardo inizia a vagare
    la mente si riempie d’incanto.

     
  • 27 ottobre 2009
    Plenilunio sul porto

    Chino s’un fianco, sbandato, riposa
    preda della notte sbiancata alla luna.
    Con lacrime di ruggine striati i sogni.
    Sono sogni salati dalle reti da pesca
    dai pesci morenti a dibatter la coda
    sull’assito lucente di squame argentate.
    “Maledetta notte orfana delle tenebre
    potesse celarmi allo sguardo del mondo!”
    “Maledetta luna accecante ed impietosa
    come le bestemmie lanciate alla bonaccia
    dai pescatori stanchi di aspettare al sole!”.

     

    Ieri possedeva le onde di prua e godeva
    delle preghiere del nocchiero alla tempesta
    sfilacciate gomene oggi pendono al vento.
    Ospita la sorte di un essere immondo
    sdraiato s’un fianco, ubriaco, riposa.
    Sogna di un fiasco e d’un misero pasto
    del volto dei figli, della morte e sorride
    sbava vino e memorie, di celarsi trascura.
    Scorre rivolo di vomito sul ponte di legno
    brilla di nuovo l’assito indurito e riarso
    il vecchio peschereccio riflette ancora la luna.

     
  • Nelle ore più buie della notte
    ancora lunga da consumarsi,
    della quale non si scorge alba,
    una notte privata delle stelle,
    rapite da cieli più sereni,
    un vecchio marinaio stanco,
    ingobbito nello spirito e nel corpo,
    affonda i remi nel limo d’un mare
    che dalle onde maestose trae piacere.
    Misero essere che Dio non scorge,
    ha smesso di pregare ed imprecare.
    Fiaccata la sua mente trae la forza,
    da un antico mito giunto a memoria:
    “Quando vaghi in acqua burrascosa,
    la tua amata si recherà alla spiaggia.
    Anche dal cavo dell’impetuosa onda,
    potrai scorger lucerna a farti guida”.
    Scruta l’orizzonte indefinito,
    si aspetta di scorgervi quel faro.
    Ormai già si figura la dolce amata,
    di baci assai chiassosi ristorarlo
    e trarlo a se sul petto tumultuoso.
    Una folaga foriera delle fronde,
    alla sua prua plana e s’attende.
    “Cosa vuoi, perché mi fissi triste?
    Manca solo poco e vedrò il lume!”
    La folaga piangendo gli rispose:
    “ho volato nei cieli d’ogni dove,
    come va il mondo ora conosco…
    Per te non ci sarà alcuna donna
    che olio brucerà sul sabbioso lido.
    Hai ceduto ai bisogni del tuo cuore,
    ma non temere oltre, vicino è un porto”.
    Lui sa, la folaga mai mente,
    se parla a remator nella procella.
    Volge lo sguardo al vuoto nero,
    di colpo l’abbandonano le forze
    e sul fondo della barca si distende.
    “A che mi serve ormai il vicino approdo,
    se l’agognata luce mi vien negata?”
    Ingobbito nello spirito e nel corpo,
    nel mare limaccioso affonda il cuore.
    Le donne? Tutte uguali, son leggende!

     
  • 05 maggio 2009
    Il fiocco rosa

    Sopra un tappeto di robinie
    a  piedi scalzi ami danzare
    sulle note di un dolente fado
    ombra inquieta della notte.
    “Non vi fu per te forse giustizia?
    Ma qual senso ha che adesso,
    venga a turbare il sonno mio?”
    “Vorrei tu mi narrassi”, chiesi.
    E tu mi raccontasti affranta:
    “Così come mi vedi io ero,
    quel giorno che più funesto
    mai esser potrà d’un altro;
    quando il mio ventre tondo
    mascherar oltre non potei
    e l’uomo che sposai lo scorse”.
    “Sposa per vil danaro, io fui,
    sol questo gli riuscì d’amare.
    Ma il cuore mio sposato era,
    al giovin che al nome tuo voltava
    e pur di te vaga sembianza aveva.
    Così, quando trascurata presto fui,
    in amore e ardore cercai ristoro,
    tornando di nascosto da Marcello”.
    “E cosa accadde poi? Narrami ancora!”
    “Non volli mai svelare il dolce nome
    al bruto che percosse il ventre mio,
    né le sevizie poteron oltre servire
    e quando fui lasciata abbandonata
    di notte partorì senza un lamento”.
    “Dall’utero fluiva la mia vita,
    la vita mia vagì, posata in terra.
    Con l’ultime mie forze a me la strinsi
    la tenera creatura derelitta”.
    “Così spirammo insieme mamma e figlia”.
    “Ben triste è la tua storia, anima pura,
    che i giorni a me serbati serberanno
    nell’anima, nel cuore e nella mente”.
    “Ma cosa posso far per te, cedimi affanni!”
    “Marcello mai non seppe del mio fato
    così pensò l’avessi alfin scordato.
    A te narrando la mia sì triste storia,
    mi pare come se a lui racconto ora,
    ché d’animo gentil e puro siete parenti”.
    Ristetti per un poco a meditare poi,
    con al petto un gran tumulto,
    piangendo, a stento le risposi:
    “Oh povera creatura mal difesa,
    se sol potessi io darti conforto!”
    “Una parola sola con il cuore, una sola,
    mi sento di poterti dire ora: Amore!”.
    Disfatto all’improvviso crollai sul letto,
    dormendomi d’un sonno calmo e lieto.
    Il dì seguente che al sole aprì la vista,
    accanto al mio cuscino v’era un dono:
    sopra un velluto bianco, un fiocco rosa.

     
  • 23 marzo 2009
    La vecchia zingara

    A quale cielo affidi
    Adesso il tuo segreto
    Per sempre custodito
    Più d’un prezioso bene?
    Sul fondo di un baule
    Nel vecchio carrozzone
    Tra gonne di ciniglia
    E stremati talismani
    Conservi i tuoi ricordi.
    In un quaderno annoso
    Cosparso dei tuoi sogni
    Giovane la mano incerta
    Tracciava le tue smanie
    Che avresti poi smarrito
    Nel correre all’indietro
    A quel fatale giorno
    Che amore concedesti
    A un giovane gitano
    Inviso dai famigli.
    Tu sposa più non fosti.
    Marchiata con la lama
    La gota tua oltraggiata
    Parlava del peccato.
    Ora che sei disfatta
    Nel corpo e nella mente
    Quando la guancia sfiori
    Solo un pensiero resta
    E affiora il tuo segreto
    “Valse la pena amare
    Anche se solo un giorno!”

     
  • 04 marzo 2009
    Il melograno

    Vieni al mio giardino
    Vestita da baccante
    Cogli dal melograno
    Il frutto più rubizzo
    Che aperto ti si offre
    E poni le gemme nel fiele.

     

    Adagia la gota nivea
    Sul ventre mio disteso
    E suggi alla fonte di Priapo
    Foriero di sogni vogliosi
    Nelle notti vissute piangendo
    Il mio corpo distante dal tuo.

     

    Lascia che disponga
    Le rosse perle amare
    Dai vertici svettanti
    Delle floride colline
    Fino al boscoso monte
    Odoroso di selvaggio muschio.

     

    Percorrerò la via tracciata
    Indugiando con le labbra
    Ad ogni piccolo fremito
    Giunto al favo palpitante
    Attingerò al copioso miele
    Saziandomi di dolcezza.

     
  • Prestami i tuoi favori
    ch’io ti narro ora
    di terra a me sì cara
    che quando ricordo sfiora
    nel cor sento tumulto.

     

    Basalti neri a picco
    sull’onde sempre vive
    rade le cale placide
    a custodire i gusci

     

    brulla la scarsa zolla
    celata tra le rocce
    i pochi rami chini
    ad ossequiare i venti.

     

    Eppur da Monte Grande
    quando lo sguardo apri
    opprime la bellezza
    della natura astiosa

     

    odori ogni stagione
    di zagare e zibibbo
    al vapore delle polle
    scaldate dal vulcano

     

    cinto da bassi mirti
    di Venere lo Specchio
    è il lago solforoso
    in cui s’annega il cielo.

     

    D’Ogigia t’ho narrato
    che quando notte oscura
    tra i vichi dei dammusi
    dai bianchi tetti a ogiva
    Calypso scorgo ancora.

     
  • Dall’utero immerso tra i due mari
    dove le Cheradi rocciose
    a baluardo dei marosi s’ergon
    ed in essi si specchian
    quando Ionio si placa a Tramontana
    e sui prati di gorgonie
    i pini marittimi si rifletton
    e la costa mossa cela all’occhio
    cale di linda sabbia fine
    io nacqui.
    Non potei allattare alle mammelle
    gonfie d’albe consacrate a Clio
    che videro i legni Elleni
    baciare i raggi obliqui sulla rena
    né ai tramonti accesi da Erato cantati
    che ispiraron gli animi più puri
    né attinsi dalla luna ad Eros tanto cara
    più di quella d’altri stellati cieli.
    Culla d’erba umida tra i monti m’accolse
    lì mi nutrì di bruma e pioggia
    di pallidi soli mi scaldai appena.
    Torno a volte alla mia amata Madre
    tra i seni vuoti il capo porgo
    e gli occhi elevo al cielo
    le labbra non suggono che il nulla
    le iridi non scorgon che grigiore.
    La sabbia ora sbiadita più non riluce
    dell’isole all’orizzonte non v’è che un’ombra.
    O Taras condotto dal delfino
    di questa Genitrice tu per primo
    godesti la bellezza ormai smarrita.

     
  • Il ratto d’Elena
    dal Priame compiuto
    occorre vendicare.

     

    Alle ampie porte Scee
    delle possenti mura
    s’accamperan l’opliti.

     

    Sull’onda i neri legni
    compagni degli Atridi
    nascondon l’orizzonte.

     

    Il fiero Menelao
    lo sguardo al mare fisso
    all’agone s’appresta.

     

    Indossa gli schinieri
    imbraccia già la lancia
    e l’elmo con le corna.

     

    Cipiglio fiero il suo
    e quando terra avvista
    eleva al cielo un grido…
    … Troia!

     
  • 30 gennaio 2009
    Ritorno ad Ilio

    A pascolar intento
    i bianchi agnelli
    casto Alessandro

     

    Lasci la verga
    per il dorato pomo
    a te la scelta.

     

    O stolto che sei stato!
    Tra ben tre Dee sei posto
    ed alfin la mela cedi.

     

    Scopri così la beffa
    della beltà muliebre
    che poco offre e tanto costa.

     

    E quando al talamo
    di Menelao t’accosti
    sei già di sventur pregno.

     

    Or che al nero legno Paride
    con Elena t’appresti
    dai remator un grido insorge…

     

    …Troia!

     
  • 27 gennaio 2009
    L'orologio della vita

    Ieri, solo ieri, mi pare

     

    paffute manine di bimba
    afferravano i miei riccioli neri
    e tiravano e stringevano
    e strappavano occhiali dal naso

     

    Solo ieri agitavo paziente
    marionette imbottite di stoffa
    davanti a due occhi incantati

     

    Solo ieri la mia voce smarriva
    fragili paure accoccolate
    su tremule labbra in bocciolo

     

    Solo ieri asciugavo col dito
    seguendo il percorso sul volto
    acerbe lacrime affacciate alla vita

     

    Solo ieri con moto d’orgoglio
    nascosto il sorriso tra i denti
    insegnavo ad amare l’amore

     

    Oggi, solo oggi, son certo

     

    guardo le mie rughe assorto
    due braccia mi cingono il petto
    e labbra sbocciate sussurrano
    “dai, cantami ancora una fiaba”.

     
  • 24 gennaio 2009
    Al suono di mute note

    Odo l’onda infrangersi
    sulla conchiglia rapita allo scoglio
    note grevi di flauto traverso
    vibrate dal galoppo del maestrale
    nel vuoto guscio privato di vita
    risorto all’antica melodia
    custodita dalla mareggiata.

     

    Odo grida sgorgare
    dai cuori rapiti all’innocenza
    note acute di violino Tzigano
    diffuse da bimbi smarriti
    condannati da menti impazzite
    a giocare tra morti smembrati
    girotondi sulla terra che trema.

     

    Odo il vento spargere
    sui germogli riarsi dall’odio
    armonie da un coro cantate
    voci bianche che spiegan la via
    alle anime grigie smarrite
    nel percorrere l’umana follia
    per serbare il candore dei cigni.